Giovanni Cardone
Fino all’11 Gennaio 2026 si potrà ammirare alla Pinacoteca di Brera Milano la mostra dedicata a Giorgio Armani – ‘Giorgio Armani: Milano per Amore’ la prima rassegna organizzata dal museo milanese dedicata al percorso stilistico del grande Stilista, raccontato attraverso una selezione di oltre centoventi abiti. Le sale del museo, custodi delle grandi opere dell’arte italiana dal Medioevo all’Ottocento, accolgono la moda come chiave di lettura della cultura e della società contemporanea. Armani ha sempre espresso un legame speciale con il quartiere di Brera , dove ha scelto di vivere e lavorare, apprezzandone l’anima colta e insieme vivace, capace di unire eleganza e libertà creativa. Questo rapporto è stato riconosciuto ufficialmente dall’Accademia di Belle Arti di Brera, che nel 1993 gli ha conferito il titolo accademico per la coerenza e il rigore con cui ha saputo coniugare funzionalità e invenzione. “Una mostra può essere vista in due modi. Da una parte c’è il soddisfacimento immediato dell’ego del creatore. Dall’altra c’è il valore didattico, la testimonianza unica che puoi offrire al pubblico, ma soprattutto ai giovani creativi, attraverso la tua opera: una sensazione che dura e appaga. Ecco, io sono interessato a questo secondo aspetto.”Giorgio Armani(tratto dal libro autobiografico Per amore). In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Giorgio Armani apro il mio saggio dicendo : Siamo così abituati a pensare alla moda italiana come a un elemento costitutivo dell’identità del nostro Paese, da dimenticarci spesso che essa è, invece, una realtà relativamente recente. Dall’Unità, i vari tentativi di creare una moda nazionale sono stati infruttuosi; la moda italiana aveva bisogno principalmente di un mercato, che non poteva essere quello italiano a causa del ritardo sociale del Paese, ma nemmeno quello della Francia o dell’Inghilterra, che erano, da una parte, i leader della moda dell’epoca, e, dall’altra, gli avversari politici dell’Italia. Gli Stati Uniti erano un’alternativa, ma anche lì le condizioni politiche erano avverse. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, con un cambiamento del contesto politico, la moda italiana iniziò a prendere consapevolezza di sé e ad espandersi sui mercati internazionali. Il “First Italian High Fashion Show”, organizzato da Giovan Battista Giorgini a Firenze nel febbraio e luglio del 1951 per presentare abiti e accessori italiani ai compratori americani, è considerato come un momento cruciale nella storia della moda italiana. L’evento del febbraio del 1951 rappresentò per l’Italia la prima sfilata delle più rinomate firme della moda di lusso, nonché la prima vera presentazione di alta moda nel Paese per i clienti stranieri. La sfilata ebbe luogo presso il Giardino di Villa Torrigiani, all’epoca residenza di Giorgini, che presentò un fashion show di moda inclusivo di diciotto modelli provenienti da diverse case di moda e atelier artigianali italiani. Il 27 luglio dello stesso anno, Giorgini diede vita alla seconda edizione della sua sfilata, inaugurando così un evento che venne denominato «Festival della Moda Italiana a Firenze». In generale, tra il 1946 e il 1951, vennero organizzate numerose mostre e sfilate, con l’obiettivo principale di stimolare la ripresa della moda in Italia e rafforzare i legami con l’industria tessile settentrionale e i mercati internazionali. In questo contesto, è importante considerare quanto avvenuto sull’asse Torino-Milano, che ha avuto un ruolo cruciale nella storia della moda italiana, tanto quanto l’asse Firenze-Roma. La prima Mostra Nazionale dell’arte della moda si svolse infatti a Torino nel 1946, segnando l’inizio di questo sforzo. Essa ebbe luogo presso Palazzo Reale, che aprì le sue porte anche agli espositori stranieri. Successivamente, nel 1949, a Milano, nacque il Centro Italiano della Moda, mentre a Torino, il 2 aprile 1949 si tenne la famosa Esposizione internazionale dell’arte tessile e dell’abbigliamento; nei soli dieci giorni di apertura, la mostra attirò ben 250.000 visitatori, un risultato sorprendente, dal momento che la popolazione di Torino era, all’epoca, di circa 700.000 abitanti. Tuttavia, alle sfilate organizzate in occasione dell’evento, mancavano i grandi sarti provenienti da Milano e Roma. Dunque, come risposta all’Esposizione di Torino, due giorni dopo, il 4 aprile 1949, il Centro Italiano della Moda di Milano organizzò uno spettacolo presso il Teatro dell’Opera di Roma, durante il quale vennero presentati diversi abiti realizzati da quindici case di moda provenienti dalle città di Milano, Roma e Firenze. Negli anni successivi, il Centro Italiano della Moda, per valorizzare ulteriormente le sue attività, istituì il Centro Internazionale delle Arti e del Costume (CIAC) a Venezia, che venne arricchito con una significativa collezione di abiti d’epoca e con una rivista chiamata «Arti e Costume», alla quale diedero il loro contributo alcuni dei più eminenti storici dell’arte italiani dell’epoca. Dal 1950, a Venezia, si svolse dunque il Festival della moda, le cui passerelle rappresentarono per molti anni uno degli eventi più prestigiosi nel panorama della moda italiana. Nel febbraio del 1949, nella capitale romana, il matrimonio tra gli attori Tyrone Power e Linda Christian, con abiti realizzati dalle sorelle Fontana per la sposa e dalla sartoria Caraceni per lo sposo, portò l’attenzione dei riflettori di Hollywood sugli atelier romani, un episodio comunemente chiamato «Hollywood sul Tevere». Fu principalmente grazie alle produzioni cinematografiche di Hollywood e all’ambiente degli attori, attrici, giornalisti e altri personaggi associati, che la moda italiana divenne un elemento centrale nell’immaginario americano dell’Italia come luogo di vacanza e di «bel vivere». Verso la metà degli anni Cinquanta, le quattro città iniziarono a delineare una divisione dei ruoli nel settore della moda, che si consolidò e affinò nel decennio successivo: Roma si specializzò nell’alta moda, Firenze si concentrò sulla moda-boutique, mentre Torino e Milano si distinsero per la produzione di abbigliamento confezionato. Tuttavia, nonostante questa suddivisione, le tensioni tra le diverse realtà non si placarono completamente. Per la società italiana, gli anni Sessanta rappresentarono un periodo caratterizzato da una crescita e un cambiamento tumultuoso. Durante quel periodo, le tendenze della moda non erano più dettate principalmente dall’alta moda, ma dall'»altra moda», influenzata dalle preferenze dei giovani. Verso la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, la lunga rivalità tra Roma e Firenze giunse a una conclusione con la prevalenza della prima. Nel 1965, le sfilate furono divise tra le due città: Roma ospitava gli eventi d’alta moda, mentre Firenze quelli dedicati al prêt-à-porter e alla maglieria. In risposta a ciò, nel 1969, Torino e Milano istituirono nuove fiere focalizzate sulla produzione industriale di lusso, ambendo entrambe a diventare capitali della moda in Italia, anche se alla fine sarà Milano a primeggiare su Torino. Per comprendere il ruolo di Milano come capitale della moda italiana, occorre considerare il suo primato nell’editoria di settore fin dall’Unità. Infatti, sebbene Torino e Firenze avessero avuto importanti riviste di moda, nessuna sopravvisse agli anni Trenta. Dopo la guerra, importanti editori come Mondadori, Rizzoli e Rusconi lanciarono riviste di moda; a Milano negli anni Cinquanta nacquero anche pubblicazioni più raffinate come «Novità» e «Linea italiana». Queste riviste contribuirono al consolidamento del giornalismo di moda italiano e all’ascesa del fotografo specializzato come figura centrale nel settore. Negli stessi anni venne coniato il termine «stilista», originariamente utilizzato dalla critica letteraria per definire coloro che sviluppavano il design di prodotti di consumo di massa, specialmente nel settore automobilistico. Parallelamente, il termine fu adottato anche per definire gli architetti di interni, conosciuti anche come stilisti d’arredamento. Progressivamente, il concetto di stilista si diffuse nel mondo della moda così come lo conosciamo oggi, ossia la persona responsabile di definire e guidare lo stile delle collezioni di moda, compresi gli accessori, fino alla loro distribuzione nei grandi magazzini e nelle case di moda. Gli esperti di storia della moda spesso associano l’emergere dello stilismo a Walter Albini, che prese la decisione di trasferire le sue sfilate da Firenze a Milano, presentando, in un unico evento, abiti per cinque diversi marchi, ma tutti rappresentativi del suo stile unico. Questo segnò una svolta nel concetto di stilista, ponendo l’accento sull’importanza della firma come garanzia di qualità del prodotto, semplicemente perché portava il suo nome. L’avvento degli stilisti non solo segnò l’emergere di un nuovo sistema moda, ma trasformò la moda stessa in un’industria culturale, che si posizionava a metà tra l’impresa manifatturiera tradizionale e l’industria intellettuale. Per questo motivo, era fondamentale che questa industria potesse beneficiare di un sistema di stampa e comunicazione all’altezza delle nuove esigenze. E negli anni Settanta, tale sistema era presente esclusivamente a Milano. Tuttavia, nonostante il trionfo degli stilisti, agli albori degli anni Novanta, il marchio «Made in Italy» fu colpito da una crisi. Inizialmente, le ragioni furono di natura economica, successivamente lo scoppio di Tangentopoli nel febbraio del 1992 e il declino della Milano legata a Craxi, peggiorarono ulteriormente la situazione. E in effetti, dalla metà degli anni Novanta, l’interesse degli italiani per la moda diminuì gradualmente e la figura dello stilista perse progressivamente il suo iniziale carisma. Successivamente, negli anni seguenti, fino ad oggi, si è assistito alla sostituzione degli stilisti con i fashion designer. Mentre marchi come Armani, Prada e Dolce & Gabbana mantengono la loro posizione di successo globale, pochi tra i più giovani sono riusciti ad ottenere un simile riconoscimento, probabilmente anche a causa di una drastica riduzione dei tempi di mercato con conseguente rinuncia all’espressione di ogni tratto identitario. Riflettendo sui decenni passati, emerge la sensazione che la moda italiana possa riscoprire la propria identità solo abbracciando una forma di slow fashion in risposta al fast fashion. Questo approccio potrebbe permettere di valorizzare il ricco patrimonio di tradizioni e identità che da sempre ha contraddistinto l’Italia e la sua moda in tutto il Mondo.
Giorgio Armani è nato a Piacenza l’11 luglio del 1934, lo immaginiamo bambino con quei suoi occhi di ghiaccio penetranti che catturano la luce dei flash, al fianco del fratello Sergio e della sorella Rosanna Armani, magari con mamma Maria e papà Ugo sulle rive del Trebbia, da cui ha attinto il colore del fango per le sue sfilate. L’infanzia vissuta tra i bombardamenti è una dura esperienza da cui lo stilista ha tratto forza ed energia, rendendolo così sensibile ad alcune tematiche: ricordiamo che è il primo a sfilare a porte chiuse per tutelare i suoi ospiti dal Coronavirus nel febbraio del 2020, mentre due anni dopo sceglie una sfilata senza musica contro la guerra, in segno di cordoglio per l’Ucraina. Ecco che dopo il titolo Cavaliere della Repubblica arriva anche la più alta onorificenza dello stato: quella di Cavaliere di Gran Croce. Ma ripercorriamo assieme le tappe che lo hanno reso il “Re Giorgio Armani». Nel 1957 abbandona la città natale per studiare medicina all’Università Statale di Milano e diventare chirurgo. Dopo un paio di anni, però, trova un lavoro che gli permette di entrare in contatto con la moda: è vetrinista alla Rinascente, passaggio fondamentale per una direzione sempre più creativa che guarda con interesse al mondo dell’abbigliamento, sviluppando una propria visione. Nel 1964 arriva la prima occasione, quando Nino Cerruti lo chiama per collaborare con Hitman, la prima fabbrica di pret-à-porter elegante da uomo. È qui che viene plasmata la sua visione del completo destrutturato, proposto per Cerruti con tessuti fluidi, per poi sviluppare e maturare questo concetto anche con l’uso di materiali più tradizionali nelle collezioni che porteranno il suo nome. Il primo esordio come stilista è nel 1974 durante la leggendaria sfilata fiorentina di Palazzo Pitti alla Sala Bianca, e solo un anno dopo fonda Giorgio Armani Spa, inizialmente dedicato all’uomo e ampliato nel 1976 con la donna. Emporio Armani arriverà nel 1981, mentre bisognerà aspettare il gennaio 2005 per Armani Privé. Giorgio Armani sceglie come suo fedele braccio destro Sergio Galeotti, conosciuto nel 1966 durante una vacanza a Forte dei Marmi. Quando lascerà la costa toscana per la villa di Pantelleria, i profumi di questa terra ispireranno la fragranza Acqua di Giò. Saranno, invece, gli studi di medicina a rendere chirurgica la sua moda: la lunghezza di un orlo, il taglio di un abito, un guanto mai troppo lungo o un colore mai troppo acceso, tutto misurato e proporzionato al millimetro. Nasce così l’inconfondibile stile italiano di Giorgio Armani che rifugge dal sensazionalismo votato all’eccesso per una salutare operazione di pulizia e desiderio di essenzialità, senza immiserirla. Il percorso espositivo intreccia storia dell’arte e storia della moda : gli abiti, provenienti da ARMANI- Archivio, dialogano con i capolavori pittorici della Pinacoteca creando contrasti di colori, tessuti e materiali. L’Archivio Armani custodisce cinquant’anni di creatività e rappresenta un vero dizionario concettuale, utile a comprendere come la moda possa incidere sulla formazione e sulla trasformazione degli immaginari estetici e culturali. Fondata nel 1809 come supporto all’attività didattica dell’Accademia di Belle Arti, la Pinacoteca di Brera ha da sempre l’obiettivo di trasmettere conoscenza attraverso l’esperienza diretta con le opere. L’inserimento degli abiti di Giorgio Armani all’interno delle sue sale amplia per la prima volta questa missione, riconoscendo la moda come linguaggio utile a interpretare le società di ogni epoca. Gli abiti raccontano la varietà di temi e codici che rendono il lavoro di Giorgio Armani inconfondibile: la rilettura della sartorialità; il senso unico della decorazione; la predilezione per i colori neutri ma mai piatti; l’amore per la ricchezza inaspettata di lavorazioni, trattamenti e ricami, segni di un estro misurato che si rivela poco a poco, e cambia la definizione stessa di sobrietà. I manichini, invisibili, lasciano che i corpi siano solo evocati dagli abiti, in continuità con iprogetti espositivi realizzati in precedenza. Infine ha dichiarato Chiara Rostagno, Vicedirettrice della Pinacoteca di Brera: «La Moda intesa come Arte decorativa viene accolta a Brera. Sarà un unicum: un dialogo fra Giorgio Armani, il museo e il patrimonio artistico custodito, restituito attraverso una selezione di sue creazioni».
Pinacoteca di Brera Milano
Giorgio Armani: Milano per Amore
dal 24 Settembre 2025 all’11 Gennaio 2026
dal Martedì alla Domenica dalle ore 8.30 alle ore 19.15
Lunedì Chiuso
L’allestimento della mostra Giorgio Armani. Milano Per Amore presso la Pinacoteca di Brera. Photo credit © Agnese Bedini © Melania Dalle Grave © dsl studio








