La moda di Gaza e l’oblio del resto del mondo. Quando il dolore diventa selettivo, la politica torbida e gli ideali a senso unico.

C’è chi parla di moda. C’è chi sospetta di interessi. C’è chi, più semplicemente, osserva la scena e scuote la testa. Perché mentre la tragedia di Gaza monopolizza piazze, titoli e coscienze, decine di altri popoli perseguitati, massacrati e violentati da satrapi e dittatori spariscono dal radar mediatico come vecchie videocassette VHS. Nessuno che si indigni, nessuno che salga in barca con lo striscione al vento. Per Rohingya, Eritrei, Uiguri, Yazidi, Coreani del Nord e compagnia oppressa non un fischio di tromba, non una bandiera, non un sit-in sotto casa Landini.
Per Gaza invece sì: cortei, barricate, scioperi, minacce di blocchi generali. Perfino le “crociere solidali”, che più che aiuti umanitari sembrano un revival delle gite scolastiche anni Ottanta, con tanto di bandierine e cori stonati. Il problema? Che quelle stesse navi potrebbero imboccare vie ufficiali e legali per portare viveri e medicine. Ma no: troppo noioso. Troppo poco eroico. Meglio la sceneggiata, meglio il brivido della sfida politica, meglio la narrazione da reality show “Il pericolo è il mio mestiere”.
C’è chi mormora che il carburante della flottiglia arrivi da tasche arabe ben imbottite, ma l’effetto resta lo stesso: l’onesto cittadino si ritrova ostaggio di bande di facinorosi che, in nome di Gaza, mischiate tra i dimostranti, devastano vetrine, bruciano cassonetti e spaccano città intere. E intanto, delle altre tragedie globali, silenzio tombale.
Eppure i numeri parlano chiaro. In Corea del Nord i perseguitati non si contano più, in Birmania i Rohingya sono diventati il “popolo senza Stato”, in Africa intere comunità cristiane e musulmane vengono cancellate a colpi di machete e kalashnikov. Ma per loro niente sciopero generale, niente sindacati in piazza. Forse non fanno notizia. O forse non rendono in termini di consenso e non solo.
Se fosse vero idealismo, il metro non sarebbe a elastico. Ma si sa: la giustizia universale interessa poco quando non conviene. Più pesi, più misure. Gaza è l’ultima passerella. Gli altri? Solo comparse sacrificate nel retroscena.
Morale? Con la violenza e la partigianeria non si va da nessuna parte. E se davvero Landini volesse fare lo sciopero generale, lo facesse per i campi di concentramento nordcoreani. Almeno, per una volta sola, sembrerebbe meno di parte e un po’ più uomo di mondo.


