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Fu una cometa espolsa 13mila anni a distruggere la megafauna e la cultura Clovis?

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
29 de septiembre de 2025
in Ciencia
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Fu una cometa espolsa 13mila anni a distruggere la megafauna e la cultura Clovis?
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Negli ultimi anni, un gruppo di ricercatori guidato dal professor emerito James Kennett dell’Università della California a Santa Barbara ha raccolto nuove prove che rafforzano un’ipotesi molto dibattuta: quella di un frammento di cometa che sarebbe esploso sopra il Nord America circa 12.800–13.000 anni fa, contribuendo alla scomparsa della megafauna (come mammut e mastodonti) e al collasso dei Clovis (cultura preistorica nativa americana la cui presenza nei siti archeologici del Nord America risale a circa 13.500 anni fa). Per capire a come si è giunti a questa conclusione vanno ricordati alcuni elementi. Innanzi tutto che il Dryas recente (Younger Dryas) è un brusco ritorno al freddo che interrompe un trend di riscaldamento alla fine dell’ultima Era Glaciale, durato circa mille anni. Va poi ricordato che la cultura Clovis, nota per le sue punte di lancia caratteristiche, e gran parte della megafauna nordamericana scomparvero proprio attorno all’inizio di questo freddo improvviso. Numerosi siti archeologici infine, presentano uno strato sedimentario spesso detto «black mat» («materasso nero»), ricco di carbonio, fuliggine, combustioni diffuse — elementi che, secondo i sostenitori dell’ipotesi, indicano incendi estesi e oscuramento del cielo dopo l’evento. La scoperta più recente – pubblicata sulla rivista PLOS One – che dà forza all’ipotesi dell’impatto cometario è quella del quarzo shockato (shocked quartz) ritrovato in tre siti archeologici classici della cultura Clovis: Murray Springs (Arizona), Blackwater Draw (New Mexico), e Arlington Canyon nelle Channel Islands, California. I geologi hanno scoperto grani di quarzo che mostrano fratture complesse (crack) alcune delle quali riempite da silice fusa, caratteristiche che indicano temperature e pressioni elevate. Utilizzando tecniche come microscopia elettronica (TEM, SEM), catodoluminescenza e EBSD, per analizzare le deformazioni del quarzo, sono state messe in luce deformazioni che superano quelle che si potrebbero attribuire a vulcanismo o altre attività terrestri ordinarie. Modellazioni al computer infine, indicano che un’esplosione in aria («airburst») di una cometa frammentata, a bassa quota, potrebbe generare le condizioni (pressione, calore) necessarie a produrre questo tipo di shock nei grani di quarzo. Se confermata, l’ipotesi suggerisce che l’esplosione avrebbe causato incendi diffusi, immissione nell’atmosfera di fumo, cenere e polvere, oscuramento del cielo («impact winter»), riduzione della luce solare, e un forte stress ambientale. Questo evento combinato con altri fattori climatici potrebbe aver accelerato la morte della megafauna in Nord (e forse Sud) America, nonché il declino della cultura dei Clovis. L’ipotesi non è accettata da tutta la comunità scientifica. Si contesta infatti la mancanza di un cratere evidente. Normalmente un grande impatto lascia tracce geologiche; nell’ipotesi del Dryas recente questo non è stato identificato in modo chiaro. E per spiegare gli eventi alcuni ricercatori propongono spiegazioni meno «catastrofiche», come cambiamenti nei sistemi oceanici, flussi di acqua dolce nell’Atlantico che possono aver alterato le correnti marine calde, oppure ulteriori dinamiche naturali tipiche dei cambiamenti climatici durante le glaciazioni/deglaciazioni. Alcuni critici poi, sostengono che i «proxy» (un indicatore fisico, chimico o biologico che rappresenta indirettamente una variabile ambientale del passato, come temperatura, salinità o concentrazione di CO₂) usati – in questo caso fuliggine, nanodiamanti, microsferule, platino/iridio – possano derivare anche da processi terrestri o detriti di impatti molto più piccoli, combustioni naturali o altri fenomeni ancora da identificare.

Luigi Bignami

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