Un report firmato dall’ECFR e dalla Fondazione Culturale Europea ripreso dal Guardian descrive l’amministrazione Trump come il regista di una guerra culturale contro l’Unione Europea. Un piano studiato per sostenere i fedelissimi del movimento Maga nel Vecchio Continente, delegittimare Bruxelles e spingere i governi europei verso un’agenda ultraconservatrice. Con proporzioni e modalità operative diverse, ma molto simile alle strategie di Putin per gli Stati Uniti e l’Europa stessa.
Secondo lo studio, la Casa Bianca non si limita a lanciare strali ideologici: cerca apertamente di interferire nelle elezioni europee, trasformando il legame transatlantico in uno scontro di valori. I populisti di destra, da Orbán a Meloni fino a Fico, sono indicati come gli attori più utili alla trama americana, con la libertà di parola eretta a bandiera polemica.
Il rapporto non risparmia l’Ue: troppi leader, accusano gli autori, hanno scelto l’atteggiamento dell’adulazione o della distrazione, alimentando così la spavalderia trumpiana. L’immagine evocata è quella di The Truman Show: un’Europa che recita dentro un set costruito da altri, finché non deciderà se uscire dal copione.
L’escalation sarebbe già visibile. JD Vance, alla Conferenza di Monaco, ha accusato l’Europa di «ritirarsi dai valori fondamentali condivisi», aprendo di fatto il fronte culturale. Trump, da parte sua, ha escluso Bruxelles dai tavoli sull’Ucraina, attaccato i partiti mainstream e trasformato i negoziati commerciali in una questione di ricatto.
L’offensiva si gioca anche sul terreno simbolico: dalla Polonia, con l’investitura di Karol Nawrocki a «uomo del presidente», fino ai richiami del Dipartimento di Stato agli «alleati della civiltà in Europa» contro presunte derive censorie e migratorie. Una narrativa che punta a spostare il baricentro politico dell’intero continente.
Mario Basile



