È uno dei Paesi in cui, data l’altissima densità di popolazione e la conformazione geografica, si avverte con grande forza l’impatto del cambiamento climatico, a scapito di milioni di persone. In Bangladesh vaste aree sono sotto il livello del mare e il 77,6% del territorio è a meno di cinque sopra il livello del mare, il che lo rende particolarmente vulnerabile all’innalzamento della quota degli Oceani. Oggi, oltre a tali questioni strutturali, il Paese attraversa una delicata fase di transizione politica e si prepara a nuove elezioni, dopo che una rivolta studentesca, nell’agosto dello scorso anno, ha costretto l’ex primo ministro Sheikh Hasina a fuggire in esilio, ponendo fine a un governo durato 15 anni. Nel Paese dell’Asia meridionale, che conta 170 milioni di abitanti a larga maggioranza islamica, il governo ad interim che gestisce una complessa fase economica, sociale e politica è guidato dal premio Nobel Muhammad Yunus, economista di 85 anni, che ha promesso elezioni a febbraio del 2026. Nella società bangladese, dopo una prima fase di entusiasmo diffuso, circola ora un certo scetticismo sul futuro, e la tensione sociale resta alta. Uno dei gruppi chiave, emerso nel panorama politico all’indomani della rivolta, è il National Citizen Party, formato dai leader studenteschi che guidarono la protesta, mentre alla Awami League, il partito di Hasina, è stato impedito di presentare propri candidati, dopo che la Commissione elettorale ne ha sospeso la registrazione: una mossa che ha acuito la polarizzazione e le tensioni sociali. Tra i cristiani e le altre minoranze religiose, come ha riferito l’agenzia Fides, si registrano inoltre preoccupazioni per il ritorno dei partiti islamici radicali sulla scena politica: la Corte suprema del Bangladesh, infatti, ha riammesso alle elezioni il Jamaat-e-Islami, il maggiore partito musulmano del Paese, che per oltre dieci anni il governo di Hasina aveva relegato ai margini della società. Il pericolo, segnalato soprattutto da enti e associazioni della società civile, è l’influenza che i partiti islamisti potranno avere nel futuro governo del paese. Per questo si chiede al governo ad interim di concludere l’iter delle riforme costituzionali prima delle elezioni e di definire «un quadro istituzionale secondo principi di democrazia, pluralismo, uguaglianza», ha rimarcato l’arcivescovo della capitale Dacca, Bejoy N. D’Cruz. In una fase di grave incertezza, il governo ad interim incontra difficoltà a «implementare la sua agenda sui diritti umani», ha affermato Human Rights Watch (Hrw). Le undici commissioni per le riforme, istituite nel 2024 per i vari settori della pubblica amministrazione, hanno offerto raccomandazioni che in molti casi governo non è riuscito ad accogliere. Nel frattempo, nota Hrw, «si registra un’allarmante ondata di violenza politica e contro i giornalisti da parte di gruppi estremisti». Anche l’economia vacilla ed ha bisogno di finanziamenti esteri. Il Prodotto interno lordo ha registrato un forte rallentamento nella crescita (il 3,3% nella prima metà del 2025, rispetto al complessivo +11,7% dell’anno precedente), mentre l’inflazione ha avuto un’impennata, rendendo sempre più difficile il sostentamento quotidiano per milioni di famiglie. Con un’aggravante che ha toccato l’intera popolazione: le condizioni ambientali, negli ultimi anni, hanno registrato un peggioramento per l’aumento delle temperature, che ha impatto anche sul mondo del lavoro e sulla produttività complessiva, come ha spiegato un recente rapporto della Banca Mondiale. Secondo l’Internal displacement monitoring center, centro di analisi e di studio sulla migrazione, in tale quadro dalle tante sfide, il Bangladesh è tra le regioni più soggette allo spostamento di masse di popolazione a causa di catastrofi climatiche: si prevede saranno oltre 20 milioni i «migranti climatici» in fuga dal Bangladesh entro i prossimi 20 anni, persone che si spostano nel Paese o fuggono all’estero, sia verso Paesi vicini come la Malaysia, o altre nazioni del sud est asiatico, sia verso occidente. Su questo fenomeno si innesta l’opera di reti criminali dedite alla tratta di esseri umani. Di recente anche i giudici italiani hanno potuto ricostruire una rete che porta i cittadini bangladesi in Italia dopo una tappa in Libia. Le vittime, attirate con il miraggio di un lavoro, finiscono in centri di detenzione in Libia, dove subiscono percosse e torture prima di essere vendute come schiave ad altre organizzazioni di trafficanti che li conducono sulle sponde europee.
Paolo Affatato

