Uno dei fatti più importanti accaduti durante l’estate, e di cui molto probabilmente non avete sentito parlare, sono le conseguenze pratiche dell’accordo fra USA e UE a seguito del discusso incontro fra Trump e Ursula Von der Leyen, avvenuto in Scozia il 28 luglio. In quella sede, per evitare dei dazi troppo elevati su molti prodotti commerciali, la Presidente della Commissione aveva in pratica accettato tutte le richieste del presidente americano. Ma questo in cosa si traduce dal punto di vista operativo e in particolare che effetti potrà avere sulle componenti ambientali? A seguito dell’incontro sopra ricordato, il 20 agosto, nel silenzio della stragrande maggioranza dei mass-media (salvo pochissime eccezioni, tra cui spicca la testata indipendente L’Italia che cambia), gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno firmato un nuovo accordo quadro commerciale, un framework agreement, ovvero una sorta accordo di base, senza ancora i dettagli, ma che fungerà da cornice per futuri accordi più precisi e puntuali. Il cuore dell’accordo è che gli Usa si impegnano a tenere dei dazi molto più bassi e limitati del previsto (in media attorno al 15%) in cambio dell’impegno dell’Ue di non mettere dazi sui prodotti Usa e di acquistare tutta una serie di beni e servizi. In particolare l’Unione Europea si impegna ad acquistare entro il 2028 fino a 750 miliardi di dollari in prodotti energetici quali gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti nucleari statunitensi. A questi si aggiungono almeno 40 miliardi di dollari in microchip USA di ultima generazione per l’intelligenza artificiale, destinati a potenziare i centri di calcolo europei. Una richiesta, accolta dai vertici UE, che rende l’Europa energeticamente e tecnologicamente ancora più dipendente dagli USA, ma che mette anche in discussione molte delle ambizioni climatiche del vecchio continente. Il tutto condito da ipocrisia, perché, come sappiamo, i derivati del petrolio sono particolarmente impattanti dal punto di vista ambientale, oltre a essere, quelli americani, anche particolarmente costosi. Ebbene in un passaggio dell’accordo appena sottoscritto si legge che le esportazioni energetiche statunitensi comportano «un rischio trascurabile di deforestazione globale». Una frase che sembra inserita apposta per aggirare le nuove leggi europee contro l’importazione di prodotti legati alla deforestazione. Naturalmente, oltre all’energia e alla tecnologia, c’è anche un’espansione della cooperazione militare e della sicurezza tecnologica, con l’impegno anche qui di investire ingenti risorse in prodotti USA. In tutto ciò, e veniamo forse alla questione più preoccupante, non solo non si fa nessun riferimento a limiti alle emissioni, nessuna condizione ambientale legata all’import di fossili ma, anzi, l’Unione Europea si impegna a rivedere alcune delle sue normative ambientali più avanzate, come il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism — il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere) e la direttiva sulla due diligence aziendale, ovvero la normativa che impone alle aziende di controllare che lungo tutta la loro catena di fornitura non vengano violati i diritti umani o causati danni ambientali. Insomma sta entrando nella sua fase applicativa un accordo che rischia di fare una quantità di danni enorme. L’Europa, con il suo sistema di normative in campo ambientale e dei diritti civili fra le più evolute al mondo, potrebbe essere un riferimento planetario per queste politiche e, invece, sceglie di inseguire il gioco al ribasso di Trump. A cui peraltro non si può neppure dare tutte le colpe, dal momento che queste scelte confermano quella linea politica suicida, dal punto di vista ambientale ed etico, che i partiti di maggioranza del nuovo Parlamento UE stanno cercando da mesi di attuare, attraverso di boicottaggio del Green Deal europeo approvato solo sei anni fa. Nel pieno disprezzo della volontà della maggioranza dell’opinione pubblica, che invece continua a considerare le questioni ambientali come centrali (vedi i vari sondaggi dell’Eurobarometro).
Per questo è fondamentale la mobilitazione, dal basso, della società civile e dei cittadini.
Armando Gariboldi



