Israele rivendica di aver decimato Hamas: migliaia di combattenti uccisi, vertici militari colpiti, arsenali e tunnel sotterranei ridotti in macerie. Ma a pagare il prezzo più alto resta la popolazione civile di Gaza: decine di migliaia di morti, città sventrate, sopravvivenza quotidiana appesa a cibo, acqua ed elettricità che non bastano mai. Eppure Hamas non cede. Perché? Se lo è chiesto anche il New York Times.
Il gruppo insiste nel garantirsi un futuro politico a Gaza e rifiuta ogni resa, più per ideologia che per calcolo militare. Fin dall’attacco del 7 ottobre 2023, che ha innescato la guerra, i leader hanno presentato le devastazioni seguite come «il prezzo inevitabile della libertà». L’obiettivo, dichiarano, non è sconfiggere Israele sul campo, ma trascinarlo in un conflitto senza sbocco, logorandone i rapporti internazionali.
La linea è chiara: «La resa non esiste nel dizionario di Hamas», dice al Nyt Khaled al-Hroub, studioso del movimento. E lo confermano i dirigenti militari, che parlano di «accordo onorevole» o, in alternativa, martirio. In concreto, significa fine delle ostilità alle condizioni di Hamas, con il gruppo ancora saldo a Gaza.
Per Israele è inaccettabile. Benjamin Netanyahu ha promesso che Hamas sarà annientato, con la forza o al tavolo dei negoziati. Nessun compromesso che lo lasci intatto. Nel frattempo, i civili palestinesi restano intrappolati tra le due rigidità. Il bilancio è spietato: circa 1.200 israeliani uccisi e 250 rapiti nell’attacco iniziale, oltre 60.000 morti a Gaza da allora, secondo il ministero della Salute locale. Due anni di guerra senza sbocchi, con Hamas convinto che la pazienza alla fine gli porterà un accordo accettabile e Israele deciso a chiudere ogni spiraglio.
Gli analisti avvertono che, prima o poi, Hamas dovrà affrontare compromessi pesanti – armi depositate sotto supervisione esterna, stop al reclutamento – ma il gruppo continua a rifiutare pubblicamente ogni ipotesi di esilio o disarmo.
Michele Carotenuto



