Gli user italiani sui social sono frustrati. Lo vedi nei commenti sotto ogni post che riguarda i conflitti in Ucraina e Palestina: tutti cercano disperatamente una dichiarazione forte, una posizione netta, un partito che abbia il coraggio di dire da che parte sta. E invece arrivano sempre le stesse frasi telegrafiche d’agenzia stampa, a corredo di interviste afone: «condanniamo le violenze», «serve il dialogo», «lavoriamo per la pace». Dichiarazioni-fotocopia che non lasciano alcuna traccia.
GEOPOLITICA POP
Non è un caso, e non è nemmeno tutta colpa della politica: è l’effetto diretto della polarizzazione che il web e i social ci impongono ogni giorno. Per la prima volta, la geopolitica è diventata popolare. Non è più materia da dossier riservati o editoriali di fondo: oggi si consuma nei feed di TikTok e Instagram. La guerra in Ucraina è stata definita la prima «guerra di TikTok», e con Gaza il salto è stato definitivo.
I dati confermano la tendenza. Il Digital News Report 2024 e 2025 del Reuters Institute fotografa un reset delle piattaforme: sempre meno notizie tradizionali nei feed, sempre più video brevi e creator che si improvvisano news-influencer. Tra gli under-35 sono loro a dettare l’agenda informativa: più dei giornali, più dei leader politici. È la prova che la geopolitica, con strumenti di democratizzazione e contenuti emotivi, è diventata «pop»: immediata, semplice, diretta al cuore.
Ma la grammatica dei social non conosce sfumature. Premia l’emozione, la semplificazione, la polarizzazione. O sei pro o sei contro. Chi osa dire «è complesso» viene spazzato via. Chi prova ad argomentare viene bollato come ambiguo o complice. Così, in un contesto che avrebbe bisogno di prudenza e mediazione, sopravvive solo la logica della tifoseria.
La guerra in Ucraina è stata un laboratorio. Non solo propaganda ufficiale, ma anche dirette Telegram dai bunker, citizen journalism, influencer che fanno open source intelligence in tempo reale. Una «guerra partecipativa», come l’hanno definita i rapporti del Carnegie Endowment e dell’Atlantic Council.
Sul fronte Gaza, la dinamica è ancora più evidente. Le ricerche del Pew Research Center (2024–25) mostrano come cresca la pressione sociale sui contenuti legati al conflitto: un segnale di polarizzazione che ha inciso direttamente sull’immagine internazionale di Israele e sulla leadership di Netanyahu. Un cortocircuito tra comunicazione digitale, geopolitica e diplomazia che ridisegna i rapporti di forza. E come ha scritto Catherine Cornet su Internazionale, «la guerra a Gaza si combatte anche su TikTok»: è lì che si formano percezioni e opinioni, soprattutto tra i giovani europei.
La viralità è stata senza precedenti. Immagini dal fronte, video amatoriali diffusi in tempo reale, hashtag globali come «All Eyes on Rafah», campagne contro grandi marchi accusati di silenzi o collusioni: tutto è diventato carburante per l’indignazione. In un contesto in cui la politica sembra impotente e il giornalismo non ha accesso alla Striscia, l’effetto-community si rafforza e si fa moltiplicatore, diventando una nuova e potente forma di legittimità politica.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’opinione pubblica ha scelto la causa dei Gazawi e Israele sta perdendo la «guerra» nell’infosfera. Dopo una prima campagna di advertising digitale – senza successo – ora prova a correre ai ripari. Come ha raccontato Repubblica, dieci influencer internazionali con milioni di follower sono stati portati nella Striscia per mostrare centri di distribuzione di cibo e acqua, in una missione dal titolo diretto: «Rivelare la verità». Un’operazione di crisis communication pensata per bilanciare le immagini di fame e carestia provenienti dalla Striscia.
Il problema è che questa controffensiva arriva tardi, quasi obbligata dalla pressione reputazionale esplosa da mesi. Sui social, infatti, esiste una regola spietata: vince il contenuto più forte, chi detta l’agenda, e non chi rincorre Questo tentativo, probabilmente, non riequilibrerà la percezione, anzi. La realtà resta l’unica grande sconfitta: annullata, travolta, sostituita da narrazioni che funzionano meglio dentro un feed che in un report delle Nazioni Unite.
La geopolitica cambia pelle e la politica annaspa. I leader scelgono la via più comoda: parole vuote, dichiarazioni annacquate, posizioni generiche che possano adattarsi a tutto. Ma i social non perdonano. Gli utenti, abituati alla nettezza di un hashtag, non accettano più l’ambiguità dei comunicati.
IL NODO EUROPEO
E qui arriva il nodo europeo. Comunicazione è politica. Stretta tra queste pressioni, l’Unione Europea rischia l’irrilevanza perché priva di una narrazione credibile: lenta, divisa, quindi debole. Un’irrilevanza frutto delle spinte nazionaliste che hanno logorato il progetto europeo e dell’incapacità delle classi dirigenti di contrapporre a quel nazionalismo un’idea popolare e sociale di nuova Europa. Con l’invasione russa dell’Ucraina e il ritorno di Trump, quell’illusione si è schiantata contro la realtà.
Intanto gli influencer lanciano campagne globali in poche ore, in una battaglia impari: da un lato la velocità brutale dei feed, dall’altro la lentezza della burocrazia. I social hanno reso la geopolitica accessibile, l’hanno portata nelle case e sugli smartphone di tutti. Ma al prezzo di una semplificazione brutale. E in una guerra di algoritmi e slogan, il silenzio non è neutralità: è già una sconfitta.
Marco Ferrante



