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Si è spento a 94 anni Gianni Berengo Gardin, «il fotografo civile»

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
12 de agosto de 2025
in Cultura
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Si è spento a 94 anni Gianni Berengo Gardin, «il fotografo civile»
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Ci sono fotografi che rincorrono la bellezza. Altri la notizia.

Gianni Berengo Gardin no. Lui trovava bellezza e verità quasi per caso, nelle pieghe, nei gesti, nei silenzi. Nei volti che nessuno voleva più guardare. Nelle storie che sembravano già dette e invece non lo erano mai. La sua Leica non era un’arma né un trofeo. Era uno strumento per osservare, ascoltare, aspettare. «Non voglio fare fotografie belle. Voglio fare fotografie giuste», diceva. E lo diceva sul serio. Berengo Gardin è morto ieri, il 7 agosto sera, a 94 anni. Era nato a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930; a Venezia aveva vissuto l’infanzia, prima di trasferirsi a Milano, dove iniziò la carriera di fotografo. Non come artista – ci teneva a precisarlo – ma come testimone: «L’impegno del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma civile». Fotografava in bianco e nero. Sempre. Il colore, diceva, distrae. Lo infastidiva. Scattava con la sua Leica, e non ha mai smesso. Nel 1997, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (Aism) lo coinvolse in un progetto. Non una campagna. Una storia. Quella di Marigia, 51 anni, insegnante, madre, con la sclerosi multipla da 28. La malattia l’aveva portata in carrozzina, ma non ai margini. Lavorava, studiava, viaggiava. Con la sua famiglia aveva rinegoziato la vita quotidiana, senza eroismi, senza clamore. Marigia non si era fermata. E Gardin non le chiese nulla. La osservò. In casa, in classe, in palestra, con i figli. Fotografò senza intervenire. «Io non rubo immagini. Entro in relazione. Se non c’è fiducia, non scatto». Quelle fotografie diventarono una mostra e una monografia: ‘La Vita, nonostante’. Sclerosi multipla, diario per immagini. Fotografie e momenti di vita stampati con l’antica tecnica del doppio nero, curate in ogni dettaglio, perché nulla alterasse il tono. Niente effetti, niente costruzioni. Solo la verità. Solo la presenza. Una donna, la sua famiglia, la malattia, la vita con tutte le sue ombre. In questi giorni si stanno moltiplicando i ricordi di Berengo Gardin, si racconta dei suoi oltre 200 libri, le 200 mostre, le collaborazioni con Il Mondo, il Touring Club, De Agostini. Lo si ricorda come uno dei 32 fotografi più importanti al mondo secondo Modern Photography, premiato da Leica e citato da Gombrich, Beaton, Cartier-Bresson. Ma quasi nessuno ha parlato di Marigia. Di questa piccola storia vera, diventata racconto per immagini. Di questa collaborazione silenziosa, ma profonda, con Aism. Che oggi, più che mai, è attuale. Dentro le sedi di Aism, quelle fotografie sono ancora lì. Sui muri, negli archivi, nelle memorie. Non come ricordi, ma come parte dell’identità di Aism. Marigia allora disse: «La sclerosi multipla non uccide. Ma può togliere molto. Il lavoro, l’autonomia, la possibilità di decidere». Gardin non la rappresentò e non la spiegò, la storia di Marigia. La raccontò nel modo in cui lei abitava quella condizione. Senza scorciatoie. «Devo ringraziare il lavoro che ho fatto per l’Aism- aveva ricordato in un’intervista per SM Italia- Ho un ricordo bellissimo di Marigia. Una donna di coraggio, insegnante in una scuola superiore, che si muove sulla sedia a rotelle. Anche il marito è una persona di valore… Conoscerli è stata una lezione, un esempio di volontà, di capacità di superare gli ostacoli. Quelle immagini – il profilo di lui che spinge la carrozzina di lei sul lungomare deserto, la prof circondata dai suoi ragazzi – sono segni di forza e di speranza». Quel lavoro non era un reportage. Era un gesto di attenzione. Un modo per dire che nessuno è la sua diagnosi. Che ogni persona merita di essere vista per quello che è, non per ciò che ha. Oggi quelle foto su Marigia ci parlano ancora. Restano. Ricordano che il lavoro è dignità, che l’autonomia non si misura in passi, ma in libertà. Che la fragilità esiste. E non è un errore. Gardin ha sempre detto che il fotografo non deve mai modificare ciò che vede. Su ogni sua foto, negli ultimi anni, faceva mettere un timbro: «Vera fotografia. Non modificata né inventata con Photoshop». Era il suo manifesto. Con Marigia, ha fatto quello che ha fatto per settant’anni: ha visto. Ha capito. E ha lasciato una traccia. In silenzio, con una Leica. E ancora, sono le sue parole a farci riflettere: «Col reportage non si diventa ricchi. D’altra parte, in questo modo si possono dire cose forti e chiare, esprimere idee e valori che si sentono, dare un aiuto a chi ne ha bisogno. Una fotografia riuscita, riuscita dal mio punto di vista, è forse una goccia nel mare, ma è qualcosa, dice qualcosa, può servire. Io ho questa soddisfazione, di aver lavorato anche per aiutare gli altri».

Articolo di Enrica Marcenaro, ufficio stampa Aism

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