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Scoperta una cavità sotterranea ai Campi Flegrei: aiuterà a gestire il rischio vulcanico

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
12 de agosto de 2025
in Mundo
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Scoperta una cavità sotterranea ai Campi Flegrei: aiuterà a gestire il rischio vulcanico
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Un gruppo internazionale di ricercatori guidato dall’Università di Pisa, in collaborazione con l’INGV (Osservatorio Vesuviano) e il GFZ Helmholtz Centre di Potsdam, ha rivelato una cavità nascosta a 3,6 chilometri di profondità sotto i Campi Flegrei, la nota caldera vulcanica nei pressi di Napoli estremamente pericolosa per le sue possibili eruzioni. Lo studio, pubblicato su Nature Communications Earth & Environment, apre nuove prospettive sulla dinamica dei fluidi magmatici e sulla valutazione del rischio vulcanico. La cavità, lunga circa 1 km, larga 650 metri, con uno spessore medio di appena 35 centimetri (quindi è più una frattura allargata che una cavità) e un volume stimato attorno ai 220.000 metri³, è collegata al serbatoio profondo che provoca il sollevamento del suolo, il bradisismo, e alle fumarole naturali nella zona di Solfatara e Pisciarelli. Il contenuto non è ancora stato confermato: potrebbero esserci gas ad alta pressione o fluidi magmatici. Secondo Giacomo Rapagnani, primo autore dello studio e dottorando a Pisa, la cavità emette un segnale sismico, da almeno sette anni, a frequenza costante a 0,114 Hz, dimostrando dimensioni e composizione stabili nel corso di questo periodo. Questa «risonanza» consente di tracciare i flussi di fluidi in profondità e individuare variazioni strutturali potenzialmente pericolose. L’intera area, monitorata dall’INGV, attraversa una fase di bradisismo iniziata nel 2005, con un sollevamento del suolo che ha raggiunto punte di circa 3 cm al mese. Dal 2018 sono stati registrati oltre 100 terremoti: quello più forte, di magnitudo Md 4.6, è avvenuto il 30 giugno 2025. Secondo alcuni geologi dell’INGV la sismicità aumenta con l’intensificarsi del sollevamento: quando la deformazione accelera, crescono anche frequenza e magnitudo dei terremoti, che in alcuni casi – seppur molto rari – possono raggiungere intensità fino a 5. Uno altro studio pubblicato su Science Advances suggerisce che l’attuale «unrest» (un termine usato dai geologi per indicare una fase di attività anomala in un vulcano che non necessariamente precede un’eruzione) sia guidato da un accumulo di pressione in un serbatoio geotermico sotto Pozzuoli, alimentato da fluidi sotterranei: una scoperta che conferma l’idea che non è solo la risalita di magma unica causa di sismicità e deformazione. La ricerca indica che gestire i flussi d’acqua o ridurre la pressione idrostatica del serbatoio potrebbe essere una strategia preventiva efficace. Secondo Francesco Grigoli, coautore dell’ultima ricerca e docente a Pisa, l’integrazione di tecniche sofisticate per l’analisi sismica e geofisica rappresenta un salto di qualità nella mitigazione dei rischi vulcanici. Solo interpretando grandi set di dati eterogenei si potranno distinguere segnali precursori significativi da rumore ambientale e geologico. Questa scoperta rappresenta un elemento fondamentale per un piano di sorveglianza: il rilevamento di risonanze stabili nei segnali VLP (segnali sismici a bassissima frequenza, usato in vulcanologia per studiare cosa accade all’interno di un vulcano, a grande profondità), accoppiato alla gestione delle risorse idriche sotterranee, può tradursi in un utile strumento di allerta preventiva, un vero e proprio approccio di «medicina preventiva» geologica.

Luigi Bignami

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