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Febbre West Nile: che cos’è e come si previene

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
22 de julio de 2025
in Salud
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Febbre West Nile: che cos’è e come si previene
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Negli ultimi giorni è circolata la notizia della prima vittima dell’anno in Italia del virus West Nile, trasmesso dalle zanzare: una donna laziale di 82 anni, contagiata a Fondi, nell’entroterra pontino, è morta in seguito alle complicanze neurologiche della malattia. Ma che cos’è la febbre West Nile? Quali zanzare la trasmettono? Quali sintomi provoca, e come si riconosce? C’è da preoccuparsi? Proviamo a rispondere ad alcune delle curiosità più diffuse su questa malattia. Il virus West Nile è un virus della famiglia dei Flaviviridae, individuato per la prima volta nel 1937 in Uganda nel distretto del West Nile, che ha dato il nome alla malattia. È diffuso in Africa, Asia occidentale, Europa, Australia e America ed è più frequentemente trasmesso all’uomo dalla zanzara comune (Culex pipiens): non una specie invasiva come la zanzara tigre che trasmette la dengue, bensì una delle specie autoctone più diffuse nel nostro Paese.  Ne sono però vettori anche altre specie di zanzare, e tutti i fattori che favoriscono la diffusione di questi insetti, come la presenza di paludi, irrigazioni abbondanti dei campi, i cambiamenti climatici (piogge abbondanti, temperature elevate) possono favorire l’aumento dei contagi. Il virus West Nile si trasmette invece da uomo a uomo. Il virus West Nile provoca una febbre (febbre West Nile) classificata come arbovirosi: si chiamano così le malattie infettive causate dagli artropodi, insetti come appunto le zanzare. La malattia, che ha un tempo di incubazione di 2-14 giorni dalla puntura, nell’80% dei casi non dà alcun sintomo. Nel 20% dei casi, in genere nei giovani adulti, provoca una sintomatologia leggera (febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei) che si risolve spontaneamente. In meno dell’1% delle persone infette (1 persona ogni 150 contagi), in genere persone anziane o con un sistema immunitario compromesso, si possono presentare forme più gravi, con sintomi neurologici (forti mal di testa, disorientamento, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsione, paralisi, coma). In un caso su 1000 il virus può causare un’encefalite letale. Come ha spiegato al Corriere Emanuele Nicastri, direttore dell’unità di Malattie infettive ad alta intensità di cura dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, nei casi più gravi dopo la presentazione dei sintomi si assiste in genere a un miglioramento, seguito da un peggioramento con alterazioni di coscienza e confusione. In quel caso bisogna accompagnare il paziente subito al Pronto Soccorso. Nelle persone sane, la febbre West Nile non è una malattia che deve suscitare particolare allarmismo: nella maggior parte dei casi non viene neanche avvertita e in un caso su cinque provoca i normali malesseri associati a un’influenza. Tuttavia è importante che i cittadini siano informati sulle modalità di prevenzione e che le autorità sanitarie tengano sotto controllo la sua diffusione, per intervenire arginando i contagi. Per i più fragili e per gli anziani e nelle aree più interessate dalla malattia, come è ora la provincia pontina (nei dintorni di Latina, nel Lazio) è opportuno iniziare a concepire la prevenzione delle punture di zanzara come una profilassi sanitaria e non solo come una cautela anti-pruriti. Indossare abiti chiari e lunghi, usare repellenti e zanzariere, evitare di stazionare in aree frequentate dalle zanzare dal tramonto all’alba sono piccole accortezze che tutti possono attuare.  Un altro accorgimento è eliminare l’acqua stagnante, per esempio dai sottovasi, nelle ciotole per l’acqua degli animali o nelle piscinette, dove le zanzare depongono le uova. Le autorità sanitarie possono eventualmente decidere per disinfestazioni mirate, anche se non è possibile eliminare del tutto le zanzare comuni. La febbre West Nile si previene così: non esistono vaccini, né cure specifiche. Oltre al caso dell’anziana deceduta, rimasta contagiata probabilmente tra il 10 e il 12 luglio, si contano nel Lazio altri sei casi confermati dallo Spallanzani, tutti nella stessa zona, tra Latina e provincia (Priverno, Fondi e Cisterna). Sono tutti casi autoctoni e non importati da altre regioni o altri Paesi. In quattro casi la situazione dei pazienti non desta preoccupazione, mentre due contagiati, due uomini di 63 e 72 anni con malattie pregresse, hanno avuto complicanze neurologiche e sono ricoverati in un ospedale di Latina. Secondo gli ultimi aggiornamenti dell’Istituto Superiore di Sanità, al 20 luglio 2025 erano 10 i casi confermati di infezione da West Nile virus nell’uomo in Italia dall’inizio dell’anno, inclusi quelli appena descritti nel Lazio. Gli altri tre da inizio anno si erano verificati in Piemonte, Emilia Romagna e Veneto (due con complicanze neurologiche e uno solo con febbre, in nessun caso letali). Nel 2024 i casi totali di virus West Nile individuati in Italia sono stati 460: in 272 persone la malattia aveva causato sintomi neurologici e 20 persone sono morte. In una buona fetta dei casi (46) il virus era presente in forma asintomatica ed è stato scoperto per caso nei donatori di sangue. La regione più colpita da virus West Nile lo scorso anno è stata il Veneto. Comunque, la presenza di questo virus in Italia non è una novità. Il primo focolaio di febbre West Nile fu scoperto nell’estate del 1998 nell’area circostante il Padule di Fucecchio, la più estesa palude interna italiana che si trova in Toscana, con alcuni casi clinici nei cavalli (animali come l’uomo colpiti dal virus). Nel 2002 fu attivato il piano di sorveglianza nazionale per il virus e, a partire dal 2008 e ogni anno da allora, sono stati trovati casi nell’uomo, in almeno 14 Regioni italiane (Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Sardegna, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Molise, Toscana, Basilicata, Lazio, Puglia, Calabria, Liguria). Il virus West Nile è dunque endemico nel nostro Paese e la sua circolazione, complici le condizioni che favoriscono le zanzare, è andata progressivamente aumentando. L’anno peggiore finora è stato il 2018, con 606 casi umani confermati di infezione, 239 si sono manifestati nella forma neuroinvasiva.

Elisabetta Intini

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