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Gaza, 12 stati adottano misure contro Israele tra cui l’embargo di armi

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
17 de julio de 2025
in Mundo
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Medio Oriente, il ministro Katz annuncia: «Ucciso Izadi, capo della Forza Quds che finanziò Hamas»

THE ISRAEL DEFENSE FORCES IDF MILITARI ISRAELIANI IN AZIONE NELLA STRISCIA DI GAZA

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Embargo sulle armi, stop agli appalti pubblici collegati a progetti illegali nei Territori palestinesi occupati e pieno rispetto delle decisioni dei Tribunali internazionali: queste, in breve, le misure diplomatiche, legali ed economiche coordinate che dodici Paesi si impegnano ad applicare «con effetto immediato» per «frenare l’attacco israeliano ai Territori Palestinesi Occupati». L’annuncio è giunto al termine di due giornate di lavori a Bogotà, dove una coalizione di 30 Paesi denominata The Hague Group e copresieduta da Sudafrica e Colombia ha stabilito all’unanimità che «l’era dell’impunità per Israele è finita». Nella dichiarazione congiunta, l’adozione delle sei misure coordinate viene definita «l’azione multilaterale più ambiziosa dall’inizio del genocidio di Gaza, 21 mesi fa», mirante ad «andare oltre le parole di condanna e intraprendere un’azione collettiva fondata sul diritto internazionale». I 30 Stati hanno inoltre stabilito che «il diritto internazionale deve essere applicato senza timore o favoritismi attraverso politiche e leggi interne immediate, insieme a un appello unanime per un cessate il fuoco immediato». Per raggiungere questi obiettivi, dodici Paesi – Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica – si sono impegnati a: impedire la fornitura o il trasferimento di armi, munizioni, carburante militare, equipaggiamento militare correlato e prodotti a duplice uso a Israele; impedire il transito, l’attracco e la manutenzione delle navi in qualsiasi porto in tutti i casi in cui vi sia un rischio evidente che la nave venga utilizzata per trasportare armi, munizioni, carburante militare, equipaggiamento militare correlato e beni a duplice uso verso Israele; impedire il trasporto di armi, munizioni, carburante militare, equipaggiamento militare correlato e beni a duplice uso verso Israele su navi battenti la propria bandiera e garantire la piena responsabilità, incluso il de-flagging, per il mancato rispetto di questo divieto; avviare una revisione urgente di tutti gli appalti pubblici, per impedire che istituzioni e fondi pubblici sostengano l’occupazione illegale del Territorio Palestinese da parte di Israele e ne consolidino la presenza illegale; rispettare gli obblighi di garantire la responsabilità per i crimini più gravi ai sensi del diritto internazionale, attraverso indagini e procedimenti giudiziari solidi, imparziali e indipendenti a livello nazionale o internazionale, per garantire giustizia a tutte le vittime e la prevenzione di crimini futuri; sostenere i mandati di giurisdizione universale, come e ove applicabile nei quadri giuridici e nelle magistrature nazionali, per garantire giustizia alle vittime di crimini internazionali commessi nel Territorio Palestinese Occupato. Nelle deliberazioni della conferenza di Bogotà, è stata fissata la data del 20 settembre, in concomitanza con l’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affinché altri stati possano unirsi a loro. Sono attualmente in corso consultazioni con le capitali di tutto il mondo. «Questi 12 Stati hanno compiuto un passo epocale», ha dichiarato Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. «Il tempo stringe affinché gli Stati – dall’Europa al mondo arabo e oltre – si uniscano a loro». «Siamo venuti a Bogotà per fare la storia, e ci siamo riusciti», ha dichiarato il presidente colombiano Gustavo Petro, osservando: «Insieme, abbiamo iniziato a lavorare per porre fine all’era dell’impunità. Queste misure dimostrano che non permetteremo più che il diritto internazionale sia considerato facoltativo o che la vita dei palestinesi sia sacrificabile». Il ministro sudafricano delle Relazioni Internazionali e della Cooperazione Ronald Lamola ha aggiunto: «Qui abbiamo affermato collettivamente che nessuno Stato è al di sopra della legge. Il Gruppo dell’Aja è nato per promuovere il diritto internazionale in un’era di impunità. Le misure adottate a Bogotà dimostrano che facciamo sul serio e che un’azione coordinata degli Stati è possibile».

Alessandra Fabbretti

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