Gaia Enceladus era una piccola galassia che orbitava attorno alla Via Lattea come satellite. Dieci miliardi di anni fa, la piccola galassia è scomparsa, «mangiata» dalla Via Lattea, che passaggio dopo passaggio ha attratto a sé le sue stelle. In realtà, la galassia fagocitata, benché definita nana, presentava dimensioni considerevoli, tanto che la fusione ha provocato potenti destabilizzazioni all’interno della Via Lattea. Lo stesso nome datole dagli astrofisici, Gaia Enceladus, sottolinea l’impatto che ha avuto sulla nostra galassia: se «Gaia» riprende il nome del satellite ESA che ne ha permesso la scoperta e l’analisi dei dati, «Enceladus» rappresenta un gigante della mitologia greca, imprigionato sotto la Sicilia e responsabile dei terremoti e delle eruzioni dell’Etna. La ricostruzione della morte di Gaia Enceladus è stata fatta in uno studio coordinato dall’Università di Firenze e pubblicato su The Astrophysical Journal Letters. L’articolo, intitolato «Evidence of Gaia Enceladus experiencing at least two passages around the Milky Way», dimostra per la prima volta che questo evento di fusione non è avvenuto in un unico episodio: Gaia-Enceladus ha attraversato più volte il disco della nostra galassia prima di dissolversi completamente. La scoperta è importante per ricostruire l’evoluzione della nostra galassia. Infatti, non tutte le stelle che oggi vediamo nella Via Lattea si sono formate al suo interno: alcune sono nate appunto in galassie che la Via Lattea ha inglobato nel tempo e che successivamente si sono dissolte al suo interno. «Siamo riusciti a identificare stelle provenienti da Gaia-Enceladus depositate nella Via Lattea durante il suo primo passaggio e gli attraversamenti successivi» spiega Ása Skúladóttir, prima firmataria dell’articolo e docente di Astrofisica, cosmologia e scienza dello spazio presso il Dipartimento Fisica e Astronomia dell’Università di Firenze. Questa è stata la sorte di Gaia-Enceladus, lentamente prosciugata del suo patrimonio stellare. Le sue stelle oggi sono sparse in tutta la Via Lattea, ma possono essere identificate grazie alle loro impronte chimiche e cinematiche uniche rispetto a quelle delle loro «vicine» nate in situ. «I risultati della nostra ricerca sono un decisivo passo in avanti per conoscere la storia della nostra galassia. Prima, infatti, sapevamo solo distinguere le stelle nate nella Via Lattea da quelle formatesi in altre galassie, senza però conoscere i dettagli precisi di questo processo» concludono le scienziate Unifi Ása Skúladóttir e Alice Mori, dottoranda in Fisica e Astronomia (Università di Firenze – INAF Osservatorio Astrofisico di Arcetri).



