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Un esame del sangue può salvarci la vita: ecco quali rivelano se ci ammaleremo

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
25 de mayo de 2025
in Salud
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Un esame del sangue può salvarci la vita: ecco quali rivelano se ci ammaleremo
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Nel corso degli anni, i laboratori di analisi cliniche hanno svolto un ruolo decisivo nella diagnosi precoce e nella gestione delle patologie. Fornendo altresì una serie di informazioni vitali sui livelli di salute dei pazienti e permettendo ai medici di individuare (e trattare), con tempestività, le condizioni dei loro assistiti. Ragione per cui, in un Paese dove la prevenzione non è ancora divenuta la prassi, conoscere il proprio stato di benessere fisico attraverso esami specifici può realmente fare la differenza. Secondo una indagine UniSalute-Nomisma del 2023, soltanto il 41 per cento degli italiani si sottopone regolarmente a controlli regolari. E ancora, tra chi non ha svolto nessun controllo nell’anno considerato, il 20 per cento fornisce come motivazione i tempi di attesa troppo lunghi, mentre il 19 per cento i costi eccessivamente alti. Ma subentra pure una scarsa cultura della prevenzione: tra le motivazioni più citate c’è la tendenza a fare visite solo quando ci si sente poco bene (29 per cento) e la convinzione di non avere bisogno di fare controlli (25 per cento). Eppure, intercettare con anticipo i «segnali silenziosi» può evitare, nel tempo, problemi ben più gravi.

Intercettare in anticipo i segnali

Il test più comune è l’esame del sangue, con il 75 per cento della popolazione che lo esegue almeno una volta ogni anno. È vero, ci sono alcuni esami di laboratorio che conosciamo molto bene. Basti pensare all’emocromo completo, probabilmente quello più richiesto, che è basilare per diagnosticare condizioni come anemia e infezioni. E ancora, al test della Pcr, che misura il livello Proteina C-Reattiva nel sangue, indicatore di infiammazione nel corpo. Fino alla glicemia a digiuno, che valuta i livelli di glucosio nel sangue ed è fondamentale per diagnosticare e monitorare il diabete. Esistono però alcuni esami del sangue, spesso poco noti (se non addirittura trascurati), che si rivelano indispensabili per monitorare gli aspetti chiave della salute (nella foto sotto del National Institute of Aging degli Stati Uniti, la tomografia del cervello di una persona affetta da malattia di Alzheimer). Cominciamo dalla lipoproteina, la «sentinella del cuore». Il test è utile, insieme alla valutazione del colesterolo, per stimare il rischio cardiovascolare e misurare la concentrazione di questa lipoproteina a bassa densità nel sangue. Quantità in esubero, infatti, sono legate a un alto pericolo di malattie cardiache. E ancora, l’emoglobina glicata, un’analisi del sangue per la diagnosi del diabete mellito, patologia quest’ultima nella quale l’organismo non produce sufficiente insulina. Il test valuta l’andamento della glicemia negli ultimi 60-90 giorni, misurando la concentrazione di emoglobina glicata, la quota di emoglobina che si lega al glucosio. Valori tra il 5,7 per cento e il 6,4 per cento potrebbero indicare un rischio di pre-diabete.

Cuore e glicemia: come controllarli

Focus poi sull’analisi dell’omocisteina, tra gli amminoacidi presenti naturalmente nelle cellule, che valuta la concentrazione nel sangue e nelle urine. Infine, ma non per ordine di importanza, l’Homa test (Homeostasis model assessment), un indicatore della sensibilità all’insulina. Se supera il valore di 2,5, può segnalare che le cellule stanno divenendo meno reattive all’azione dell’ormone, obbligando il pancreas a una produzione sempre più elevata per mantenere stabile la glicemia. Una vera e propria resistenza insulinica, che spesso è l’anticamera del diabete di tipo 2, determinando un fattore di rischio significativo per l’intero sistema cardiovascolare. In quest’ultimo caso, però, un semplice esame del sangue basato sulla misurazione dell’apolipoproteina B (apoB) può migliorare la prevenzione delle patologie cardiovascolari. Lo dimostra una ricerca, visibile sull’European Heart Journal, a cura della Chalmers University of Technology (Svezia) e della Harvard University (Stati Uniti). Quelli citati sono tutti esami del sangue che, se conosciuti e monitorati anche da soggetti sani, possono declinarsi in potenti strumenti di medicina preventiva. A maggior ragione in Italia. Basti pensare che nel report Health at a Glance Europe 2024, l’Eurostat pone il nostro Paese al decimo posto per spesa pro capite in test diagnostici, con una media di 193 euro annui. Un dato che palesa una ritrosia culturale.

I test che rivelano l’Alzheimer

Il ruolo cruciale del sangue nelle terapie trasfusionali è noto, al pari del suo apporto alle ricerche scientifiche su specifiche patologie. Tra queste, la malattia di Alzheimer: secondo il Global Action Plan dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2015 ha colpito 47 milioni di persone che, al 2030 prima e al 2050 poi, diverranno rispettivamente 75 e 132 milioni. Da qui, uno studio condotto dall’Università di Göteborg e consultabile su Jama Neurology, ha dimostrato l’efficacia di un test ematico che, addirittura, potrebbe rivelare la presenza della patologia 15 anni prima del manifestarsi dei sintomi. Si tratta di un esame fondato sulla rilevazione della proteina tau 217, un biomarcatore specifico dell’Alzheimer che, pur essendo ritenuto utile, ha una disponibilità di test decisamente circoscritta. «Ci piacerebbe giungere a un test del sangue che possa essere usato nello studio di un medico di base, che funzioni come un esame del colesterolo, ma per l’Alzheimer», spiega Maria Carrillo, responsabile scientifico dell’Alzheimer’s Association. Restando in Svezia, un team di ricerca dell’Università di Lund, insieme ai colleghi della Washington University School of Medicine di St. Louis (Usa), ha sviluppato un nuovo esame del sangue per capire se i sintomi di un paziente, come problemi di memoria e difficoltà di concentrazione, siano dovuti all’Alzheimer o ad altre cause come la depressione e l’ansia. Rilevando (nel caso di demenza) lo stadio di progressione della malattia. I dettagli dello studio sono su Nature Medicine.

Massimo Canorro

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