Dopo un’assenza di oltre 12mila anni, un antico predatore sembra tornato a calcare il suolo del Nord America. Parliamo dell’enocione (Aenocyon dirus), meglio noto come dire wolf (o anche metalupo per i fan del telefilm «Il trono di spade»), un canide vissuto nell’America settentrionale del tardo Pleistocene, e andato estinto, insieme alla megafauna di cui si cibava, al termine dell’ultima grande glaciazione. La notizia arriva da Colossal Biosciences, azienda statunitense impegnata in una crociata per riportare in vita alcune delle più iconiche specie del passato, come i mammut lanosi o il dodo. E che sembra aver raggiunto il suo primo successo: una «cucciolata» di enocioni prodotti ricreando il loro antico Dna sull’impalcatura di quello del loro parente vivente più stretto, il lupo grigio. I tre cuccioli – due maschi di sei mesi chiamati Romolo e Remo, e una femmina più giovane, nata a gennaio e ribattezzata Khaleesi (come la madre dei draghi del telefilm, tanto per rendere più evidente il rimando ai metalupi di George Martin – attualmente sarebbero in perfetta salute, ospitati in un’area recintata di 800 ettari in un luogo non meglio specificato degli Stati Uniti. Hanno la pelliccia completamente bianca, e dimensioni maggiori di quelle dei comuni lupi grigi: a sei mesi di età i due maschi peserebbero circa 36 chili, circa sei volte di più rispetto a un lupetto della stessa età. Tutte caratteristiche scritte nell’antico genoma degli enocioni, insieme a una testa più larga, spalle più pronunciate e anche più spesse. O almeno, è quanto asseriscono i ricercatori di Colossal Bioscences. L’azienda avrebbe infatti utilizzato il genoma sequenziato da due fossili risalenti a 13mila e 72mila anni fa, le cui caratteristiche riscrivono, almeno in parte, quello che pensavamo di sapere su questa specie. Come ha spiegato intervistata da Wired.com la biologa molecolare Beth Shapiro – che dallo scorso anno lavora come direttore scientifico per la Colossal Biosciences – le nuove analisi in attesa di pubblicazione su una rivista scientifica avrebbero dimostrato che gli enocioni non sono, come ritenuto in precedenza, parenti stretti degli sciacalli africani. Ma piuttosto, una specie nata dall’incrocio di due popolazioni di lupi avvenuto tra i 2,5 e i 3,5 milioni di anni fa, imparentati strettamente con i lupi grigi moderni, e caratterizzati da una pelliccia praticamente bianca (almeno gli esemplari utilizzati per il sequenziamento). Il genoma estratto dai due fossili è stato utilizzato come template per identificare i tratti che differenziavano questi antichi animali dai gli attuali lupi grigi. Utilizzando l’editing genetico, quindi, i ricercatori dell’azienda avrebbero apportato 20 modifiche su 14 geni del Dna dei lupi, e quindi trasferito il materiale genetico all’interno di ovociti di lupo grigio, e impiantato gli embrioni così ottenuti in una madre surrogata (cagne meticce di grossa taglia). Completata la gravidanza, sono quindi nati quelli che Colossal Biosciences definisce i primi esemplari di enocione degli ultimi 12.500 anni. L’obiettivo dell’azienda è quello di ottenere un intero branco, così da poterne studiare i comportamenti e le caratteristiche ecologici, e iniziare a immaginare una loro reintroduzione nell’ambiente che abitavano nel lontano passato (processo che ovviamente dovrà superare diversi ostacoli, burocratici e scientifici, prima di poter essere messo realmente in pratica). Nel frattempo, c’è chi fa notare che gli animali sono – tecnicamente – esemplari di lupo grigio modificati geneticamente: il genoma è ancora, al 99,9 percento, quello dei lupi attuali, e non sarebbe corretto, quindi, definirli enocioni, nonostante assomiglino a questa specie estinta sia geneticamente che per le loro caratteristiche fisiche. In futuro, la Colossal Biosciences ha dichiarato di avere in programma di tentare anche la creazione di esemplari ottenuti utilizzando al 100 percento il Dna ricostruito dai campioni fossili di enocione. Per ora rispondono alle critiche ammettendo che se un animale sembra un enocione e si comporta come un enocione, per loro tanto basta. E a prescindere da come la si pensi, è difficile comunque non attendere con ansia la prossima puntata: la «de estinzione» del mammut, un programma che dovrebbe produrre i primi cuccioli intorno al 2028.
Simone Valesini



