L’altro giorno sentivo alla radio l’intervista a Vito Alfieri Fontana, un produttore di armi «pentito». Chiusa l’azienda di famiglia si è messo addirittura ad occuparsi dello sminamento. Mestiere pericoloso che, a guerra finita, continua a mietere vittime, perché sminare un territorio comporta rischi mortali, non infrequenti. Quella di Fontana è una scelta, probabilmente figlia dei sensi di colpa per quelle mine prodotte in parte anche dalla sua azienda. Ma non è la «semplice» cessazione di un’attività in cui non si riconosce. La sua conversione lo porta a una espiazione tanto profonda da mettere in gioco la sua stessa vita per salvarne altre. Una storia che va oltre all’uomo che la sta vivendo perché tocca una ferita aperta di cui non si parla quasi mai. Soprattutto perché le armi hanno a che fare con molte più persone di quanto non si creda. Non tanto chi le impiega per mestiere e nemmeno chi le utilizza per estorsioni o regolamenti di conti. Questi ed altri sono semplicemente gli utilizzatori materiali. Sono invece tantissimi, più di quanti si possa immaginare, coloro che speculano consapevolmente acquistando titoli legati alle armi, grazie ai quali vedono salire il valore delle proprie azioni a doppia cifra. Perché le aziende produttrici di armi, grazie all’incremento di valore dei propri titoli, ottengono fondi diretti da utilizzare per ricerca, sviluppo, produzione di armi sempre più micidiali e «puntuali». Perché l’aumento della domanda di azioni fa sì che cresca il prezzo delle azioni stesse, migliorando la valutazione dell’azienda produttrice che potrà così attrarre nuovi investitori o accedere più facilmente a finanziamenti futuri. Si sarà contribuito così a consolidare la forza dell’azienda sul mercato: una realtà su cui investire. Probabilmente è utopico pensare che non investendo su di loro, le industrie delle armi ne risentano e, di conseguenza, lo scenario appena descritto possa andare al contrario. Però, se non riteniamo che ciò possa accadere, facciamone almeno una questione di principio: se intendiamo speculare diventiamo complici di un discutibile «successo», viceversa stiamone fuori. Non mi interessa unirmi al coro buonista di chi costantemente invita alla pace. Anche perché sono assolutamente consapevole che la guerra è una realtà ciclica che da sempre accompagna e accompagnerà l’uomo: lo dimostrano i libri di storia e i saggi dedicati all’argomento. Ma arricchirsi grazie ai titoli delle industrie delle armi ritengo sia cosa misera e, soprattutto, rende partecipi di quei conflitti che di armi vivono. Inutile negarlo. Chi fa queste scelte ne è, o dovrebbe esserne, consapevole. Per chi non lo sapesse, esistono politiche di investimento responsabile o ESG (Environmental, Social, Governance) basate su criteri che valutano l’impatto ambientale, sociale e la qualità della governance di un’azienda o di un’attività. Grazie a queste politiche si evitano investimenti in settori controversi. Come quello degli armamenti.
Pietro Greppi


