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Home Giovanni Cardone 

Il Miracolo del Sangue di San Gennaro: Tra Paganesimo e Cristianesimo  

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
14 de octubre de 2024
in Giovanni Cardone , Italia, Sociales
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Il Miracolo del Sangue di San Gennaro: Tra Paganesimo e Cristianesimo  
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Giovanni Cardone

Da una vita vivo il culto di San Gennaro dove la città si paralizza per l’evento, dove paganesimo e cristianesimo si fondono in quella che noi forse comunemente chiamiamo superstizione. Tale termine indica un insieme di pratiche rituali e di credenze derivanti da ignoranza, da convinzioni ormai superate o da atteggiamenti di natura irrazionale. Il termine superstizione deriva dal latino (superstitiònem, parola composta da sùper, sopra, e stìtio, stato): Cicerone nella sua opera De natura deorum (La natura degli dei) definisce “superstiziosi” coloro che pregavano insistentemente le divinità affinché i loro figli sopravvivessero, fossero cioè superstiti (ovvero sani e salvi). Il termine ha poi assunto nei secoli un significato più ampio. Quando frequentavo l’università ed abitavo a Napoli non mai mancato alla festività di San Gennaro andavo alle quattro del mattino da lontano arrivava il custode ed apriva il portone più tardi verso le quattro e mezza arrivano le parenti di San Gennaro tutte vestite di nero con il velo in testa e si mettevano davanti per iniziare le litanie e preghiere, più tardi arrivano le personalità religiose e civili della ‘Città’ . Posso affermare che nel III secolo d.C., quando era imperatore Diocleziano, verso il 293 d.C., sotto la pressione di Galerio l’imperatore emanò tre Editti contro i Cristiani, dando inizio a una delle più terribili persecuzioni del tempo in tutti i luoghi dove dominava anche indirettamente l’impero di Diocleziano. In tale contesto si inserisce la storia del martirio di San Gennaro, in quel tempo Vescovo di Benevento. Gennaro (da Januarius) era in stretto contatto con il diacono Sossio o (Sosso) che era in quel tempo la guida della comunità cristiana di Miseno, importante porto romano sulla costa occidentale del litorale Flegreo. Gennaro venne a conoscenza che Sossio era stato imprigionato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania, per le funzioni religiose che quotidianamente venivano celebrate nonostante i divieti accusato di aver attentato alle leggi dell’Impero romano. Gennaro si mosse da Benevento insieme a due suoi compagni, Festo e Desiderio, per visitare Sossio in carcere.  Il giudice Dragonio, informato della loro presenza li fece subito arrestare, con l’accusa di essere cristiani e quindi, ribelli alle leggi dello Stato. Tutto ciò provocò le proteste di Procolo, Diacono di Pozzuoli e dei due praticanti cristianimolto vicini a Procolo, Eutiche ed Acuzio, i quali, insieme al Vescovo Gennaro, furono subito arrestati e condannati insieme agli altri tra cui Gennaro, ad essere dilaniati e divorati dagli orsi nell’anfiteatro di Pozzuoli.  Ma prevedendo disordini di popolo, tramutò la sentenza in decapitazione. Il 19 settembre del 305 d.C. furono tutti decapitati nel foro di Vulcano presso la Solfatara di Pozzuoli. Si racconta di una donna di nome Eusebia che riuscì a raccogliere in due ampolle, (i cosiddetti lacrimatoi) parte del sangue di Gennaro, Vescovo di Benevento, e conservarlo presso di sé con religiosità e venerazione (era usanza dei cristiani di quel tempo raccogliere i corpi o quel che restava insieme a tutte le cose appartenute ai martiri per venerarne le reliquie). Pertanto i cristiani di Pozzuoli, nottetempo, seppellirono i corpi nell’agro Marciano, villaggio tra Agnano e Fuorigrotta, oggi cupa Marzana .Si presume che Gennaro avesse solo 35 anni quando subì il martirio. Oltre un secolo dopo, quando ormai i cristiani con l’Editto di Costantino avevano acquisito non solo la libertà di professare la propria fede, ma dignità e una certa tolleranza con l’Impero, nel 431 d.C. (13 Aprile), per volontà del Vescovo di Napoli le reliquie del Santo furono trasportate nelle catacombe di Capodimonte che da quel momento presero il nome di Catacombe di San Gennaro, accanto alle reliquie di Sant’Agrippino Vescovo (le reliquie degli altri sei martiri seguirono altre strade verso i luoghi di provenienza). Si racconta che, lungo il percorso della Via Antiniana scelta quale via per trasportare le spoglie di San Gennaro, furono edificate piccole cappelle (edicole)e poi chiese, in quanto durante il viaggio si sarebbe verificato il primomiracolo della liquefazione del sangue: la chiesa di San Gennariello al Vomero, oggi parte integrante del convento dei Frati minori conventuali, e la Cappella detta “Vacchiano”, in seguito abbattuta e nei pressi della quale fu edificata la Basilica Pontificia di San Gennaro ad Antignano. All’Epoca del Martyrologio di San Gennaro secondo il Taglialatela S. Cosma, detto S. Zosimo (oggi Cosimo), non era affatto Vescovo di Napoli, ma colui che trasportò “in primis” il corpo del Martire da Pozzuoli all’Agro Marciano ed in un secondo momento, dall’Agro Marcianoin Napoli presso le catacombe di San Gennaro dei Poveri, nella piccola chiesa di San Severo.   Lo Scherillo nella dissertazione quarta che tratta “del Sepolcro della Gente Januaria”,  la parola “Marcianum” era ricorrente sin dalle prime catacombe di San Gennaro dei  Poveri, in quanto i “Marciano” erano gente nobilissima della vicina città di Pozzuoli, presso il lago di Agnano nelle vicinanze dell’agro Marcianum: Lo stesso cognome è ricorrente nella Raccolta Epigrafica del Museo Nazionale di Napoli:   Iscrizioni Latine n°801-777-788-718, da cui si evince che i Marciano di Pozzuoli erano forse congiunti con gli “Januarij” di Napoli, essendovi anche a Napoli dei “Marciano” di cui si fa menzione nella stessa Raccolta Epigrafica iscrizione n° III; ed   Ancora nelle stesse catacombe dove fu deposto il corpo di San Gennaro, ritroviamo la lapide di un “MARCIANUS, PRIMARIUS CIVITATIS NEAPOLITANAE”. Per la qual cosa, come confermato anche dallo Scherillo, tutto fa pensare che la gente “Marciana” fosse congiunta con la “Gente Januaria” e che quindi, il corpo di San Gennaro fu occultato proprio nell’Agro Marciano volutamente, in quanto come se fosse custodito in casa propria, in quel luogo dove era un “Praedium” gentilizio dei suoi parenti, i quali ebbero grande rilevanza sia nelladeposizione primaria e  sia nella traslazione dall’Agro Marciano in Napoli.   La storia  tramanda che in molti martiri si ritrova l’uso di staccare il capo dal corpo nella  conservazione dei resti mortali (vedi Pietro e Paolo in San Giovanni in Laterano) così  avvenne anche per San Gennaro; difatti nel secolo VIII Sicone principe longobardo  rapì dalla Basilica extra-moenia di Napoli i resti mortali del Santo, trasferendoli in Benevento: ma il capo già da tempo non era più con il corpo, separato e deposto nell’Oratorio della Stefania (di Santo Stefano) mai muovendosi dalla città  di Napoli; di qui l’uso di mettere sull’urna l’immagine del teschio, proprio ad  indicare il contenuto. Le ampolle contenenti il sangue del martire, furono traslate con  il capo sin dal XIV° secolo e deposte nella torre a sinistra della basilica. La storia tace sulle modalità con le quali le ampolle giunsero nella città di Napoli. Si tramanda che una matrona di nome Eusebia, forse la nutrice del Santo come afferma il Taglialatela, avesse raccolto il sangue di San Gennaro in ampolle e che per certo rimasero presso di sé per diversi anni nella villa Antoniana oggi Antignano. Ogni anno si era soliti fare una doppia processione, una muovendo da Napoli recando la testa del Santo e l’altra da Pozzuoli recando le ampolle con il sangue.  Questi due  percorsi con le reliquie si incontravano proprio in Antignano ove accadde il prodigio della liquefazione del sangue ed in questo luogo furono consegnate le sacre ampolle a San Cosimo o Cosma, in seguito custodite nella Cappella del Tesoro eretta nel Duomo: non esiste però, alcun documento di tale funzione, neppure il Rituale di Orsini ne fa alcun cenno.  Ma per volontà del popolo, fedele all’antica credenza religiosa, fu edificata proprio in Antignano una cappella in nome ed in onore del Santo, in quanto è lì che si crede fosse avvenuto la prima volta il miracolo; secondo altre versioni la cappella fu edificata in quanto il carro di Timoteo che portava i restimortali di San Gennaro, avesse fatto sosta in quel luogo, ed ancora forse in quel luogo si fosse soffermato il  Vescovo in solenne processione, traslando il corpo di San Gennaro dall’Agro Marciano in Napoli.  Era il mese di maggio 1799, mese in cui ricorreva il miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro. I fedeli affollavano il duomo in attesa del miracolo, chi in silenziosa preghiera e chi acclamando a gran voce al miracolo.  L’esercito francese con a capo il Generale Championnet era presente in ogni angolo della città ed anche nella zona del Duomo le truppe francesi assistevano vigili al compimento del miracolo.  Constatando che l’evento ritardava a manifestarsi e che il popolo già  minacciava una sommossa, si dice che un soldato francese salito sull’altare e rivoltosi a un prelato che officiava in preghiera abbia riferito in tono minaccioso il seguente tragico ammonimento: “…in nome del Generale Championnet vi comunico che se entro dieci minuti non avverrà il miracolo voi sarete fucilato qui sull’altare”. Seguì un lungo silenzio, poi un urlo di gioia in quanto proprio pochi minuti dopo,sotto gli occhi increduli del Generale e delle sue truppe avvenne il miracolo dello scioglimento del sangue. Il popolo acclamava il Santo Patrono e le truppe francesi si dovettero ritirare a furor di popolo. Dopo le numerose testimonianze che io vengo a mettere sotto gli occhi del lettore non stupirà più di un lungo grido di entusiasmo, quello che durante cinque secoli il miracolo di San Gennaro ha provocato non solo a Napoli, ma in tutta Italia e nell’intero mondo cristiano e che ancora ai nostri giorni  provoca. In questo immenso concerto di lodi, che, dopo tanti secoli ascende dalla terra verso il cielo, dove trionfa il grande Martire Napoletano, domina naturalmente la voce del popolo napoletano che accorre numeroso, sollecito, pieno di fiducia e di amore. Io non parlo solo del popolino, tutte le classi del popolo napoletano sono state sempre largamente rappresentate, dopo le più alte personalità dello Stato, il Re, quando c’era il Re a Napoli, fino ai più umili lazzaroni. Carlo III si recò nel 1734; Giuseppe Bonaparte nel 1806; Murat nel 1814; Ferdinando II, il lunedì del 2 Maggio 1831. Un testimone oculare racconta la visita di quest’ ultimo: “La liquefazione avvenne dopo tre quarti d’ora, quando verso le 11 del mattino, fu annunciata la visita di Ferdinando II e della sua corte. Il Cardinale Arcivescovo Ruffo lo accolse sulla scalinata della Cattedrale. Poi il corteo entrò nella chiesa, preceduto dalla guardia reale.  In testa avanzava il cardinale, a seguito il Re e i Principi reali suoi fratelli, circondati dagli ufficiali di corte. Tutti entrarono nella Cappella del Tesoro e vennero a inginocchiarsi sullo scalino dell’altare maggiore, dove erano esposti la testa e il sangue”.  Il Cardinale subito si alzò; prese le ampolle sacre sul loro ostensorio e le presentò al  re inginocchiato. Il Re le osservò a più riprese, poi le baciò, e finalmente ricevette  la benedizione dalle manidell’Arcivescovo.   Non erano trascorsi ancora tre anni, che il principe che comandava a Napoli il X Corpo d’armata, duca d’Aosta, cugino del Red’Italia si recò con la duchessa, sua moglie, una francese figlia del Duca di “Chartres” il 19 settembre del 1905 in occasione del 16° centenario del martirio di San Gennaro. 

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Il Principe e la Principessa arrivarono nella cattedrale, o come si dice al Duomo un po’ prima delle nove. Sulla soglia furono ricevuti dall’Arcivescovo di Napoli, Eminentissimo Cardinale Prisco, il quale presentò loro l’acqua benedetta con squisito garbo, a mezzo della deputazione laica, con a capo il sindaco di Napoli, e a mezzo della deputazione ecclesiastica. Essendo entrati nella Cappella del Tesoro, essi pregarono sul posto ai piedi dell’altare maggiore. Il Monsignore di Bagnoli teneva il reliquiario: I Principi seguivano la cerimonia con profonda attenzione. Il sangue era molto duro e la liquefazione avvenne dopo quaranta minuti di attesa. Poi si inginocchiarono per baciare con rispetto l’ampolla miracolosa. Essi assisterono, nel coro della cattedrale alla messa pontificia, baciarono una seconda volta l’ampolla e si ritirarono tra le acclamazioni dei napoletani, toccati da questo segno di rispetto dato al loro beneamato Santo. Ma non ci sono solo i napoletani nella Cappella del Tesoro, quando avviene il miracolo; come nei secoli  scorsi, vi sono un gran numero di stranieri: Italiani, Francesi, Spagnoli, Tedeschi, Russi, Americani, ecc. venuti da ogni parte del mondo, perfino dall’Africa e dall’Asia. Tale concorso di popolo iniziato sin dal XV secolo, non si è mai  rallentato, al contrario, è andato sempre più aumentando con una flusso maggiore di  comunicazione mondiale. Oggi è più forte che mai. C’è un curioso spettacolo in  quanto folli miste si spingono nella cappella il giorno del miracolo: genti di tutte le condizioni, di ogni età e di ogni sesso; ricchi e poveri, preti e laici, colti e ignoranti,  credenti e increduli, attirati gli uni dalla fede, gli altri da curiosità, parecchi tormentati  dal dubbio, vengono a chiedere all’ampolla misteriosa degli argomenti a conferma  della loro fede vacillante. In mezzo a queste folle senza sosta rinnovate, non mancano personaggi illustri venuti da lontano; si vide nel 1495 il Re di Francia Carlo  VIII; nel 1543 il Re maomettano di Tunisia, Mulcassen; nel 1593 il Duca di Baviera;  nel 1625 il Principe Reale di Polonia, Ladislao, figlio di Sigismondo III. Nel corso del XVII secolo, il Generale spagnolo Giovanni d’Austria, Massimiliano Filippo,  fratello del Duca di Baviera, il Principe della Boemia, il Principe di Legnano, il Duca di Mantova, il gran Cancelliere di Scozia, il Conte di Perth, il Vicerè di Sardegna, il conte di Altamura. All’inizio del XVIII secolo, esattamente il 18  Aprile 1702, il Re di Spagna Filippo V, nipote di Luigi XIV. Cinque anni dopo, la Regina di Polonia, una francese, moglie del celebre Jean Sobieski, rimase attonita davanti a tale miracolo. Verso il 1730 il Principe Guglielmo di Saxe-Gotha, che era protestante, si convertì alla vista del miracolo; l’11 gennaio 1775, l’Arciduca Massimiliano d’Austria; il 4 Maggio 1799, il Generale francese Macdonald. Nel XIX sec. successivamente l’Arciduchessa Maria-Anna di Genova; il Re di Sardegna Carlo Emanuele di Savoia e la Regina Adelaide Clotilde di Borbone, sua moglie; il Re Carlo IV di Spagna; il romanziere  francese Alessandro Dumas; lo storico Allemand Hurter, ancora protestante, ma che doveva qualche giorno dopo la sua visita, abbracciare il cattolicesimo; il 5 Maggio 1862, il Re Vittorio Emanuele II; nel 1873, l’Imperatrice di Russia con la figlia;dopo il re Umberto I con la Regina Margherita, sua moglie; nel 1902 la Regina Natalia di Serbia; nel 1903 la Regina Amalia del Portogallo, figlia del Conte di Parigi, che cinque anni prima una disgrazia aveva distrutto crudelmente. La maggior parte di questi visitatori avevano lasciato alla Cappella un ricordo del loro passaggio. Umberto I e la Regina Margherita fecero dono di una croce di brillanti del valore di 25.000 franchi. Altri doni in natura, calici, statue, ornamenti sacerdotali, furono fatti sia per la città, sia per i semplici particolari. Il loro valore totale supera, si dice, più di due milioni di franchi.  Tanto il miracolo di San Gennaro ha suscitato entusiasmo in tutte le epoche della sua storia. E ancora non viene conteggiata la somma enorme che costò la costruzione della sua cappella. Ma non è solamente per le visite per il miracolo e per le offerte alla Cappella del Tesoro, che si traduce l’entusiasmo dei popoli. Esiste tutta una letteratura relativa a tale fenomeno: vi sono stati, alternativamente, nel corso dei secoli racconti da parte degli storici, canti da parte dei poeti, studi approfonditi da parte dei cultori; ancora oggi, più che mai è oggetto di studio, attraverso libri, giornali, riviste, di tutte le latitudini e di tutti i colori. Tra gli storici  che lo hanno approfondito e raccontato, va citato: nel XVI sec. Thomas Bozio; nel  XVII sec., Capaccio, Caracciolo, Pietrasanta, Chioccarelli, Melchiorre; nel XVIII sec.  Falcone, Geronimo Maria di Sant’Anna, il Cardinale Gotti, Putignani, Capecelatro, il  bollandista Stilting24; nel XIX sec. il Canonico francese Postel, dottore in Teologia,  Montuori, Ruggiero, il Reverendo Padre Taglialatela. Tutti lo ritengono un vero  miracolo; molti lo ritengono una prova della divinità della Chiesa Cattolica. Il poeta  Giano Anisio lo cantava già nel XV Secolo. Fra Bernardino di Sicilia, nel XVI  Secolo, Raffaele Zito, nel XIX sec. Zito parla dell’affluenza degli stranieri a Napoli: “Da Paesi distanti, da Regioni lontane, gli stranieri sono venuti a contemplare il miracolo. Qui è venuto l’inglese, dissacratore dei nostri riti, che egli chiama superstizione italiana, ed è rimasto stupefatto davanti all’altare ove si compie l’inspiegabile miracolo. Qui è venuto il francese del XVIIIsec. ricco di spoglie del mondo, arrossato di sangue umano, alla ricerca della venerata reliquia, pieno di rispetto, ha reso omaggio al Santo Martire. Francesco Pietro si indegna contro l’incredulo ostinato, che l’evidenza del miracolo non lo tocca”. Diversi inni latini o italiani cantano il grande miracolo. Intanto gli storici raccontano il fatto, mentre i poeti lo cantano, i cultori lo studiano dopo più di un secolo. Un primo studio sul   luogo fu eseguito nel 1794 e 1795 da qualche professore dell’Università di Napoli: essi osservarono lo stato della temperatura ambientale al momento del miracolo, lo stato del sangue e la dilatazione della liquefazione. All’inizio del XIX sec. un altro professore della stessa Università, Fergola, lo studiò nel suo viaggio e pubblicò un discorso apologetico. Dopo di lui l’Abate Antonio de Luca.  Patrizio, Vescovo di Charlestown (Stati Uniti), Bonito, Pietro Punzo, Sperindeo,Paolo Silva. Infine un prete austriaco, l’Abate Weber, nel 1905, lancia a uno studioso di Breslau una sfida pubblica di 1000 corone, che racconteremo più avanti. Tutti questi difensori hanno valorosamente combattuto e vigorosamente contribuito a glorificare il Santo dimostrando la verità soprannaturale del suo miracolo. Ma nessuno avrà contribuito quanto il Padre Taglialatela dal punto di vista storico, Mons. Punzo e Mons. Sperindeo, dal punto di vista scientifico: essi meritano tutti e tre una menzione speciale. Ecco perché ho voluto donare le loro fotografie, e parlare  più a lungo delle loro persone e dei loro lavori. Mons. Pietro Punzo nacque a Napoli  nel 1835 e fece tutti i suoi studi in questa città: a vent’anni entrò come studente di chimica all’Università e seguì i corsi del celebre Sebastiano de Luca. Egli ne uscì col titolo di farmacista chimico. Qualche anno dopo, egli rientrò come professore. Nominato subito chimico della città e Direttore del Gabinetto Municipale di chimica, egli fu chiamato ad analizzare l’acqua di Serino, che dopo il suo rapporto favorevole, alimenta Napoli. Nel frattempo, il grande avvocato napoletano Diomede Narvasi lo designò come esperto in diversi affari importanti. Egli godeva, senza dire, della stima generale presso i suoi colleghi dell’ Università, stimato soprattutto da M. Sebastiano de Luca che, avendolo avuto per molta lungo tempo per alunno, aveva potuto, meglio degli altri apprezzare i suoi meriti. Anche quando nel 1879, il vecchio professore, dopo aver assistito più volte al miracolo di San Gennaro, ebbe la felice idea di fare studiare lo sbalorditivo fenomeno in modo continuo e metodico da un uomo competente, è sul suo giovane collega Pietro Punzo che gettò gli occhi. La missione era delicata quanto onorevole. Mons. Punzo che non poteva rifiutare  nulla al suo venerato maestro, l’accettò  immediatamente. Il maestro morì poco dopo,  ma il discepolo non dimenticò la sua  promessa: egli ne acquistò tale coscienza e  successo che gli valsero le felicitazioni di  parecchie distinte persone, come l’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Sanfelice  Acquaviva. In seguito al mio ultimo viaggio a Napoli, nel settembre 1906, io tenni a  Portargli anche i miei umili omaggi, mi recai al suo domicilio in via Mergellina 206, con il mio amico “Souilié”, come ho detto prima.  Anche se sofferente, egli volle lo stesso riceverci. Egli ci ricevette nella parte dove c’era una sua  fotografia. Vedemmo un vegliardo di settant’anni circa ancora ben eretto. La sua  accoglienza fu sollecita e cordiale: egli rispose alle nostre domande relative a San  Gennaro con una bella grazia squisita. Io ho già citato la sua testimonianza molto categorica sul carattere che bisogna attribuire alla liquefazione. Tengo a ripeterlo: “Questo fenomeno, egli disse in termini appropriati, è indubbiamente soprannaturale.”E salutandolo, ci congedammo con la speranza di rivedere l’amabile vegliardo a un prossimo viaggio. Ma Ohimè! Mons. Punzo ben presto fu costretto a letto e morì. La Signorina Maria Punzo, sua figlia mi annunciòla dolorosa novella in termini così commoventi che rilevano non solo la fede cristiana ma anche la tenerezza di figlia: “Il mio povero e caro padre è salito al cielo il 10 novembre 1906, tra il rimpianto di tutti coloro che lo conoscevano e lo stimavano.” Beati coloro che, dopo la loro morte meriteranno di essere rimpianti così! Oh! Per esempio, un uomo che non pensa di morire ancora, sebbene non sia più tanto giovane, è il Reverendo Padre Taglialatela dell’Oratorio di Napoli. Egli è pieno di santità e di vigore, malgrado la sessantina; una vita vissuta già per metà, la sua bella testa  ornata di capelli bianchi, il suo aspetto imponente e dolce ispira ai suoi visitatori un  rispetto misto a simpatia. La sua area meditativa e solenne denota l’uomo di studio. È  un’esistenza mirabilmente riempita la sua! Alzato di buon’ora, dice la sua messa  verso le sette. Dopo entra nel confessionale dove resta rinchiuso tutta la mattinata, sino all’incirca mezzogiorno. E ciò avviene quasi tutti i giorni. Gli ho fatto visita al mattino tre volte e tutte le tre volte l’ho trovato al suo posto di combattimento. I pomeriggi li dedica sia a fare i corsi di archeologia sacra agli alunni del liceo arcivescovile di Napoli, sia a lavori personali, poiché è un fecondo scrittore che scrive articoli per riviste sempre molto interessanti, è membro di parecchie società di cultura di Napoli e di Roma. Predicatore notevole, ha pubblicato i suoi sermoni, storico e agiografo anche meticoloso oltre che erudito, egli ha composto con amore la vita di parecchi santi. Ma il suo santo prediletto è San Gennaro. Ciò va spiegato in quanto essi sono vicini. Il convento dell’Oratorio, dove abita il Reverendo Padre, è proprio a fianco della Cattedrale di San Gennaro. Tra il Convento e la Chiesa c’è solo da attraversare la strada.  Il padre l’ha attraversata molto spesso per osservare il miracolo. In modo sorprendente egli ama e celebra il grande taumaturgo! Nel 1893 egli ha scritto la storia del suo culto. Nel 1905, anno del sedicesimo centenario, egli ha raccolto tutto ciò che è stato raccontato sulla vita del santo35 senza farsi garante di tutte le leggende che troppo spesso la contornano. “Io ho approfittato di queste due opere, le ho citate nella mia prefazione, tengo a ripeterlo qui e a rinnovare al Padre Taglialatela l’espressione della mia gratitudine e della mia rispettosa ammirazione” così teneva a precisare l’anonimo autore francese di questa suite di brani. Infine l’Abate Gennaro Sperindeo è un uomo ancora giovane, all’incirca35 anni dall’occhio vivo e dall’aria intelligente. Napoletano di origine, abita a Napoli in Via San Sebastiano, 71, con la sua veneranda madre.  Professore di matematica e di fisica in diverse scuole della città, egli dedica a S. Gennaro il tempo libero da impegni professionali. L’affetto che egli prova per il grande Patrono di Napoli, che è allo stesso tempo il suo interesse principale, ha qualche cosa di toccante: egli lo chiama alcune volte il mio S. Gennaro. Nel 1901, le sue conoscenze fisiche, nonché il suo vivo amore, lo portarono a studiare scientificamente il fenomeno della liquefazione. Egli lo osservò da vicino e per lungo tempo a più riprese e pubblicò le sue osservazioni in un saggio di 55 pagine al quale un accumulo eccessivo di cifre e di calcoli, dà veramente un’aria un poco rigida ma con contenuti interessanti. Era un esordio che prometteva. L’Autorità diocesana ha sudato a riconoscere i meritevoli servizi di questo devoto prete. Dopo qualche anno si costituì un comitato nella città di Napoli sotto la presidenza del Conte Marino Saluzzo di Corigliano, in vista di erigere in onore di S. Gennaro una chiesa sulla piccola collina di Antignano, nello stesso luogo dove la Tradizione dice che avvenne nel 315 la prima liquefazione. Avendo ricevuto molte donazioni, i lavori subito cominciarono. Quando la cripta fu portata a termine ci si occupò di nominare un cappellano: fu designato l’Abate Sperindeo: non si poteva scegliere di meglio. Ecco l’entusiasmo e le devozioni ammirevoli che ha suscitato questo grande miracolo: in tutti i secoli presso tutti i popoli e tutti i gradi della scala social, egli infatti ha trovato ammiratori ed encomiatori. Non a caso ci dirà qualche lettore: questa serie di testimonianze ha una sua importanza. C’è interesse a sapere ciò che essa pensa la Chiesa; poiché essa ha ricevuto la missione di conservare prima di tutto il mandato della fede. Diteci dunque quale sia stato e quale sia ancora il suo atteggiamento davanti a tale Miracolo.  Quello di custodire nei secoli e negli anni l’evento miracoloso che fa parte del tessuto connettivo della città , lo dimostra che nel terzo millennio e nel nuovo secolo parliamo di questo miracolo ovvero  “ lo scioglimento del sangue” , ma più di tutti ci preme affermare  che si parli  ancora di lui : San Gennaro.

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