Terreeni equilibrati: l’affascinante legame tra la pioggia e l’azoto atmosferico, base per la vita

Come ben sanno soprattutto gli agricoltori, non tutte le acque sono uguali. Sebbene composte ovviamente tutte da H2O i loro effetti sulle biocenosi del suolo (pedofauna e microrganismi) e della superficie (in primis i vegetali) possono essere molto diversi se, ad esempio, per l’irrigazione o la fertilizzazione viene utilizzata acqua piovana (dal cielo), di fiume (di mezzo) o di pozzo/falda (da sottosuolo). La capacità bagnante, ovvero di svolgere le funzioni di irrigazione, a parità di condizioni sembra essere maggiore nella pioggia rispetto alle altre acque, purché scenda dal cielo con la giusta intensità. Ma è soprattutto il suo legame con l’azoto atmosferico che fornisce interessanti spunti, soprattutto in una logica critica nei confronti delle fertilizzazioni chimiche, delle quali l’azoto è l’elemento principe e quello storicamente più datato, con l’invenzione dell’urea, il primo fertilizzante chimico, nel 1828 da parte del medico-chimico tedesco Friedrich Wöhler , poi perfezionata assieme ad altri prodotti da parte del chimico Justus von Liebig, padre della chimica di sintesi applicata all’agricoltura. Von Liebig con le sue ricerche migliorò l’analisi organica e applicò all’agronomia la scoperta dello svizzero Nicolas-Théodore de Saussure, il quale capì che le piante si nutrono di anidride carbonica tratta dall’aria e di sostanze minerali prelevate dal suolo. Tuttavia anche secondo Liebig il grosso dell’azoto utilizzato dalle piante è fondamentalmente ricavato dall’atmosfera, dove non a caso costituisce il 78% della sua composizione. Anche da questi primi studi e poi con lo sviluppo della chimica di sintesi nel XX secolo si è poi sempre più sviluppata l’agricoltura industriale, con i suoi metodi intesivi di fertilizzazione attraverso il massiccio utilizzo di sostanze chimiche (in particolare sali di azoto, fosforo, magnesio e calcio). Quello che però i padri dell’agricoltura chimica moderna non immaginavano è che, con il tempo e con l’abuso di queste sostanze di sintesi nel terreno, si sarebbero innescati pericolosi meccanismi che, paradossalmente, stanno impoverendo proprio quella vitalità che si intendeva preservare e potenziare. Quanto più alta è la dose di fertilizzante azotato usata, tanto maggiore è la perdita di carbonio del suolo e quindi il suo rilascio in atmosfera. Inoltre, impiegare del suolo azoto di sintesi chimica fa diminuire l’azoto da accumulazione naturale che avviene attraverso la pioggia. Aggiungere azoto solubile destabilizza l’ecosistema pianta-suolo riducendo l’attività delle micorrize e dei batteri azotofissatori, riducendo e inibendo le associazioni microbiche che appunto fissano nel suolo l’azoto atmosferico portato dalla pioggia. Il che contraddice la nozione diffusa che occorra la fertilizzazione azotata per ottenere carbonio stabile: è il contrario. La fissazione biologica dell’azoto atmosferico tramite le precipitazioni previene l’acidificazione del suolo, la volatilizzazione dell’azoto nell’atmosfera come ossidi volatili e azoto gassoso, ed evita la lisciviazione di questo elemento nelle falde e nelle acque superficiali. I terreni equilibrati senza azoto di sintesi sono anche meno soggetti all’invasione di specie vegetali avventizie, la cui germinazione è stimolata dalla disponibilità di nitrati. Insomma un ciclo naturale pesantemente compromesso dall’abuso di prodotti di sintesi e in cui l’acqua, in particolare quella che scende dal cielo, gioca un ruolo fondamentale.

Armando Gariboldi

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