Così le nuove tecnologie ci stanno facendo arretrare di un secolo sui diritti umani

«Nel 2023, le violazioni dei diritti umani sono state dilaganti». Comincia con questa frase il rapporto annuale di Amnesty International, un termometro molto preciso che certifica ogni anno lo stato dei diritti umani in tutti i Paesi del mondo. Quattro le tematiche che secondo l’organizzazione evidenziano un preoccupante arretramento a livello globale: il trattamento dei civili come un elemento sacrificabile nelle situazioni di conflitto armato, la crescente reazione violenta contro la giustizia di genere, l’impatto sproporzionato delle crisi economiche, del cambiamento climatico e del degrado ambientale sulle comunità più marginalizzate e le minacce di tecnologie nuove e già esistenti, come l’intelligenza artificiale generativa. In dodici mesi – spiega il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, abbiamo assistito a un passo indietro di decenni e il futuro prossimo si annuncia molto preoccupante. A causa dei conflitti in corso, c’è stato un deragliamento completo del diritto internazionale, ovvero di quel sistema di protezione dei diritti attraverso la supremazia delle norme internazionali nato alla fine della Seconda Guerra Mondiale; e poi abbiamo visto l’avvento di nuove tecnologie, che ci preparano a nuove forme di sorveglianza di massa attraverso l’intelligenza artificiale: quindi da un lato le regole che c’erano vengono violate, dall’altro ci si prospetta un futuro senza regole». A pesare come macigni, come sempre accade, sono i conflitti, in particolare l’invasione dell’Ucraina e la guerra tra Israele e Hamas. L’aggressione della Russia contro l’Ucraina – si legge nel rapporto – è stata segnata da «persistenti crimini di guerra»; le forze russe «hanno attaccato indiscriminatamente aree abitate e infrastrutture civili energetiche e altre legate alle esportazioni di cereali, torturato o altrimenti maltrattato prigionieri di guerra e causato un’estesa contaminazione ambientale attraverso atti comprendenti l’apparentemente deliberata distruzione della diga di Kakhovka». In Medio Oriente, le autorità israeliane si sono sforzate in modo particolare di far passare gli attacchi che hanno effettuato su Gaza come conformi al diritto internazionale umanitario. In realtà, sostiene Amnesty, «si sono prese gioco di alcune delle sue norme cardine. Hanno trascurato i principi di distinzione e proporzionalità con l’accettazione di enormi perdite di vite civili e la massiccia distruzione di obiettivi civili». Le tecnologie che avrebbero dovuto rendere l’uomo più libero e indipendente, sono sempre più utilizzate da gruppi politici e da interi Stati, per veicolare odio contro le minoranze e per reprimere le proteste. In molte parti del mondo, scrive Amnesty, «soggetti politici stanno aumentando i loro attacchi contro le donne, le persone Lgbtqia+ e le comunità marginalizzate, da sempre capri espiatori per ottenere consenso elettorale»; le grandi piattaforme, invece di moderare, monetizzano sull’odio, spesso incentivando l’engagement su argomenti fortemente divisivi. «Quando proviamo a confrontarci con le piattaforme social – spiega Riccardo Noury – otteniamo risultati solo attraverso le denunce. Abbiamo denunciato Meta per come ha attizzato l’odio in Etiopia, come già avevamo fatto per il Myanmar; su TikTok abbiamo stilato due rapporti, denunciando un modello di business basato sull’engagement forsennato che può provocare danni alle persone istigando addirittura tendenze suicide; ma la piattaforma sui cui abbiamo più lavorato è Twitter, che da quando si è trasformata in X è degenerata e non prevede praticamente più moderazione: è diventata un luogo tossico di attacchi e di molestie nei confronti soprattutto delle donne». A fianco a questo, registriamo un uso sempre più massiccio delle tecnologie legate all’intelligenza artificiale per rafforzare politiche discriminatorie. Paesi come Argentina, Brasile, India e Regno Unito, utilizzano il riconoscimento facciale controllare le proteste di piazza e gli eventi sportivi. Amnesty International, attraverso un’azione giudiziaria, ha costretto il dipartimento di polizia di New York a rendere noto come aveva utilizzato queste tecnologie per sorvegliare il movimento di protesta Black Lives Matter. La più grande organizzazione di promozione dei diritti umani nel pianeta non ha problemi a utilizzare il termine «genocidio» per descrivere le azioni del governo guidato da Netanyahu sulla Striscia di Gaza: le crescenti prove di crimini di guerra – si sottolinea – «documentano come le forze israeliane abbiano bombardato affollati campi per rifugiati ed edifici residenziali, più volte spazzato via intere famiglie e distrutto ospedali, scuole gestite dalle Nazioni Unite, panetterie e altre infrastrutture cruciali. Hanno fatto passare i loro generici ordini di evacuazione del nord di Gaza come validi avvertimenti e misure di precauzione ma, in pratica, hanno sfollato con la forza quasi 1,9 milioni di palestinesi (pari all’83 per cento della popolazione totale di Gaza di 2,3 milioni) dalle loro abitazioni e hanno deliberatamente negato loro gli aiuti umanitari, nel quadro del persistente blocco illegale su Gaza». Questi e altri fattori, secondo Amnesty, hanno costituito allarmanti segnali di genocidio. «Questi crimini – continua Riccardo Noury – si alimentano anche grazie a all’irresponsabile commercio di armi: ovviamente il primo Paese che tiriamo in causa sono gli Stati Uniti, che continuano a inviare armi a Israele, ma anche in Italia manca la trasparenza e non c’è la certezza che siano cessati i trasferimenti dall’inizio del conflitto. A pagare il prezzo più alto di tutto questo sono le popolazioni civili delle città: pagano le popolazioni civili delle città ucraine, quelle di Gaza, quelle del Myanmar, i milioni di sfollati del Sudan. Nella recente escalation tra Israele e Iran a pagare è stata Amina Al – Hassouni, una ragazzina di sette anni di un villaggio non riconosciuto e sotto minaccia da parte delle autorità di Tel Aviv.» Le nuove tensioni tra Israele e Iran preoccupano, non solo per le imprevedibili conseguenze di un allargamento del conflitto, ma anche perché, verosimilmente, un diretto coinvolgimento militare di Teheran avrebbe conseguenze drammatiche per la popolazione che già subisce violenze e vessazioni di ogni tipo. «È chiaro – spiega ancora il portavoce di Amnesty Italia – che più si allargherà il conflitto e più saranno i civili a pagare il prezzo più alto: lo hanno pagato i civili israeliani il 7 ottobre e lo pagano ancora gli ostaggi nelle mani di Hamas, pagano un prezzo terrificante quelli di Gaza, e il rischio è che lo paghino anche popoli di quella zona che già vivono in una situazione terribile. Il 2023, per l’Iran, è stato l’anno in cui si sono registrati tantissimi stupri ai danni delle manifestanti contro il regime; è stato l’anno in cui è tornata la repressione contro le donne che rifiutano l’obbligo di indossare il velo; sono tornate in strada le agenti della ‘polizia morale’ e le strade di Teheran si sono riempite di carri attrezzi che hanno portato via le automobili delle donne sorprese a guidare senza il velo. Nel 2023 in Iran ci sono state 853 impiccagioni. Noi contestiamo l’ipocrisia della comunità internazionale, che fino a qualche settimana fa era dalla parte delle donne iraniane: se l’escalation dovesse proseguire con conseguenze drammatiche per quelle donne, cosa ne sarebbe di tutta quella ostentata solidarietà?». Anche in Italia, negli ultimi dodici mesi, c’è stato un preoccupante arretramento. «Il 2023 – continua Riccardo Noury – è stato un anno di passi indietro dal punto di vista del rispetto dei diritti umani in Italia. Abbiamo visto la criminalizzazione del dissenso, con nuove norme e sanzioni nei confronti degli attivisti per la giustizia climatica. Gli spazi di libertà diminuiscono e c’è un uso eccessivo della forza sempre più presente nelle manifestazioni, in particolare quelle che da ottobre scorso sono state organizzate in solidarietà con la popolazione palestinese di Gaza». Gli fa eco Ilaria Masinara, direttrice delle campagne di Amnesty International Italia: «Il nostro governo – spiega – non si è espresso su questioni di diritto internazionale molto rilevanti, mentre continua l’export delle armi verso Israele. Dal punto di vista della tutela della libertà di movimento e del diritto di asilo ci sono stati passi indietro fondamentali come quello che ha eroso la protezione internazionale o ancora ha deciso di stringere accordi con l’Albania per la delocalizzazione del sistema di detenzione dei migranti. Dal punto di vista dei diritti di genere della comunità Lgbtqia+, sono stati fatti passi indietro rispetto all’autodeterminazione o alla discriminazione o ancora creando un sistema di narrativa tossica nei confronti dei figli e delle figlie delle coppie omogenitoriali».

Fabio Salamida

Related Post