{"id":3765,"date":"2024-04-29T09:11:23","date_gmt":"2024-04-29T12:11:23","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=3765"},"modified":"2024-04-29T09:11:24","modified_gmt":"2024-04-29T12:11:24","slug":"in-mostra-a-roma-omaggio-a-giacomo-matteotti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=3765","title":{"rendered":"In mostra a Roma\u00a0 Omaggio a Giacomo Matteotti\u00a0"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Padre della Democrazia&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 16 Giugno si potr\u00e0 ammirare al Museo di Roma \u2013 Palazzo Braschi una mostra dedicata a Giacomo Matteotti \u2013 Vita e Morte di un Padre della Democrazia nel centenario della scomparsa,il percorso umano e politico del leader socialista a cura diMauro Canalicon la direzione e il coordinamento generale diAlessandro Nicosia.&nbsp; La mostra, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, \u00e8 organizzata e realizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare con l\u2019Associazione culturale Costruire Cultura, con il supporto organizzativo di Z\u00e8tema Progetto Cultura, sotto il patrocinio del Ministero della Cultura,con la presenza di Banca Ifis in qualit\u00e0 di main partner, con il contributo di Camera di Commercio di Roma e la partecipazione di Archivio Storico Luce, Rai Teche, Fondazione Pietro Nenni e AAMOD \u2013 Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. La mostra si pregia, inoltre, degli importanti prestiti di Fondazione Pietro Nenni, Archivio di Stato di Roma, Archivio Centrale dello Stato, Archivio Storico della Camera dei Deputati, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Accademia dei Concordi, Archivio Marco Steiner. Con la profonda dignit\u00e0 e l\u2019alto senso civico dimostrati in un tragico momento della nostra storia, Matteotti \u00e8 diventato l\u2019archetipo dell\u2019avversario tenace e incorruttibile del fascismo. Un esempio il suo, animato da un solido imperativo morale e da un forte slancio civile, che ancora interroga la vita politica e culturale del nostro Paese. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Giacomo Matteotti apro il mio saggio dicendo : Giacomo Matteotti nacque il 22 giugno 1885 a Fratta, un comune di 4000 abitanti del Polesine. I genitori erano Gerolamo (1839-1902) e Elisabetta Garzarolo (1851- 1931), di condizione modesta. Il padre veniva da Pejo, da una famiglia di calderai. Ebbero in esercizio un negozio di mercerie e di ferramenta: lavoratori tenaci e risparmiatori raggiunsero una media agiatezza investendo in terreni e fabbricati, il cui valore complessivo fu stimato nel 1925 pari a 1.203.826 lire. Visitandone la casa nell\u2019estate del 1915, Aldo Parini la descriveva a un piano, \u201cammobigliata modestissimamente\u201d, perch\u00e9 solo successivamente venne restaurata e abbellita di mobili appartenenti ad una villa gentilizia di Ficarolo. A piano terreno, a destra entrando, era una stanzetta arredata con tavoli e scaffali, e serviva a Matteotti da studio: \u201cqui lavorava e riceveva visite\u201d. Padrona della casa era la madre: \u201cuna vecchietta asciutta e energica dallo sguardo vivido\u201d (Aldo Parini, La vita di Giacomo Matteotti, a cura di Marco Scavino e Valentino Zaghi, Rovigo, Minelliana 1998). Nell\u2019Epistolario Giacomo ha lasciato un\u2019immagine viva dei genitori: \u201cla irrequietudine che la tien sempre in movimento, sempre in attivit\u00e0, dalla mattina alla sera, quasi mai un momento seduta. Non ha avuto quasi nessuna istruzione; ma conosce praticamente pi\u00f9 di tanti uomini. \u00c8 all\u2019antica, ma nessuna cosa moderna la offende, e anzi aborre la femminilit\u00e0 indolente o sentimentale. In alcune cose le assomiglio; ma in altre assomiglio a mio padre: negli occhi, nel mento, e nella durezza del carattere, che lo aveva lasciato solo contro i molti, odiato e calunniato spesso, cos\u00ec che le mie facili vittorie di oggi mi sembrano la dovuta rivendicazione: \u00e8 anche un debito che io assolvo, \u00e8 una speranza nutrita fin da bambino, quando mi struggevo per non capire e per non potere\u201d. \u00c8 soprattutto in questa veste, di madre premurosa nei confronti del figlio impegnato, che ci viene restituita dalla documentazione a noi pervenuta. In quanto al padre si sa che Giacomo gli avrebbe dedicato quel grosso lavoro sulla Cassazione sul quale molto si impegn\u00f2, ma che mai avrebbe visto la luce. Giacomo ebbe due fratelli: Matteo (1876-1909), il maggiore, e Silvio, che si occupava delle aziende di famiglia. Entrambi morirono prematuramente per etisia.<\/p>\n\n\n\n<p>Giacomo sub\u00ec l\u2019influenza decisiva di Matteo. Questi, compiuti gli studi universitari a Venezia e a Torino, aveva pubblicato il volume L\u2019assicurazione contro la disoccupazione, per i tipi Bocca nel 1901. Consigliere comunale e provinciale, sindaco di Villamarzana, presidente della Societ\u00e0 di mutuo soccorso di Fratta, Matteo contribu\u00ec non poco a indirizzare il fratello pi\u00f9 giovane verso l\u2019idealit\u00e0 e la militanza socialista, cos\u00ec come all\u2019approccio rigoroso verso gli studi. \u00a0Al saggio sulla Recidiva Giacomo premise la seguente dedica: \u201cAlla memoria di Matteo, fratello mio e amico, che con occhio affettuoso protesse il crescere di queste pagine, e non pot\u00e9 vederne il compimento\u201d; e Matteo chiam\u00f2 il secondo nato. Resta da dire di Velia Titta, conosciuta all\u2019Abetone nel 1912, moglie dal 1916. Dotata di notevole cultura, fu anche autrice di un romanzo, L\u2019idolatra, che pubblic\u00f2 nel 1920 presso l\u2019editore Treves sotto lo pseudonimo di Andrea Rota. Fu la compagna di vita, punto di riferimento costante sul piano psicologico a cui comunicare speranze, preoccupazioni e ansie; insostituibile sostegno e completamento affettivo, attrice sensibile di un intimo dialogo di natura strettamente culturale. Il matrimonio fu allietato dalla nascita di tre figli, Giancarlo, Matteo e Isabella, tutti chiamati con curiosi vezzeggiativi (Chico, Bughi, Cialda). La corrispondenza con Velia a noi pervenuta ci restituisce un Matteotti passionale, amante della vita, dell\u2019arte, del cinema, della musica, viaggiatore sempre curioso. Grazie all\u2019agiatezza famigliare Giacomo fu nella condizione di compiere gli studi superiori al liceo ginnasio \u201cCelio\u201d di Rovigo. Si iscrisse quindi alla Facolt\u00e0 di Giurisprudenza a Bologna, dove si laure\u00f2 il 7 novembre 1907 discutendo in diritto e procedura penale la tesi Principi generali di Recidiva con Alessandro Stoppato, giurista eminente di orientamento clerico-moderato, deputato e senatore dal 1920. Si sa cos\u00ec che a Roma, dove risiedette dal 1906 al 1908 presso il dottore Curzio Casini, in Via Florida, ben lontano dall\u2019ambito polesano, apprese \u201cun po\u2019 di inglese\u201d, scambi\u00f2 \u201cqualche conversazione in tedesco\u201d, non tralasci\u00f2 la lettura di \u201cqualche romanzo in francese\u201d, e soprattutto cur\u00f2 gli studi di statistica. Ancora nel 1909 Stoppato ne assecondava l\u2019intento di rivedere e pubblicare la tesi anche ai fini di un eventuale concorso per la libera docenza (\u201cio sar\u00f2 lieto di vederla salire\u201d). Ne lesse il lavoro con attenzione riconoscendone \u201coriginalit\u00e0 d\u2019indagine\u201d, senza mai dismettere il ruolo di maestro (\u201cho segnato qualche punto\u201d). Il libro usc\u00ec nel 1910 per i tipi Bocca con il titolo La recidiva e sottotitolo Saggio di revisione critica con dati statistici. Vi sosteneva l\u2019urgenza della riforma del sistema penale e penitenziale e, in un capitolo conclusivo intitolato La liberazione dal carcere, caldeggiava come \u201cultimo grado di evoluzione il moderno principio della pena a tempo indeterminato\u201d, cio\u00e8 la determinazione giudiziaria di un massimo alto \u201cinsieme a larghissime facolt\u00e0 di liberazione anticipata\u201d, sia pure in subordine a controlli e garanzie. La militanza non sembrava conciliarsi con lo studio del diritto penale (\u201cci rimette\u201d), specialmente dopo che nel 1910 fu eletto nel consiglio provinciale per il mandamento di Occhiobello. Ma l\u2019attrazione degli studi penalistici rimase ugualmente viva. Nella compresenza di tali e tanti impulsi avvertiva una propria momentanea \u201cdebolezza\u201d, che gli sembrava di ostacolo al buon fine dell\u2019impegno, qualunque esso fosse. \u00c8 un punto importante, questo, per comprendere il carattere di Matteotti: la tensione verso un obiettivo compiuto, che poi tale non avrebbe mai potuto essere del tutto, e in ci\u00f2 l\u2019impulso ad agire con tenacia e in prima persona. Riprese di buona lena gli studi solo sotto le armi, nel 1917-19, quando, a fronte delle incombenze materiali della vita di caserma, \u201cproprio lo studio (restava) una delle maggiori consolazioni\u201d. Occorre tenere presente, infatti, che nella seduta del 5 giugno 1916 in Consiglio provinciale aveva tenuto un duro discorso contro la guerra, pur aderendo al programma assistenziale annunciato, per cui era stato denunciato e processato per il reato di \u201cgrida sediziose\u201d e \u201cdisfattismo\u201d, e quindi condannato nel luglio 1916 dal pretore di Rovigo, con sentenza confermata dal Tribunale il 18 aprile 1917, finch\u00e9 la Cassazione non ne annull\u00f2 il dispositivo senza rinvio con la motivazione dell\u2019insindacabilit\u00e0 dei discorsi dei consiglieri provinciali nell\u2019esercizio delle funzioni. Riformato per la causa della morte dei fratelli, fu sottoposto a revisione e ritenuto idoneo ai servizi sedentari. Segu\u00ec anche un corso allievi ufficiali a Torino, ma gli fu negata la nomina a ufficiale. Fu trasferito lontano dal fronte, a Messina, come \u201cpervicace violento agitatore, capace di nuocere in ogni occasione agli interessi nazionali e pericoloso\u201d, ma riusc\u00ec, protestando, a evitare il campo di concentramento dei pregiudicati per reati comuni. \u00a0Nel marzo 1917 Matteotti aggiornava Stoppato sui nuovi studi orientati su problematiche processuali connesse al progetto del trattato sulla Cassazione a cui stava attendendo. L\u2019interlocutore manifest\u00f2 apprezzamento (\u201cinteressante\u201d, \u201cscritto veramente su basi scientifiche\u201d) per l\u2019articolo Nullit\u00e0 assoluta della sentenza penale, che apparve su \u201cRivista di Diritto e procedura penale\u201d: Matteotti non era pi\u00f9 solo il discepolo stimato, ma il \u201ccarissimo amico\u201d. I riconoscimenti e gli incoraggiamenti pervenutigli nel corso degli anni da personalit\u00e0 politicamente distanti, perfino negli anni in cui ricopriva cariche politiche a livello nazionale, ne attestavano la precoce autorevolezza. In una delle ultime lettere, in data 10 maggio 1924, proprio al senatore Luigi Lucchini, conservatore, direttore de \u201cLa Rivista penale\u201d, che gli confermava la stima personale e lo esortava a dedicarsi agli studi forse mosso anche da un proposito protettivo, Matteotti rispondeva di non vedere \u201cpurtroppo\u201d il tempo nel quale ci\u00f2 gli sarebbe stato possibile e con accenti nobili concludeva: \u201cNon solo la convinzione, ma il dovere oggi mi comanda di restare al posto pi\u00f9 pericoloso, per rivendicare quelli che sono, secondo me, i presupposti di qualsiasi civilt\u00e0 e nazione moderna. Ma quando io potr\u00f2 dedicare ancora qualche tempo agli studi prediletti, ricorder\u00f2 sempre la profferta e l\u2019atto cortese che dal Maestro mi sono venuti nei momenti pi\u00f9 difficili\u201d. Posto in licenza nel marzo 1919 e in congedo illimitato il 16 agosto 1919 Matteotti torn\u00f2 immediatamente all\u2019impegno politico, interrompendo, e questa volta definitivamente, gli studi penalistici, nonostante le aspirazioni accademiche. Lo stesso Matteotti ebbe a definirsi \u201cun irregolare attratto per temperamento dalla politica\u201d, la cui volont\u00e0 per\u00f2 sarebbe stata sempre ed esclusivamente rivolta agli studi penali. In realt\u00e0 Matteotti non abbandon\u00f2 affatto l\u2019attitudine allo studio, ma piuttosto la declin\u00f2 a sostegno dell\u2019attivit\u00e0 politica e amministrativa, che impront\u00f2 al rigore metodico e al ricorso costante alle fonti documentarie, collegando obiettivi e prefigurando esiti, al punto che \u00e8 difficile negarne il debito contratto con la pratica del diritto penale e poi della disciplina finanziaria. N\u00e9 deve sfuggire che nell\u2019operare non trascurava mai la valutazione del quadro normativo nella logica dello Stato di diritto: ne esaminava i passaggi consentiti e perfino le forzature ammissibili per spiegarle ai compagni, ma senza finalit\u00e0 di rottura. E quando in occasione delle elezioni politiche del maggio 1921 cerc\u00f2 di raccogliere sistematicamente le testimonianze delle violenze e delle intimidazioni subite dai rappresentanti e dagli elettori della lista \u201cfalce, martello e libro\u201d lo fece con il proposito di presentare alla Camera una denuncia circostanziata, documentata (\u201ctestimonianza in forma autentica, cio\u00e8 controfirmata da un notaio oppure da un pretore\u201d). Le testimonianze, suffragate anche da immagini fotografiche, ci consegnano un giovane magro, quasi smilzo, sia pure agile nei movimenti; ma in quella magrezza tutte tendevano a evidenziarne la grande energia interiore. A tale immagine molto contribuivano le sue capacit\u00e0 di sistemazione argomentativa, di critica e di sintesi, che tanto, accompagnandosi alla vis polemica, irritavano avversari e contraddittori. Portava puntuale attenzione ai problemi concreti rifuggendo dalla genericit\u00e0 e dalla improvvisazione. I compagni lo ricordavano \u201csobrio e senza vizi\u201d, frugale, non amante delle sagre e dei banchetti. Risoluto sempre, fino all\u2019arroganza, nella intransigente difesa delle proprie opinioni, diventava perfino scontroso, e, con gli avversari, acido nella polemica. In breve, era un compagno autorevole s\u00ec, ma anche temuto. Secondo la testimonianza del citato Parini, era diventato \u201cun incubo\u201d per gli amministratori: \u201cAnche senza mandati precisi si era fatto controllore di pubbliche amministrazioni. Era l\u2019incubo dei sindaci e dei segretari comunali per la sua diligenza di spulciatore di atti e di bilanci, per le critiche inesorabili e severissime. I bilanci comunali dovevano essere compilati con onest\u00e0 in realistica corrispondenza con le possibilit\u00e0 finanziarie del Municipio. Economie fino all\u2019osso, niente debiti\u201d. Un riscontro \u00e8 dato dalla stessa ammissione di Matteotti a Velia: \u201cnon mi accontentavo di preparare i bilanci o gli altri atti pi\u00f9 importanti, ma in ogni piccola cosa avrei voluto intervenire e magari togliere la scopa di mano allo spazzino per insegnargli a pulire, poich\u00e9 mi pareva che nessuno facesse bene abbastanza in confronto di quello che desideravo\u201d. Anche in questo era l\u2019insofferenza verso la retorica, il pregiudizio estremistico. Eugenio Florian attribuiva tale \u201cseverit\u00e0\u201d alla mentalit\u00e0 di giurista; Parini all\u2019influenza del padre, un conservatore parsimonioso, oltre che alla frequentazione di Stoppani, \u201cconservatore di stile e di razza, parlamentare fra i pi\u00f9 rappresentativi e militante nella destra clericomoderata\u201d. Certo, le relazioni famigliari, con il fratello maggiore Matteo innanzitutto e poi con la madre, ebbero un\u2019influenza rilevante sul suo carattere. E resta da chiedersi se nelle circostanze ambientali ricordate in ciascun atto avvertisse l\u2019impulso a dare testimonianza dell\u2019autenticit\u00e0 della fede nell\u2019ideale dichiarato, ad amici ed avversari, e, perch\u00e9 no?, anche a se stesso. Altri, come Filippo Turati, ne colsero un dato caratteriale portato ad un infaticabile attivismo (\u201cbisogna far presto, non bisogna perdere tempo\u201d), al punto tale da attribuire quell\u2019attitudine ad una sorta di \u201cgelosia del tempo che fugge irrevocabile\u201d, che poi, nella rievocazione, assumeva perfino le sembianze del presagio di chi avvertiva di non averne molto a disposizione. Lo straordinario rigore di Matteotti, se era immediatamente percepibile, al punto da mettere a disagio, non era facilmente decifrabile. Dante Gallani, che gli fu compagno di partito, ma in una corrente avversa, ne assimil\u00f2 la personalit\u00e0 ad \u201cuna strana interessante fusione di due elementi che sembrano antitetici: metodo riformistico e temperamento intransigente\u201d. Una difficolt\u00e0 interpretativa neppure superata da alcuni commentatori recenti. In realt\u00e0 aveva la mentalit\u00e0 del riformatore. Pur appartenendo alla generazione successiva dei \u201cgrandi pionieri\u201d, quella di Turati, Bissolati, Prampolini e Badaloni, ne condivideva l\u2019attitudine pedagogica, ma chiamata alla prova del \u201cfatto\u201d, cio\u00e8 del socialismo operante, e non solo idealizzato e ipotizzato, e dunque proiettata sul terreno difficile del proletariato rurale del Polesine. Non c\u2019\u00e8 da stupirsi, dunque, se, oltre ad una costante presenza fisica sul territorio con finalit\u00e0 di propaganda, formazione e organizzazione, tanto che nel 1914 aveva perfino acquistato un\u2019automobile per muoversi pi\u00f9 agevolmente, utilizzasse il mezzo tipico della comunicazione politica tra \u2019800 e \u2019900, e cio\u00e8 la stampa periodica locale, nella fattispecie \u201cLa Lotta\u201d, settimanale dei circoli e delle organizzazioni economiche, per lo pi\u00f9 con articoli brevi e documentati, anche non firmati, oppure ricorresse al supporto di tipo manualistico, per spiegare ai quadri sindacali e ai nuovi amministratori o potenzialmente tali, i meccanismi normativi, e al fac-simile di regolamenti o di concordati, opportunamente chiosati punto per punto, da distribuire ai quadri sindacali. Anche in questo era l\u2019insofferenza verso la retorica e il pregiudizio estremistico. Matteotti era un educatore. In anni di incipiente mobilitazione politica e sindacale di masse assai poco acculturate, al dirigente o al quadro erano richieste doti di oratore. Matteotti non lo era in senso tradizionale, perch\u00e9 la sua era \u201cun\u2019oratoria a base di fatti, fredda, precisa, tagliente\u201d. Secondo Parini \u201camava sfrondare il suo dire di ogni fiore retorico, ma era convincente ed eloquentissimo. I suoi discorsi erano illuminati dalla citazione di documenti rivelatori e da numeri precisi. Era un ragionatore implacabile e si rivolgeva pi\u00f9 alla mente che al cuore dell\u2019uditore\u201d. E sottolineava come non si sottraesse al contraddittorio, anzi!: \u201cironico, beffardo, sferzava, faceva fremere gli avversari. Raccoglieva le interruzioni e rispondeva agilissimo e pronto come uno schermitore espertissimo, confutando e tagliando netto la parola dell\u2019interruttore\u201d. La intensa attivit\u00e0 amministrativa nei piccoli comuni del Polesine e la dimestichezza con le leghe ne affin\u00f2 i moduli discorsivi, lontano da qualsiasi forma allusiva. Lo si evince in particolare nel dopoguerra dalla corrispondenza con Claudio Treves, pur maestro di giornalismo e di oratoria parlamentare, a cui senza alcun complesso di inferiorit\u00e0 non manc\u00f2 di raccomandare maggiore efficacia comunicativa (\u201cquei piastroni sulla riorganizzazione del Partito, sulla \u201cGiustizia\u201d non vanno. Essi devono servire di incitamento al lavoro, e allora occorrono molti titoli da leggersi facilmente e poco testo\u201d). Per provenienza sociale e rilievo politico non poteva non suscitare un\u2019avversione particolare negli avversari, che non mancavano di irridere al \u201csocialista milionario\u201d, e, ancor pi\u00f9, al \u201ctraditore\u201d, con una singolare valenza eticoantropologica che rovesciava lo schema classista, ancorch\u00e9 condannato.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"660\" height=\"440\" data-attachment-id=\"3768\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=3768\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/GiacomoMatteotti_d0.jpg?fit=660%2C440&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"660,440\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"GiacomoMatteotti_d0\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/GiacomoMatteotti_d0.jpg?fit=300%2C200&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/GiacomoMatteotti_d0.jpg?fit=660%2C440&amp;ssl=1\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/GiacomoMatteotti_d0.jpg?resize=660%2C440&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-3768\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/GiacomoMatteotti_d0.jpg?w=660&amp;ssl=1 660w, https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/GiacomoMatteotti_d0.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/GiacomoMatteotti_d0.jpg?resize=600%2C400&amp;ssl=1 600w\" sizes=\"(max-width: 660px) 100vw, 660px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>L\u2019ambito locale era anche il luogo dei personalismi, delle vendette, dei rancori a lungo coltivati e tramandati. E non solo sul piano politico. Contro Matteotti quel motivo polemico, ora sottotraccia ora in modo palese o addirittura provocatorio fu ricorrente nella pubblicistica del tempo, e venne rilanciato con toni virulenti nel dopoguerra quando si accompagn\u00f2 ad un secondo e non meno rilevante addebito, e cio\u00e8 quello di un presunto massimalismo, che si voleva acceso e prepotente nel collegio, e tiepido a Roma, anche quando si tradusse in una posizione pi\u00f9 conforme a quella di Turati. L\u2019intento era evidente, quello cio\u00e8 di screditare l\u2019uomo come incoerente e dunque inaffidabile, e, pi\u00f9 sottilmente, di presentarlo come agente provocatore nel Polesine, cos\u00ec da alimentare la singolare tesi che lo squadrismo fascista ne costituisse la risposta dura, ma coerente, anzi inevitabile. Del resto, l\u2019organo fascista di quella provincia non si chiamava \u201cLegittima difesa\u201d? Isolandolo, lo si voleva esporre pi\u00f9 facilmente alla rappresaglia. In questo contesto il 12 marzo 1921 Matteotti fu sequestrato, fatto oggetto di violenze e di minacce e infine bandito dal collegio. Le provocazioni e le aggressioni non cessarono mai. Un dato sinistro: l\u2019ultima lettera \u00e8 del 4 giugno 1924 indirizzata al \u201cCorriere del Polesine\u201d, che due giorni prima a caratteri di scatola gli aveva attribuito le seguenti parole: \u201cnoi ci sentiamo autorizzati a difenderci dai fascisti e dai carabinieri. E parleranno i medici e i becchini\u201d, e dal medesimo prontamente smentite come parole \u201cdi schietto stile mussoliniano, ante e postbellico\u201d, minacciando querela. L\u2019assassinio di Matteotti ebbe anche una indubbia componente polesana, essendo maturato nell\u2019entourage di Mussolini, dove spiccavano personaggi come Giovanni Marinelli e Aldo Finzi. Con ci\u00f2, non pu\u00f2 non suscitare forti riserve il recente tentativo, in vero non riuscito, di riproporre la tesi della doppiezza matteottiana, che sotto la parvenza della novit\u00e0, in realt\u00e0 risulta adagiata sui modi e sui tempi della pubblicistica di allora. Ancora pi\u00f9 superficiale, anzi maldestro \u00e8 il tentativo di cogliere tale occasione per rilanciare l\u2019immagine di un socialismo uniforme nella sua inconcludenza, sempre e comunque riassumibile all\u2019interno del massimalismo classista. Il cursus honorum fu quello tipico del personale politico dell\u2019Italia liberale. Dalla corrispondenza datata dal 27 settembre 1904 con Giulia e Ada Gherardi, che lo avevano ospitato da studente a Bologna, si ricavano interessanti informazioni sull\u2019apprendistato politico. A quella data risultava gi\u00e0 militante \u201cda un po\u2019 di tempo\u201d, e l\u2019impegno si traduceva nella creazione di un circolo o di una lega di contadini \u201ccon un\u2019infinit\u00e0 di discussioni\u201d, nonch\u00e9 nella collaborazione a \u201cLa Lotta\u201d, foglio socialista del Polesine. L\u2019azione di propaganda e di organizzazione si intensificava in occasione della campagna elettorale, come per le elezioni politiche dell\u2019ottobre-novembre 1904 a fianco di Badaloni, riuscito eletto a Badia Polesine. Matteotti appoggi\u00f2 Badaloni anche nelle elezioni politiche del 1909, e gli era ancora legato nell\u2019aprile 1912 se raccomandava a Gino Piva di recensire sull\u2019\u201dAvanti\u201d e sull\u2019\u201dAdriatico\u201d il volumetto di A. Gherardini, Il Pensiero e l\u2019opera di Nicola Badaloni, edito a Badia Polesine nel 1912. Ne prese le distanze solo dopo la scissione dei bissolatiani dal Partito socialista al congresso di Reggio Emilia del 1912, che produsse effetti laceranti anche nel Polesine prima nelle elezioni politiche del 1913 e poi di fronte alla guerra mondiale. La formazione politica di Matteotti ebbe un\u2019accelerazione decisiva con l\u2019elezione nel consiglio comunale di Fratta Polesine il 16 gennaio 1908, a cui fecero seguito quelle in altre amministrazioni comunali, da Villamarzana a Boara, dove fu sindaco, e ancora a Lendinara, Badia, Bellino. Eletto nel consiglio provinciale di Rovigo nel 1910, fu escluso per incompatibilit\u00e0 durante la guerra, ma vi torn\u00f2 con le elezioni dell\u2019autunno 1920. La molteplicit\u00e0 degli incarichi amministrativi era resa possibile dalla legge che riconosceva diritto elettorale attivo e passivo in tutti quei comuni dove un individuo possedesse propriet\u00e0 e pagasse le imposte: legge che lo stesso Matteotti cerc\u00f2 di modificare nel dopoguerra. Fu Matteotti a datare dal 1913 il suo \u201cspostamento\u201d su Rovigo. Lo stesso Piva, diventato avversario dopo l\u2019allontanamento dal partito socialista, lo descriveva allora in posizione di \u201ccombattimento e di dominazione\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>In effetti, la lettera inviata il 23 maggio 1913 a Manlio Bonaccioli, socialista di Reggio Emilia, riottoso ad accettare l\u2019incarico di organizzatore nel Polesine che gli veniva proposto, ci d\u00e0 l\u2019idea del dirigente gi\u00e0 sicuro dei propri mezzi e consapevole degli obiettivi, che erano quelli di \u201cdare unit\u00e0 di indirizzo e di forza\u201d alle leghe contadine e di preparare la campagna elettorale per le prossime elezioni a suffragio universale, per le quali ci si orientava verso la candidatura del reggiano Soglia nel collegio di Lendinara, \u201croccaforte del clericume\u201d. Al di l\u00e0 delle motivazioni di circostanza per convincere il diffidente interlocutore, l\u2019interesse \u00e8 dato dalla indicazione dei requisiti dell\u2019organizzatore\/propagandista tipo: \u201ccultura generale\u201d, \u201csaturazione di principi socialisti\u201d e \u201cattitudine della mente a presto apprendere e ritrovarsi\u201d. In quanto al movimento polesano delle leghe, osservava Matteotti, \u00e8 \u201csemplicissimo\u201d perch\u00e9 \u201cla forma dei patti agrari \u00e8 la stessa per tutta la provincia\u201d, mentre l\u2019unica struttura organizzativa qua e l\u00e0 funzionante era la cooperativa di lavoro. Insomma, ben poco a che vedere con la complessit\u00e0 della \u201cformidabile organizzazione reggiana\u201d, a cui in tutta evidenza andava la sua piena ammirazione. Alla vigilia della guerra Matteotti aveva conseguito ormai un\u2019assoluta rilevanza nell\u2019intera provincia. A fronte delle richieste che gli venivano rivolte da molteplici localit\u00e0 perch\u00e9 si candidasse, si sent\u00ec in obbligo di declinare pubblicamente tali inviti dichiarando di poterlo e volerlo fare solo in uno o due luoghi, per la precisione laddove fosse \u201cnecessario rompere qualche vecchia crosta clericale o agraria\u201d. Altrimenti, aggiungeva, non sarebbe stato nelle condizioni materiali di assolvere bene l\u2019incarico ricevuto, ma soprattutto sarebbe stato \u201cridicolo che i lavoratori volessero continuare a restare sempre sotto tutela, sia pure di un loro compagno\u201d. Ma non fu cos\u00ec. Rappresentando e patrocinando gli interessi dei comuni rurali Matteotti acquis\u00ec una consolidata autorevolezza in campo nazionale attraverso la collaborazione con la stampa, che dall\u2019iniziale \u201cLotta\u201d si and\u00f2 progressivamente allargando a \u201cCritica sociale\u201d, all\u2019\u201cAvanti!\u201d, a \u201cLa Giustizia\u201d, al \u201cComune moderno\u201d, a \u201cLa Nuova Antologia\u201d, e soprattutto imponendosi nei congressi nazionali per la puntigliosit\u00e0 e la vis argomentativa che non indietreggiava neppure di fronte alle personalit\u00e0 pi\u00f9 prestigiose del Partito. Il passaggio da dirigente a livello provinciale a personalit\u00e0 politica di livello nazionale fu in occasione del congresso nazionale di Ancona del Partito socialista dell\u2019aprile 1914 e di quello dei comuni socialisti nel gennaio 1916, che port\u00f2 alla costituzione di una Lega, con organo ufficiale \u201cIl Comune moderno\u201d di Giulio Casalini, del cui direttivo entr\u00f2 subito a far parte. Ben presto divent\u00f2 autorit\u00e0 indiscussa in materia tributaria e amministrativa. Il salto definitivo avvenne nel 1919, quando, sulla scia della grande avanzata del Partito socialista nelle prime elezioni con il sistema proporzionale e a scrutinio di lista (156 seggi), fu eletto deputato per il collegio di FerraraRovigo, poi confermato nel 1921 e 1924 per il collegio di Padova-Rovigo. In quanto tale partecip\u00f2 assiduamente ai lavori del Gruppo parlamentare, del cui comitato direttivo fece parte per la componente riformista, in una costante azione concorde\/discorde con la Direzione massimalista del Partito, uscita vincitrice nei congressi nazionali del dopoguerra negli echi della rivoluzione russa e nel clima esasperatamente rivendicativo del cosiddetto \u201cbiennio rosso\u201d, che presupponeva la crisi irreversibile dello Stato liberale. Correlatore al congresso nazionale del Partito dell\u2019ottobre 1921, costitu\u00ec con Turati, Treves e Modigliani una sorta di gruppo dirigente della componente riformista, specialmente per l\u2019attivit\u00e0 parlamentare, fino ad assumere la carica di segretario del Partito socialista unitario nato il 4 ottobre 1922 dalla scissione dal Partito socialista ufficiale, massimalista. L\u2019elezione a deputato non ne comport\u00f2 affatto l\u2019abbandono della precedente attivit\u00e0 amministrativa locale, in Comune e in Provincia, nei limiti e finch\u00e9 lo squadrismo fascista glielo consent\u00ec dal marzo 1921, e anzi si pu\u00f2 ben dire che da quell\u2019esperienza continu\u00f2 a trarre ispirazione, evidenziando un legame particolarmente profondo con il territorio. Anche sotto questo profilo cercare di cogliervi una dicotomia tra l\u2019agire nel Polesine e a Roma \u00e8 opera vana.<\/p>\n\n\n\n<p>La collaborazione con Turati (e la Kuliscioff), a cui si accompagnava l\u2019assidua frequentazione, e l\u2019incarico di segretario del PSU, sia pure ricoperto per poco pi\u00f9 di un anno e mezzo, contribuirono a segnalarlo come uno dei leader pi\u00f9 competenti e promettenti del socialismo europeo. Per Matteotti lo spazio della politica aveva valenza positiva se e quando fosse espressione di scelte convinte, maturate, di esperienze vissute e di competenze acquisite, traducendosi in patrimonio collettivo. Il socialismo gli appariva l\u2019espressione pi\u00f9 matura e conseguente, in quanto fattore etico e pedagogico, perch\u00e9 poneva a premessa del cambiamento, anzi ne considerava natura intrinseca la spinta dal basso, la partecipazione consapevole, l\u2019azione costante che sola avrebbe reso durature le conquiste; e perch\u00e9 affidava al proletariato, in quanto figlio della industrializzazione e della modernizzazione della societ\u00e0, il compito primario di accompagnare l\u2019ingresso delle masse nella storia nel segno della giustizia sociale, della libert\u00e0 individuale e collettiva, della solidariet\u00e0 diffusa, dello sviluppo economico. In altre parole, lo identificava in una grande opera di civilizzazione, che collegava la militanza all\u2019educazione e alla formazione del cittadino. Alla vigilia del Congresso di Bologna del 1919, scriveva su \u201cLa Lotta\u201d: \u201cIl socialismo esige non soltanto la lotta e la vittoria sopra la classe avversaria, ma anche e soprattutto la lotta e la vittoria sopra noi stessi, sopra i lavoratori medesimi, per toglierne i sentimenti egoistici e prepararli al socialismo\u201d. Insomma, \u201cil pi\u00f9\u201d era riuscire a \u201ccostruire il socialismo dentro di noi\u201d. Allora c\u2019era la percezione di far parte di un moto generale, anzi di concorrere ad una fase storica nuova, di progresso sociale, di sviluppo economico e di modernizzazione delle istituzioni, a beneficio dell\u2019intera umanit\u00e0 per impulso del protagonismo dell\u2019universo lavorativo, il quale, per potersi dispiegare pienamente, presupponeva l\u2019opera di attori provenienti dalle file della borghesia colta. Come, per l\u2019appunto, era Matteotti. A presupposto dell\u2019agire politico egli poneva la libert\u00e0 dell\u2019uomo, come individuo e come membro di una comunit\u00e0 o di una classe, limitata solo dall\u2019osservanza dei diritti della minoranza. Al fondo c\u2019era il rispetto della persona, in relazione ad una concezione etica che lo rendeva istintivamente diffidente verso qualsiasi forma di imposizione e di sopraffazione. In un contraddittorio al Teatro sociale di Rovigo il 23 settembre 1913 in piena campagna elettorale, rimprover\u00f2 all\u2019oratore, Guido Podrecca, direttore dell\u2019\u201cAsino\u201d, non solo di sacrificare sull\u2019altare dell\u2019anticlericalismo qualsiasi altro obiettivo, come quello del contenimento delle spese militari e dell\u2019espansionismo coloniale, ma anche e soprattutto di impostare da un punto di vista giacobino, cio\u00e8 \u201ccon fatti e leggi restrittive della libert\u00e0 d\u2019azione dei clericali\u201d, il problema della laicit\u00e0, che pure esisteva come prodotto della modernizzazione. \u201cEbbene noi \u2013 concludeva \u2013 a questa specie di anticlericalismo siamo contrari; noi siamo per la pi\u00f9 intera ed assoluta libert\u00e0 per tutti; e non solo per ragioni ideali, ma anche per ragioni di interesse, avendo noi bisogno di questa stessa libert\u00e0 per diffondere la propaganda socialista. Invece il vostro giacobinismo persecutore \u00e8 la giustificazione migliore del settarismo e del dogmatismo clericale, che torturava e perseguitava. Voi siete i veri fratelli siamesi dei clericali!\u201d (La purezza del socialismo rivendicata, \u201cLa Lotta\u201d, 27 settembre 1913). Analogo orientamento Matteotti tenne al congresso nazionale del Partito socialista ad Ancona nell\u2019aprile 1914, il primo organizzato dalla corrente intransigente-rivoluzionaria che aveva conquistato la direzione al precedente congresso di Reggio Emilia nel 1912 nel clima antigiolittiano e anticolonialista innestato dalla guerra contro l\u2019Impero Ottomano per il possesso della Libia. Tra gli argomenti in discussione era il rapporto con la massoneria, su cui l\u2019assemblea infine vot\u00f2 un odg Zibordi-Mussolini per l\u2019incompatibilit\u00e0 con il socialismo, fino a prefigurare l\u2019espulsione di coloro che vi fossero iscritti. Ebbene Matteotti, che per la circostanza present\u00f2 un proprio odg, condivideva s\u00ec la tesi della incompatibilit\u00e0, con la motivazione che l\u2019\u201cazione difensiva del diritto individuale contro la reazione\u201d dovesse essere affidata \u201cagli organismi di classe e al movimento professionale\u201d piuttosto che all\u2019azione anticlericale; che nella massoneria fosse l\u2019incubazione \u201cdi mescolanze e connubi politici dannosi alla chiara fisonomia del partito e contrari ai suoi supremi interessi nell\u2019ora presente\u201d, e deleteri alla formazione dei giovani; ma si limitava ad \u201cinvitare\u201d i compagni \u201canziani\u201d a rinunciare all\u2019eventuale adesione e a circoscrivere la proibizione alle nuove iscrizioni. La differenza non era di poco conto, perch\u00e9, come affermava Matteotti, il procedimento dell\u2019espulsione avrebbe aperto in ogni sezione \u201cun processo inquisitorio\u201d, e ci\u00f2 avrebbe contrastato con l\u2019immagine del partito come libera palestra di idee e comunit\u00e0 di uomini liberi . Matteotti fu un riformista perch\u00e9 pensava e operava per l\u2019allargamento della cittadinanza politica e sociale, senza dogmatismi, con un disegno progressivo e graduale, che non contrastava con la tenacia e il rigore, ma al contrario li presupponeva. Il debito nutrito nei confronti del marxismo aveva ben poco di dogmatico, e nulla di fatalistico. Per lui il socialismo era meta ideale, ma anche militanza, prassi concreta perch\u00e9 esso non costituiva un bene assoluto in un sistema chiuso e predefinito, bens\u00ec un ideale che si concretizzava e si definiva nel farsi. Nelle polemiche con l\u2019intransigentismo-rivoluzionario e poi con il massimalismo e il comunismo, osservava che la realt\u00e0 era fatta di paradossi e di contraddizioni e pertanto chi si proponesse di trasformarla avrebbe dovuto \u201capplicarsi ad essa in tutte le sue sinuosit\u00e0, risalirla per tutti i suoi meandri\u201d. In alternativa al \u201cpuritanesimo infecondo nell\u2019intransigenza negativa, intorno al sogno dell\u2019urto miracoloso che scrolla il mondo borghese\u201d, poneva la ricostruzione evolutiva della societ\u00e0, pur nella consapevolezza che \u201cquesto metodo penetrativo\u201d fatto di fermezza e di interesse fondamentale e di pieghevolezze e duttilit\u00e0 esteriori, di transigenze formali e di intransigenza sostanziale richiedeva nei dirigenti, nei quadri e nelle truppe maturit\u00e0, onest\u00e0, spregiudicatezza, agilit\u00e0 e moralit\u00e0, che erano \u201crarissime a trovarsi insieme\u201d. Ci\u00f2 implicava, infatti, \u201cun lavoro enorme, molteplice, vario: propaganda e organizzazione, revisione teorica e azione pratica, studio ed esperimento, preparazione tecnica per le riforme legislative, preparazione per l\u2019opera amministrativa nei Comuni; facolt\u00e0 di comprendere l\u2019ideale e il reale, l\u2019immediato e il lontano: da discernere il lecito e l\u2019illecito; di conoscere l\u2019anima popolare, di non titillarla demagogicamente, ma non di prenderla di fronte ed allontanarla da s\u00e9 con atteggiamenti ad essa inaccessibili; di accostarla e piegarla, e educarla ad essere astuta, ma insieme diritta, pratica e idealistica, socialista insomma: e non dovrebbe esserci bisogno di aggiungere altro!\u201d (Come intendiamo il riformismo, \u201cLa Lotta\u201d, 26 agosto 1911). Il riformismo di Matteotti, anche nelle manifestazioni pi\u00f9 radicalizzate, restava ancorato ad un fondamento pragmatico, attento cio\u00e8 all\u2019efficacia delle azioni nel presente e in futuro. Una chiara riprova era data dal modo in cui considerava il nodo delle alleanze, cio\u00e8 dei rapporti con i cosiddetti partiti affini e con la borghesia liberale, che per il movimento socialista del primo \u2018900, solo da poco forte di una propria autonomia e identit\u00e0, aveva una valenza tutta particolare, fino ad investire la stessa posizione da assumere nelle assemblee elettive verso il Governo. Il ministerialismo e il ministeriabilismo, cio\u00e8 l\u2019appoggio esterno e\/o la partecipazione ai governi borghesi, fu il tema classico che attravers\u00f2 tutta la vicenda socialista sul piano internazionale, e che trov\u00f2 soluzione solo dopo la prima guerra mondiale, ad eccezione dell\u2019Italia. Al congresso provinciale socialista di Lendinara del 29 settembre 1912 Matteotti sostenne s\u00ec la tesi della intransigenza, ma per ragioni contingenti, negandone la valenza generalizzata: \u201cio opino infatti che noi sul nostro cammino domani potremo trovarci accanto a qualsiasi partito; e come i socialisti di Germania nel votare contro la legge giacobina sui gesuiti si sono trovati insieme con i clericali, cos\u00ec questo potrebbe avvenire anche a noi\u201d. Respingendo la pregiudiziale \u201canticollaborazionista\u201d sostenne che la dogmatica lettura del marxismo, secondo la quale ogni governo fosse da ritenersi comitato di affari della borghesia, avrebbe precluso la possibilit\u00e0 di adottare le tattiche pi\u00f9 consone. A tale assunto rimase sempre fedele. A Matteotti non sfuggiva neppure il nodo dello spazio politico, e in particolare delle dimensioni idonee a favorire o meno il processo riformatore. Nella sua idea di socialismo il problema si riproponeva sotto due profili. La logica della socializzazione era alternativa a quella capitalistica, ma era pur sempre ad essa correlata: la grande azienda, l\u2019ampiezza del mercato e l\u2019economia di scala, la mobilit\u00e0 degli uomini e dei beni, lo sviluppo tecnologico con l\u2019industrializzazione e l\u2019espansione dei trasporti, la citt\u00e0, l\u2019istruzione diffusa e perfino il godimento di un maggior tempo libero costituivano requisiti irrinunciabili dello sviluppo, senza il quale sarebbe stato inconcepibile anche il processo di emancipazione. Ci\u00f2 induceva a guardare con sospetto al piccolo, al quale si poteva concedere credito solo se e in quanto tramite l\u2019associazione riacquistasse quella pi\u00f9 ampia dimensione che lo avrebbe reso idoneo a cogliere le occasioni offerte dallo sviluppo tecnologico e le sollecitazioni del mercato. Perfino quando parlava della \u201ccampagna senza fine del Polesine\u201d, Matteotti si sforzava di considerarla come una sorta di \u201cgrande centro\u201d o \u201ccitt\u00e0\u201d, purch\u00e9 pervenisse all\u2019unione dei comuni su scala provinciale. Al tempo stesso riteneva essenziale conferire allo spazio politico una fisicit\u00e0, possibilmente densa e mobile, come poteva esserlo una rete infrastrutturale che innervasse il sistema locale superando la frammentazione e l\u2019isolamento, e con ci\u00f2 la condanna all\u2019inefficienza. Nel Consiglio provinciale di Rovigo, Matteotti dedic\u00f2 attenzione al problema delle tranvie a vapore; alla costituzione di una rete intercomunale telefonica, che inizialmente abbracciasse 14 comuni; alla costruzione di un nuovo ponte sull\u2019Adige; alla manutenzione delle strade provinciali. A proposito della rete tranviaria si diceva certo che avrebbe incrementato \u201cla somma dei desideri dei lavoratori\u201d e \u201cmigliorata la qualit\u00e0 dei piaceri ricercati (viaggi, istruzione generale e professionale) staccandoli cos\u00ec dall\u2019antica e dai clericali lodata facile contentabilit\u00e0 delle classi povere\u201d. Insomma, c\u2019era la fiducia che la mobilit\u00e0, traguardo storicamente inarrivabile per i lavoratori dei campi se non per emigrare, costituisse di per s\u00e9 un fattore di emancipazione culturale, tale da contrastare l\u2019atavico e passivo attaccamento viscerale al pezzo di terra coltivata. D\u2019altra parte la prospettiva gradualista e partecipata del processo riformatore induceva alla sperimentazione, alla costruzione per piccoli passi, come se vi si consumasse una partita decisiva. Da l\u00ec passava lo stesso disegno riformatore della \u201cgrande citt\u00e0\u201d polesana, che non poteva prescindere dall\u2019impulso dell\u2019organizzazione dei lavoratori nel mentre imparavano a gestire la cosa pubblica, dai nuovi organismi economici e sociali improntati alla solidariet\u00e0, e dalla riqualificazione degli enti territoriali. Al loro successo era subordinato il superamento della dicotomia piccolo\/grande, alto\/basso, locale\/nazionale. Semplificando possiamo dire che i nuclei di base della nuova societ\u00e0 erano il Comune, la scuola, la cooperativa, la lega. Gli interessi e i campi di intervento di Matteotti riguardarono l\u2019efficienza e la trasparenza dell\u2019azione amministrativa; il dimensionamento, l\u2019uniformit\u00e0 formale e l\u2019autonomia dell\u2019ente territoriale; la finanza locale; la rappresentanza; i nuovi diritti sociali; gli istituti dell\u2019economia sociale. Il 26 novembre 1919 Matteotti entrava alla Camera, dove fu protagonista di un\u2019attivit\u00e0 straordinaria. Fece parte della Giunta generale del bilancio e di quella per l\u2019esame dei trattati di commercio e delle tariffe doganali. Quando, nelle tornate del 24-26 luglio 1920 e 6 agosto 1920, la Camera modific\u00f2 il regolamento istituendo le Commissioni permanenti, Matteotti entr\u00f2 a far parte della terza, Finanze e Tesoro, dove fu confermato anche nella XXVI legislatura. Infine fu segretario della Commissione parlamentare per la riforma della burocrazia i cui lavori iniziarono il 28 settembre 1921. Gli argomenti oggetto dei suoi interventi furono molteplici, e in alcuni momenti la sua presenza alla Camera assunse un ritmo addirittura incalzante. E cos\u00ec furono sempre puntuali e numerosi gli interventi polemici, le interruzioni date e ricevute, alle quali non si sottraeva, perfezionando quell\u2019esperienza del contraddittorio con gli avversari nel quale eccelleva senza mai scomporsi e mantenendo piena lucidit\u00e0. Prese la parola per la prima volta il 21 dicembre 1919. Si discuteva della proroga dell\u2019esercizio provvisorio 1919- 20, e Matteotti illustr\u00f2 un odg di condanna della politica economica del governo Nitti, colpevole di non riparare la falla aperta nel bilancio italiano dalle spese di guerra, senza colpire gli indebiti arricchimenti. Soprattutto ne criticava la mancata imposizione di un\u2019imposta sul capitale, cosicch\u00e9 riteneva che gli oneri sarebbero ricaduti sulle masse lavoratrici. Analoga denuncia di tale \u201cpolitica di classe della borghesia\u201d pronunci\u00f2 nel discorso del 28 maggio 1920, sulle comunicazioni del secondo governo Nitti formatosi dopo la crisi provocata dai popolari che restarono fuori dal governo, cos\u00ec come su quelle dei Governi successivi. Sostenendo tale linea, a favore cio\u00e8 di un Governo che solo operasse a tutela e incremento della ricchezza nazionale al di sopra della speculazione privata, Matteotti riteneva, come disse nella seduta del 21 luglio 1921, che i socialisti si rendevano \u201ci veri rappresentanti della Nazione\u201d. Un commentatore autorevole come Achille Loria ebbe a definire la relazione di Matteotti del 10 agosto 1922 sullo stato di previsione delle entrate per l\u2019esercizio finanziario 1922-3 documento di \u201csapienza legislativa\u201d. Essendo ormai diventato autorit\u00e0 indiscussa sui problemi economici e di bilancio fu quasi sempre designato a oratore ufficiale dal Gruppo parlamentare socialista, del cui direttivo entr\u00f2 a far parte. Oltre agli interventi sul bilancio dello Stato, si segnal\u00f2 per quelli a tutela delle prerogative parlamentari o addirittura delle norme statutarie. In particolare Matteotti non accettava che al parlamento fosse impedito il controllo della circolazione monetaria e di una politica economica che tendeva a coprire con mezzi straordinari i disavanzi dei bilanci ordinari, occultando di fatto il debito pubblico il cui ammontare sui dati ufficiali al 31 marzo 1920 era valutabile in circa 83 miliardi di lire, ma che egli ricalcolava per 93 miliardi, a cui poi ne aggiungeva un\u2019altra trentina per la differenza dei cambi (seduta del 27 giugno 1920). N\u00e9 si pu\u00f2 tacere qui la ribellione di fronte alle tendenze autoritarie del Governo Mussolini, specialmente dopo la legge Acerbo nella quale coglieva la volont\u00e0 di schiacciare le minoranze, fatte passare come \u201dantinazionali\u201d. Da ultimo, fu la denuncia al ministro delle poste e telegrafi, Colonna di Cesar\u00f2, per la sistematica violazione del segreto postale, invocando \u201cil rispetto delle leggi\u201d, quelle \u201cprima dell\u2019era nuova\u201d. Nella stessa linea \u00e8 l\u2019esposto rivolto il 29 ottobre 1923 ad Enrico De Nicola, presidente della Camera dal giugno 1920, sulla difficolt\u00e0 perdurante o sull\u2019impossibilit\u00e0 di svolgere la funzione di controllo su importanti leggi di spesa. Come si \u00e8 detto, port\u00f2 nell\u2019attivit\u00e0 parlamentare tutta l\u2019esperienza maturata sul campo sui tributi locali, e in proposito present\u00f2 un ddl di riordino organico. In parallelo si adoper\u00f2 per la riforma della legge elettorale amministrativa, che tuttavia rimase ferma al Senato. Dove dette prova eccelsa del senso dello Stato, fu sull\u2019ordine pubblico. Tra i primi a richiamare l\u2019attenzione del Parlamento sul dilagare delle violenze fasciste nel Polesine e in Emilia e Romagna, denunci\u00f2 precocemente il filofascismo del ceto liberale in chiave antisocialista e individu\u00f2 la ragione d\u2019essere dello squadrismo nell\u2019aspirazione degli agrari a non permettere che i loro profitti fossero contenuti dall\u2019azione sindacale delle leghe, e ne denunci\u00f2 la strategia militare squadrista finalizzata all\u2019abbattimento dell\u2019\u201dorganizzazione dei lavoratori\u201d. Documentando il favore concesso in loco dalle autorit\u00e0, arriv\u00f2 a accusare Il Governo Giolitti di complicit\u00e0, ammonendo che, cos\u00ec continuando, i lavoratori avrebbero perso ogni fiducia nello Stato democratico: \u201cPer conto nostro, proclam\u00f2, mai come in questo momento abbiamo sentito che difendiamo insieme la causa del socialismo, la causa del nostro Paese e quella della civilt\u00e0\u201d. Dopo la replica di Giolitti la mozione socialista, che Vincenzo Vacirca e altri 28 deputati avevano presentato contro il Governo sulla politica interna, fu respinta dalla Camera il 13 febbraio 1921. Torn\u00f2 a interrogare il Governo sulle violenze nel Polesine Il 10 e il 17 marzo 1921, e ancora Il 27 luglio 1921, un crescendo accorato e ammonitore. Deplorava allora le \u201cdimissioni estorte con la violenza alle amministrazioni comunali nella provincia di Rovigo e lo scioglimento forzato del Consiglio provinciale di Rovigo\u201d mentre l\u2019autorit\u00e0 si dimostrava incapace di garantire la libert\u00e0 delle riunioni, con ci\u00f2 vanificando ogni \u201cpossibilit\u00e0 di vita\u201d. Di qui l\u2019appello al Governo: \u201cNoi domandiamo di restituire alla nostre terre la libert\u00e0\u201d. A cui faceva seguire il monito: \u201cperch\u00e9 non ci si convinca che dalla legge e dal Governo non c\u2019\u00e8 da aspettarsi, ma che vale soltanto la violenza bestiale\u201d. Un tema, questo, che riprender\u00e0 e svilupper\u00e0 in seguito. Il 2 dicembre 1921 pronunci\u00f2 il secondo grande discorso contro il fascismo. Il Gruppo parlamentare socialista aveva presentato una nuova mozione di censura sulla gestione dell\u2019ordine pubblico. Nella circostanza le interruzioni furono tali che il presidente De Nicola fu costretto a sospendere la seduta. La parole di Matteotti suonarono gravi e solenni: continuava \u201cla violenza inesorabilmente voluta e organizzata, (perch\u00e9) continua(va) la complicit\u00e0 del Governo, e nessuno sorge(va) in questa Camera a comprendere l\u2019immensa tragedia del popolo e dell\u2019animo nostro, noi sentiamo che questo \u00e8 anche l\u2019ultimo sforzo , ogni legame civile sarebbe irreparabilmente disciolto\u201d. La successiva seduta del 12 dicembre 1921 sulle mozioni socialiste a seguito del fallito tentativo del \u201cpatto di pacificazione\u201d e sulle spedizioni punitive risult\u00f2 tesissima. Lo stesso avvenne il 20 maggio e il 13 giugno 1922. Ancora il 20 maggio 1922, al Governo Facta che si era formato il 15 marzo 1922, Matteotti torn\u00f2 a rivolgere un\u2019interrogazione sull\u2019occupazione militare di Rovigo da parte di 10000 fascisti, facendo presente che gli imputati di precedenti omicidi politici erano stati assolti da giudici compiacenti o impauriti sotto la minaccia delle squadre fasciste. In una rievocazione alla Camera Giuliano Vassalli concluse ricordando il \u201cdeputato esemplare per diligenza, per competenza, per impegno, per combattivit\u00e0, per fede indomita nella libert\u00e0 e nella giustizia. Un deputato che ha onorato di fronte al mondo l\u2019istituzione parlamentare e l\u2019Italia. Credo doveroso aggiungere una chiosa: ci\u00f2 lo fu a maggior ragione perch\u00e9 in un Parlamento che a grande maggioranza si dispose a dare la fiducia a Mussolini, incaricato dal Re di formare un governo di coalizione dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Gli interventi pubblici e, soprattutto, la corrispondenza evidenziano l\u2019attenzione con cui, con crescente preoccupazione, Matteotti seguiva il progressivo deteriorarsi degli equilibri politici. Il rapido succedersi dei governi Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta, nonostante il rinvio di alcuni di essi al Parlamento, evidenziava la mancanza di una solida maggioranza parlamentare, ma ancor pi\u00f9 il vuoto di potere nel quale stava avvitandosi la crisi dello Stato liberale. Colse le implicazioni derivanti dagli esiti delle elezioni politiche anticipate del 15 maggio 1921, non tanto per il relativo arretramento delle liste socialiste, quanto per il fallimento del progetto di Giovanni Giolitti, presidente del consiglio, che si proponeva di rilanciare la sua fragile maggioranza, ormai indebolita, attraverso la presentazione di un listone nazionale comprensivo anche di candidati fascisti e nazionalisti. Il voto indebol\u00ec ulteriormente lo schieramento liberale per il successo dei popolari, cosicch\u00e9 lo stesso Giolitti fu costretto a rassegnare le dimissioni. Non solo: i fascisti, che portarono in Parlamento 35 deputati (a cui si aggiungevano 10 nazionalisti), lungi dall\u2019essere \u201caddomesticati\u201d, si trovarono pienamente legittimati, e dunque trassero ulteriore forza nella campagna \u201cmilitare\u201d contro i socialisti. In questo contesto Matteotti sostenne l\u2019esigenza che il Gruppo parlamentare socialista dovesse essere \u201cpronto a fare tutto ci\u00f2 che era parlamentarmente utile al proletariato\u201d, libero da condizionamenti della Direzione massimalista, pur con un generico impegno a svolgere comunque un\u2019azione unitaria. Al tempo stesso prepar\u00f2 il ricorso alla Giunta per le elezioni per l\u2019invalidazione delle elezioni in provincia di Rovigo, che poi port\u00f2 all\u2019annullamento dell\u2019elezione del fascista Piccinato. Il tentativo dei socialisti riformisti di condizionare il Governo per una pi\u00f9 efficace politica interna che contenesse il dilagante fenomeno squadristico si and\u00f2 chiaramente delineando In occasione del discorso programmatico del Governo Bonomi del 18 luglio 1921, immediatamente successivo a gravi episodi di violenza squadristica verificatisi il 10 e 12 luglio. Scrisse a Velia: \u201cNoi cercheremo di non dar troppo contro il Ministero, per averlo almeno un po\u2019 favorevole, o che almeno diventi meno ingiustamente complice dei fasci. Ormai anche gli altri pare che la capiscano\u201d. E il 25 luglio 1921: \u201cIl ministero ha una grande votazione. Noi abbiamo votato contro; ma per le nostre aspettative avremmo volentieri votato a favore o per lo meno astenuti\u201d. Ancora al Congresso nazionale socialista di Milano del 10-15 ottobre 1921 fece un intervento per superare l\u2019 \u201cequivoco inerte\u201d del Partito al fine di contrastare il fascismo con ogni mezzo, ma inutilmente perch\u00e9 la maggioranza massimalista, che si trovava a contrastare a sinistra la concorrenza del neocostituito Partito comunista d\u2019Italia di Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci attestatosi su posizioni ancor pi\u00f9 estremistiche e velleitarie, rinnov\u00f2 l\u2019esclusione di ogni collaborazione parlamentare in attesa che la crisi dello Stato liberale precipitasse. Per Matteotti la disputa con gli \u201cestremissimi\u201d non verteva pi\u00f9 tanto sulla collaborazione parlamentare o meno, quanto sul \u201cmetodo per la conquista del potere politico\u201d, essendo la posizione dei riformisti attestata senza incertezza sul principio della \u201cconquista legale graduale\u201d, e quella dei massimalisti (\u201cproselitismo, propaganda avveniristica, pressione continua, opera di critica\u201d) prigioniera di un equivoco o un errore, essendo di fatto prossima alla prospettiva comunista della \u201cformazione di quadri di forza che con un assalto violento si impadroniscano del potere, mediante una dittatura\u201d. La distanza dal mito della rivoluzione di Lenin non poteva essere maggiore. Ritenendo Bonomi reo di \u201ctollerare\u201d o addirittura fiancheggiare \u201ccoi suoi organi esecutivi e giudiziari l\u2019aperta organizzazione di bande armate\u201d, il Gruppo parlamentare cerc\u00f2 di affrettarne la caduta nel novembre 1921. Matteotti scriveva alla moglie: \u201cLa Camera \u00e8 in ebollizione per mantenere il ministero o per la crisi. Credo che anche per il nostro partito si svolgano giorni difficili. Tutta l\u2019organizzazione pu\u00f2 perire sotto la violenza dei criminali; e nello spirito anche dei pi\u00f9 mansueti si fa strada il concetto della necessit\u00e0 di resistere con la forza. I pochi mesi per venire sono decisivi. Molti ne hanno l\u2019incoscienza\u201d. Il riferimento era chiaramente rivolto ai comportamenti degli organi del Partito, che ancora nel gennaio 1922 si espressero contro ogni appoggio a governi borghesi. Le attese dimissioni, rilasciate il 2 febbraio 1922 non portarono comunque alla attesa svolta parlamentare, per la quale si riponeva fiducia nel presidente della Camera De Nicola. Questi rinunci\u00f2 all\u2019incarico il 7 febbraio 1922 e Matteotti ne attribu\u00ec la responsabilit\u00e0 a Giolitti, anche perch\u00e9 il testimone pass\u00f2 dopo a Facta, giolittiano di stretta osservanza. Di fronte ad una nuova ondata di violenze fasciste, il 1 giugno 1922 la maggioranza del Gruppo parlamentare si dichiar\u00f2 finalmente disponibile ad \u201cappoggiare un governo che assicurasse il ripristino delle libert\u00e0 pubbliche e della legge\u201d; e a fronte del confermato intransigentismo del Consiglio nazionale del Partito il 14 giugno rivendic\u00f2 finalmente piena libert\u00e0 d\u2019azione, nominando il 16 giugno un nuovo direttorio, chiamando a farvi parte anche Turati, Treves e Matteotti, in precedenza dimissionari. L\u2019evidenza della drammaticit\u00e0 della crisi emerse tutta nella seduta parlamentare del 15 luglio 1922: \u201cGiornata grossa, tumulti \u2013 scrisse alla moglie \u2013 la crisi deve esser raggiunta ad ogni costo, e devono essere allontanati questi imbecilli o complici\u201d. Non celando i suoi timori: \u201cPare che tutti abbiano piacere della sconfitta in pieno del socialismo; eppure non ne rimangono sconfitti i difetti, ma la civilt\u00e0 medesima\u201d. In effetti la crisi del Governo Facta precipit\u00f2 il 19 luglio, ma non contribu\u00ec a aprire le strade sperate. Restava solo vivissima la percezione della gravit\u00e0 del passaggio: \u201cLa situazione \u2013 Matteotti scriveva alla moglie \u2013 \u00e8 all\u2019estremo della gravit\u00e0 e dell\u2019aspettativa. Qui \u00e8 l\u2019arco teso all\u2019estremo. Grande \u00e8 la speranza, ma tutto dipende dai pi\u00f9 grandi e dai minimi fatti: Il pericolo \u00e8 enorme, ma tutto pu\u00f2 ancora essere salvato\u201d. Il 22 luglio 1922 il direttorio del Gruppo avanz\u00f2 l\u2019auspicio di \u201cun Governo non pi\u00f9 mancipio della Destra sedicente liberale e del fascismo agrario\u201d, dichiarandosi disponibile a \u201cconcorrere\u201d a tale obiettivo. Luigi Sturzo ricord\u00f2: \u201cSopravvenne il voto alla Camera contro il gabinetto Facta e fu aperta la crisi. Tornarono Turati e Matteotti da me\u201d; \u201ci popolari avevano trattato, a mezzo mio, la collaborazione con Turati, Matteotti e Treves, venuti a casa mia nel luglio di quell\u2019anno\u201d. Ma tali tentativi, pur promettenti, non approdarono a nulla, mentre di contro, dopo il fallimento dello sciopero generale legalitario dell\u2019camera indetto dalla CGdL, la crisi interna al Partito precipit\u00f2 fino alla scissione consumata al Congresso di Roma il 4 ottobre 1922, alla vigilia della marcia su Roma. Nasceva il Partito socialista unitario, di cui Matteotti fu eletto segretario. Matteotti percep\u00ec tra i primi la drammaticit\u00e0 della svolta che si andava compiendo nell\u2019ottobre 1922, convinto che l\u2019avvitamento della crisi sarebbe sboccato nella dittatura, termine che us\u00f2 precocemente e senza incertezza. Di fronte alla crisi del Governo Facta e alla marcia su Roma la posizione sembrava quella dello spettatore passivo, a testimonianza dell\u2019inanit\u00e0 politica dei socialisti cos\u00ec come delle altre forze di opposizione (\u201cdel resto tutto si \u00e8 svolto fuori di ogni azione o possibilit\u00e0 di azione\u201d). Nella lettera a Treves dell\u2019ottobre 1922 segnalava la natura \u201cextraparlamentare della crisi\u201d, preannunciando le dimissioni di Facta, e indicava la parvenza di \u201cun movimento per Orlando\u201d (\u201cma non \u00e8 ancora chiaro\u201d), ben presto abortito. In una successiva a Turati osservava: \u201cSe il Governo o il Re avessero voluto resistere, sarebbe stato facilissimo. Si dice che il Re dapprima avesse consentito allo Stato d\u2019assedio, e solo poi abbia pensato altrimenti. Si dice che i comandi d\u2019esercito abbiano risposto che essi erano pronti a resistere solo se il Governo voleva fare sul serio.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img data-recalc-dims=\"1\" decoding=\"async\" width=\"640\" height=\"360\" data-attachment-id=\"3767\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=3767\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/Mostra-Matteotti-2.jpg?fit=640%2C360&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"640,360\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"Mostra Matteotti-2\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/Mostra-Matteotti-2.jpg?fit=300%2C169&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/Mostra-Matteotti-2.jpg?fit=640%2C360&amp;ssl=1\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/Mostra-Matteotti-2.jpg?resize=640%2C360&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-3767\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/Mostra-Matteotti-2.jpg?w=640&amp;ssl=1 640w, https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/Mostra-Matteotti-2.jpg?resize=300%2C169&amp;ssl=1 300w, https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/Mostra-Matteotti-2.jpg?resize=600%2C338&amp;ssl=1 600w\" sizes=\"(max-width: 640px) 100vw, 640px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 che naturalmente Facta non voleva\u201d. Dava conto dell\u2019ipotesi di un Ministero Salandra e delle voci di un dissidio tra i liberal-nazionali e i fascisti, del coinvolgimento presunto di Baldesi, dirigente della Cgdl. E a proposito della marcia su Roma: \u201cmolti studi distrutti, una ventina di morti, indifferenza pubblica. Vilt\u00e0 generale alla Camera: tranne il vecchio Cocco. Tutti pronti a entrare nel Ministero con lo strazio nel cuore!\u201d, e \u201cl\u2019aria di non sicurezza, perch\u00e9 tutto \u00e8 affidato all\u2019arbitrio\u201d, nonostante che la grande maggioranza delle squadre \u00e8 partita. Come segretario del Partito socialista unitario, Matteotti dirad\u00f2 l\u2019impegno parlamentare occupandosi del partito da una stanzina in Piazza di Spagna, dove era costretta la direzione non riuscendo a trovare domicilio altrove. Il locale era sprovvisto di riscaldamento, e Matteotti vi prese a lavorare con il soprabito sulle spalle, con l\u2019impegno di sempre. Alla nascita del Governo Mussolini, nato pochi giorni dopo la scissione dal PSI massimalista, il neo segretario si trov\u00f2 di fronte a due opzioni: l\u2019aperta opposizione o, per vivere \u201cvellutare la nostra opposizione, considerare il fatto rivoluzionario esclusivamente dannoso alla democrazia e portarci sui problemi concreti\u201d. Al socialista teramano Giuseppe De Dominicis in data 4 novembre 1922 ammetteva che era \u201cprobabile che permanga ancora quello stato di cose in virt\u00f9 delle quali ci siano rese impossibili le nostre attivit\u00e0 di organizzazione e di propaganda\u201d, ma che era necessario continuare \u201ca lavorare com\u2019era possibile, riunendo le sezioni\u201d, senza \u201catteggiamenti che possono dare al nostro lavoro un carattere cospiratorio\u201d e soprattutto assicurando la pubblicazione del giornale poich\u00e9 in quel momento la stampa era il solo mezzo di propaganda utile. La lotta si riduceva alla pura \u201cdifesa delle posizioni\u201d. E poi c\u2019era il disorientamento, del resto comune alle altre forze politiche, mentre la debole opposizione parlamentare rischiava di sfaldarsi. Per i socialisti unitari ci\u00f2 era ancora pi\u00f9 grave per le ripercussioni sull\u2019universo organizzativo, sindacale e cooperativo. Nella lettera a Treves del 9 novembre 1922 Matteotti gi\u00e0 parlava \u201cdi tutto un movimento di circuizione, esercitato su molti dei nostri uomini, dagli emissari del dittatore\u201d, convinto com\u2019era che si volesse indurre il Partito \u201ca piegare, a consentire, cio\u00e8 a permettere il pi\u00f9 comodo sviluppo della Dittatura\u201d. Si confermava \u201cl\u2019opera perfida di assalto a tutto l\u2019ultimo rimasuglio di ci\u00f2 che possediamo, non pi\u00f9 con la violenza certamente, ma con la semplice minaccia del terrore, con la corruzione degli elementi pi\u00f9 resistenti, con la prigionia morale di chiunque dei nostri sarebbe capace di agire\u201d. Matteotti era convinto che, anche a prendere per buone, ma non lo erano, \u201cle inevitabili tendenze demagogiche (cosiddette di sinistra) del Governo Mussolini\u201d, la migliore tattica restava comunque \u201cla pi\u00f9 ferma e dignitosa resistenza\u201d. A Treves, che dirigeva a Milano \u201cLa Giustizia\u201d, organo del Partito, che sembrava individuare i pi\u00f9 impellenti problemi del nuovo Governo nell\u2019ordine pubblico e nel pareggio di bilancio, opponeva che sarebbe stato meglio parlare semplicemente di \u201clibert\u00e0\u201d e di \u201cvita, cio\u00e8 del pareggio nella economia dei lavoratori\u201d. A Turati scriveva il 18 dicembre 1922: \u201cLe cose interne sembrano accomodate, e le corporazioni divengono fasciste, mentre le milizie che divengono del Presidente del Consiglio dovrebbero aprire gli occhi a tutti\u201d. Nello stesso Gruppo parlamentare serpeggiava verso il Governo una linea attendista, che faceva capo a Enrico Ferri (\u201cleale attesa\u201d), e con qualche difficolt\u00e0 Matteotti riusc\u00ec a imporre la propria in una riunione del 6 febbraio 1923, favorevole ad un\u2019opposizione decisa, e se ne lamentava: in un \u201cmomento grave come questo, non fanno che danneggiare proprio l\u2019unica cosa che ci resta, il nostro bagaglio ideale\u201d. Ancora pi\u00f9 grave si presentava \u201cla crisi di persone per la particolare situazione in cui ci troviamo\u201d: l\u2019accenno era alle visite a Mussolini di Gino Baldesi, autorevole dirigente della CGdL, e di Antonio Vergnanini, segretario della Lega nazionale delle cooperative, entrambi nella speranza di salvare il salvabile delle rispettive organizzazioni. Matteotti continuava a vedere nella linea di Baldesi un pericolo mortale, e quando al convegno confederale di Milano del 23-25 agosto 1923 questi pretese che spettasse al sindacato \u201cla difesa degli interessi immediati dei lavoratori organizzati\u201d e dunque la valutazione delle condizioni \u201cdella solidariet\u00e0 e dell\u2019aiuto a quei partiti e a quei governi che si trovino sulla stessa linea del programma minimo di attuazione pratica e immediata del Sindacato\u201d, vi colse un favore agli avversari per colorare i socialisti di scopi piccolo-borghesi di bassa utilit\u00e0 immediata, e interpret\u00f2 la rivendicata autonomia politica del sindacato come premessa per un possibile accordo col Governo. In ogni caso, cap\u00ec che una volta accettata la rinuncia all\u2019azione \u201cmediata di tutta la classe e di tutta la collettivit\u00e0 produttrice\u201d attraverso il Partito, sarebbe stata inarrestabile la condanna all\u2019assoluta marginalit\u00e0 del PSU. Nel manifesto redatto per il 1 maggio 1923 (\u201cDi tutta l\u2019Europa civile, solo l\u2019Italia mancher\u00e0 alla festa del lavoro\u201d), oltre a denunciare la perdita della \u201clibert\u00e0\u201d, e cio\u00e8 dei diritti di associazione, riunione, propaganda e di stampa, e del peggioramento delle condizioni salariali, la riflessione era finalmente portata anche sulla debolezza della sinistra, sulle esagerate illusioni, sui rapidi scoramenti di coloro che avevano ingrossato le file del partito e del sindacato dopo la guerra e che pi\u00f9 facilmente erano passati pi\u00f9 tardi alle violenze opposte, sui seminatori e sugli autori di continue scissioni, sugli egoismi delle categorie \u201cpi\u00f9 pronte a mutare colore\u201d, sulla trascuratezza degli elementi morali ed intellettuali. Tale impietosa denuncia, anche autocritica, era la premessa alla proclamazione di nuovo manifesto di indirizzo politico. Con la lettera del 4 maggio 1923 trasmetteva a Turati la prefazione del citato Direttive del Partito socialista unitario italiano, ricordava la feconda opera di redenzione delle plebi svolta in tre o quattro decenni dal partito socialista e i significativi risultati ottenuti in tutti i campi dalla \u201ccivilt\u00e0 del lavoro\u201d. Con orgoglio constatava come \u201cl\u2019ascesa e lo sviluppo dell\u2019Italia nella corte civile delle nazioni\u201d coincidessero con quelli del partito socialista e delle \u201clibere organizzazioni operaie\u201d. L\u2019immagine era quella di un graduale, ma profondo processo di emancipazione popolare, e quindi dell\u2019intera nazione, che prima la guerra, poi le illusioni comuniste, e infine \u201cla reazione e la violenza fascista\u201d avevano interrotto e in larga parte distrutto. L\u2019attesa era di riprendere il lavoro avviato improntato alla \u201cgrande solidariet\u00e0 umana\u201d (\u201clo, rifaremo!\u201d), essendo \u201cil socialismo, un\u2019idea che non muore! Come la libert\u00e0!\u201d. Nell\u2019opuscolo Matteotti rilanciava le ragioni del socialismo rivedendone la dottrina e saggiandola al confronto dell\u2019esperienza non senza una severa autocritica nei confronti degli errori passati (\u201c\u00e8 cosa degna di un partito d\u2019avvenire\u201d). Rivolgendosi non solo agli strati popolari ma anche \u201cai pi\u00f9 colti e moderni della borghesia\u201d, ribadiva la scelta irreversibile del metodo democratico di libert\u00e0 politica e del sistema rappresentativo, ritenuto migliore delle dittature e delle oligarchie perch\u00e9 aveva il vantaggio della libera critica e quindi della capacit\u00e0 di correggere i propri errori. Confermava fedelt\u00e0 al principio della \u201clotta di classe\u201d, ma nella chiara distinzione dalla \u201cguerra di classe\u201d, di fatto riducendola al conflitto di interessi \u2013 nella fattispecie tra datore di lavoro e lavoratore dipendente \u2013 tanto pi\u00f9 perch\u00e9 la riconduceva entro un quadro di regole condivise, con la significativa notazione che cos\u00ec in ognuno sarebbero state sollecitate \u201cl\u2019aspirazione e la capacit\u00e0 di elevarsi nella coordinata armonia di tutti per la comune ascensione\u201d. Declinava la tradizionale logica produttivistica nel contrasto alle aree della rendita e della speculazione. Non escludendo la collaborazione, anche se saltuaria con i partiti borghesi, quando questi favorissero l\u2019istruzione popolare, la libert\u00e0 di organizzazione e di voto per l\u2019opposizione, la pace internazionale, enunciava il concetto che la \u201cnazione, realt\u00e0 geografica e vivente, entro cui tutti viviamo e cresciamo, \u00e8 la condizione prima del suo domani socialista\u201d, un \u201cdomani\u201d concepito a beneficio di tutti, e non di una classe esclusiva. Matteotti guardava all\u2019Europa, e al ruolo che la ricostituita Internazionale socialista avrebbe potuto avere nel conseguimento di un equilibrio geopolitico, prodomo ad un futuro sistema comune, che superasse i nazionalismi e i rischi di una nuova guerra ancora pi\u00f9 rovinosa di quella del 1914-18, alla quale egli con tanta forza si era opposto e che continu\u00f2 sempre a considerare una tragedia epocale. \u00c8 da rilevare che con assoluta pertinenza Matteotti non divideva il profilo diplomatico da quello economico e finanziario: ci\u00f2 sarebbe diventato luogo comune in occasione della seconda guerra mondiale, ma non lo era affatto per la prima.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 dunque particolarmente significativo che su \u201cCritica sociale\u201d avesse recensito il libro di J. M. Keynes critico degli esiti della Conferenza di pace di Versailles, alla quale aveva partecipato con la delegazione inglese (La revisione di Versailles secondo J. M. Keynes), per denunciare la politica di \u201doppressione della nuova Germania democratica\u201d con la condanna alle \u201criparazioni di guerra\u201d. \u00c8 da osservare ancora che assumeva tale orientamento anche dal punto di vista dell\u2019interesse nazionale. Nella corrispondenza con il pubblicista francese Charles Omessa del dicembre 1921, ad esempio, lament\u00f2 che la Francia si acconciasse ad politica di armamenti contro la Germania disarmata, prevedendo che cos\u00ec avrebbero risuscitato e fatto rimpiangere al popolo tedesco \u201cl\u2019antico regime militarista e prussiano come quello che almeno incuteva rispetto ai nemici\u201d. Criticava la politica francese anche per la Polonia e la Jugoslavia perch\u00e9, anzich\u00e9 mirare alla pace e alla ripresa dei rapporti con la Russia e con l\u2019Italia, \u201cattizzava gli odi e provocava armamenti e sospetti di qua e di l\u00e0 dei confini\u201d, cosicch\u00e9 il nazionalismo italiano avrebbe profittato della tattica del nazionalismo francese, \u201cper ripeterne gli errori e i danni contro l\u2019Europa lavoratrice che anelava al ritorno della pace\u201d. Riteneva infine che in economia le pretese francesi a danno della Germania sollecitassero il protezionismo, \u201cspecialmente dannoso al popolo italiano privo di materie e ansioso di occupare la sua manodopera sia in casa sia all\u2019Estero\u201d. Svilupp\u00f2 tali posizioni in tutti i consessi socialisti europei ai quali partecip\u00f2, specialmente dopo l\u2019occupazione francese della Rhur nel gennaio 1923, con una coerenza e una competenza che gli furono riconosciute. In Europa, in un\u2019Europa distratta, port\u00f2 anche l\u2019accorata denuncia contro il fascismo, che presentava come fenomeno s\u00ec italiano, ma anche minaccia comune. Matteotti era un socialista europeo. Contro il fascismo Matteotti puntava su un blocco di alleanze per la libert\u00e0. Nel dicembre 1923 ader\u00ec ad un\u2019Associazione nazionale per il controllo democratico fondata da antifascisti a Milano su un precedente inglese durante la prima guerra mondiale, ma insorse quando per il raggruppamento antifascista Prampolini propose il nome \u201cDemocratico\u201d, ritenendolo del tutto inopportuno. Tra momenti di grande disillusione e incoercibili impulsi a operare, Matteotti non perdeva comunque la speranza di fare del PSU il centro aggregativo delle opposizioni (\u201cl\u2019unione di tutte le forze che onestamente e lealmente intendono di opporsi alla dittatura fascista\u201d), e in tale prospettiva giunse a carezzare l\u2019ipotesi di una riunificazione con i massimalisti, anche per non perdere completamente \u201cil contatto con le masse\u201d. Stava lavorando all\u2019opuscolo Mussolini nel 1919-20 (sarebbe uscito postumo con il titolo Fascismo della prima ora. Pagine estratte dal \u201cPopolo d\u2019Italia\u201d) e portava avanti il lavoro preparatorio per il libretto Un anno di dominazione fascista, terminato poi agli inizi del dicembre 1923, e pubblicato nel febbraio 1924. L\u2019opuscolo sarebbe diventato di 200 pagine, e ne ipotizzava l\u2019uscita \u201cora per lo scioglimento Camera\u201d. Gli accludeva solo una premessa breve, ma di grande efficacia, dove alla pretesa del Governo fascista di giustificare \u201cla conquista armata del potere politico, l\u2019uso della violenza e il rischio di una guerra civile, con la necessit\u00e0 urgente di ripristinare l\u2019autorit\u00e0 della legge e dello Stato, e di restaurare l\u2019economia e la finanza salvandole dal pericolo\u201d, opponeva \u201ci numeri, i fatti e i documenti raccolti (che) dimostrano invece che mai, come nell\u2019anno fascista, l\u2019arbitrio si \u00e8 sostituito alla legge, lo Stato asservito alla Nazione, e divisa la Nazione in due ordini, dominatori e sudditi\u201d. Per rilanciare il partito consider\u00f2 l\u2019opportunit\u00e0 di un concorso a premi per il \u201cdistintivo\u201d o per la tessera del 1924, la quale infine fu oggetto di studi e vari tentativi. Aveva in mente di organizzare convegni a Napoli, Roma e, il pi\u00f9 importante, a Milano tra settembre e ottobre. Contava ancora sulla autorevolezza di Turati, come dimostrava la lettera del 29 agosto 1923: sarebbe un suo discorso quel \u201cqualcos\u2019altro\u201d, pi\u00f9 forte, su cui far leva per cercare di aggregare ceti e persone interessate ad \u201cun\u2019azione per la riconquista della libert\u00e0, e per toccare l\u2019opinione pubblica\u201d. Ipotizzava come sede Torino, alla presenza dello stato maggiore del Partito, e come \u201cprogramma\u201d la riaffermazione di che cosa ci fosse di vivo nella dottrina socialista, per poi ribadire \u201cl\u2019avversione ai metodi che hanno discreditato il partito nel dopoguerra e a tutti gli eccessi negli scioperi, negli appetiti di categoria, nei servizi pubblici\u201d e quindi concludere con obiettivi immediati per la riconquista della libert\u00e0 e per \u201cla ricostruzione economica e morale del paese\u201d. La prospettiva era ambiziosa: solo cos\u00ec sarebbe possibile \u201cpreparare una piattaforma nuova e a larga base, che (avesse) ripercussione non soltanto negli strati popolari, ma anche nei pi\u00f9 colti e moderni della borghesia\u201d. Turati restava molto dubbioso \u201csull\u2019opportunit\u00e0 \u2013 direi anche sulla seriet\u00e0 e sulla possibilit\u00e0 \u2013 di aprire il fuoco cos\u00ec presto, e di aprirlo proprio a Torino, dove il comunismo e il fascismo ci prendono tra due fuochi, dove, non \u00e8 molto, si poterono assassinare varie diecine di compagni, e dove un insuccesso comprometterebbe tutto per un pezzo\u201d. Ma infine accett\u00f2 di aprire la campagna elettorale il 20 gennaio 1924 al Teatro Scribe di Torino. Il testo integrale del discorso apparve su \u201cLa Critica sociale\u201d e poi venne raccolto in opuscolo: rester\u00e0 uno dei documenti pi\u00f9 alti dell\u2019antifascismo italiano. I rapporti con lo stesso Turati, tuttavia, non furono sempre in sintonia, anche perch\u00e9 ben presto l\u2019attivit\u00e0 di partito ebbe due centri, non sempre all\u2019unisono: a Roma restava la Direzione, a Milano si stampava \u201cLa Giustizia\u201d e l\u2019influenza del gruppo di \u201cCritica sociale\u201d era pi\u00f9 forte. Il motivo di maggiore dissenso fu dato dalla risistemazione dell\u2019organico del giornale. In data 8 gennaio 1924 Turati lament\u00f2 la frettolosit\u00e0 di certe decisioni della Direzione. Matteotti si sent\u00ec spiazzato, deprec\u00f2 l\u2019assenza di un minimo di disciplina, alz\u00f2 i toni parlando di \u201cdisfattismo\u201d che trovava \u201ctutti i pretesti e tutte le ragioni\u201d, fino a coinvolgere lo stesso Turati (\u201cmi duole soprattutto quando arriva a far presa su di te che eri uno dei pochissimi che resistevi all\u2019inerzia dei molti. Io non comprendo codesto eterno dire e disdire\u201d), fino a minacciare le dimissioni (\u201cse ci\u00f2 non va, dite di riconvocare la Direzione, affinch\u00e9 provveda altrimenti. Io cos\u00ec non vado avanti\u201d). Ma poi Matteotti si ributt\u00f2 nella lotta con inalterato impegno. Nel febbraio 1924 favor\u00ec una riunione con repubblicani, bonomiani, sardisti, Italia libera e altri gruppi per rilanciare l\u2019idea del blocco elettorale per la libert\u00e0, cio\u00e8 di una lista nazionale comprendente tutta l\u2019opposizione, ovvero della comune deliberazione per l\u2019astensione. Una volta tramontata l\u2019idea della lista nazionale delle opposizione riunite, il partito avrebbe preferito l\u2019astensione purch\u00e9 in questo proposito convenissero tutti i partiti d\u2019opposizione, da Amendola e Bonomi ai massimalisti, \u201cnon richiedendo invece il concorso dei popolari e dei comunisti\u201d. Ma anche l\u2019ipotesi dell\u2019astensione svan\u00ec ben presto, come risultava in una lettera a Giulio Zanardi del febbraio 1924. Restava il fatto che \u2013 lui stesso protagonista \u2013 gi\u00e0 si preannunciava l\u2019Aventino. A fronte della proposta del PCdI di un blocco tra i tre partiti di classe, Matteotti rispondeva a Palmiro Togliatti in data 25 gennaio 1924 che essa contrastava \u201ccon l\u2019obiettivo preliminare della restaurazione pura e semplice delle \u201clibert\u00e0 statutarie\u201d, perseguito invece dal PSU. Riteneva inaccettabili tre condizioni poste dai comunisti: l\u2019indirizzo tattico (\u201cantitetico al nostro\u201d); la rinuncia a priori dell\u2019astensione dalla lotta elettorale che invece avrebbe potuto esprimere con pi\u00f9 immediatezza la protesta del proletariato contro il regime di dittatura fascista, e soprattutto l\u2019esclusione della \u201crestaurazione pura e semplice delle libert\u00e0 statutarie\u201d, magari con l\u2019appoggio di elementi non appartenenti ai tre partiti di sinistra, come finalit\u00e0 di qualsiasi blocco di opposizione al fascismo e alla dittatura da esso instaurata. Tale posizione era confermata nella risposta alla Direzione del Partito comunista in data 16 aprile 1924 in merito all\u2019ipotesi di una manifestazione unitaria per il 1 maggio. Matteotti respingeva la tesi del fronte unico, di cui coglieva la strumentalit\u00e0 polemica da parte di chi aveva inasprito le ragioni della scissione e della discordia nella classe lavoratrice. E scriveva: \u201cRestiamo quel che siamo. Voi siete comunisti per la dittatura e per il metodo della violenza delle minoranze; noi siamo socialisti e per il metodo democratico delle libere maggioranze. Non c\u2019\u00e8 quindi nulla di comune tra noi e voi\u201d. Per lui il nemico era uno solo: il fascismo, ma complice involontario di esso era il comunismo, perch\u00e9 la violenza e la dittatura predicata dall\u2019uno, divenivano il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell\u2019altro. Il distacco con i comunisti era ormai incolmabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Troppo diversi gli obiettivi tattici e di fondo, perfino il linguaggio. Quello socialista unitario parlava di libert\u00e0 e di democrazia. Le enormi difficolt\u00e0 incontrate nella preparazione della campagna elettorale indussero Matteotti a rivolgersi ancora a Turati per annunciare le dimissioni dalla segreteria dopo le elezioni. In realt\u00e0, percepiva chiaramente che la lotta politica era entrata in una fase nuova, per la quale larga parte dei vecchi quadri del Partito non sembravano pi\u00f9 idonei (\u201cgente arrivata in altri tempi e per altri modi\u201d). I tempi richiedevano gente di volont\u00e0 e non scettica, per una \u201cresistenza senza limite\u201d contro la dittatura fascista (\u201cCerco la vita, voglio la lotta contro il fascismo. Per vincerla bisogna inacerbirla\u201d). Tale presupposto si basava sulla convinzione, rivelatasi corretta, che il fascismo dominante non avrebbe deposto le armi, n\u00e9 tantomeno restituito spontaneamente all\u2019Italia un regime di legalit\u00e0 e di libert\u00e0 perch\u00e9 \u201ctutto ci\u00f2 che esso ottiene, lo sospinge a nuovi arbitri a nuovi soprusi. \u00c8 la sua essenza, la sua origine, la sua unica forza, ed \u00e8 il temperamento stesso che lo dirige\u201d. Da politico perseguiva sempre la \u201cricostituzione delle nostre file\u201d con fede nella libert\u00e0, ma l\u2019appello era sempre pi\u00f9 rivolto ai \u201cpuri di cuore\u201d. Andava dunque a ricercare \u201cgli atti di coraggio e di fermezza compiuti dai compagni in nome del Partito, perch\u00e9 d\u2019ora in avanti intendiamo pi\u00f9 che mai attingere alle energie morali del partito che fortunatamente rimangono intatte in mezzo al frantumarsi dell\u2019inquadramento materiale della nostra organizzazione\u201d. La dimensione della lotta al fascismo era spostata sul piano dei simboli, dei valori, delle idee. Il martirio di Matteotti ne avrebbe rappresentato l\u2019apoteosi. Come previsto, le politiche del maggio 1924 segnarono la d\u00e9bacle dei socialisti (il Psu port\u00f2 alla Camera 24 deputati, il Psi 22). Il 30 maggio 1924 il neo presidente della Camera Alfredo Rocco, presente Mussolini al banco del Governo, ricevuta dalla Giunta delle elezioni la relazione di convalida in blocco di tutti gli eletti della maggioranza, ne mise ai voti l\u2019accoglimento. Le opposizioni furono prese alla sprovvista, e chiesero la sospensione, che fu rigettata. Nella discussione su eventuali contestazioni, Matteotti contest\u00f2 in blocco la validit\u00e0 delle elezioni e, chiedendo il rinvio di quelle inficiate dalle violenze alla Giunta delle elezioni, per un\u2019ora e mezzo parl\u00f2 degli episodi di violenza, fra urla e interruzioni. Denunci\u00f2 l\u2019invadenza di \u201cuna milizia armata, composta di cittadini di un solo partito\u201d, la quale aveva il compito di sostenere \u201cun determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse\u201d. La proposta di rinvio degli atti alla Giunta delle elezioni, a firma Arturo Labriola, Matteotti e Enrico Presutti, fu messa ai voti e ottenne solo 57 s\u00ec, 42 astenuti su 384 presenti e votanti. Come bene scrisse Sandro Pertini nella premessa ai Discorsi parlamentari pubblicati in tre volumi dalla Camera dei deputati nel 1970, a Matteotti \u201cappariva un\u2019insipienza quella di far s\u00ec che fosse distrutto l\u2019ultimo rimasuglio di Parlamento nel momento in cui crescevano l\u2019arbitrio e la prepotenza della piazza. Quasi presagio della fine dell\u2019istituto rappresentativo, si sorprendeva che dovessero essere proprio i socialisti le ultime, sciolte, guardie del sistema costituzionale\u201d. Mentre ogni spazio di agibilit\u00e0 politica si andava restringendo nel paese, Matteotti aveva concentrato ogni azione nella sede parlamentare, certamente la tribuna pi\u00f9 autorevole, ma anche il cuore autentico della democrazia rappresentativa, il bene ultimo e pi\u00f9 prezioso della collettivit\u00e0. E l\u00ec si sarebbe consumato il suo sacrificio. Il 10 giugno 1924 alle ore 16,30 Matteotti usciva dalla sua abitazione in Via Pisanelli 40, a pochi passi dal Lungotevere Arnaldo da Brescia, fu aggredito e ucciso a coltellate. I miseri resti furono trovati nella macchia della Quartarella presso Riano Flaminio. Filippo Turati lo commemor\u00f2 il 27 giugno 1924 a Montecitorio, ma non nell\u2019Aula dove i deputati dell\u2019opposizione avevano deciso di non tornare pi\u00f9. Matteotti non si era mai stancato di ammonire che l\u2019inefficienza delle istituzioni nella tutela delle libert\u00e0 comuni generava disaffezione e lacerazione nel tessuto sociale, fino a minarne irrimediabilmente la stessa coesione. A ben vedere, il 10 giugno 1924 si determin\u00f2 un solco non pi\u00f9 colmabile tra due Italie, destinato a produrre effetti negativi nel lungo periodo. Subito dopo la morte, \u201cLa Giustizia\u201d scrisse che Matteotti era rimasto vittima del \u201csuo civico eroismo\u201d, della sua \u201cvirt\u00f9\u201d, e cos\u00ec egli ascendeva \u201calla volont\u00e0 operosa di redimerci per raccogliere la sua eredit\u00e0, di costruire su quelle ossa il monumento ideale del riscatto d\u2019Italia\u201d. Certo, Matteotti divent\u00f2 immediatamente l\u2019antiMussolini, simbolo dell\u2019eroismo antifascista, con cui iniziava una nuova storia d\u2019Italia. Nell\u2019esigenza di segnare la discontinuit\u00e0 con il regime fascista e con l\u2019Italia monarchica, nella rimozione del passato (che pure era cosa diversa dalla critica del passato) Piero Calamandrei, massimo cantore della Resistenza, nel discorso alla Costituente il 4 marzo 1947, interrogandosi sul giudizio dei posteri in merito all\u2019opera dei Costituenti stessi, ammon\u00ec a tradurre il sogno dei \u201cCaduti in leggi chiare, stabili e oneste, per una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta e pi\u00f9 umana\u201d, in modo da rendere la Costituzione \u201cnon una carta morta\u201d, ma piuttosto \u201cil testamento\u201d di un popolo\u201d. Si designava cos\u00ec a mito fondante del nuovo Stato democratico il culto dei Caduti per la Libert\u00e0, spesso oscuri ma per questo non meno significativi, dietro i quali si stagliavano i martiri dell\u2019antifascismo: Matteotti apriva la scia nella quale si annoveravano Amendola, Gobetti, Don Minzoni, Gramsci, Rosselli. In termini epici, la loro morte era rappresentata a riscatto\/espiazione per tutti, per una nazione intera: mito fondativo dell\u2019Italia repubblicana. Un mito fondativo che conviene ricordare sempre, quando si avverta la necessit\u00e0 di esaltare il valore pi\u00f9 alto della politica e della coesione sociale nella libert\u00e0. Forte dell\u2019autorevolezza delle istituzioni coinvolte e ricca di materiali inediti, la rassegna annovera documenti originali \u2013 con particolare riferimento agli atti istruttori e giudiziari, mai mostrati in precedenza, che sostanziano il percorso interpretativo \u2013 tra fotografie, manoscritti, oggetti, libri d\u2019epoca, articoli di giornali e riviste, filmati e documentari, opere d\u2019arte, sculture, ceramiche, quadri, nonch\u00e9 brani musicali dedicati al leader politico. L\u2019esposizione \u00e8 suddivisa in quattro sezioni, che ripercorrono la vita di Matteotti e il drammatico passaggio dallo Stato liberale alla dittatura fascista. La sezione <em>Il giovane Matteotti<\/em> registra l\u2019impegno in Polesine a favore di braccianti e mezzadri, la carriera accademica, l\u2019attivit\u00e0 pubblicistica per \u201cLa Lotta\u201d, l\u2019adesione al Partito Socialista. Quella sull\u2019<em>Impegno politico nazionale 1919-1924<\/em>, ne distingue l\u2019attivit\u00e0 parlamentare, l\u2019azione politica contro il fascismo, considerato da subito un pericolo mortale per le istituzioni democratiche, e gli squadristi, intesi quale \u201cguardia bianca\u201d degli interessi agrari e dei \u201ccollaborazionisti\u201d, in seno al neonato Psu di cui \u00e8 segretario. La sezione <em>Sequestro e morte 1924-1926<\/em>, partendo dall\u2019affermazione alle elezioni del 1924 del Psu quale partito pi\u00f9 forte della sinistra, include il celebre discorso del 30 maggio 1924 in Parlamento contro i brogli e le violenze dei fascisti, fino al sequestro di cui fu vittima il 10 giugno 1924 a Roma, all\u2019assassinio, al ritrovamento del cadavere il successivo 16 agosto e al processo-farsa di Chieti. Infine la sezione <em>Il mito di Matteotti<\/em>, focalizza il lascito fattuale e ideale del politico, dalle commemorazioni alle Brigate Matteotti fino alla perdurante residenza nell\u2019immaginario collettivo perch\u00e9, come lui stesso ebbe a dire: \u201cUccidete me, ma l\u2019idea che \u00e8 in me non la ucciderete mai\u2026 La mia idea non muore\u201d. L\u2019intento della mostra \u00e8 quello di restituire al grande pubblico il valore di uno dei padri della nostra democrazia e di far conoscere alle nuove generazioni, con approfondimenti multimediali, iniziative formative e linguaggio immediato, un politico e intellettuale di notevole valore. \u201cGiacomo Matteotti. Vita e morte di un padre della democrazia\u201d \u00e8 corredata dal catalogo edito da Treccani che, recependo contributi iconografici inediti e preziose testimonianze, contempla origini, attivit\u00e0 ed epilogo di un martire dell\u2019antifascismo votato alla libert\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Museo di Roma \u2013 Palazzo Braschi<\/p>\n\n\n\n<p>Giacomo Matteotti. Vita e morte di un Padre della democrazia<\/p>\n\n\n\n<p>dal 1 Marzo 2024 al 16 Giugno 2024<\/p>\n\n\n\n<p>dal Marted\u00ec alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00<\/p>\n\n\n\n<p>Luned\u00ec Chiuso&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Padre della Democrazia&nbsp; Giovanni Cardone Fino al 16 Giugno si potr\u00e0 ammirare al Museo di Roma \u2013 Palazzo Braschi una mostra dedicata a Giacomo Matteotti \u2013 Vita e Morte di un Padre della Democrazia nel centenario della scomparsa,il percorso umano e politico del leader socialista a cura diMauro Canalicon la direzione e il coordinamento generale [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":3767,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"content-type":"","_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"jnews-multi-image_gallery":[],"jnews_single_post":[],"jnews_primary_category":[],"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[40,32],"tags":[47,44,38],"class_list":{"0":"post-3765","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-historia","8":"category-politica","9":"tag-arte","10":"tag-historia","11":"tag-italia"},"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/Mostra-Matteotti-2.jpg?fit=640%2C360&ssl=1","jetpack_likes_enabled":true,"jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3765","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3765"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3765\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3769,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3765\/revisions\/3769"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/3767"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3765"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3765"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3765"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}