{"id":3620,"date":"2024-04-22T10:25:55","date_gmt":"2024-04-22T13:25:55","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=3620"},"modified":"2024-04-22T10:25:56","modified_gmt":"2024-04-22T13:25:56","slug":"a-firenze-in-mostra-anselm-kiefer-angeli-caduti-uno-dei-piu-importanti-artisti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=3620","title":{"rendered":"A Firenze in mostra Anselm Kiefer. Angeli caduti Uno dei pi\u00f9 importanti Artisti"},"content":{"rendered":"\n<p>Contemporanei<\/p>\n\n\n\n<p>Giovanni Cardone<br>Fino 21 Luglio 2024 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Strozzi Firenze la mostra dedicata ad Anselm<br>Kiefer. Angeli caduti a cura di Arturo Galansino. L\u2019esposizione \u00e8 promossa e organizzata dalla<br>Fondazione Palazzo Strozzi, in collaborazione con il Comune di Firenze, Regione Toscana, Camera<br>di Commercio di Firenze. Fondazione CR Firenze, Comitato dei Partner di Palazzo Strozzi. Main<br>Partner: Intesa Sanpaolo. Con il contributo di Citt\u00e0 Metropolitana di Firenze. Con il supporto di<br>Gagosian. Si ringrazia Maria Manetti Shrem e Fondazione Hillary Merkus Recordati. Una nuova<br>grande mostra ideata e realizzata insieme a uno dei pi\u00f9 importanti artisti tra XX e XXI secolo: un<br>percorso fra lavori storici e nuove produzioni, inclusa una nuova grande opera creata in dialogo con<br>il cortile rinascimentale. Una grande mostra concepita appositamente dall\u2019artista che attraverso<br>venticinque opere storiche di recente produzione tra cui un lavoro immersivo composto da sessanta<br>tele di dimensioni ci vuole raccontare come egli concepisce l\u2019arte che nelle sue opere abbraccia<br>pittura, scultura, installazione e fotografia. L\u2019espressione \u201cangeli caduti\u201d indica gli angeli cacciati<br>dal Paradiso a seguito della loro ribellione contro Dio. Quest\u2019immagine simbolica, rappresentazione<br>dell\u2019intera umanit\u00e0, diventa punto di partenza della mostra a Palazzo Strozzi: un viaggio attraverso<br>allegorie, figure e forme che riflettono sull\u2019identit\u00e0, la poesia, le vicende storiche, i diversi pensieri<br>filosofici. Utilizzando pittura, scultura, installazione e fotografia, l\u2019arte di Kiefer propone un<br>percorso di introspezione sull\u2019essere umano, esplorando le connessioni tra passato, presente e<br>futuro. Con l\u2019uso audace di diversi materiali e tecniche, Kiefer crea lavori celebri per una forte<br>presenza fisica e tattile, stabilendo una connessione immediata e autentica con lo spettatore.<br>Profondamente interessato al loro valore alchemico, Kiefer trasforma materie grezze come piombo,<br>cera, semi, terra, fiori, sabbia e cenere in opere imponenti e suggestive, fatte di dense stratificazioni.<br>Utilizzando l\u2019elettrolisi o il fuoco, ad esempio, i materiali sono sottoposti a reali trasformazioni<br>fisiche. I diversi strati visivi, le sedimentazioni, offrono una lettura multipla, rivelando sempre<br>nuovi dettagli e significati all\u2019osservatore. Ogni produzione artistica di Kiefer esprime il rifiuto del<br>limite, non solo nella monumentalit\u00e0 o nella materialit\u00e0 ma soprattutto nell\u2019infinita ricchezza di<br>risorse con le quali sonda le profondit\u00e0 della memoria e del passato. L\u2019artista ha esordito nella scena<br>tedesca alla fine degli anni Sessanta con opere che, tra le prime, hanno segnato una riflessione sulla<br>storia della Seconda guerra mondiale e sull\u2019eredit\u00e0 emotiva e culturale della Germania. Da qui \u00e8<br>iniziato un percorso artistico in cui si uniscono mito, religione, misticismo, poesia, filosofia. In una<br>mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura Anselm Kiefer apro il mio saggio dicendo : E la<br>seconda volta che vedo le opere di Kiefer e pensavo ad Emanuele Severino il quale evidenzia bene<br>nel suo percorso la fine del mondo o meglio la fine dell\u2019uomo : Ponendosi in contrapposizione al<br>punto di vista tecnicistico, che tende a negare la possibilit\u00e0 che la filosofia si occupi della tecnica, la<br>riflessione di Emanuele Severino intende sottolineare l&#8217;esistenza di una stretta connessione fra le<br>due forme di sapere. La tecnica infatti \u00e8 tanto pi\u00f9 potente proprio quanto pi\u00f9 ascolta la voce della<br>filosofia del nostro tempo, che ha dimostrato l&#8217;impossibilit\u00e0 dell&#8217;esistenza di un ordinamento<br>assoluto, assolutamente vero, lasciando cos\u00ec allo sviluppo tecnologico un universo in cui non<br>esistono limiti inoltre passabili e inviolabili. Se la progressiva simbiosi fra pensiero filosofico e<br>operativit\u00e0 tecnica determina cos\u00ec il balzo in avanti inarrestabile di quest&#8217;ultima, Emanuele Severino<br>ha per\u00f2 posto l&#8217;accento sul problema cruciale della destinazione della societ\u00e0 tecnologica,<br>soprattutto in relazione all&#8217;uomo. La tecnica, infatti, costituisce lo strumento utilizzato dalle grandi<br>forze che guidano la nostra civilt\u00e0 per realizzare e affermare la propria concezione di uomo. In<br>questo conflitto \u00e8 per\u00f2 inevitabile che i confliggenti tendano sempre pi\u00f9 ad aumentare la potenza<\/p>\n\n\n\n<p>dello strumento e a non intralciare il suo funzionamento. Quando questo accade allora lo scopo di<br>questa forza diventa ci\u00f2 che dapprima era il mezzo di cui essa intendeva servirsi. In questo modo<br>l&#8217;uomo, che era lo scopo del marxismo, del cristianesimo, dell&#8217;illuminismo o della democrazia, per<br>fare alcuni esempi, diventa ora mezzo, e in quanto tale muore. In questo senso Emanuele Severino<br>parla di \u00abmorte dell&#8217;uomo\u00bb, affermando per\u00f2 al contempo la coincidenza dell&#8217; \u00abessenza della<br>tecnica\u00bb con \u00abl&#8217;umanit\u00e0 della tecnica\u00bb. Se infatti si assume la definizione di uomo soggiacente alle<br>diverse concezioni, come centro cosciente capace di organizzare i mezzi in vista della produzione di<br>scopi, questa concezione di umanit\u00e0 trova il suo inveramento proprio nella tecnica, nella forza cio\u00e8<br>oggi dominante per organizzare mezzi in vista della produzione di scopi, o meglio ancora scopo<br>essa stessa di questo meccanismo. In questo modo la tecnica oggi diviene quello che Dio era ieri, e<br>cio\u00e8 la potenza suprema alleandosi alla quale l&#8217;uomo si salva. \u00c8 possibile, secondo Emanuele<br>Severino, indicare un&#8217;ulteriore definizione di uomo alternativa sia a quella&nbsp; delle ideologie che a<br>quella della tecnica: una definizione che si ponga al di sopra della volont\u00e0 di potenza che tecnica e<br>Dio hanno in comune. E quello che fa Kiefer con le sue opere e con il suo linguaggio ovvero : la<br>fine di cui ci occupiamo \u00e8 la fine di un mondo, pi\u00f9 o meno definibile, che ha ruotato intorno<br>all\u2019industrializzazione e ai suoi prodotti e che oggi possiamo chiamare Occidente. Questo mondo \u00e8<br>oggi caratterizzato da cambiamenti sempre pi\u00f9 rapidi e imprevedibili, messi in moto da azioni<br>umane, che si manifestano nella forma di alterazioni del clima, perdita della biodiversit\u00e0,<br>degradazione del suolo, esaurimento delle risorse terrestri. In una parola questa situazione \u00e8 stata<br>definita Antropocene, un termine coniato negli anni \u201980 da Eugene Stoermer , ma reso celebre solo<br>nel 2002 da Paul Crutzen . Egli propose di introdurre l\u2019Antropocene quale nuova era geologica che<br>metterebbe fine all\u2019Olocene, sulla base della definizione formulata e pubblicata per la prima volta<br>insieme a Stoermer nel 2000 secondo la quale a partire dalla Rivoluzione industriale di fine XVIII<br>secolo l\u2019attivit\u00e0 umana inizi\u00f2 a modificare il funzionamento del Sistema Terra a causa delle<br>emissioni di anidiride carbonica provocate dall\u2019utilizzo di combustibili fossili. La nozione di<br>Antropocene cerca di dare un nome a questi ultimi secoli di dominio dell\u2019anthropos sulla natura, ma<br>ha suscitato numerose critiche come vedremo pi\u00f9 avanti. La stessa presunta data di inizio di questa<br>nuova era geologica \u00e8 questione di dibattito; \u00e8 stato proposto di anticiparla all\u2019epoca della comparsa<br>dell\u2019agricoltura nella Mezzaluna fertile intorno a 11 000 anni fa, o di posticiparla agli anni seguenti<br>la fine della Seconda Guerra Mondiale, periodo definito Grande Accelerazione per via<br>dell\u2019intensificazione di alcuni processi caratteristici della modernit\u00e0 quali l\u2019industrializzazione e<br>l\u2019urbanizzazione. La constatazione principale dei fondatori del concetto Antropocene riguarda la<br>portata dell\u2019azione umana la quale si \u00e8 rivelata in grado di influenzare la composizione e le funzioni<br>della sistema Terra: l\u2019impresa umana moderna lascer\u00e0 la sua traccia nelle rocce. A causa del grande<br>impatto antropico sul funzionamento dell\u2019ecosistema, assistiamo oggi alla presenza di numerosi<br>processi i cui effetti potrebbero essere potenzialmente molto negativi per la vita della specie umana<br>cos\u00ec come la conosciamo oggi. Questi processi, che comprendono il riscaldamento globale,<br>l\u2019acidificazione degli oceani, la desertificazione del suolo, la perdita della biodiversit\u00e0 ecc.<br>potrebbero condurre verso una catastrofe climatica, mettendo l\u2019umanit\u00e0 di fronte alla possibilit\u00e0<br>della sua fine. Tuttavia, ai fini del nostro discorso, verr\u00e0 preso in considerazione il mondo<br>occidentale, in quanto mondo culturale che, essendo portatore di quei modi di stare al mondo che<br>rischiano di causare il collasso, risulta particolarmente soggetto alla possibilit\u00e0 di finire. La nostra<br>intenzione \u00e8 analizzare le modalit\u00e0 e le forme secondo cui tale finire \u00e8 pensato, immaginato e<br>rappresentato. Si tratta dunque della fine di una collettivit\u00e0, a causa dell\u2019impossibilit\u00e0 di continuare<br>ad abitare il mondo secondo la propria cultura e i modi finora utilizzati. Il pi\u00f9 influente contributo<br>per un discorso sulla fine del mondo, nell\u2019accezione che interessa a noi ossia inteso come mondo<br>culturale, \u00e8 senza dubbio quello di Ernesto De Martino. Nel 1964, durante una delle poche<br>presentazioni orali del suo progetto sull\u2019analisi delle apocalissi culturali, pubblicato poi nell\u2019opera<\/p>\n\n\n\n<p>postuma La fine del mondo, De Martino pone una questione accolta come provocatoria; dato che il<br>convegno si svolgeva su questioni relative al mondo di domani, egli si ferm\u00f2 a riflettere anzitutto se<br>quel mondo avrebbe avuto un domani, un futuro. Problema pi\u00f9 che legittimo ed essenziale, per noi<br>adesso, ma allora appariva alquanto inappropriato e apocalittico. Inoltre De Martino rende subito<br>chiaro in che modo secondo lui il mondo, tale come lo si conosce, pu\u00f2 finire; ci\u00f2 che potrebbe<br>venire meno \u00e8 la possibilit\u00e0 della cultura, dunque la possibilit\u00e0 per un gruppo umano di ordinare il<br>mondo e abitarlo, a causa della perdita di senso dei valori intersoggettivi sui quali lo stare al mondo<br>proprio di una cultura si fonda; la possibilit\u00e0 che questa perduri dipende esclusivamente dalle scelte<br>umane. De Martino distingue due sensi secondo i quali \u00e8 possibile concepire la fine di un mondo<br>culturale ordinato: \u00abcome tema culturale storicamente determinato, e come rischio antropologico<br>permanente\u00bb . Nel primo senso la fine del mondo rientra nell\u2019immaginario mitico di una comunit\u00e0 e<br>si declina sulla base della visione del tempo e della storia propria di tale comunit\u00e0. Nel secondo<br>senso, la fine corrisponde al rischio, sempre presente, di \u00abnon poterci essere in nessun mondo<br>culturale possibile, la catastrofe di qualsiasi progettazione comunitaria secondo valori\u00bb. Ora, la<br>cultura, al fine di preservare se stessa, deve porsi come antidoto a tale rischio. Nelle parole di De<br>Martino: \u00ab come il rischio radicale contro cui appunto la cultura si costituisce nella pi\u00f9 specifica<br>qualit\u00e0 di esorcismo solenne da rinnovare incessantemente\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\">\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"980\" height=\"653\" data-attachment-id=\"3623\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=3623\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/anselm-kiefer-palazzo-strozzi-19032024-ludovica-arcero-saywho-3-6602d9a2ad3f8.jpg?fit=980%2C653&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"980,653\" data-comments-opened=\"1\" 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La cultura<br>occidentale contemporanea sembra aver dimenticato o tralasciato il suo ruolo fondamentale di<br>esorcismo che scongiuri il rischio del crollo dell\u2019ordine mondano. Tale cultura infatti, a partire dalla<br>modernit\u00e0 ha intrapreso un percorso che rischia di condurla verso la propria fine, la quale rischia di<br>essere definitiva, esperita come fine del vissuto e impossibilit\u00e0 di risanare il mondo. Prima di agire<br>l\u2019uomo antico avrebbe fatto sempre un passo indietro, alla maniera del torero che si prepara al colpo<br>mortale. Egli avrebbe cercato nel passato un modello in cui immergersi come in una campana di<br>palombaro, per affrontare cos\u00ec, in pari tempo protetto e trasfigurato, il problema del presente. La sua<br>vita ritrovava in tal modo la propria espressione e il proprio senso. La mitologia del suo popolo non<br>era soltanto per lui convincente, aveva cio\u00e8 un senso, ma era anche chiarificatrice, vale a dire dava<br>senso. La mitologia \u00e8 uno degli strumenti utilizzati dalle culture per svolgere la loro funzione<br>protettrice nei confronti del rischio di apocalisse culturale. Per De Martino, il mito rappresenta una<br>tecnica per uscire dalla storia, dal momento presente e dai problemi che esso comporta. \u00abIl senso<br>del mito \u00e8 nella sicurezza che derivava dal suo tecnicismo, e cos\u00ec pure il senso delle cose che dal<br>mito procede. Stare nella storia come se non ci si stesse\u00bb . Il mito svolge un ruolo di paragone, di<br>esempio per l\u2019azione e inoltre dona un orizzonte agli eventi e alla storia, portando l\u2019attenzione e la<br>riflessione sulle origini e sul senso del mondo. Nell\u2019Occidente contemporaneo i miti sembrano<br>essere stati dimenticati o aver perso la loro forza, a eccezione del mito del progresso quale<br>strumento che giustifica il meccanismo capitalista senza per\u00f2 fornire un orizzonte di senso.<br>L\u2019assenza di miti impedisce per esempio la rigenerazione dell\u2019ordine mondano esistente e la sua<br>purificazione. La societ\u00e0 occidentale non conosce pi\u00f9 gli strumenti per uscire dalla storia e dal<br>mondo dunque vi rimane intrappolata; nel momento della crisi quindi non sar\u00e0 possibile alcuna<br>operabilit\u00e0 mondana. Il progetto della collassologia, come vedremo, \u00e8 in parte sulla stessa linea<br>d\u2019onda di quello di De Martino; porsi il problema della fine del mondo, il nostro, ha lo scopo di<br>renderci consapevoli della possibilit\u00e0 che un giorno il mondo potrebbe subire delle trasformazioni<br>considerevoli e i nostri schemi culturali potrebbero non essere pi\u00f9 adeguati per orientarsi nel<br>paesaggio circostante. Il vantaggio di prepararsi, innanzi tutto nel pensiero, a tale eventualit\u00e0, sia<br>singolarmente sia collettivamente risulta dal fatto che \u00abcoloro che si stanno preparando non<br>troveranno la prova facile, ma hanno meno probabilit\u00e0 di essere schiacciati dalla crisi rispetto a<br>coloro che rifiutano di pensarci\u00bb. A causa dei cambiamenti climatici, in un prossimo futuro, un<br>numero sempre crescente di persone sar\u00e0 costretto a migrare abbandonando il proprio luogo di<\/p>\n\n\n\n<p>origine (Brown 2008). In uno scenario del genere possiamo immaginare che uno dei rischi<br>principali per il singolo e per le comunit\u00e0 sia quello di non poter contare pi\u00f9 sul proprio modello<br>culturale perch\u00e9 la sua tenuta potrebbe non essere pi\u00f9 assicurata. A questo seguirebbe dunque un<br>senso di smarrimento, quando non addirittura una crisi della presenza come teorizzata gi\u00e0 allora da<br>De Martino che, se estesa alla collettivit\u00e0, assumerebbe la forma di apocalisse culturale. Sullo<br>sfondo dei mutamenti climatici il tema della fine del mondo assume un nuovo aspetto, diventando<br>sempre pi\u00f9 reale, pi\u00f9 empirico. Il rischio di una catastrofe generato dal cambiamento ambientale \u00e8 il<br>simbolo di un mondo che si confronta con il pericolo di perdersi, di finire senza la possibilit\u00e0 di<br>rigenerarsi. De Martino all\u2019epoca degli studi sulle apocalissi culturali raccolse numerosi documenti<br>provenienti dalla letteratura e dalle arti figurative sul tema apocalittico; in questi campi si registrava<br>infatti la fragilit\u00e0 della societ\u00e0 moderna, in primo luogo nella forma del rischio di una guerra<br>nucleare che apriva allora prospettive catastrofiche per il mondo occidentale che talvolta De<br>Martino chiama \u201ceuroamericano\u201d. Se nella storia dell\u2019Occidente il tema della fine ha trovato posto<br>in narrazioni mitiche, basti pensare al filone escatologico all\u2019interno della tradizione<br>ebraicocristiana, nella contemporaneit\u00e0 la fine non \u00e8 pi\u00f9 motivo di riflessione collettiva e tema di<br>prospettive di salvezza. Da qui l\u2019importanza di ritornare a pensare alla fine, soprattutto all\u2019interno di<br>una cultura quale quella occidentale che vive nel rischio concreto di apocalisse culturale che pu\u00f2<br>sfociare in un bruto finire senza capacit\u00e0 di reintegrazione, data l\u2019impossibilit\u00e0 della cultura di porsi<br>come antidoto e di svolgere una funzione protettrice. Sulla base del latino collapsus, nel 2015 Pablo<br>Servigne e Raphael Stevens introducono il termine collapsologie nel loro libro Comment tout peut<br>s\u2019effondrer. Petit manuel de collapsologie \u00e0 l\u2019usage des g\u00e9n\u00e9rations pr\u00e9sentes per indicare una<br>nuova ed essenziale branca di studi, interdisciplinare e non sistematica, per pensare il futuro<br>prossimo del nostro mondo. La presa di coscienza dei dati circa la situazione climatica,<br>caratterizzata da rapidi mutamenti, pu\u00f2 provocare reazioni diverse a seconda del soggetto; reazioni<br>che, quando si manifestano sottoforma di trauma (recentemente \u00e8 stato introdotto il termine<br>\u201cclimate despair\u201d), devono essere lavorate, rielaborate. Alla luce dei dati, il futuro prossimo sulla<br>terra, per noi occidentali, appare confuso e tale confusione rischia di generare ansia da fine del<br>mondo catastrofica o apocalittica. La collassologia intende intervenire per pensare ed immaginare<br>fin da subito in quale modo i mutamenti climatici e tutti i rischi ad essi correlati potrebbero<br>condizionare e modificare il futuro che abbiamo sostanzialmente sempre immaginato uguale al<br>nostro presente. I cambiamenti climatici, di origine antropica, hanno messo in moto delle reazioni e<br>dei processi irreversibili i cui effetti, una volta superato il punto di non ritorno, risultano<br>imprevedibili. Dato che tali processi interessano molteplici aspetti della vita, gli autori succitati<br>hanno ipotizzato uno scenario di possibili numerosi effondrements, ossia collassi declinabili in<br>ambito economico, politico, ecologico, alimentare ecc.. Il viaggio interdisciplinare di Servigne e<br>Stevens prende avvio da un\u2019analisi della civilt\u00e0 occidentale contemporanea definita innanzi tutto<br>come industriale. Per spiegarne la storia utilizzano la metafora di un\u2019automobile che ha iniziato la<br>sua corsa all\u2019inizio dell\u2019era industriale, mantenendo una velocit\u00e0 limitata fino alla fine della<br>Seconda Guerra Mondiale, quando, all\u2019improvviso ha iniziato ad accelerare (periodo che \u00e8 stato<br>appunto definito Grande accelerazione). Avendo proseguito la sua corsa ad alta velocit\u00e0,<br>attualmente la lancetta sul tachimetro della velocit\u00e0 sta vacillando e non sappiamo se si<br>ristabilizzer\u00e0, se scender\u00e0 o se continuer\u00e0 ad aumentare. Sappiamo per\u00f2 che la corsa<br>dell\u2019automobile incontrer\u00e0 dei limiti, alcuni insormontabili, e dei confini che se attraversati la<br>faranno uscire di strada, senza possibilit\u00e0 di rimettersi in carreggiata e continuare la sua corsa come<br>prima. I limiti insuperabili per l\u2019automobile, dunque per la nostra civilt\u00e0, sono rappresentati<br>dall\u2019esaurimento delle risorse non rinnovabili quali energie fossili e minerarie e dalla scarsit\u00e0 di<br>risorse quali acqua, legname, cibo che, seppur rinnovabili, seguono dei ritmi che rischiano di essere<br>compromessi dal nostro consumo predatorio.<\/p>\n\n\n\n<p>I confini o le soglie che la civilt\u00e0 rischia di oltrepassare sono rischiosi perch\u00e9 meno evidenti,<br>dunque si corre il pericolo di superarli senza accorgersene; questi sono per esempio il clima, gli<br>ecosistemi, i cicli del sistema Terra ecc., fattori che mantengono in equilibrio e permettono il<br>funzionamento della civilt\u00e0 termo-industriale, una civilt\u00e0 sostenuta infatti dall\u2019energia, quale fonte<br>di movimento; e senza movimento questa societ\u00e0 non potrebbe esistere. Attualmente l\u2019automobile<br>prosegue a velocit\u00e0 sostenuta ed \u00e8 sul punto di uscire di strada, ma il volante \u00e8 bloccato, la direzione<br>non pu\u00f2 essere cambiata; il viaggio \u00e8 comunque confortevole, ma il prezzo da pagare per poter stare<br>seduti tranquilli nell\u2019abitacolo senza curarsi del paesaggio che scorre fuori dal finestrino non viene<br>messo in conto. Intraprendere un discorso sulla fine in anticipo serve innanzi tutto per permetterci di<br>reagire attivamente e non subire gli eventuali collassi che potrebbero condurre verso la fine<br>dell\u2019Occidente cos\u00ec come lo conosciamo. Non si tratta di essere pessimisti e attendere il peggio<br>restando inattivi. Pensare la fine, immaginarla, deve servire soprattutto a progettare un nuovo inizio,<br>ad essere pronti per il dopo. Non significa per\u00f2 nemmeno focalizzarsi solo sul futuro e abbandonare<br>il momento presente, bens\u00ec decidere, sulla base della fine, quale nuovo senso dare all\u2019oggi, agli<br>eventi della vita che pur continua. Immaginare in anticipo l\u2019eventuale fine o apocalisse culturale del<br>nostro mondo \u00e8 per noi un\u2019esigenza urgente; anche se non possiamo prevedere in modo certo quale<br>forma potr\u00e0 assumere tale fine, ci\u00f2 che importa \u00e8 prendere in considerazione tale possibilit\u00e0 prima<br>che essa si verifichi, poich\u00e9 nel momento critico di crisi della presenza collettiva, molto raramente<br>si riuscir\u00e0 a inventare un\u2019alternativa efficace al mondo che sta crollando. \u00c8 particolarmente urgente<br>perch\u00e9 giorno dopo giorno viene in mostra sempre pi\u00f9 palesemente la fragilit\u00e0 del nostro mondo e<br>la sua tossicit\u00e0 nei confonti degli umani che lo abitano. Ci riferiamo innanzi tutto ai dati circa il<br>mutamento climatico, la cui causa \u00e8 antropica, ma non dell\u2019anthropos in generale, bens\u00ec di quel<br>prodotto antropico che \u00e8 la modernit\u00e0 occidentale, termoindustriale, capitalista, colonialista\u2026<br>Dunque uno dei tanti modi di vivere e costruire un mondo, il quale si sta rivelando fallimentare,<br>sotto tanti aspetti, e autodistruttivo. Non sarebbe certo il primo mondo a finire, ma la sua fine<br>rischia di essere esperita come fine definitiva del mondo. Ci\u00f2 che \u00e8 fondamentale sottolineare e<br>comprendere \u00e8 che il mondo che finisce \u00e8 solo il nostro, e che tale fine non coinciderebbe con la<br>fine di ogni mondo o della storia o del tempo. A lungo abbiamo escluso dal nostro pensiero la<br>presenza di altri mondi credendo che il nostro fosse l\u2019unico possibile ed esistente. Cos\u00ec facendo<br>l\u2019orizzonte del reale si \u00e8 appiattito sull\u2019orizzonte dei confini del nostro mondo. In questa prospettiva<br>dunque la fine del nostro mondo sarebbe vissuta come il venir meno della possibilit\u00e0 di ogni<br>mondanit\u00e0 e dunque lo sarebbe. L\u2019intenzione \u00e8 quindi intraprendere una metamorfosi verso un<br>differente modo di fare mondo, prima che il cielo ci cada sulla testa (Kopenawa 2018) e nessuno pi\u00f9<br>sia in grado di alzarlo di nuovo. Proprio il fatto di non poter sapere di preciso quando si<br>verificheranno tali collassi ci dovrebbe spingere a reagire da subito, vivendo il presente in modo<br>consapevole e preparandosi ad un futuro in cui abbiamo la possibilit\u00e0 di portare il meglio del nostro<br>mondo, se solo ci prepariamo fin d\u2019ora. L\u2019immaginario dell\u2019occidente contemporaneo \u00e8 pieno di<br>narrazioni sulla fine del mondo, per lo pi\u00f9 di tipo apocalittico e catastrofico e quindi come in un<br>circolo vizioso il nostro pensiero non riesce a immaginare una fine che non sia catastrofica, perch\u00e9<br>per troppo tempo non l\u2019ha pensata. Ma quanto questo immaginario \u00e8 condizionato dal mito del<br>progresso su cui \u00e8 fondata la nostra civilt\u00e0? Tale mito non prevede una fine, la crescita deve<br>procedere ad infinitum. Quando non si riesce a trovare o a mettere in pratica un\u2019alternativa a questo<br>mondo, costruito su un unico mito che esclude ogni contraddizione, si abbandona la speranza e si<br>attende la fine, considerata quale unica soluzione per ottenere un cambiamento, e immaginata per\u00f2<br>nella forma della catastrofe o dell\u2019apocalisse. \u00c8 arrivato il momento di impegnarsi ad immaginare<br>una fine diversa, che sia un momento di passaggio e non un punto di arrivo o una brusca<br>interruzione del nostro mondo. Prima che questa avvenga, nelle forme pi\u00f9 varie che potrebbe<br>assumere (potrebbe anche non accadere), occorre costruire narrazioni diverse da quelle<\/p>\n\n\n\n<p>catastrofiche, che la anticipino e ci rendano preparati ad accoglierla. Il mio discorso prende in<br>considerazione seriamente la possibilit\u00e0 della fine della civilt\u00e0 capitalista termoindustriale, con la<br>consapevolezza che questa potrebbe assumere molteplici forme, anche imprevedibili. Qualunque sia<br>la modalit\u00e0 di tale fine o effondrement, e ne discuteremo pi\u00f9 avanti, riteniamo che tale fine debba<br>essere considerata come un\u2019opportunit\u00e0, una possibilit\u00e0 di cambiamento radicale, che altrimenti,<br>forse, sarebbe impossibile da attuare. In un certo senso per poter sopravvivere come specie e per<br>non provocare l\u2019estinzione di altre specie e della biodiversit\u00e0 in generale, dobbiamo abbandonare<br>questo mondo, farlo finire. Prima ancora di impegnarsi nel progettare la vita del apr\u00e8s-<br>effrondement, occorre conoscere le cause che hanno portato a questa situazione, non tanto per<br>cercare di frenare il collasso, ma innanzitutto per superare la paura e il trauma e ritornare a vivere.<br>La notizia della fine del nostro mondo pu\u00f2 esserci arrivata attraverso varie vie, poich\u00e9 molti sono i<br>segni, sparsi dappertutto, che da tempo ci mostrano le fragilit\u00e0 e i rischi del nostro modo di stare al<br>mondo, se solo ci fossimo fermati un momento ad ascoltarli\u2026 Potrebbe per esempio esserci giunta<br>nella forma della imminente catastrofe climatica. Dappertutto si parla di crisi climatica o crisi<br>ecologica, ma raramente quei dati freddi sull\u2019acidificazione degli oceani, sull\u2019effetto serra o il<br>riscaldamente globale sono in grado di giungere veramente all\u2019uomo della strada, ai non addetti ai<br>lavori. L\u2019Occidente contemporaneo \u00e8 costruito su certe basi e presupposti che ne determinano la<br>tenuta e l\u2019eventuale collasso. Prima ancora di definirlo come civilt\u00e0 termoindustriale e capitalista<br>occorre portare alla luce l\u2019ontologia stessa alla base di tale mondo. In questo ci viene in aiuto il<br>lavoro di Philippe Descola; egli infatti ha cercato di identificare e schematizzare in quattro classi le<br>organizzazioni ontologiche (modi di organizzazione degli esseri, dell\u2019essere) alla base delle culture<br>da lui studiate. Il mondo occidentale, l\u2019unico che pone una differenza tra natura e cultura, viene<br>classificato all\u2019interno del naturalismo. Attraverso un lungo percorso iniziato in Grecia si \u00e8 venuta<br>formando l\u2019idea di Natura, fino ad assumere le caratteristiche attribuitele dalla modernit\u00e0. I primi<br>passi verso tale concezione della natura vengono mossi dai filosofi greci e in particolare da<br>Aristotele; egli infatti opera un\u2019oggettivazione dei fenomeni e degli esseri che esistono per natura<br>(physis), intendendo con questa quel \u00abprincipio che produce lo sviluppo di un essere che contiene<br>esso stesso l&#8217;origine del suo movimento e della sua immobilit\u00e0, principio che lo porta a realizzarsi in<br>un certo modo\u00bb. Avendo oggettivato gli esseri naturali, questi possono essere studiati e compresi in<br>quanto seguono delle regole precise e che si ripetono, proprio come la polis \u00e8 sottoposta al nomos.<br>Con l\u2019avvento del cristianesimo si compie un ulteriore passaggio in quanto l\u2019essere umano viene<br>escluso dalla Natura e rispetto ad essa si considera superiore; egli dipende infatti dalla grazia divina<br>ed \u00e8 trascendente al mondo naturale. Tuttavia l\u2019idea di Natura acquista un senso nuovo all\u2019epoca<br>della rivoluzione scientifica del XVII secolo che rende la natura un puro procedimento meccanico<br>costruito su delle leggi fisse e perci\u00f2 una volta conosciute queste, comprensibile in ogni sua parte.<br>Per far questo non c&#8217;era bisogno di invalidare le teorie scientifiche concorrenti, ma di eliminare il<br>finalismo aristotelico e della scolastica medievale, relegarlo al dominio della teologia e mettere<br>l&#8217;accento, come fece Cartesio, sulla sola causa efficiente; certo, questa \u00e8 ancora rapportata a Dio, ma<br>un Dio puramente motore, contemporaneamente fonte originale di un movimento conosciuto in<br>termini geometrici e garante della sua conservazione costante. L\u2019intervento divino diviene pi\u00f9<br>astratto, investe meno nel funzionamento degli ingranaggi della macchina del mondo, confinato ai<br>misteri della fede o alla spiegazione del principio di inerzia . La Natura diventa quindi una zona di<br>dominio dell\u2019essere umano, da manipolare e sfruttare poich\u00e9 nulla ha in comune con l\u2019umano.<br>Inoltre, come conseguenza della separazione tra essere umano e Natura, gli occidentali pongono una<br>separazione tra umani e non-umani. L\u00e0 dove potrebbe esserci una continuit\u00e0 essi vedono \u2013 hanno<br>imparato a vedere \u2013 una rottura. Questo allontanameto dagli esseri non-umani determina un<br>particolare rapporto di dominazione dei primi nei confronti dei secondi; ritenuti inferiori in quanto<br>appartenenti al mondo naturale, dunque manchevoli di ogni capacit\u00e0 tipicamente umana, i non-<\/p>\n\n\n\n<p>umani possono essere sottomessi dall\u2019essere culturale che \u00e8 l\u2019uomo. Tale concezione non prevede<br>alcun sentimento di solidariet\u00e0 o rispetto nei confronti degli esseri \u201cnaturali\u201d ed ha portato alle<br>conseguenze sempre pi\u00f9 visibili che caratterizzano l\u2019Antropocene. All\u2019interno del paradigma del<br>naturalismo, la perdita di biodiversit\u00e0, per esempio nella forma dell\u2019estinzione di alcune specie<br>animali o di specie vegetali, in un primo momento viene accolta come la scomparsa di entit\u00e0 molto<br>pi\u00f9 simili ad oggetti che a noi umani. Difficilmente riusciamo a porci nella prospettiva di altre<br>specie animali, a meno che non siano i nostri animali domestici, addomesticati appunto per<br>sembrare sempre pi\u00f9 simili a noi. Ancora meno ci \u00e8 possibile immedesimarci nelle piante,<br>nonostante abbiamo appreso che anch\u2019esse sono intelligenti, sempre come noi. Eppure una specie<br>che si ritrova a rischio di estinzione sta affrontando un collasso della propria comunit\u00e0; quali sono le<br>reazioni ai pericoli degli appartenenti a tale specie? Quali le strategie messe in atto per<br>sopravvivere? In che modo collaborano tra di loro? Tutte queste sono domande che dovremmo<br>porci nel momento in cui il collasso della nostra comunit\u00e0 sembra ogni giorno pi\u00f9 concreto. La<br>concezione della Natura come elemento da sfruttare ha permesso lo sviluppo dell\u2019apparato<br>capitalista fondato sulla disponibilit\u00e0 di risorse illimitate, o per lo meno ritenute tali, quali mezzi per<br>garantire alla macchina di procedere nella sua produzione ad un ritmo sempre pi\u00f9 accelerato.<br>Tuttavia il progresso alla base del capitalismo \u00e8 letale per il capitalismo stesso; la crescita infinita<br>indispensabile per la sopravvivenza del capitalismo \u00e8 garantita dalla disponibilit\u00e0 di materie prime<br>gratuite fornite dall\u2019ecostistema terrestre quali il petrolio, l\u2019acqua, il legname ecc. Queste risorse<br>fanno parte di quelli che vengono definiti servizi ecosistemici. Il problema sorge nel momento in<br>cui le risorse vengono prelevate o esaurite troppo in fretta senza lasciare il tempo all\u2019ecosistema di<br>rigenerarsi, superando cos\u00ec la biocapacit\u00e0 (quantit\u00e0 di prodotti e servizi che un ecosistema \u00e8 in grado<br>di produrre in un dato periodo) e causando danni all\u2019ecosistema stesso. L\u2019accelerazione che<br>caratterizza il consumo di materie prime e altre risorse almeno dal periodo definito appunto Grande<br>Accelerazione, ha coinvolto quasi ogni aspetto della vita all\u2019interno della civilt\u00e0 occidentale: in<br>quanto accelerazione tecnica ha permesso di effettuare spostamenti sempre pi\u00f9 rapidi provocando<br>un restringimento dello spazio, a livello sociale ha determinato un\u2019accelerazione nel cambiamento<br>delle abitudini con una conseguenze accelerazione del ritmo della vita il cui risultato \u00e8 l\u2019assenza di<br>punti di riferimento stabili, la precariet\u00e0, la depressione. Il punto rilevante di questa struttura che ha<br>assunto il mondo occidentale sta nel fatto che l\u2019accelerazione di tutti questi processi non ha avuto<br>come scopo il miglioramento della vita delle persone, bens\u00ec il semplice mantenimento dello status<br>quo che, all\u2019interno della logica capitalista, sarebbe impossibile rallentando la produzione . Dove sta<br>il limite per un sistema che si basa sull\u2019assenza di limiti? Si tratta di quelle frontiere o confini che si<br>rischia di superare senza accorgersene, ma che servono a mantenere in equilibrio la biosfera e la<br>stessa civilt\u00e0 occidentale; il clima, le risorse non rinnovabili, l\u2019acqua non possono essere trattati<br>come beni di consumo perch\u00e9 rappresentano le condizioni di possibilit\u00e0 del nostro mondo.<br>Un\u2019analisi dell\u2019Occidente moderno e contemporaneo \u00e8 presente nelle opere di Bruno Latour,<br>antropologo, sociologo e filosofo o come meglio preferisce definirsi: sociologo,<br>antropologo\u2026\u00abdelle scienze e delle tecniche\u00bb, per tentare di ricomporre nella definizione della<br>propria posizione la separazione tra natura e cultura. Separazione sulla quale l\u2019Occidente si fonda e<br>nella quale crede, senza riuscire per\u00f2 a starci fino in fondo, vista la grande proliferazione di ibridi<br>che sempre pi\u00f9 vengono prodotti: embrioni congelati, fiumi inquinati e altre entit\u00e0 che non si riesce<br>a classificare n\u00e9 nell\u2019ambito naturale n\u00e9 in quello culturale. L\u2019andamento della modernit\u00e0<br>occidentale \u00e8 descritto da Latour come il movimento dal locale al globale, verso una<br>mondializzazione quale nuovo orizzonte della cultura. L\u2019occidente contemporaneo, come abbiamo<br>visto, \u00e8 l\u2019esito di pi\u00f9 di duemila anni di storia, in cui si sono succeduti eventi, popoli, idee, conflitti,<br>che hanno plasmato il mondo occidentale cos\u00ec come lo viviamo oggi. Tra le radici pi\u00f9 salde e<br>durature vi sono quelle affondate dalla tradizione ebraico-cristiana. Nessun discorso sulla fine,<\/p>\n\n\n\n<p>considerata nel suo senso di \u00abtema culturale storicamente determinato\u00bb, elaborato da una<br>prospettiva occidentale, potrebbe prescindere dalla concezione ebraicocristiana della fine. Inoltre,<br>nel momento in cui interrogarsi sulla fine del nostro mondo appare sempre pi\u00f9 urgente, data la<br>gravit\u00e0 dei dati sul mutamento climatico e gli scenari che questi lasciano presagire, l\u2019escatologia,<br>quale discorso sulle cose ultime (dal greco \u1f14\u03c3\u03c7\u03b1\u03c4\u03bf\u03c2 \u201cultimo\u201d), torna ad acquisire un ruolo centrale.<br>Possiamo individuare un ritorno sulla scena dell\u2019escatologia gi\u00e0 nel XX secolo, in pensatori come<br>Karl Barth e Rudolf Bultmann. Il nuovo significato assunto dall\u2019escatologia non riguarda tanto la<br>speranza di salvezza dopo la fine dei tempi, quanto piuttosto la rilevanza che l\u2019imminente fine della<br>storia assume nella vita quotidiana delle persone, in particolare nell\u2019attribuzione di un senso al<br>proprio presente. L\u2019escatologia ebraico-cristiana si \u00e8 sviluppata per lo pi\u00f9 attraverso la forma<br>dell\u2019apocalisse, intesa quale genere letterario caratterizzato da una visione che mostra ad un uomo<br>scelto (spesso un profeta) delle cose nascoste, segrete. Il termine apocalisse sta infatti ad indicare<br>una rivelazione, uno svelamento di una verit\u00e0 prima nascosta. Il termine apocalisse compare per la<br>prima volta nel Nuovo Testamento nel libro dell\u2019evangelista Giovanni intitolato appunto Apocalisse<br>sulla base della prima frase del libro. Lo scopo dello scritto di Giovanni \u00e8 promettere la venuta del<br>Regno di Dio alle sette Chiese dell\u2019Asia minore che all\u2019epoca subivano le persecuzioni da parte<br>dell\u2019Impero romano. Giovanni racconta la sua visione dell\u2019avvento dell\u2019anticristo e della sua<br>sconfitta cui segue il giorno del giudizio e l\u2019instaurarsi della Gerusalemme celeste. L\u2019Apocalisse di<br>Giovanni \u00e8 il principale testo apocalittico della tradizione cristiana, ma non \u00e8 l\u2019unico della Bibbia. Il<br>genere dell\u2019apocalittica era presente gi\u00e0 nell\u2019ebraismo; all\u2019interno del canone biblico (ebraico) il<br>testo pi\u00f9 importante con contenuti apocalittici \u00e8 il Libro di Daniele, nel quale sono narrate alcune<br>sue profezie; una di queste in particolare racconta una visione riguardo la risurrezione e la fine dei<br>tempi. Tuttavia occorre precisare che le apocalissi della tradizione ebraico-cristiana non<br>costituivano soltanto visioni escatologiche sulla fine dei tempi e la vita nel regno celeste; i temi<br>delle rivelazioni erano molto vasti e comprendevano la risurrezione, il giudizio finale, il paradiso, la<br>lotta contro il male\u2026 Nella cultura secolare per\u00f2 il termine \u201capocalittico\u201d ha finito per indicare<br>quasi esclusivamente le visioni sulla fine del mondo e dei tempi. La tradizione teologica ebraico-<br>cristiana \u00e8 la base su cui si \u00e8 costruita successivamente la filosofia della storia occidentale, la cui<br>matrice teologica \u00e8 sempre presente, anche se in modo carsico. Una prima grande formulazione di<br>teologia della storia \u00e8 dovuta ad Agostino; appropriandosi dell\u2019escatologia cristiana egli formula<br>una storia nei termini di storia della salvezza che fa da cornice alla storia profana: \u00abil divenire<br>storico acquista senso solo all\u2019interno di una storia escatologica della fede, una storia segreta entro<br>quella secolare, sotterranea ed invisibile per chi non crede\u00bb . Questa storia della salvezza \u00e8 regolata<br>dalla Provvidenza, segno di Dio sempre presente nella storia. Inoltre Agostino rifiuta la visione<br>ciclica del tempo propria del paganesimo e introduce una suddivisione della storia in sei epoche<br>(come i giorni della creazione). La ciclicit\u00e0 risulta per lui incompatibile con gli eventi della nascita<br>e morte di Cristo, i quali segnano una cesura nella storia. La prima epoca comprende il periodo da<br>Adamo al Diluvio, \u00abla seconda da No\u00e8 ad Abramo, la terza da Abramo a Davide, la quarta da<br>Davide fino alla cattivit\u00e0 babilonese, la quinta da quest\u2019ultima fino alla nascita di Cristo. La sesta ed<br>ultima epoca si estende infine dalla prima venuta di Cristo fino al suo ritorno alla fine del mondo\u00bb.<br>La visione agostiniana della storia perdura fino all\u2019Illuminismo ed influenza particolarmente la<br>formazione della filosofia moderna della storia. Infatti, questa si caratterizza come la<br>secolarizzazione della tradizione teologica, in cui all\u2019idea di Provvidenza viene sostituita l\u2019idea di<br>progresso. Viveiros de Castro e Danowski -2017 hanno proposto una riflessione sulle paure della<br>fine, raccogliendo alcune varianti del tema della fine del mondo tra gli occidentali e presso altre<br>culture quali quelle amerindie. Tale approccio antropologico \u00e8 da noi condiviso, perci\u00f2 riportiamo<br>qui alcune teorie escatologiche che gli autori ci suggeriscono. Per esempio, numerose formulazioni<br>sulla fine in ambito amerindio si fondano sulla profezia della caduta del cielo.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019interno di una prospettiva di periodici cicli di distruzione e rigenerazione del mondo e<br>dell\u2019umanit\u00e0, si ipotizza che l\u2019invecchiamento del mondo e il peso crescente dei morti nel cielo<br>possano provocare la caduta degli strati celesti; in questa teoria, propria della cosmologica<br>yanomami, gli strati celesti caduti divengono i nuovi strati terrestri e le anime celesti dei morti<br>costituiscono la nuova umanit\u00e0 terrestre. Altre cosmologie amerindie prevedono una distruzione del<br>mondo causata da un diluvio o da una conflagrazione, sempre in una successione ciclica di Terre e<br>umanit\u00e0 che vengono distrutte e si rigenerano. \u00c8 interessante notare come i temi del diluvio e della<br>conflagrazione siano presenti anche nel panorama escatologico propriamente occidentale, il primo<br>nella tradizione biblica, il secondo nella filosofia antica, per esempio nella concezione della fisica<br>propria dello stoicismo; questo ipotizza infatti che la vita del mondo segua dei cicli di distruzione e<br>formazione. Quando un ciclo si chiude e gli astri tornano alla posizione originaria, avviene una<br>conflagrazione (ekpyrosis) che tutto distrugge; a questa segue una rigenerazione dello stesso<br>mondo, l\u2019ordine cosmico si rigenera identico a quello precedente. Presso alcuni popoli<br>mesoamericani i mondi e le umanit\u00e0 si succedono secondo una sequenza di ere o soli e con<br>l\u2019intervento delle divinit\u00e0 che plasmano gli umani a partire da elementi quali argilla, legno, mais.<br>Un aspetto significativo che gli autori rilevano presso le escatologie indigene \u00e8 \u00abl\u2019impensabilit\u00e0 di<br>un mondo senza persone\u00bb infatti, ogni rigenerazione del mondo comporta sempre la rigenerazione<br>di un\u2019umanit\u00e0, sempre diversa dalla precedente. Inoltre tali cosmologie includono anche i Bianchi e<br>la loro cultura, considerati come i discendenti di un popolo che agli inizi dei tempi fu escluso dal<br>centro del mondo a causa del suo carattere aggressivo, ma che successivamente, apparentemente<br>senza motivo, vi ha fatto ritorno. La presenza dei Bianchi nella mitologia indigena assume<br>probabilmente la forma di un problema, sin dall\u2019arrivo degli europei nelle Americhe; questa<br>perplessit\u00e0 metafisica \u00e8 sicuramente oggi accresciuta, considerando che i Bianchi sono i portatori<br>della catastrofe climatica, prospettiva che sembra sempre pi\u00f9 vicina alle distruzioni periodiche<br>pensate dalla cosmologia indigena. La rappresentazione prevalente della fine all\u2019interno<br>dell\u2019Occidente capitalista si rif\u00e0 ad un immaginario apocalittico. In quanto fondata su una<br>concezione del tempo lineare, la cultura occidentale considera la fine come il punto di arrivo di una<br>successione di eventi; dopo la fine, dunque, il nulla. Il tempo stesso finisce. Fine del mondo e fine<br>del tempo coincidono. Come agire sapendo di avvicinarsi ad un evento cos\u00ec radicale? L\u2019eredit\u00e0<br>cristiana propone un\u2019ancora di salvezza; il tempo che giunge ad una fine \u00e8 quello terrestre,<br>lasciando spazio ad un non-tempo celeste, quello eterno del paradiso. \u00c8 dunque possibile la vita<br>fuori dal tempo. Eppure la fine in questo paradigma \u00e8 sempre un momento di rottura irrimediabile,<br>il mondo non pu\u00f2 riprendere, la vita sulla terra giunge a una conclusione. Ci sembra che una<br>concezione del genere non possa venire in aiuto nel momento in cui dobbiamo pensare la possibile<br>fine della nostra civilt\u00e0, ma soprattutto nel momento in cui tale fine appare sempre pi\u00f9 vicina e<br>probabile, dato il numero e la gravit\u00e0 dei possibili effondrements. Confrontarsi con un pensiero<br>come quello della fine del mondo quando ci sentiamo gi\u00e0 vicini ad essa non \u00e8 cosa che possa essere<br>affrontata in tutta serenit\u00e0; a nostro avviso per\u00f2 l\u2019angoscia, la perdita di speranza e di senso<br>suscitate da un tale pensiero sono dovute alla particolare concezione che noi abbiamo del tempo e<br>dunque della fine, che, come dicevamo, rientra in una visione temporale lineare. In questa<br>prospettiva la fine viene percepita come un muro cui andiamo incontro sempre pi\u00f9 rapidamente,<br>senza possibilit\u00e0 di frenare in tempo. Cosa accadrebbe se recuperassimo invece una visione ciclica<br>del tempo? La fine sarebbe in questo caso un momento di passaggio, un punto sulla ruota del tempo<br>cui ne seguirebbe subito un altro. All\u2019interno della cultura occidentale abbiamo individuato delle<br>eccezioni alla visione temporale dominante basata sulla linearit\u00e0. Una di queste eccezioni \u00e8 l\u2019artista<br>contemporaneo Anselm Kiefer. Egli infatti recupera una concezione antica del tempo e dunque<br>della fine. Il suo lavoro pu\u00f2 essere utile per preparare l\u2019immaginario per i tempi imminenti,<br>sperimentando inizialmente attraverso l\u2019immaginazione artistica un diverso rapporto con il tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>le immagini-mito di Kiefer si propongono in tutta la loro portata come emblemi simbolici di una<br>narrazione nuova e insieme antica. Esse rispondono alla necessit\u00e0 di venire incontro alla passivit\u00e0<br>insita in ogni soggetto, a quella culla dell\u2019essere narrati che pervade come una necessit\u00e0<br>imprescindibile tutta la vita umana Nelle sue opere Kiefer pratica una mitopoiesi, in cui immagini<br>della tradizione, occidentale prima di tutto, acquistano nuovi significati. La storia, come argilla, pu\u00f2<br>essere riplasmata e mostrare delle forme alternative. Kiefer si muove in un eterno presente estraneo<br>al tempo lineare, come se stesse seguendo il monito del nano dello Zarathustra: \u2018Tutto ci\u00f2 che \u00e8<br>diritto mente\u2019, mormor\u00f2 il nano in tono di spregio. \u2018Ogni verit\u00e0 \u00e8 curva, il tempo stesso \u00e8 un<br>circolo\u2019 . Anselm Kiefer venne al mondo tra le macerie della guerra, l\u20198 marzo del 1945, a<br>Donaueschingen, in Germania. Quelle macerie che egli ha definito come il suo parcoghiochi,<br>diverranno un elemento centrale della sua produzione artistica. Nel 1965 si iscrive all\u2019Universit\u00e0 di<br>Friburgo per studiare giurisprudenza ma abbandona questa via l\u2019anno successivo intraprendendo gli<br>studi all\u2019accademia d\u2019arte, prima a Friburgo e poi a Karlsruhe. Successivamente studia a Dusseldorf<br>dove diventa allievo di Joseph Beuys. La sua carriera artistica inizia con un difficile compito: come<br>fare i conti con l\u2019eredit\u00e0 culturale tedesca sulla quale gravano gli orrori del nazismo? Il fatto di<br>essere nato alla fine della guerra gli permette di confrontarvisi dalla prospettiva distaccata<br>dell\u2019estraneo; attraverso una maggiore oggettivit\u00e0 \u00e8 in grado di negoziare con i fantasmi del passato,<br>producendo nuove memorie. Il passato pu\u00f2 essere rielaborato e deve esserlo per poter comprendere<br>il presente. Questa prospettiva si riflette nel suo lavoro artistico: l\u2019artista infatti non crea mai ex<br>nihilo bens\u00ec plasma una materia gi\u00e0 presente trasformandola in qualcosa di nuovo, mai definitivo n\u00e9<br>stabile bens\u00ec destinato a mutare continuamente. Che cosa fanno i quadri rinchiusi l\u00ec dentro per tutto<br>quel tempo, fino a quando rispuntano tra i miei pensieri facendomi un cenno, suggerendomi un\u2019idea<br>che potrebbe riportarli in vita, offrendogli un posto nell\u2019opera a cui sto lavorando? Li riesumo, e<br>capisco subito le possibilit\u00e0 che racchiudono. Ma cos\u2019\u00e8 successo mentre erano relegati l\u00ec? Nulla?<br>No di certo, perch\u00e9 hanno saputo raccogliere le forze per attirare l\u2019attenzione su di s\u00e9. Dopo aver<br>liberato la tela dall\u2019oscurit\u00e0, la ridipingo e in questo modo si compie una transizione verso un altro<br>stato. Spesso molto diverso da quello iniziale. Uno dei primi lavori di Kiefer, una performance dal<br>titolo Besetzungen (Occupazioni), risalente alla fine degli anni \u201960, propone una riflessione sul<br>nazismo. Egli si fa ritrarre in una serie di fotografie poi raccolte in un libro con il titolo Heroische<br>Sinnbilder, Simboli eroici, mentre riproduce il saluto nazista in alcuni luoghi significativi attraverso<br>l\u2019Europa o in paesaggi suggestivi. Queste fotografie raccolsero numerose critiche negative,<br>soprattutto da parte degli artisti e intellettuali che avevano vissuto gli anni della guerra e che<br>rimproveravano a Kiefer di riaprire una ferita non ancora rimarginata. Durante gli anni \u201950 infatti, la<br>maggior parte degli artisti tedeschi aveva messo da parte la storia recente per dedicarsi alle<br>avanguardie d\u2019oltreoceano oppure ad altre correnti artistiche. L\u2019intento di Kiefer era attuare un<br>distaccamento ironico che allo stesso tempo rappresentasse un forte impegno politico. L\u2019artista<br>riproduce tale gesto cercando di calarsi nell\u2019abito del nazista, non per identificarvisi, bens\u00ec per<br>osservare la potenza del gesto, della postura, con l\u2019unico scopo di comprendere la follia che vi sta<br>dietro. Per comprendere meglio il lavoro dell\u2019artista e andare ad ammirare da vicino le sue ed<br>occorre studiare i materiali che Kiefer utilizzata, dai quali emergono con chiarezza i temi ricorrente<br>e centrali di ogni sua opera: il tempo che scorre e la trasformazione di ogni cosa. Egli predilige<br>materiali quali sabbia, argilla, cenere, paglia, piombo, vetro, fiori, semi; persino la pittura \u00e8 usata<br>come un materiale, per esempio ottenendo uno spesso strato di colore sulla tela che pu\u00f2 poi essere<br>scolpito o scrostato via. La tavolezza \u00e8 il luogo della poiesis, dove \u00abgli elementi pervengono alla<br>loro \u2018giusta\u2019 combustione; bruciando, essi si liberano dalla fissit\u00e0 che li separava l\u2019un l\u2019altro,<br>\u2018muoiono\u2019 all\u2019esistenza che li costringeva a non essere null\u2019altro che s\u00e9\u00bb . Molti dei quadri di Kiefer<br>appaiono scuri, eppure all\u2019inizio del processo la tela \u00e8 bianca e i colori sono ben presenti. Durante il<br>processo di produzione dell\u2019opera, che mai giunge ad un risultato definitivo, l\u2019artista ricopre la tela,<\/p>\n\n\n\n<p>strato dopo strato, come se volesse farla invecchiare prima del tempo, imprimendo sui vari strati la<br>traccia del tempo trascorso. Come un alchimista che accelera i processi naturali, cos\u00ec l\u2019artista mostra<br>sulla tela il tempo che corrode la materia. Un materiale molto caro a Kiefer \u00e8 il piombo; questo \u00e8<br>infatti il primo elemento nel processo alchemico per ottenere l\u2019oro. In quanto collocato sul gradino<br>pi\u00f9 basso del percorso verso l\u2019oro, il piombo rappresenta la pesantezza e l\u2019attaccamento alla terra,<br>ma allo stesso tempo esso contiene in s\u00e9 l\u2019argento, che gli conferisce un principio di leggerezza e di<br>avvicinamento all\u2019oro. I suoi dipinti mostrano lo scorrere del tempo, la trasformazione degli<br>elementi che subiscono processi chimici. Presso lo studio di Barjac, Kiefer ha esposto numerosi<br>dipinti all\u2019aria aperta, lasciando agli agenti atmosferici il compito di completare l\u2019opera,<br>trasformandola. Cos\u00ec spiega uno dei suoi metodi di produzione: ricopro il quadro di pittura nera, lo<br>stendo a terra e lo bagno con dell\u2019acqua grigia e sporca, lo restituisco alla natura, lo espongo all\u2019aria<br>e alle intemperie. Insomma, maltratto il quadro abbandonandolo al nulla, lo faccio precipitare<br>deliberatamente e con crudelt\u00e0 verso l\u2019Orcus della \u201cdesolazione e del vuoto\u201d. \u00c8 lasciato a se stesso,<br>abbandonato dagli spiriti buoni, come il profeta che non riusciva pi\u00f9 a distinguere la parola divina<br>in mezzo al furore del mondo . Durante una mostra alla Fondazione Vedova ai Magazzini del Sale<br>di Venezia, Kiefer ha esposto delle fotografie incollandole su pannelli di piombo e le ha sottoposte<br>all\u2019elettrolisi (operazione che utilizza l\u2019energia elettrica per sviluppare reazioni chimiche); in questo<br>modo le opere si sono trasformate nel corso della mostra, mettendo in scena quello che pu\u00f2 essere<br>paragonato ad un procedimento alchemico di accelerazione dei processi naturali. Kiefer \u00e8 famoso<br>per aver lavorato in grandi studi, da lui definiti come laboratori. Dal 1992 ha lavorato nel paesaggio<br>bucolico di Barjac, nel sud-est della Francia, in un immenso spazio in cui ha costruito edifici, torri,<br>scavato tunnel, cripte. Successivamente nel 2009 si \u00e8 trasferito poco fuori Parigi in un enorme<br>container all\u2019interno del quale ha riunito tutti i suoi lavori e materiali, alcuni risalenti agli anni \u201970.<br>Nessun opera o parte di essa \u00e8 mai stata abbandonata da Kiefer, poich\u00e8 tutto \u00e8 destinato a<br>trasformarsi, e il mutamento \u00e8 continuo, ogni oggetto potrebbe portare ad una nuova idea. Egli si<br>sposta in bicicletta all\u2019interno di uno spazio che dice essere come il suo cervello; gli oggetti<br>corrispondono a sinapsi e talvolta trova nuovi collegamenti tra loro. Le rovine che in questo caso<br>appaiono fonte di fascino sono quelle prodotte dalla civilt\u00e0 occidentale; il crollo della torre di cui<br>parla Kiefer non avviene casualmente, ma secondo la modalit\u00e0 di crollo che il mondo che l\u2019ha<br>prodotta prevede. Inizialmente esitante, sembra voler resistere in piedi a tutti i costi, poi<br>all\u2019improvviso crolla. Cos\u00ec come la costruzione avviene secondo i modi immaginati dal mondo di<br>riferimento, anche il collasso dipende ed \u00e8 influenzato dall\u2019immagine che \u00e8 stata pensata di esso.<br>Non \u00e8 un caso a nostro parere che Kiefer utilizzi come metafora un elemento tanto paradigmatico<br>dell\u2019Occidente moderno quale l\u2019aeroplano. Le rovine non sono per Kiefer il segno di una catastrofe<br>bens\u00ec rappresentano il momento in cui le cose possono rinascere a nuova vita, dismettere la propria<br>forma per assumerne un\u2019altra. Come la notte che ogni giorno si trasforma in un\u2019aurora. Aurora<br>rappresenta il momento in cui la natura si trasforma, in un passaggio graduale in cui la notte muore<br>come oscurit\u00e0 e rinasce come luce. Tra il 2010 e il 2011 Kiefer \u00e8 titolare della cattedra di creazione<br>artistica al Coll\u00e8ge de France; le lezioni da lui tenute vengono raccolte nel testo L\u2019arte sopravvivr\u00e0<br>alle sue rovine , citazione che egli sceglie come titolo senza riuscire a recuperarne la fonte, ma che<br>ben si adatta alla sua concezione di arte. Tale citazione infatti esprime la potenza delle immagini in<br>grado di durare nel tempo e di riaffiorare anche dopo l\u2019eventuale distruzione o crollo del contesto<br>che le ha prodotte. Una concezione che sembra richiamare quella di Aby Warburg per il suo<br>concetto di Nachleben ossia di sopravvivenza delle immagini; studiando il Rinascimento fiorentino<br>Warburg nota la ricomparsa di figure e forme (definite pathosformel, ossia formule di pathos, di<br>gestualit\u00e0 espressive di pathos) proprie della classicit\u00e0 greca. Le immagini oltrepassano il tempo<br>come durata ed esistono in un presente fuori dal tempo. Kiefer sembra trasportare questa idea ad<br>ogni sua opera che, anche se abbandonata, non \u00e8 mai veramente cancellata, pu\u00f2 sempre essere<\/p>\n\n\n\n<p>recuperata, acquisendo nuovi significati per l\u2019artista, instaurando una nuova dialettica con il<br>presente. La sopravvivenza delle immagini non deve essere intesa come un processo statico: le<br>forme che ritornano o vengono recuperate sono plastiche e in continuo divenire. Il superamento del<br>tempo come durata \u00e8 ci\u00f2 che Nietzsche scopr\u00ec attraverso il pensiero dell\u2019eterno ritorno71;<br>nell\u2019attimo convivono passato e futuro, come due sentieri che passano sotto la stessa porta carraia,<br>ma sono entrambi infiniti, quindi l\u2019attimo presente appartiene al tempo cairologico piuttosto che a<br>quello cronologico. Tutte queste concezioni vanno infatti nella direzione di un superamento del<br>tempo cronologicamente inteso, come successione di momenti ed eventi, ed aprono perci\u00f2 la<br>possibilit\u00e0 di recuperare immagini e forme apparentemente passate, ma potenzialmente sempre<br>presenti, in grado dunque di dare forma e senso a nuovi immaginari e nuove narrazioni. Il confronto<br>con la tradizione occidentale \u00e8 costante nel lavoro di Kiefer. La presa di coscienza delle radici della<br>propria cultura porta anche a cogliere con maggiore lucidit\u00e0 i fallimenti e le crisi del mondo<br>occidentale. Egli sembra dialogare, attraverso le sue opere, con i libri e i loro autori, dai poeti<br>tedeschi a lui contemporanei ai testi della tradizione cabbalistica. Un tema ricorrente, implicito,<br>nelle opere dell\u2019artista \u00e8 la ricerca di un senso da parte dell\u2019umanit\u00e0, indipendentemente da qualsiasi<br>fede o religione. Il riferimento alla tradizione biblica \u00e8 invece esplicito nell\u2019opera intitolata I sette<br>palazzi celesti esposta dal 2004 presso Pirelli HangarBicocca come installazione permanente. Le<br>costruzioni sono ispirate al trattato Sefer Hekhalot o \u201cLibro dei Palazzi\u201d presente nel Sefer Zohar, il<br>pi\u00f9 importante testo cabbalistico della tradizione ebraica. Nel trattato vengono descritti numerosi<br>palazzi posti in successione che devono essere attraversati per compiere l\u2019ascesa verso Dio. Si tratta<br>dunque di un percorso iniziatico di elevazione. Questa opera vuole simboleggiare l\u2019aspirazione<br>prometeica dell\u2019umanit\u00e0 moderna che tenta di elevarsi, quasi a volersi sostituire al divino, ma lo fa<br>su basi non solide e sembra dunque prossima al crollo. La modernit\u00e0 \u00e8 qui rappresentata nel<br>materiale di costruzione di queste che assomigliano pi\u00f9 che altro a rovine. Tuttavia, un eventuale<br>crollo delle torri, simbolo del crollo della civilt\u00e0 che le ha prodotte, non comporterebbe una fine<br>definitiva. Nella concezione di Kiefer, le rovine sono destinate a trasformarsi in altro, in un ciclo<br>continuo. Ogni innovazione \u00e8 una ricombinazione di vecchie tecniche; ogni trasformazione implica<br>un nuovo presente intriso di passato. Inoltre, le torri sono la raffigurazione del rapporto tra cielo e<br>terra; secondo l\u2019artista i due mondi sono complementari; in particolare, grazie ai meteoriti la terra<br>ha raggiunto la sua completezza, integrando gli elementi di cui era priva. In senso figurato, le torri<br>sono fatte di polvere di stelle. Ciascuna torre ha un nome e un significato particolare: Sefiroth, la<br>pi\u00f9 bassa, sulla cui cima sono posti sette libri in piombo richiama la tradizione ebraica della<br>cabbala. Il nome si riferisce alle emanazioni del divino espresse da dieci termini rappresentati con<br>delle luci a neon. Melancholia, ispirata all\u2019alchimia, \u00e8 caratterizzata dal celebre \u201cpoliedro di D\u00fcrer\u201d<br>(figura presente nell\u2019incisione di Albrecht D\u00fcrer del 1514 che porta il titolo Melancolia I) di cui<br>Kiefer realizza una copia tridimensionale e la appoggia sulla cima della torre. La torre Ararat \u00e8 un<br>riferimento al monte su cui si dice si sia arenata l\u2019arca di No\u00e8. Sulla cima \u00e8 presente proprio un<br>modello stilizzato in piombo dell\u2019arca. La quarta torre dal nome Linee di campo magnetico \u00e8 la pi\u00f9<br>alta . Due torri poste molto vicine risultano complementari e portano i nomi JH e WH che presi in<br>sequenza formano il nome di Jahweh. Ai piedi delle due torri vi sono dei meteoriti in piombo che si<br>ipotizza possano simboleggiare i cocci dei vasi citati nello Zohar (testo principale della cabbala),<br>quali rappresentazione del mondo del male (in quanto scarto) poi rigenerati da Dio che vi infuse<br>nuova vita. La settima torre porta il nome di Torre dei Quadri Cadenti poich\u00e9 su di essa sono state<br>incastrate delle cornici di legno e piombo senza alcuna immagine all\u2019interno, bens\u00ec solo lastre di<br>vetro infranto. Occorre evidenziare come l\u2019installazione di Kiefer rappresenta una contraddizione,<br>in grado per\u00f2 di rendere esplicito il contrasto suggerito dall\u2019opera stessa: l\u2019aspetto fragile, rovinoso<br>delle torri risulta in contrasto con la struttura all\u2019interno della quale sono situate, la quale sembra<br>essere votata a \u201ctestimoniare l\u2019eternit\u00e0 trionfale del Moderno\u201d . In particolare l\u2019installazione I sette<\/p>\n\n\n\n<p>palazzi celesti sorge nell\u2019edificio chiamato \u201cNavate\u201d, costruito tra il 1963 e il 1965 dalla sezione<br>Elettromeccanica e Locomotive dell\u2019allora azienda Breda Costruzioni Ferroviarie.<br>Nell\u2019immaginario di Anselm Kiefer ogni catastrofe \u00e8 anche una rigenerazione proprio perch\u00e9<br>concepisce il tempo come un circolo in cui non vi \u00e8 un principio n\u00e9 una fine definitiva. In questa<br>nuova istallazione s\u00e9. In questa istallazione Kifer Engelssturz (Caduta dell\u2019angelo, 2022-2023), si<br>pone in dialogo con la severa architettura rinascimentale attraverso una potente materialit\u00e0 e le<br>dimensioni di oltre sette metri di altezza. Questo grande dipinto ha per soggetto il celebre brano<br>dell\u2019Apocalisse che descrive il combattimento tra l\u2019arcangelo Michele e gli angeli ribelli, metafora<br>della lotta tra Bene e Male. Concepita appositamente dall\u2019artista per instaurare un dialogo con il<br>cortile di Palazzo Strozzi e la sua austera architettura rinascimentale, attraverso una potente<br>matericit\u00e0, le monumentali dimensioni di oltre sette metri e il fondo oro che richiama i polittici<br>gotici. Il dipinto di Kiefer si inserisce nel contesto storico-artistico del luogo, enfatizzando la<br>fusione fra tradizione e contemporaneit\u00e0. La presenza imponente nel cortile di Palazzo Strozzi crea<br>un\u2019esperienza unica, suscitando riflessioni sulla caducit\u00e0 e la trasformazione, concetti intrinseci alla<br>rappresentazione della \u201ccaduta dell\u2019angelo\u201d. L\u2019artista ha tracciato il titolo in alto a sinistra, e il<br>nome Michele nell\u2019alfabeto ebraico ( \u05dc\u05d0\u05db\u05d9\u05de ( a destra. Gli angeli ribelli sono cacciati dal Paradiso<br>dall\u2019arcangelo che con la destra impugna la spada, indossa un elmo piumato e con l\u2019indice sinistro<br>addita il cielo manifestando simbolicamente la volont\u00e0 divina, e, contemporaneamente, rivelando il<br>proprio nome. L\u2019arcangelo si staglia, traslucido nella parte inferiore, sul fondo dorato, simbolo,<br>come nei dipinti trecenteschi, del mondo metafisico. Degli angeli caduti sono visibili solo volti e<br>vesti che precipitano nella parte scura, dove acquisiscono tridimensionalit\u00e0. Inglobati nel caotico<br>impasto di materiali si distinguono indumenti moderni, come resti sopravvissuti a una catastrofe.<br>L\u2019opera diventa una riflessione sulla lotta tra Bene e Male, nonch\u00e9 un invito a riconsiderare il<br>rapporto tra cielo e terra, tra dimensione spirituale e materiale. L\u2019espressione \u201cangeli caduti\u201d<br>assume una portata pi\u00f9 ampia, estendendosi a identificare tutti gli uomini e soprattutto l\u2019artista. Il<br>collegamento tra le due sfere, enfatizzato sia dal dipinto che dallo spazio in cui \u00e8 inserito,<br>costituisce una sfida all\u2019ignoto: l\u2019arte diventa cos\u00ec il mezzo attraverso il quale l\u2019essere umano tenta<br>di affrontare il trascendente, cercando di ridurlo a una dimensione razionale. Per questa tela Kiefer<br>si \u00e8 ispirato al San Michele Arcangelo di Luca Giordano eseguito dal pittore napoletano tra il 1692<br>e il 1702 e conservato oggi nel Museo di Cadice, il cui soggetto \u00e8 basato sull\u2019Apocalisse (12, 7-9).<br>Nel percorso al Piano Nobile il tema degli \u201cangeli caduti\u201d si ritrova nella prima sala con il<br>monumentale dipinto Luzifer (Lucifero, 2012-2023). Kiefer rappresenta l&#8217;angelo ribelle che<br>precipita nell&#8217;abisso, reinterpretato attraverso materiali che si riferiscono alla storia contemporanea<br>e recente. Un\u2019acuminata e minacciosa ala di aereo in piombo sporge da una massa di materia,<br>creando un diretto riferimento al tema della guerra, ricorrente nell&#8217;opera di Kiefer. Se l&#8217;ala di aereo<br>potrebbe simboleggiare la distruzione che la guerra infligge, la massa di materiale sembra evocare il<br>caos e la devastazione che lascia dietro di s\u00e9. La figura caduta diviene invece un\u2019immagine della<br>caduta dell&#8217;umanit\u00e0, lanciando un monito toccante sulla guerra e sulla violenza. Nella sala<br>successiva con F\u00fcr Antonin Artaud: Helagabale (Per Antonin Artaud: Eliogabalo, 2023), Kiefer fa<br>riferimento a H\u00e9liogabale ou l&#8217;anarchiste couronn\u00e9 (Eliogabalo, o l&#8217;anarchico incoronato, 1934),<br>libro dell&#8217;artista, attore e drammaturgo francese Antonin Artaud sull\u2019imperatore romano Marco<br>Aurelio Antonino, detto Eliogabalo, figura a cui Kiefer aveva dedicato lavori gi\u00e0 negli anni<br>Settanta. Giovane imperatore del III secolo d.C., Eliogabalo cerc\u00f2 di imporre il culto di Baal, il dio<br>del sole, come religione di Stato, ma fu assassinato per sopprimere la sua rivoluzione, diventando<br>cos\u00ec emblema della fragilit\u00e0 del potere. SOL INVICTUS Heliogabal (Sole invitto Eliogabalo, 2023)<br>\u00e8 il titolo della seconda grande tela della sala caratterizzata da un luminoso fondo oro e da<br>giganteschi girasoli, in cui Kiefer fa anche riferimento alle feste pagane che celebravano la vittoria<br>della luce sulle tenebre. In questi dipinti emergono simboli costantemente presenti nel vocabolario<\/p>\n\n\n\n<p>visivo kieferiano: girasoli e serpenti. Il serpente assume nel lavoro di Kiefer molteplici significati,<br>divenendo anche allegoria di rigenerazione, grazie alla caratteristica dell\u2019animale di mutare la pelle,<br>alludendo cos\u00ec alla figura dell\u2019artista e alla sua capacit\u00e0 di rinnovarsi. Il girasole, \u00e8 pianta legata al<br>sole ma anche alla terra: tra l\u2019altro Kiefer ha da sempre dimostrato venerazione per Van Gogh, al<br>quale, gi\u00e0 adolescente, ha dedicato opere figurative e un testo. Kiefer stesso afferma che \u00abla pittura<br>\u00e8 filosofia\u00bb, e una sezione dell\u2019esposizione \u00e8 incentrata su questa disciplina, che da sempre permea<br>il suo lavoro, con tre grandi opere inedite presentate per la prima volta a Palazzo Strozzi. La Scuola<br>di Atene (2022) riconduce a Raffaello e all\u2019affresco della Stanza della Segnatura (1509-1511 circa)<br>con il consesso di filosofi ambientato in un edificio classico. Vor Sokrates (Prima di Socrate, 2022)<br>crea una sorta di albero genealogico dei filosofi presocratici, tra cui Archimede, Anassimandro,<br>Anassimene, Parmenide. Nell\u2019opera Ave Maria (2022) sono rappresentati invece filosofi sia<br>precedenti che antecedenti Socrate, da Eraclito ed Epicuro a Platone e Aristotele. Se i filosofi<br>presocratici si concentravano principalmente sulle spiegazioni naturali e cosmologiche del mondo,<br>spesso ricorrendo a elementi come l&#8217;acqua, l&#8217;aria e il fuoco, dopo Socrate la filosofia sposta la sua<br>attenzione sull\u2019umanit\u00e0 e sulla conoscenza, in un\u2019indagine sugli aspetti etici, politici ed<br>epistemologici. Il tema della filosofia si ripresenta in mostra anche nella grande xilografia Hortus<br>Philosophorum (Il giardino dei filosofi, 1997-2011). L\u2019opera raffigura un campo di girasoli il cui<br>formato verticale allude all\u2019unione tra terra e cielo; uno dei fiori cresce prendendo nutrimento<br>dall\u2019ombelico di un uomo nudo disteso a terra, che rappresenta l\u2019artista stesso, oltre che rimandare a<br>una delle figure di riferimento di Kiefer: il filosofo, medico, occultista e alchimista inglese Robert<br>Fludd (1574-1637), secondo il quale ogni pianta ha un equivalente stellare nel firmamento. La<br>posizione del corpo, che sembra senza vita o nella posizione dello shavasana nella pratica yoga,<br>sottolinea il legame tra il mondo terreno e quello celeste alludendo a un percorso iniziatico che<br>consente di superare la paura della finitezza umana. Le sale centrali del percorso espositivo<br>accolgono una serie di vetrine, una tipologia di opere che l\u2019artista utilizza dalla fine degli anni<br>Ottanta creando microcosmi in cui Kiefer inserisce materiali e oggetti collegati a scritte di suo<br>pugno. Le vetrine creano un ambiente protetto e controllato in cui i materiali contenuti possono<br>esistere nel loro spazio. Allo stesso tempo, rafforzano i temi dell&#8217;alienazione e dell&#8217;isolamento<br>presenti nell&#8217;opera di Kiefer. Lo spettatore \u00e8 costretto a confrontarsi con l&#8217;opera da una distanza,<br>incoraggiato a riflettere sui diversi mondi e simbolismi che convergono nell&#8217;immaginario<br>kieferiano. En Sof (L\u2019Infinito, 2016) \u00e8 dedicata al pensiero cabbalistico e alla mistica ebraica, Das<br>Balder-Lied (La canzone di Balder, 2018) si ispira alla letteratura scandinava, Danae richiama la<br>mitologia classica. Tra i materiali utilizzati spicca il piombo, materiale d\u2019elezione di Kiefer, alla<br>base di infinite sperimentazioni, apprezzato sia per la malleabilit\u00e0 e duttilit\u00e0, sia per l\u2019associazione a<br>temi alchemici grazie alla sua natura metamorfica. Il cristallo delle vetrine funge invece da<br>membrana che, come spiega l\u2019artista, \u00ab\u00e8 in qualche modo una pelle semipermeabile che collega<br>l\u2019arte con il mondo esterno in una relazione dialettica\u00bb. In Locus solus (Il luogo solitario, 2019-<br>2023), Kiefer fa riferimento all\u2019omonimo testo del 1914, caposaldo della cultura surrealista, in cui<br>l\u2019autore francese Raymond Roussel descrive opere e congegni irrealizzabili, destinati a rimanere<br>solo immaginati, nel locus dell\u2019impossibile. Come in questa opera, tema fondamentale<br>dell\u2019esposizione \u00e8 il rapporto di Kiefer con la letteratura e il suo confronto con opere letterarie e<br>voci di ogni tempo. In dialogo con Locus solus, il dipinto Cynara fa riferimento alla mitologia<br>classica e alla ninfa trasformata in carciofo da Zeus, mentre A phantom city, phaked of philim pholk<br>(Una citt\u00e0 fantasma, falsata dalla folla dei film) e archaic zelotypia and the odium teleologicum<br>(zelotipia arcaica e lo odium teleologicum) sono collegati al romanzo di James Joyce Finnegans<br>Wake. Queste due opere riflettono l\u2019intricato intreccio di riferimenti presenti nel romanzo,<br>trasformando il complesso tessuto di parole in un\u2019arte visiva che cattura l\u2019essenza onirica della<br>narrazione. La mostra prosegue con l\u2019installazione immersiva Verstrahlte Bilder (Dipinti irradiati,<\/p>\n\n\n\n<p>1983-2023) composta da una suggestiva selezione di sessanta dipinti che riempiono completamente<br>le pareti e il soffitto di una delle pi\u00f9 grandi sale di Palazzo Strozzi. Creata appositamente per la<br>mostra e dotata anche di grandi superfici specchianti poste al centro dello spazio, l\u2019installazione<br>invita il visitatore a immergersi nell\u2019arte stratificata e totalizzante di Kiefer. L&#8217;uso dei cosiddetti<br>\u201cdipinti irradiati\u201d, scarificati e scoloriti da radiazioni, aggiunge una dimensione evocativa e<br>malinconica all&#8217;installazione, invitando a una riflessione sulla fragilit\u00e0 della vita e sul potere<br>dell&#8217;arte. Olio su tela, gommalacca e tessuto sono solo alcuni dei materiali utilizzati per creare<br>un&#8217;esplorazione inquietante sui temi della distruzione e del decadimento, insiti nella condizione<br>umana stessa. Secondo l\u2019artista, \u00abla distruzione \u00e8 un mezzo per fare arte. Io metto i miei dipinti<br>all\u2019aperto, li metto in una vasca di elettrolisi. La scorsa settimana ho esposto una serie di dipinti che<br>per anni sono stati sottoposti a una sorta di \u201cradiazione nucleare\u201d all\u2019interno di container. Ora<br>soffrono di malattie da radiazione e sono diventati temporaneamente meravigliosi\u00bb. Altro grande<br>tema della mostra \u00e8 la mitologia, personale e collettiva, che Kiefer esplora anche reinterpretando<br>suoi lavori precedenti: non come semplici riproduzioni, ma rielaborazioni di materiali, temi e<br>composizioni. In Der Rhein (Il Reno, 1982-2013), Kiefer rimanda alla sua infanzia e al rapporto con<br>il corso d\u2019acqua che \u00e8 simbolo dell\u2019intera Germania. In Dem unbekannten Maler (Al pittore ignoto,<br>2013) Kiefer si identifica con la figura del \u201cpittore sconosciuto\u201d cui viene dedicato un memoriale,<br>onorando anche la memoria degli artisti che hanno subito la repressione e la censura o che sono stati<br>dimenticati dalla storia. Il riferimento alla mitologia classica \u00e8 evidente invece in opere come<br>Daphne (Dafne, 2008-2011) e Nemesis (2017). La celebre ninfa insidiata da Apollo e la dea del<br>castigo e della vendetta sono rappresentate come abiti di gusto ottocentesco, in resina e gesso. La<br>loro identit\u00e0 \u00e8 suggerita e rivelata attraverso gli attributi che sono al posto delle teste,<br>rispettivamente un ramo e un masso. Nell\u2019opera Ave Maria turris eburnea (Ave Maria, torre<br>d\u2019avorio, 2017) Kiefer si rif\u00e0 invece all\u2019immaginario cattolico. Nelle sue opere Kiefer fa un<br>richiamo alla precariet\u00e0 della vita umana e la transitoriet\u00e0 del tempo, ma anche a dimostrazione<br>dell\u2019importanza della poesia, della scrittura e della parola nella pratica artistica kieferiana, la mostra<br>si chiude con i celebri versi del 1930 del poeta Salvatore Quasimodo, tracciati da Kiefer stesso su<br>una parete della sala: \u00abOgnuno sta solo sul cuor della terra \/ trafitto da un raggio di sole \/ ed \u00e8 subito<br>sera\u00bb. Accompagna la mostra Anselm Kiefer. Angeli caduti, edito da Marsilio Arte \u00e8 frutto della<br>stretta collaborazione tra il maestro stesso, il suo Studio, il grafico Peter Willberg, che vanta una<br>lunga collaborazione con Kiefer, la casa editrice e Palazzo Strozzi. Il volume, curato da Arturo<br>Galansino con Ludovica Sebregondi, si apre con la Conversazione tra Anselm Kiefer e Arturo<br>Galansino registrata nell\u2019ottobre 2023 a Croissy, nello studio dell\u2019artista. Il testo \u00e8 accompagnato<br>dalle immagini di un servizio fotografico realizzato in quell\u2019occasione e da un raro scatto di Kiefer<br>a Palazzo Strozzi intorno al 1969-1970, durante una gita scolastica. Segue il contributo del teologo,<br>filosofo e sociologo Klaus Dermutz, dedicato a Creazione e caduta, con una riflessione sul tema<br>degli \u201cangeli caduti\u201d nelle opere della mostra, alla luce delle implicazioni filosofiche, letterarie, con<br>particolare attenzione alla cultura tedesca.<br>Biografia di Anselm Kiefer<br>Nato a Donaueschingen, in Germania, Anselm Kiefer \u00e8 uno degli artisti pi\u00f9 importanti e versatili di<br>oggi. La sua pratica artistica abbraccia medium diversi, tra cui pittura, scultura, fotografia,<br>xilografia, libri d&#8217;artista, installazioni e architettura. Kiefer ha studiato legge e lingue romanze prima<br>di dedicarsi agli studi d&#8217;arte presso le accademie di Friburgo e Karlsruhe. Da giovane artista \u00e8<br>entrato in contatto con Joseph Beuys e ha partecipato alla sua azione Save the Woods nel 1971. Con<br>le sue prime opere ha affrontato la storia del Terzo Reich e si \u00e8 confrontato con l&#8217;identit\u00e0 post-<br>bellica della Germania come mezzo per rompere il silenzio sul passato recente.<\/p>\n\n\n\n<p>Attraverso la parodia del saluto nazista o la citazione visiva e la decostruzione dell\u2019architettura<br>nazionalsocialista e dei miti germanici, Kiefer ha esplorato la propria identit\u00e0 e la propria cultura.<br>Dal 1971 fino al trasferimento in Francia nel 1992, Kiefer ha lavorato nell\u2019Odenwald, in Germania.<br>In questo periodo ha iniziato a inserire nel suo lavoro materiali e tecniche divenuti emblematici,<br>come piombo, paglia, piante, tessuti e xilografie, insieme a temi come L\u2019anello del Nibelungo di<br>Wagner, la poesia di Paul Celan e Ingeborg Bachmann, oltre a riferimenti biblici e al misticismo<br>ebraico. L\u2019artista ha ottenuto vasta attenzione internazionale da quando, insieme a Georg Baselitz,<br>ha rappresentato la Germania Ovest alla 39. Biennale di Venezia nel 1980. La met\u00e0 degli anni \u201990<br>segna un cambiamento nel suo lavoro: lunghi viaggi in India, Asia, America e Nord Africa hanno<br>ispirato un interesse per lo scambio di pensiero tra mondo orientale e occidentale, e strutture che<br>ricordano l\u2019architettura mesopotamica, entrano nel suo operare. Sono evidenti accenni ai paesaggi<br>del sud della Francia, con rappresentazioni di costellazioni o l&#8217;inclusione di piante e semi di<br>girasole. Kiefer, appassionato lettore, arricchisce le sue opere con riferimenti letterari e poetici<br>stratificati. Queste associazioni non sono necessariamente fisse n\u00e9 letterali, ma si sovrappongono in<br>un tessuto interconnesso di significati e l\u2019interesse per i libri, sia come testo che come oggetto, si<br>riverbera nel suo lavoro. Fin dall\u2019inizio della carriera i libri d&#8217;artista hanno costituito una parte<br>significativa della sua produzione. Oltre a realizzare dipinti, sculture, libri e fotografie, Anselm<br>Kiefer \u00e8 intervenuto in vari luoghi. Dopo aver trasformato una vecchia fabbrica di mattoni a<br>H\u00f6pfingen, in Germania, in uno studio, ha creato installazioni e sculture che sono diventate parte<br>del luogo stesso. Alcuni anni dopo il suo trasferimento a Barjac, in Francia, Kiefer ha nuovamente<br>trasformato la propriet\u00e0 intorno al suo studio scavando per creare una rete di tunnel sotterranei e<br>cripte collegati a installazioni. Lo studio fa ora parte della Eschaton-Anselm Kiefer Foundation, ed<br>\u00e8 aperto al pubblico regolarmente. L&#8217;istituzione della fondazione nel 2022 \u00e8 coincisa con il ritorno<br>di Kiefer a Venezia dove, in parallelo alla Biennale, ha inserito nel Palazzo Ducale una serie di<br>dipinti ispirati agli scritti del filosofo italiano Andrea Emo. Anselm Kiefer attualmente lavora e vive<br>vicino a Parigi. Le opere di Kiefer sono presenti in importanti musei di tutto il mondo, tra cui il<br>MoMA e il Metropolitan Museum di New York, l\u2019Albright-Knox Art Gallery di Buffalo, l\u2019Art<br>Institute di Chicago, il Philadelphia Museum of Art, il San Francisco Museum of Modern Art,<br>l\u2019Albertina di Vienna, la Nationalgalerie im Hamburger Bahnhof di Berlino, la Pinakothek der<br>Moderne di Monaco di Baviera, il Sezon Museum of Art di Tokyo, il Louisiana Museum of Art, in<br>Danimarca, il Rijksmuseum di Amsterdam, il Centre Pompidou di Parigi, il Guggenheim Museum<br>di Bilbao, il Tel Aviv Museum of Art. Opere realizzate su commissione sono inoltre installate in<br>modo permanente al Louvre e al Panth\u00e9on di Parigi.<br>Palazzo Strozzi Firenze<br>Anselm Kiefer. Angeli caduti<br>dal 22 Marzo 2024 al 21 Luglio 2024<br>dal Luned\u00ec alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00<br>Gioved\u00ec dalle ore 10.00 alle ore 23.00<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Allestimento della mostra Anselm Kiefer. Angeli caduti Foto \u00a9 Okno Studio<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Contemporanei Giovanni CardoneFino 21 Luglio 2024 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Strozzi Firenze la mostra dedicata ad AnselmKiefer. Angeli caduti a cura di Arturo Galansino. L\u2019esposizione \u00e8 promossa e organizzata dallaFondazione Palazzo Strozzi, in collaborazione con il Comune di Firenze, Regione Toscana, Cameradi Commercio di Firenze. Fondazione CR Firenze, Comitato dei Partner di Palazzo Strozzi. 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