{"id":1000035973,"date":"2026-11-05T06:59:40","date_gmt":"2026-11-05T09:59:40","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000035973"},"modified":"2026-11-05T06:59:42","modified_gmt":"2026-11-05T09:59:42","slug":"trump-netanyahu-cosa-ce-davvero-in-gioco-adesso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000035973","title":{"rendered":"Trump-Netanyahu, cosa c\u2019\u00e8 davvero in gioco adesso"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Convivenze forzate. Ai Paesi del Golfo pare sia arrivato un avvertimento piuttosto singolare: prepararsi a una nuova offensiva americana contro l\u2019Iran \u00abbreve e intensa\u00bb, dopo le elezioni di Midterm di marted\u00ec. Anche la guerra, evidentemente, deve seguire il calendario elettorale. Il messaggio sarebbe transitato attraverso canali diplomatici e militari proprio mentre una batteria di Patriot \u00e8 in viaggio dal Texas verso la regione. Da Teheran, Mojtaba Khamenei avrebbe ordinato, in caso di attacco, una risposta \u00abimmediata ed efficace, senza limitazioni geografiche\u00bb. Washington pu\u00f2 immaginare una guerra breve; Teheran si riserva di allungarla.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se il passaggio alle urne americane \u00e8 certo, i bombardieri no. Eppure, sono un\u2019opzione abbastanza concreta, tanto da suggerire ai membri del GCC\u2013Gulf Cooperation Council \u2013 di controllare le difese. \u00c8 anche dentro questa cornice che va letta la partita interna israeliana. Nello stallo creatosi dopo le elezioni, il problema di Benjamin Netanyahu \u00e8 trasformare la propria sopravvivenza politica in una formula di governo; quello dei suoi avversari \u00e8 impedire che sia ancora lui a dettare le condizioni. Il presidente Isaac Herzog avrebbe il compito di cercare una soluzione di unit\u00e0 nazionale, ma dovrebbe convincere uomini che hanno costruito la propria fortuna politica sulla reciproca incompatibilit\u00e0 a riconoscersi improvvisamente indispensabili.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche il voto arabo per il partito di Mansour Abbas si porta dietro una coda destinata a pesare sui rapporti politici. Lo Shin Bet, il servizio segreto israeliano, indaga su presunti finanziamenti esteri, con una pista qatariota e turca che la destra di Itamar Ben Gvir collega ad ambienti vicini ai Fratelli Musulmani. Distinta l\u2019inchiesta sulla presunta compravendita di voti per Ra\u2019am, che respinge ogni addebito, mentre mancherebbero prove contro gli attivisti fermati. Sarebbe per\u00f2 ingenuo immaginare che un Netanyahu impegnato a tenere insieme equilibri parlamentari difficili diventi necessariamente pi\u00f9 prudente sul piano militare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 incarica come caretaker, ma conserva i poteri di guerra. Un nuovo confronto con Teheran costringerebbe i suoi avversari a misurarsi con il nemico comune, riporterebbe la sicurezza al centro della scena e gli offrirebbe l\u2019occasione di presentarsi, ancora una volta, come l\u2019uomo di cui non si pu\u00f2 fare a meno. Le ricostruzioni sulle resistenze del capo di Stato maggiore Eyal Zamir a un\u2019azione militare prima del voto, della quale non avrebbe ravvisato l\u2019urgenza operativa, aggiungono un elemento non secondario. Netanyahu ha smentito lo scontro, ma il calendario della sicurezza nazionale e quello della sopravvivenza di un governo non sempre segnano la stessa ora. N\u00e9 l\u2019eventuale uscita di Bibi garantirebbe un\u2019improvvisa pace: il rivale Gadi Eisenkot \u2013 leader del partito Yashar! \u2013 proviene dai vertici dell\u2019esercito e potrebbe cambiare il calcolo dei rischi e il rapporto con Washington, non necessariamente cancellare il confronto con l\u2019Iran.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ed \u00e8 proprio Washington a guardare con favore un\u2019intesa fra Netanyahu ed Eisenkot che lasci fuori Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i soci pi\u00f9 ingombranti anche sulla strada verso l\u2019Arabia Saudita. Trump potrebbe cos\u00ec salvare Bibi liberandolo da chi finora gli ha consentito di sopravvivere. Si evoca persino un incontro fra i due rivali sotto l\u2019egida del presidente americano, magari nella cornice informale di Mar-a-Lago: per ora solo un\u2019ipotesi, ma significativa per le ambizioni di Trump nel ridisegnare gli equilibri israeliani. Sull\u2019altra sponda, invece, la Casa Bianca tentale due parti in commedia, la minaccia e la trattativa. Mentre Trump sfida, i mediatori cercano di riaprire il negoziato. Anche perch\u00e9 il prezzo della benzina arriva alle urne assai prima dei comunicati diplomatici. Ai tempi di Giulio Andreotti si parlava della politica dei due forni. Qui il forno \u00e8 uno solo, ma sono raddoppiati i panettieri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questo intreccio si misura anche la tenuta degli Accordi di Abramo, nati nel 2020 sotto la prima presidenza Trump per normalizzare le relazioni fra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, a cui si \u00e8 aggiunto il Marocco. L\u2019intesa ha prodotto diplomazia, affari e cooperazione, ma non la pace con i palestinesi n\u00e9 una soluzione della questione iraniana. La casella decisiva resta l\u2019Arabia Saudita. Mohammed bin Salman deve conciliare l\u2019ambizione di trasformare il Regno in una potenza economica e tecnologica con il costo politico di un riconoscimento di Israele senza una prospettiva credibile per i palestinesi. Sul tavolo ci sono garanzie militari, tecnologia, investimenti e cooperazione nucleare civile, che Trump ha legato all\u2019ingresso di Riad negli Accordi di Abramo. Gli americani cercano una firma storica, i sauditi vogliono sapere chi garantir\u00e0 la sicurezza quando saranno spenti i riflettori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per Israele, il rischio sarebbe vedere Riad privilegiare la distensione con Teheran rispetto alla normalizzazione con Gerusalemme. Ed \u00e8 qui che emerge la contraddizione americana: Washington vorrebbe convincerei sauditi che l\u2019intesa offre stabilit\u00e0 e opportunit\u00e0 attraverso l\u2019accordo con Israele mentre li invita a prepararsi a una nuova guerra contro l\u2019Iran. Per chi deve proteggere porti, aeroporti e infrastrutture energetiche, una guerra annunciata come breve resta una minaccia agli investimenti di lungo periodo. La nuova ricchezza della regione sarebbe ancora pi\u00f9 esposta: data center, reti digitali e cavi sottomarini potrebbero essere un altro bersaglio, mettendo cos\u00ec a rischio, insieme al petrolio, il futuro tecnologico dell\u2019area. Bibi offre al proprio elettorato la promessa opposta a quella richiesta da Riad: finch\u00e9 rester\u00e0 lui, niente Stato palestinese. Una chiusura che pu\u00f2 consolidarne il consenso interno e rendere pi\u00f9 difficile proprio il successo regionale che Trump vorrebbe intestarsi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Donald e Bibi restano cos\u00ec legati da una convivenza obbligata, nella quale ciascuno ha bisogno dell\u2019altro, senza necessariamente condividerne tutte le convenienze. Il primo vuole essere ricordato come l\u2019unico capace di imporre un accordo, il secondo come l\u2019unico capace di garantire la sicurezza. Il punto da sorvegliare \u00e8 dove queste convenienze potrebbero convergere e creare una nuova prova di forza contro Teheran, presentata da entrambi come necessaria e risolutiva, il cui conto arriverebbe per\u00f2 ai Paesi del Golfo, alle economie esposte alle rotte energetiche e soprattutto alle popolazioni della regione. L\u2019Europa, as usual, si rifugerebbe nella sua specialit\u00e0 diplomatica: negoziare gli aggettivi di un comunicato mentre altri decidono i fatti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il contraccolpo potrebbe raggiungere soprattutto l\u2019Italia, dove la prospettiva negata di uno Stato palestinese e una nuova stagione di bombardamenti rischierebbero di riaccendere le mobilitazioni pro-Pal, offrendo alle frange violente occasioni per provocare disordini con le elezioni all\u2019orizzonte. Il Medio Oriente, del resto, \u00e8 gi\u00e0 entrato nella campagna elettorale italiana attraverso il conto dell\u2019energia e le tensioni nelle piazze. \u00c8 qui che si misurerebbe il valore del rapporto ricucito a ottobre fra Giorgia Meloni e Donald Trump, dopo mesi di attriti e il no all\u2019uso delle nostre basi militari per i raid: nella capacit\u00e0 di far sentire una voce italiana prima dei bombardamenti, anche attraverso quelle capitali del Golfo che la premier frequenta con assiduit\u00e0. Altrimenti saremmo abbastanza vicini agli alleati da pagarne le conseguenze e troppo lontani per condizionarne le mosse. Per chi decide, la pace pu\u00f2 attendere. Per chi paga, ancora una volta, molto meno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Luigi Bisignani<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Convivenze forzate. 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