{"id":1000035565,"date":"2026-10-13T21:09:36","date_gmt":"2026-10-14T00:09:36","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000035565"},"modified":"2026-10-13T21:09:38","modified_gmt":"2026-10-14T00:09:38","slug":"netanyahu-manda-in-tilt-la-finanza-ebraica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000035565","title":{"rendered":"Netanyahu manda in tilt la finanza ebraica"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da Madrid a Parigi, passando per Roma fino a Gerusalemme, il vero spread \u00e8 quello fra restare al potere e riuscire a governare. In Israele, tuttavia, una frattura sta facendo la differenza: Benjamin Netanyahu \u00e8 riuscito persino a dividere il mondo della cosiddetta finanza ebraica. I grandi donatori, imprenditori e filantropi, da New York a Londra, che hanno contribuito alla costruzione e al consolidamento dello Stato si domandano sempre pi\u00f9 apertamente se il premier stia proteggendo il futuro di Israele o il proprio. Non hanno mai costituito un blocco unico, ma oggi, dopo il 7 ottobre e il fuoco su Gaza, la distanza investe il rapporto tra la sicurezza di Israele e la sopravvivenza del suo governo. La frattura riguarda il giudizio su Netanyahu, non il legame con Israele. E il Nobel a Navi Pillay, che ha accusato Israele di genocidio, non \u00e8 una sentenza: contestare le scelte di Netanyahu non significa condannare Israele. Per una parte dell\u2019ebraismo americano \u00e8 proprio quel legame a rendere necessaria la critica al premier: si pu\u00f2 continuare a sostenere lo Stato ebraico dopo avere perso la fiducia nel suo capo di governo? L\u2019esistenza dello Stato, la sua sicurezza, il legame con la diaspora restano impegni profondi; l\u2019approvazione delle scelte del premier \u00e8 un\u2019altra questione. Netanyahu ha coltivato per anni la sovrapposizione fra il proprio destino e quello nazionale. Ora, per\u00f2, deve fare i conti con quei cruciali sostenitori di Israele che quella delega non intendono pi\u00f9 firmarla in bianco. La storia, del resto, aiuta a capire. Nell\u2019Ottocento, Edmond de Rothschild finanziava insediamenti agricoli in Palestina: terra, lavoro, produzione. Nel Novecento, il banchiere Felix Warburg contribuiva allo sviluppo delle istituzioni che avrebbero accompagnato la costruzione dello Stato nel 1948. Dal 1951, con gli Israel Bonds, alla filantropia si affiancava uno strumento finanziario aperto a risparmiatori e istituzioni: la fiducia assumeva una forma pi\u00f9 prosaica, ma anche pi\u00f9 impegnativa, con tanto di scadenza, interessi, obbligo di rimborso. I governi potevano cambiare, ma il legame sopravviveva. Nessuna cabina di regia, nessuna fedelt\u00e0 dinastica. E cos\u00ec per i decenni successivi. Ma non \u00e8 stato il 7 ottobre 2023 a creare la frattura. Gi\u00e0 nell\u2019agosto precedente, Arthur Dantchik, cofondatore di Susquehanna, aveva interrotto i finanziamenti al Kohelet Forum, il centro studi che aveva sostenuto la controversa riforma giudiziaria del governo. Motivo della scelta: la pericolosa frammentazione della societ\u00e0 israeliana e la necessit\u00e0 di preservare la democrazia. Michael Bloomberg, dalle colonne del New York Times, aveva a sua volta avvertito che quella riforma metteva a rischio economia, sicurezza e alleanze internazionali. Del resto, per chi investe, l\u2019indipendenza dei tribunali rappresenta anche una garanzia per contratti, brevetti e capitali. La qualit\u00e0 delle istituzioni entra nei bilanci prima di finire nei discorsi ufficiali. La distanza politica \u00e8 visibile; una cassa comune di Wall Street per pensionare Bibi sarebbe suggestiva, ma non \u00e8 documentata. Tra revocare la fiducia a un premier e finanziare il suo successore passa una differenza sostanziale. Le scelte divergono anche fra i grandi patrimoni: Bloomberg, Ackman, la famiglia Adelson non sono politicamente intercambiabili. Il punto debole di Netanyahu \u00e8 proprio questo: pu\u00f2 perdere interlocutori importanti senza che questi abbiano ancora scelto chi preferirebbero al suo posto. Il massacro al rave di Re\u2019im del 7 ottobre riun\u00ec nel dolore una societ\u00e0 gi\u00e0 lacerata. La difesa del Paese torn\u00f2 a prevalere sulle fratture interne, ma la solidariet\u00e0 nazionale non cancell\u00f2 le domande sul fallimento della sicurezza e sulle responsabilit\u00e0 del governo. Con il protrarsi della guerra, il destino degli ostaggi, le migliaia di vittime civili a Gaza e l\u2019assenza di una prospettiva politica hanno riaperto il conflitto sulle priorit\u00e0. Il lutto aveva sospeso il regolamento dei conti, ma non lo aveva archiviato. Le obiezioni pi\u00f9 difficili da liquidare sono arrivate, peraltro, anche dagli apparati di sicurezza. Ex vertici militari e dell\u2019intelligence hanno contestato la conduzione della guerra. Nell\u2019agosto 2025 il capo di Stato maggiore Eyal Zamir espresse contrariet\u00e0 all\u2019ulteriore espansione dell\u2019offensiva a Gaza, segnalando i rischi per gli ostaggi e le conseguenze di un impegno militare prolungato. Non una rivolta dell\u2019esercito, ma un dissenso sulle scelte strategiche. A complicare il quadro si aggiunge il conto dei riservisti e delle esenzioni dal servizio militare rivendicate dai partiti ultraortodossi: nelle famiglie il prezzo della guerra si misura in assenze, lavoro perduto e paura; nei negoziati di coalizione, pi\u00f9 frequentemente, in seggi parlamentari. Quel prezzo ha anche un nome che Bibi conosce bene: Gadi Eisenkot, gi\u00e0 capo di Stato maggiore e oggi suo principale rivale. Suo figlio Gal, riservista di venticinque anni, \u00e8 morto combattendo a Gaza il 7 dicembre 2023. Nello stesso periodo Yair, figlio maggiore di Netanyahu, si trovava invece in Florida. \u00c8 rimasto a Miami per gran parte della guerra, solo a fine agosto 2026 si \u00e8 saputo che era stato riportato in Israele \u2014 a dicembre 2025 \u2014 per ragioni legate ad una minaccia iraniana. Ma il contrasto pesa in un Paese che ai propri figli chiede di indossare la divisa. E per Netanyahu \u00e8 un confronto che nessuna strategia di comunicazione pu\u00f2 neutralizzare facilmente. New York, poi, offre un\u2019altra prospettiva, purch\u00e9 si tengano distinti i piani. Secondo gli exit poll delle elezioni municipali, il 33 per cento degli elettori ebrei ha votato per Zohran Mamdani contro il 63 per cento che ha scelto Andrew Cuomo. Una minoranza consistente ha dunque contribuito all\u2019elezione del primo sindaco musulmano della Grande Mela, critico delle politiche israeliane. Nel frattempo, influenti miliardari, fra cui Bloomberg e Ackman, sostenevano il fronte contrario a Mamdani. Qui il dato interessante \u00e8 la distanza fra le scelte di grandi donatori e quelle di una parte degli elettori. Anche il denaro segue strade diverse: finanziare la politica americana, fare beneficenza o investire in Israele non significa sostenere un partito. Un assegno a Manhattan non diventa automaticamente un aiuto all\u2019opposizione israeliana. \u00c8 in questo clima di divisioni che si avvicina il voto del 27 ottobre. Anche un\u2019eventuale sconfitta della coalizione di Netanyahu non assicurerebbe automaticamente ai suoi avversari una maggioranza capace di governare. E l\u2019incertezza pesa anche nel Golfo, dove ogni apertura verso lo Stato ebraico deve fare i conti con la questione palestinese e con le opinioni pubbliche arabe. Prima ancora della convenienza economica, torna la domanda politica: chi firma un\u2019intesa potr\u00e0 mantenerla? \u00c8 qui che il dissenso dei sostenitori storici di Israele diventa rilevante. Non occorre immaginare un ordine impartito da Wall Street: basta osservare quanto si sia consumata la fiducia in chi pretendeva di incarnare la sicurezza del Paese. Netanyahu, puntando sulla sicurezza, ha passato la maggior parte della propria carriera a presentarsi come la migliore assicurazione sul futuro di Israele. Ora, anche fra coloro che continuano a credere in quel futuro, c\u2019\u00e8 chi si domanda quanto costi rinnovare la polizza. E se il rischio maggiore, ormai, non sia proprio l\u2019assicuratore. A Londra intanto si scommette su nuove elezioni a febbraio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Luigi Bisignani<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da Madrid a Parigi, passando per Roma fino a Gerusalemme, il vero spread \u00e8 quello fra restare al potere e riuscire a governare. In Israele, tuttavia, una frattura sta facendo la differenza: Benjamin Netanyahu \u00e8 riuscito persino a dividere il mondo della cosiddetta finanza ebraica. 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