{"id":1000034763,"date":"2026-09-14T19:59:17","date_gmt":"2026-09-14T22:59:17","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000034763"},"modified":"2026-09-14T19:59:19","modified_gmt":"2026-09-14T22:59:19","slug":"non-e-una-sfida-e-la-fine-in-italia-ce-una-scuola-di-soli-alunni-bengalesi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000034763","title":{"rendered":"Non \u00e8 \u201cuna sfida\u201d, \u00e8 la fine: in Italia c\u2019\u00e8 una scuola di soli alunni bengalesi"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">All\u2019istituto comprensivo Caio Giulio Cesare di Mestre l\u2019anno scolastico parte con un dato tragico che dimostra, per l\u2019ennesima volta, che a tantissimi l\u2019integrazione piace unicamente a parole: nelle due sedi della scuola dell\u2019infanzia sono presenti solo tre cognomi italiani, nelle sei classi delle medie invece i ragazzi autoctoni sono una decina scarsa. Quasi tutti gli altri alunni dell\u2019istituto hanno origini bengalesi. Sono pochissimi anche gli stranieri di altre nazionalit\u00e0, elemento che rende questa situazione non un esempio di multietnicit\u00e0 ma la dimostrazione empirica che esiste un\u2019exclave di Dacca nel nostro Paese. Davanti a questa situazione, i collaboratori scolastici e il personale amministrativo non hanno chiesto la riconferma e sono scappati a gambe levate. I precari con contratto in scadenza a giugno o ad agosto se ne sono andati. Tra i nuovi assunti regionali, nessuno ha scelto quest\u2019istituto. In segreteria \u00e8 rimasto, di fatto, il solo direttore dei servizi generali e amministrativi. E cos\u00ec la nuova dirigente, arrivata da un\u2019altra regione, ha trovato gli uffici vuoti e ha dovuto convocare in extremis personale a termine. La preside parla cos\u00ec di \u201cuna grande sfida\u201d. Eppure, aldil\u00e0 della voglia di gettare il cuore oltre l\u2019ostacolo da parte di una (evidentemente) caparbia professionista, c\u2019\u00e8 da guardare in faccia la realt\u00e0. Interagire con famiglie bengalesi per nulla adattatesi al territorio che le ospita \u00e8 difficile: ad esempio, nella stragrande maggioranza dei casi, queste persone hanno una scarsissima conoscenza dell\u2019italiano. Questo meccanismo ha svuotato le classi degli alunni italiani, con i genitori ovviamente preoccupati di lasciare i propri figli in un ambiente troppo penalizzante. La scuola in oggetto dunque \u00e8 diventata il punto di riferimento di una sola comunit\u00e0 (essendo comoda per chi vive tra Marghera, la stazione e i cantieri o i ristoranti del centro). Il colmo? Tutto ci\u00f2 non sarebbe nemmeno possibile, stando ai regolamenti ministeriali. Esiste infatti una norma che limiterebbe al 30% la presenza di alunni stranieri nelle classi, proprio per evitare la formazione di scuole-ghetto. A Mestre questa soglia \u00e8 per\u00f2 carta straccia. Lo stesso destino che rischiano tantissime altre scuole nelle periferie delle grandi citt\u00e0, dove l\u2019enorme presenza di migranti e le iscrizioni di fatto circoscritte in un areale ristretto produrranno forse tanti casi analoghi. Come possiamo pensare che questo sia un modello vincente di integrazione se persino gli insegnanti fuggono senza guardarsi indietro vista la difficolt\u00e0 didattica di questi alunni, messi davanti ad una lingua che non hanno mai parlato in casa o fra di loro? La contraddizione \u00e8 talmente tanto evidente che stavolta nemmeno a sinistra hanno l\u2019ardire di celebrare \u201cil coraggio della diversit\u00e0\u201d e altri slogan da due lire. Se la scuola italiana smette di essere il luogo in cui si impara l\u2019italiano e le regole del Paese e diventa il prolungamento del paese d\u2019origine siamo davvero bolliti. Intanto la preside nuova di zecca deve tenere in piedi un istituto senza segreteria stabile, con classi sostanzialmente mononazionali e con un personale che ha gi\u00e0 dimostrato di non volerci restare. Le lezioni partiranno lo stesso, si dice. Certo, partiranno. Resta da capire cosa si insegna, in che lingua si comunica con le famiglie (e persino in classe tra compagni) e quale idea di scuola pubblica sopravvive a queste condizioni. Chiamarla sfida \u00e8 un eufemismo fin troppo ottimistico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Alessandro Bonelli<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>All\u2019istituto comprensivo Caio Giulio Cesare di Mestre l\u2019anno scolastico parte con un dato tragico che dimostra, per l\u2019ennesima volta, che a tantissimi l\u2019integrazione piace unicamente a parole: nelle due sedi della scuola dell\u2019infanzia sono presenti solo tre cognomi italiani, nelle sei classi delle medie invece i ragazzi autoctoni sono una decina scarsa. 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