{"id":1000034716,"date":"2026-09-14T18:54:05","date_gmt":"2026-09-14T21:54:05","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000034716"},"modified":"2026-09-14T18:54:07","modified_gmt":"2026-09-14T21:54:07","slug":"a-londra-una-mostra-dedicata-alle-sorelle-wulz-e-alla-fotografia-davanguardia-del-novecento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000034716","title":{"rendered":"A Londra una mostra dedicata alle Sorelle Wulz e alla Fotografia d\u2019Avanguardia del Novecento\u00a0"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fino al 20 Dicembre 2026 si potr\u00e0 ammirare Museo Estorick di Arte Moderna Italiana Londra una mostra dedicata alle Sorelle Wulz \u2013 \u2018Wanda e Marion Wulz: la fotografia d&#8217;avanguardia nell&#8217;Italia del XX secolo\u2019 a cura di Federica Muzzarelli. L\u2019esposizione organizzata in collaborazione con la Fondazione Alinari per la Fotografia con il sostegno di Calliope Arts Foundation, \u00a0la mostra non si limita a presentare le opere pi\u00f9 note delle due fotografe, ma racconta anche la storia di una famiglia che per oltre un secolo ha documentato la vita di Trieste.In una ricerca storiografia e scientifica\u00a0 sulla citt\u00e0\u00a0 di Trieste e sulla famiglia Wulz apro il mio saggio dicendo : Posso affermare che la citt\u00e0 di Trieste fa parte geograficamente della regione dell\u2019Adriatico settentrionale \u00e8 una delle zone maggiormente interessanti per quanto riguarda lo studio del territorio e della distribuzione dei popoli. Essa, infatti, nella storia dell\u2019uomo \u00e8 sempre stata attraversata da diversi confini politici, il cui mutamento nei secoli ha raccontato, e condizionato, l\u2019alterna evoluzione delle dinamiche umane, facendone il terreno di un confronto pi\u00f9 o meno aspro fra popolazioni differenti per lingua, cultura e provenienza, che la storia nei secoli ha spinto fino a questo crocevia, facendo di esso uno snodo di primaria importanza in quanto limite orientale della diffusione dei popoli latini, confine meridionale dell\u2019espansione dei popoli germanici e occidentale per i popoli slavi . Queste tre espansioni hanno scelto per differenti motivi queste direzioni: a un\u2019antica presenza latina nella direttrice orientale si \u00e8 andata sommando una penetrazione germanica in cerca di uno sbocco sul Mediterraneo, a cui si \u00e8 aggiunta la manodopera agricola slava che, diffusa sul territorio, ha assunto nel tempo consapevolezza nazionale . La diffusione dei tre ceppi etnici su questo territorio non \u00e8 mai riuscita a risolversi in maniera definitiva: se la penetrazione germanica \u00e8 stata discontinua e periodica, l\u2019elemento latino ha privilegiato l\u2019occupazione delle citt\u00e0 della costa mentre gli slavi, prevalentemente contadini, si sono sparpagliati nell\u2019agro . Questa differente distribuzione dipende in ultima analisi da un diverso approccio culturale che avrebbe poi condizionato le tensioni per il controllo della regione se gli italiani sono portati a ritenere che la campagna segua il destino della citt\u00e0, viceversa gli slavi e i germanici considerano l\u2019agro il vero centro del territorio. La situazione di Trieste, inoltre, \u00e8 complicata dalla netta separazione fra l\u2019entroterra e il litorale, causata dall\u2019aspra conformazione orografica del Carso immediatamente alle spalle della citt\u00e0. Questa particolarit\u00e0 fu ad un tempo la causa e l\u2019effetto dell\u2019incapacit\u00e0 di affermazione, per un periodo significativo, da parte di un potere centrale in grado di imporre unit\u00e0 culturale e territoriale alla regione e di condizionare cos\u00ec sostanzialmente e definitivamente lo sviluppo umano. Al contrario l\u2019assenza di una barriera naturale ben riconoscibile permise il continuo spostamento delle frontiere secondo le contingenze storiche. In particolare durante le invasioni barbariche dell\u2019alto medioevo questa regione si rivel\u00f2 sostanzialmente inadatta a ricoprire il ruolo di limes militare che la geografia politica le attribuiva: fortificata con alti valli, fu violata ripetutamente nel V e VI secolo fino a costringere gli ultimi invasori, i Longobardi, a porre la propria linea difensiva su quello che diverr\u00e0 il limes longobardicus, il limitare cio\u00e8 fra la pianura friulana e le Prealpi Giulie. Questa linea amministrativa e militare \u00e8 di grande significato perch\u00e9 rappresenter\u00e0 da allora, almeno nella sua parte settentrionale, un confine etnico abbastanza netto fra i pop oli di diritto latino e gli sloveni e croati, i primi penetrati nella zona delle Prealpi Giulie al seguito dei Longobardi, i secondi importati nella penisola istriana dai bizantini come coloni. Questa sostanziale chiusura del confine agevol\u00f2, non appena se ne present\u00f2 l\u2019occasione, una ritrovata centralit\u00e0 della zona costiera giuliana, che mantenne nei secoli la propria funzione di collegamento fra mondo germanico e mare Adriatico. Il mare Adriatico stesso svolge da sempre una funzione di collegamento, tanto da poter essere considerato come un fiume di inusitata larghezza, che dalle Alpi orientali si getta nel bacino principale del Mediterraneo. Una via d\u2019acqua che nel corso dei secoli le navi cariche di mercanzie provenienti dall\u2019Oriente, hanno risalito fino al \u201climite di navigabilit\u00e0\u201d, alla ricerca di un approdo che avvicinasse il pi\u00f9 possibile quelle contrade ai mercati del centro Europa. Di conseguenza, al vertice di questo bacino interno, lungo un arco di costa di circa 150 km., vi \u00e8 sempre stato uno scalo\u00a0 fosse esso Aquileia, Venezia, Trieste chiamato a svolgere un ruolo determinante nei traffici fra Europa e Levante. Dopo la dissoluzione della Repubblica Serenissima, Venezia pass\u00f2 nelle mani di Napoleone che istitu\u00ec le Province Illiriche, con capoluogo a Lubiana: un territorio dai confini disegnati secondo ragioni di carattere militare, diviso in 7 Intendenze. Trieste diviene cos\u00ec il capoluogo dell\u2019Intendenza dell\u2019Istria che riunisce l\u2019Istria ex veneta e il goriziano , ma la sua economia viene seriamente ridimensionata a causa della perdita delle concessioni e del blocco continentale voluto da Napoleone. Il breve periodo napoleonico rappresenta la prima unificazione amministrativa di tutto il territorio poi chiamato Venezia Giulia, imperniato intorno alla citt\u00e0 di Trieste. Con il Congresso di Vienna (1815) Venezia torna in mano agli Asburgo che ottengono cos\u00ec il controllo su tutti e tre i porti principali dell\u2019Alto Adriatico: Trieste, Venezia e Fiume. Attraverso i provvedimenti imperiali del XVIII secolo, che si inserirono in un contesto geopolitico positivo e ne favorirono gli sviluppi, la citt\u00e0 di Trieste assunse cos\u00ec definitivamente il ruolo di localit\u00e0 centrale dell\u2019intera regione Giulia, divenendo formidabile polo di attrazione per tutti i territorii contermini. Dopo la parentesi napoleonica, infatti, lo sviluppo dell\u2019emporio e del porto ripresero a gran velocit\u00e0: la popolazione cittadina raggiunse rapidamente le 50.000 unit\u00e0 nel 1824 e poi addirittura le 80.000 nel 1840. Nacque allora la Societ\u00e0 di Navigazione del Lloyd Triestino e le due grandi societ\u00e0 di assicurazioni, Generali (1831) e Riunione Adriatica di Sicurt\u00e0 (1838) mentre la citt\u00e0 esplodeva sui colli circostanti e le infrastrutture portuali venivano radicalmente rinnovate con la fondazione del Porto Nuovo (1869, oggi Porto Vecchio) e del Molo V (1898). Ma il monopolio sul mare Adriatico\u00a0 il \u00abmare austriaco\u00bb\u00a0 era destinato a durare pochi decenni: nel 1866 il neonato Regno d\u2019Italia strapp\u00f2 con la III Guerra d\u2019Indipendenza il Veneto all\u2019Austria, ereditando la vocazione egemonica adriatica di Venezia e la conseguente tensione con l\u2019Austria su una linea che ricalcava grossomodo lo storico confine che per secoli aveva contrapposto le due entit\u00e0. Privata dei mercati italiani (che furono recuperati a Venezia grazie ai dazi doganali unici sul territorio italiano) e dello status di Porto Franco (ridotto dall\u2019Imperatore nel 1891 al solo spazio portuale) la citt\u00e0 giuliana sub\u00ec un rallentamento nella crescita che tuttavia non le imped\u00ec di mantenere il proprio ruolo di porto centrale per l\u2019Impero e per l\u2019Europa intera e di sfruttare le vie commerciali aperte dal nuovo canale di Suez (1869) . L\u2019avvento del nuovo secolo rappresent\u00f2 il compimento del processo di sviluppo: la popolazione sfior\u00f2 la soglia dei 250.000 abitanti grazie alla concordia fra lo sviluppo industriale della citt\u00e0 e la riorganizzazione del porto in chiave sia commerciale che di transito, attraverso la realizzazione di moderne infrastrutture come la ferrovia Transalpina, la stazione ferroviaria Campo Marzio e il contestuale rafforzamento della flotta delle principali famiglie di armatori , che permisero alla citt\u00e0 di crescere\u00a0 senza sosta fino allo scoppio della Grande Guerra, che avvenne nel periodo pi\u00f9 florido della storia di Trieste. La scintilla che diede fuoco a questo conflitto fu, com\u2019\u00e8 noto, proprio il tentativo austroungarico di rafforzare il proprio potere sulla sponda orientale del mare Adriatico, estendendo il dominio nella regione dei Balcani con l\u2019idea di raggiungere l\u2019affiancamento della terza corona (di Jugoslavia) alle due corone sulle quali si fondava l\u2019Impero. Allo scoppio delle ostilit\u00e0 l\u2019Italia che era un membro della Triplice Alleanza ma era svincolata dagli obblighi militari a causa del mancato rispetto di alcune clausole da parte austriaca intavol\u00f2 trattative con Vienna per portare a casa un risultato soddisfacente che risolvesse a proprio favore la concorrenza regionale, compensando l\u2019espansione austriaca nei Balcani con l\u2019egemonia italiana sulla regione adriatica. Non ricevendo adeguate garanzie dall\u2019Impero, per via dell\u2019incompatibilit\u00e0 fra interessi nell\u2019area, l\u2019Italia ottenne dal le potenze della Triplice Intesa ampie garanzie di espansione sull\u2019Adriatico, che furono raccolte nel Patto di Londra e che qualora attese ne avrebbero fatto una potenza egemonica su tutta l\u2019area risolvendo definitivamente la convivenza territoriale della Venezia Giulia . Affascinante a riguardo la teoria espressa da Battisti, secondo il quale il crollo dell\u2019Impero Austro-Ungarico fu causato proprio dall\u2019ostinazione asburgica circa il possesso di Trieste: rifiutando qualunque proposta di accordo sulla citt\u00e0 giuliana, Vienna caus\u00f2 l\u2019ingresso dell\u2019Italia nel conflitto, evento che avrebbe sconvolto i piani austriaci al punto da provocare la sconfitta degli Imperi centrali. Com\u2019\u00e8 noto, malgrado la vittoria della guerra le ambizioni italiane dovettero subire un brusco ridimensionamento. L\u2019ingresso degli Stati Uniti d\u2019America nel conflitto, infatti, rese obsoleto il Patto di Londra che Wilson volle rivedere completamente seguendo un criterio fondato sulla presunta riconoscibilit\u00e0 della demarcazione fra le nazionalit\u00e0. L\u2019Italia ricevette comunque compensazioni territoriali nella zona sufficienti a risolvere a suo favore l\u2019annoso conflitto con la componente austriaca che usc\u00ec di scena; al posto di Vienna comparve per\u00f2, presso il nuovo confine orientale d\u2019Italia, il Regno federativo di Serbi, Croati e Sloveni, una nuova entit\u00e0 statale comprendente il territorio abitato \u00abin modo compatto dalla nostra nazione dai tre nomi\u00bb, che eredit\u00f2 cos\u00ec la funzione antagonista dell\u2019Austria nella regione. Ma il destino della Venezia Giulia era destinato a essere nuovamente stravolto dalla Seconda Guerra Mondiale, quando il colpo di stato jugoslavo del 1941 diede l\u2019occasione all\u2019Asse italo-tedesco di attaccare Belgrado. La guerra dur\u00f2 appena undici giorni e port\u00f2 a un violento ritorno dell\u2019influenza austro-tedesca, sparita da ventitr\u00e9 anni dalla penisola balcanica: a causa dell\u2019alleanza con l\u2019Italia, le autorit\u00e0 naziste non poterono subito riaffacciarsi sul mare Adriatico ma penetrarono nella penisola balcanica attraverso la Stiria e la Carinzia meridionale, storici possedimenti austriaci. L\u2019Italia reag\u00ec occupando la Slovenia meridionale e seppur per pochi mesi parte della costa adriatica in Dalmazia, Montenegro, Albania e Grecia. Fu tuttavia un vantaggio effimero di cui l\u2019Italia non pot\u00e9 godere a causa dell\u2019infausto esito della situazione bellica. L\u2019intera regione fu teatro di orrori e violenze senza precedenti: nel settembre 1943, dopo la dissoluzione delle strutture amministrative italiane, i partigiani jugoslavi dichiararono da Pisino il ricongiungimento dell\u2019Istria alla madrepatria croata, ma dovettero indietreggiare di fronte alla rioccupazione da parte dell\u2019esercito germanico. I tedeschi approfittarono della dissoluzione dell\u2019apparato militare e statale italiano per inglobare l\u2019intera Venezia Giulia nel proprio territorio nazionale (attraverso la costituzione dell\u2019Adriatische K\u00fcstenland), introducendo le lingue slave negli atti pubblici e favorendo gli jugoslavi collaborazionisti ai danni degli italiani, seguendo in questo le politiche dell\u2019Impero asburgico del secolo precedente. Nel maggio del 1945 le truppe jugoslave riconquistarono per prime la regione, precedendo gli angloamericani: il Maresciallo Josip Broz \u201cTito\u201d, ben conscio della sua funzione strategica, aveva deciso di dare completa priorit\u00e0 alla conquista di Trieste, prediligendola alla stessa liberazione di Lubiana. Sotto l\u2019occupazione jugoslava, la popolazione italiana della Venezia Giulia fu costretta a pagare il conto dell\u2019italianizzazione fascista e dell\u2019intera guerra, subendo una persecuzione molto violenta che assunse il carattere di una pulizia etnica. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta dell\u2019asse italo-tedesco, la regione fu assegnata completamente al nuovo stato di Jugoslavia, eccetto una fascia di zona costiera intorno a Trieste occupata dagli angloamericani e dagli jugoslavi sulla quale avrebbe dovuto nascere il Territorio Libero di Trieste, uno stato cuscinetto sotto l\u2019egida delle Nazioni Unite. Nel 1954, in seguito a una violenta crisi diplomatica e ai gravi incidenti del novembre 1953, il Memorandum di Londra stabil\u00ec la spartizione del territorio fra Italia e Jugoslavia e il confine venne a delinearsi quale ancora oggi risulta. La grande novit\u00e0 dell\u2019assetto geografico politico del secondo dopoguerra fu poi che la cosiddetta cortina di ferro venne a calare proprio su questo storico confine, rendendolo non pi\u00f9 una frontiera fra potenze regionali ma parte di un pi\u00f9 vasto confine di carattere mondiale, sostanzialmente impermeabile. La Guerra Fredda fece sentire in questa zona il suo peso, dividendo villaggi ed economie che nei secoli avevano sempre gravitato attorno agli stessi poli, e che si trovarono ora a ridosso di una frontiera invalicabile, sorvegliata, tra due mondi contrapposti. Il tentativo jugoslavo di divincolarsi dall\u2019abbraccio sovietico non si risolse mai, infatti, in un\u2019adesione al blocco occidentale, e cos\u00ec non permise il venir meno della cesura della regione Giulia, che rimarr\u00e0 divisa in due parti tra loro contrapposte fino alle guerre balcaniche. Nel campo fotografico la famiglia Wulz\u00a0 attraverso le loro foto cercarono di descrivere Trieste quando nel 1851 la madre, quando Giuseppe ha solo otto anni, da sola &#8211; se avvaloriamo l&#8217;ipotesi di Italo Zannier\u00a0si trasferisce a Trieste. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:23.84433%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1_5-735x1024.jpeg?ssl=1\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000034722\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000034722\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1_5.jpeg?fit=780%2C1086&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"780,1086\" 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Le ipotesi possono essere varie. Tale data supposta dallo studioso viene smentita nella trascrizione\u00a0 nel Register copulatorum, Tomo III dell&#8217;atto di matrimonio di Giuseppe, che ne attesta la residenza a Trieste da ben 17 anni e 5 mesi, siamo nell&#8217;agosto 1873 quindi\u00a0 il suo arrivo a Trieste \u00e8 avvenuto allora nel 1855 all&#8217;et\u00e0 di 12 anni. Si pu\u00f2 ritenere che la donna avesse difficolt\u00e0 a mantenere se stessa e il figlio al paese Cave del Predil, per cui decide di trovare nel ricco porto adriatico un lavoro anche se umile, una prassi che si instaura nel tempo. Infatti molte donne provenienti dalla Carnia venivano assunte da famiglie abbienti per la collaborazione domestica, e forse anche Clara trova un lavoro e un punto d&#8217;appoggio e un sostegno per se stessa e il figlio da una lontana parente a Trieste. Non si sa nulla sulla sua scolarizzazione e sulla sua formazione professionale primaria, sino a quando il suo nome compare associato allo studio fotografico di Wilhelm Friedrich Engel, dapprima come giovane apprendista &#8211; sin dal 1860, secondo Zannier &#8211; e, una volta formato, nel 1866 viene assunto come aiutante insieme a Luigi Boccalini. Ricordiamo che l&#8217;anno 1859 segna un momento di grande importanza per il maestro Engel, in quanto scioglie il suo rapporto con il Lloyd austriaco e nel 1860 si mette in proprio aprendo uno studio in via dei Forni 892, mantenendo una notevole clientela e di conseguenza avvalendosi dello staff di fotografi da lui formato. La presenza nello studio Engel del giovinetto Giuseppe \u00e8 data da una lastra negativa, segnalata nel fondo Castellazzi conservato presso l&#8217;<em>Accademia delle Arti del Disegno<\/em>\u00a0di Firenze, firmata Wulz e contrassegnata dal numero A 22. Si tratta di una veduta del Castello di Miramare databile 1860. Dal 1859 l&#8217;arciduca Massimiliano abita nel Castelletto per seguire i lavori del castello non ancora ultimato quella che sar\u00e0 la sua amata dimora. La vegetazione del parco nello scatto \u00e8 molto rada come non l&#8217;abbiamo mai vista neanche nelle future vedute di Wulz stesso e di altri fotografi. Uno scatto che \u00e8 rimasto inedito e che Giuseppe Wulz non presenter\u00e0 mai negli anni successivi, forse perch\u00e9 non pi\u00f9 in possesso del negativo . Importante \u00e8 fare il confronto con il punto di vista scelto che caratterizza molte fotografie precedenti e successive anche di altri fotografi. Il 18 ottobre 1874 nasce il primo figlio, Carlo, negli anni seguiranno altri tre maschi Vittorio, Guglielmo, Antonio. In breve si fa conoscere al punto che un&#8217;impegnativa richiesta gli viene rivolta dal direttore\u00a0Carlo Kunz. \u00a0del Civico museo d&#8217;antichit\u00e0 per un servizio sull&#8217;<strong>Orto lapidario<\/strong>che eseguir\u00e0 negli anni 1875-1876. Si tratta di ben sette dozzine di fotogrammi che serviranno al direttore per pubblicizzare le collezioni archeologiche del museo da poco inaugurato esposte sul Colle di San Giusto. La\u00a0Direzione del Museo\u00a0chiama alla prova anche altri famosi fotografi attivi in citt\u00e0,\u00a0Carlo Rieger \u00a0ed Enrico Seebold, come attestano le date delle donazioni\u00a0dei loro servizi, rispettivamente dell&#8217;ottico Maurizio Silbermann nell&#8217;ottobre del 1875 e dello stesso Seebold nel luglio 1876. La scelta privilegia Wulz che ottiene l&#8217;incarico ed esegue il lavoro con impegno. Nel 1876 si rivolge all&#8217;Inclito Magistrato per ottenere la licenza di fotografo, inviando la richiesta il 20 aprile 1876. Si tratta di un documento ufficiale in cui dichiara l&#8217;indirizzo dello studio in Corso n. 9 al quarto piano e i soggetti che interessano oggetto delle sue riprese fotografiche, i paesaggi. \u00a0\u00abIl sottoscritto Giuseppe Wulz nato a Tarvis nella Carintia add\u00ec 18 Marzo 1843. Cittadino austriaco e pertinente a questo Comune si pregia di insinuare colla presente a mente e per gli effetti delle vigenti disposizioni di legge a questa Inclita Carica, che egli eserciter\u00e0 l&#8217;industria fotografica, coltivando specialmente il ramo di paesaggi con studio fotografico In via S. Nicol\u00f2 [corretto in] Corso n. 9 4. piano. Ci\u00f2 stante fa rispettosa istanza presso codest&#8217;Inclito Magistrato: perch\u00e9 si compiaccia per ogni conseguente effetto di legge prendere adeguata notizia dell&#8217;anzidetto facendogli in pari tempo con\u00a0graziosa sollecitudine pervenire la prescritta Licenza. Trieste 20 Aprile 1876 \u00a0\u00a0[Firma] Giuseppe Wulz\u201d Evidentemente le licenze dovevano periodicamente essere rinnovate, in quanto il magistrato esercitava un controllo sulle corrette procedure e sulle eventuali inosservanze. La produzione di Giuseppe \u00e8 continua, sistematica, non interrotta da particolari esperimenti. Colpisce, come gi\u00e0 segnala Italo Zannier, che lo studio non ha bisogno della pubblicit\u00e0 sui periodici o della partecipazione alle varie esposizioni dove si conquistano preziose medaglie. Giuseppe gradatamente con schiva modestia raggiunge il ruolo di prestigioso professionista, accurato, perfezionista, attento ai dettagli. Osa definire il suo atelier agli inizi del Novecento\u00a0<em>Studio d&#8217;arte<\/em>\u00a0<em>fotografica G. Wulz<\/em>\u00a0e dichiara \u201cConoscenza di forme. Precisione arte moderna. Ingrandimenti di massima perfezione. Riproduzione da fotografie anche vecchie o guaste. Lo studio \u00e8 aperto tutto il giorno anche le domeniche e feste. Si fotografa con qualunque tempo. Le negative vengono conservate per ulteriori ordinazioni\u201d. Nei quasi cinquant&#8217;anni di lavoro esegue migliaia di negativi in studio e\u00a0<em>d&#8217;apr\u00e9s nature,<\/em>\u00a0non si sottrae alle mode nel senso che, accetta quanto viene richiesto, ritratti su\u00a0<em>carte de<\/em>\u00a0<em>visite<\/em>, o in formato\u00a0<em>cabinet<\/em>, vedute nei grandi formati in bianco e nero e colorate, servizi in formato stereoscopia: una produzione che lascia il segno. Costante \u00e8 la collaborazione con i musei o con i privati collezionisti per la riproduzione di opere d&#8217;arte, in quanto la fotografia \u00e8 uno strumento che arricchisce le schede scientifiche, si inserisce negli album dei ricchi collezionisti, documenta il quadro che viene venduto dagli atelier d&#8217;arte. Nelle conferenze tenute nel 1905 e nel 1907 da vari esperti all&#8217;Universit\u00e0 del popolo si utilizzano i \u201cdiapositivi\u201d che diventano un corredo di grande richiamo e che preludono ai nostri PPT. Un esempio per tutti:\u00a0<strong>Piero Sticotti<\/strong>, conservatore dei musei pu\u00f2 presentare e illustrare la preziosa collezione di disegni del Tiepolo acquistata da Giuseppe Sartorio nel 1893 ormai entrata far parte del patrimonio museale cittadino per donazione. L&#8217;occasione \u00e8 unica, per la prima volta queste opere d&#8217;arte vengono mostrate e spiegate a un pubblico ampio tutte insieme\u00a0. Cessa la propria attivit\u00e0 nello studio a fine giugno del 1914 passando le consegne al figlio maggiore Carlo che gi\u00e0 dal 1900 a 26 anni ha incominciato a imporre la propria presenza. Muore il 14 marzo del 1918. In seguito figlia e nipote d\u2019arte discendente da una centenaria dinastia di fotografi triestini, nel 1928, Wanda Wulz, appena venticinquenne, si ritrova a dirigere lo studio di famiglia con il supporto della sorella minore Marion, inaugurando una lunga carriera di ritrattista d\u2019atelier intervallata da una breve eppure importantissima parentesi avanguardista. A ben vedere, l\u2019exploit che la consacrer\u00e0 come unica donna fotografa futurista italiana conferendole i riconoscimenti della critica internazionale, soprattutto grazie al celeberrimo Io + gatto, si inserisce in una parabola artistica e personale gi\u00e0 in piena evoluzione, la quale non poteva essere altrimenti se non libera e appassionata. Appartiene alla produzione degli anni Trenta una serie di prove fotografiche di carattere pi\u00f9 intimo e privato, volte a sperimentare e autenticare un\u2019identit\u00e0 femminile emancipata e in linea con il carattere della nascente, moderna, new woman. In questa sede si intende approfondire questa sorta di \u00abarchivio personale\u00bb di immagini prodotte da Wulz, le quali la indurranno ad interfacciarsi con le potenzialit\u00e0 pi\u00f9 concettuali del mezzo, rivelandone un esempio magistrale di approccio fotografico primo novecentesco al femminile. Interessanti e sintomatici tributi giovanili nell\u2019ambito dell\u2019autoritratto\u00a0 passando dall\u2019essere oggetto (dei ritratti che le dedicava il padre)1 a soggetto della rappresentazione , del travestimento e della mini-performance fotografica: si tratta di immagini che stimolano soprattutto una prospettiva concettuale e proto-comportamentista. Sono lavori che coinvolgeranno e includeranno in prima persona anche la sorella Marion, infatti sar\u00e0 lei a scattare una buona parte di queste fotografie: si potrebbe pensare alla passione ereditaria per il ritratto di famiglia che interess\u00f2 l\u2019intera dinastia dei Wulz, tuttavia lo spirito e le modalit\u00e0 espressive risulteranno stavolta assai diverse . Attraverso una serie di scatti, Wanda Wulz comporr\u00e0 una sorta di manifesto della sua emancipata identit\u00e0 femminile con un inedito atteggiamento performativo da compiaciuta transformer. Ci\u00f2 malgrado i tempi ancora precoci, molto in anticipo sulla grande ondata della performance, del travestitismo e del travestimento fotografico degli anni Sessanta e Settanta, interpretata principalmente da Urs L\u00fcthi e Luigi Ontani come da tanti altri artisti e artiste sulla stessa linea, comunque debitori e debitrici della celeberrima Rrose S\u00e9lavy di Marcel Duchamp del 1921 (Naldi, 2003). Inoltre la famiglia Wulz comprende adesso gli amatissimi gatti (Mucincina, destinata alla maggiore notoriet\u00e0 , Pippo e Plunci) oltre all\u2019affezionata amica e complice creativa Anita Pittoni (artista, stilista, designer e donna di lettere triestina) la quale sar\u00e0 protagonista di alcuni dei progetti fotografici che ci interessano, direttamente tramite la sua presenza fisica o le sue creazioni di moda (Cammarata, 1999). Si evidenzia da subito la natura peculiare e intima, addirittura domestica, delle opere; per questo caratterizzate da una pi\u00f9 ampia libert\u00e0 espressiva e da un\u2019atmosfera giocosa e disimpegnata rispetto a certi altri lavori d\u2019atelier. Infatti\u00a0 e ci\u00f2 vale in questo caso specifico come in linea generale \u00e8 plausibile che sia proprio la relativa mancanza di pressione dall\u2019esterno, o dai canoni artistici istituzionali, a favorire l\u2019emergere di una purissima concettualit\u00e0 fotografica .\u00c8 d\u2019obbligo fare un\u2019ultima considerazione preliminare: tale slancio esibizionistico si riveler\u00e0 in parte propedeutico all\u2019esplosiva esperienza avanguardista di Wanda con il Futurismo, per poi sostanzialmente spegnersi tra le ordinarie mansioni dello studio. Senza nulla togliere all\u2019importanza di questo circuito extra intrapreso da Wulz, se ne deve riconoscere il carattere transitorio\u00a0 d\u2019eccezione che conferma la regola\u00a0 concentrandosi nell\u2019arco di una serie esclusiva di operazioni giovanili, altamente rivelatorie. Wulz manterr\u00e0, per il restante cinquantennio di attivit\u00e0, lo status ufficiale di fotografa di un atelier predestinato a divenire ultracentenario. La questione per\u00f2 non rischia di apparire meno affascinante, tanto pi\u00f9 che certe interessanti sfumature, come quello spontaneo, divertito e passeggero mettersi in gioco dinanzi all\u2019apparecchio fotografico, possono fornire un\u2019autentica chiave di lettura dell\u2019artista, e della donna, Wanda Wulz. Un ritratto in particolare apre la serie agendo come significativa anticamera dei lavori che seguiranno, nella misura in cui il suo impatto psicologico \u00e8 tanto intenso quanto spoglia e asettica risulta la composizione. Semplicemente, Wanda rivolge uno sguardo impavido e granitico verso lo spettatore, seduta di tre quarti su di un\u2019anonima seggiola. \u00c8 Marion a scattare la foto, eppure pare di poter gi\u00e0 condensare quegli spectrum, operator e spectator fissati da Roland Barthes (1980) in un unico soggetto o ruolo: il ritratto funziona da auto-rappresentazione della stessa Wanda (spectrum e operator) che con fierezza palesa a s\u00e9 e al mondo (spectator) la sua affermata identit\u00e0. Che poi lo scatto sia materialmente affidato a Marion, non disturba n\u00e9 indebolisce questa interpretazione, considerata la grande intimit\u00e0 familiare e l\u2019affinit\u00e0 artistica tra le due donne. Trattasi dunque di un \u201cEcce Donna\u201d, crudo e consapevole. Se, come ci suggerisce Alberto Boatto (2005), \u00abritrarsi equivale sempre a raggiungere e a presentare un\u2019identit\u00e0 \u201cIo sono questo\u201d\u00bb, Wulz si immortaler\u00e0 con il mezzo fotografico in varie vesti e quindi in diversi \u201cIo\u201d, mostrando tutte le Wanda che le consentono di esibire la sua identit\u00e0 femminile: moderna, libera e anticonformista, con un pizzico di ironia e senso ludico. Tecnicamente ancora non si discute di autoritratti, ma, considerato lo stretto legame affettivo e artistico che esiste tra di loro, Marion diviene una facile proiezione di Wanda allo scatto: \u00e8 probabilmente la maggiore e pi\u00f9 audace delle sorelle Wulz a scegliere la messinscena, le pose e i costumi di questi autentici tableaux vivants. Secondo Stefano Ferrari (2008) ci\u00f2 che in generale caratterizza la fruizione di un autoritratto \u00e8 \u00absolo e unicamente il sapere (il credere) che sia un autoritratto\u00bb : e qui vi \u00e8 motivo di crederlo, nonostante sia Marion a fotografare e non Wanda. Del resto, tale atteggiamento non fa che inserire a pieno titolo la fotografa triestina nella squadra dei grandi artisti performer e transformer che hanno sfruttato la fotografia per le loro ricerche estetiche: dalla pioniera Contessa di Castiglione a Duchamp, fino ad Ontani, Cindy Sherman ecc. \u00abNeppure loro hanno scattato quelle immagini che nessuno si sognerebbe di considerare lavoro altrui\u00bb. Cos\u00ec, gi\u00e0 nel 1930, Wulz prov\u00f2 a svincolarsi dalla routine della vita quotidiana e dell\u2019atelier per interpretare giocosamente altri ruoli, travestendosi davanti all\u2019obiettivo. Su questo registro, Wanda potrebbe collocarsi tra quelle donne artiste che tra fine Ottocento e inizi Novecento, con la loro volont\u00e0 di rivalsa sia fisica che intellettuale, \u00ab arrivarono per prime a cogliere il suggerimento alla pensabilit\u00e0 del recupero del corpo, del travestimento e della performance immaginaria, che la fotografia rende possibili\u00bb (Muzzarelli, 2007): pensiamo a Julia Margaret Cameron, la quale allest\u00ec i suoi fantasiosi scenari travestendo parenti, amici e domestici, alla Contessa di Castiglione, a Yevonde Cumbers o a Claude Cahun. La fotografa si mostra all\u2019obiettivo in tenuta da motociclista in un\u2019immagine indubbiamente elegante e curatissima anche a livello formale: la ripresa \u00e8 ravvicinata a mezzo busto e dai morbidi toni glaciali spicca il nero lucido della vistosa mascherina da moto che nasconde met\u00e0 viso, la testa \u00e8 coperta dal tipico copricapo sportivo. Volendo andare oltre la lettura formale del lavoro, sarebbe innanzitutto interessante riprendere alcune considerazioni di Cristina Giorcelli (2001) sulla dialettica tra abito \u00abcome vestiario, ma anche come atteggiamento mentale e comportamentale, come modalit\u00e0 linguistica e retorica\u00bb\u00a0 e identit\u00e0. Abbigliata nei panni di motociclista, Wanda illustra con decisione la sua personalit\u00e0 dinamica, emancipata e, a ben vedere, gi\u00e0 futurista; la fotografa sceglie infatti di impersonare al femminile una figura moderna, notoriamente molto cara al Futurismo e al suo leader Filippo Tommaso Marinetti. Il motociclista divenne presto soggetto dei dipinti di Gerardo Dottori, Fortunato Depero e Mario Sironi, e fu pi\u00f9 volte elogiato negli scritti marinettiani come un eroe della nuova epoca della velocit\u00e0, insieme allo chauffeur al volante di un\u2019automobile da corsa oppure all\u2019aviatore. Un centauro contemporaneo, che era tutt\u2019uno con la sua cavalcatura meccanica: \u00abLe motociclette sono divine\u00bb recitava il manifesto futurista La nuova religione morale della velocit\u00e0 pubblicato nel 1916. Tornando a Wulz, dopo la dichiarazione fotografica di un aspetto \u201cvirilmente\u201d avanguardistico della propria identit\u00e0, sar\u00e0 la volta di esibirne un altro apparentemente antitetico, ma in realt\u00e0 del tutto confacente con le caratteristiche della new woman a lei appartenenti. Si tratta di uno scatto in cui Wanda, ripresa ancora in primo piano, indossa un\u2019appariscente parrucca settecentesca e fissa languidamente lo spettatore con aria da vamp retr\u00f2, dietro un ventaglio di piume nere . \u00c8 superbo il netto contrasto tonale bianco\/nero, candido il volto, la capigliatura e la cornice quadrata dell\u2019immagine in cui \u00e8 inscritta la circonferenza che contiene il ritratto; qui lo sfondo diventa nero, assorbendo il piumaggio dell\u2019accessorio. Questo tipo di impianto fotografico ricorda quello degli antichi formati dagherrotipici con preziose cornici di forma ovale o circolare, ma in questo caso \u00e8 l\u2019intera opera a evocare un\u2019atmosfera lontana e un\u2019epoca passata. Grazie al travestimento suffragato dalla fotografia, ora Wulz recita la parte di un\u2019aristocratica dama settecentesca. Ignoriamo se fosse a conoscenza delle analoghe messinscene narcisistiche della Contessa di Castiglione, in costumi pomposi e atteggiamenti ammiccanti, oppure delle contemporanee e altrettanto eccentriche dee mitologiche di Madame Yevonde (e il rimando alla fotografa inglese \u00e8 significativo anche per quel che riguarda l\u2019attenzione formale verso la costruzione delle immagini). In merito alle immagini fotografiche che propongono una femminilit\u00e0 dirompente, caricata con trucchi e feticci vari. La seduzione del travestimento e la fuga in un mondo parallelo in tempi o luoghi lontani e mitici rese possibili tramite la finzione e l\u2019oggettivazione fotografica, continueranno ad affascinare Wulz. \u00c8 notoriamente riconosciuto il potenziale specifico della fotografia di attribuire immediata veridicit\u00e0 pure alla pi\u00f9 sfacciata delle recite, permettendo cos\u00ec a chiunque lo desideri di immortalarsi nel senso letterale del termine in una pluralit\u00e0 di ruoli, di vite o di identit\u00e0. Allora il travestimento da effimero, precario, si tramuta grazie al medium fotografico \u00abin volont\u00e0 di potenza\u00bb (Naldi, 2003), o di onnipotenza. Wanda proseguir\u00e0 col registrare le sfaccettature della propria femminilit\u00e0 aggiungendo una nuova fascinazione esotica. Il riferimento \u00e8 a due scatti che possono leggersi quasi come un dittico, giacch\u00e9 in ciascuno di essi \u00e8 ritratta una delle sorelle Wulz (quindi stavolta sar\u00e0 presente anche Marion in posa e travestita di fronte all\u2019obiettivo) agghindata in succinte vesti all\u2019egiziana. Ovviamente la forte attrazione o repulsione\u00a0 nei confronti delle lontane culture esotiche con i loro indigeni, \u00e8 un sentimento comune sempre esistito (con fasi pi\u00f9 o meno intense) in tutto il mondo occidentale, e ne danno buona testimonianza la letteratura e le arti visive. Poi, grazie alla nascita della fotografia, durante le spedizioni coloniali di fine Ottocento, si poterono finalmente soddisfare in modo agevole non solo le curiosit\u00e0 e le pruderie occidentali, ma anche quella volont\u00e0 scientifica e antropologica di studiare e classificare etnie e popoli stranieri (Muzzarelli, 2004). Wanda e Marion si inseriscono in una tradizione culturale e artistica ben consolidata, giacch\u00e9 recitare con l\u2019ausilio della fotografia la parte di personaggi esotici o mitologici sar\u00e0 molto ricorrente tra gli artisti e non solo: si pensi ancora alla Contessa di Castiglione come Regina d\u2019Etruria, alle divine di Madame Yevonde o allo stesso Ontani, strenuo appassionato della mistica India. Sulla stessa giocosa lezione micro-performativa avviata dai committenti di Disderi, \u00e8 anche un piccolo e divertente frammento di immagine rilevato da chi scrive all\u2019interno dell\u2019Archivio Studio fotografico Wulz, dove Marion ritrae Wanda la strega, con i denti di buccia d\u2019arancia. Datato 1930, mostra Wulz coi capelli scompigliati, bocca e sopracciglia truccate, bucce d\u2019arancia a mo\u2019 di denti affilati, mani e viso contratti come in un frame da film horror grottesco. Un\u2019altra serie di immagini appartenenti a questo particolare corpus di lavori fotografici presenter\u00e0 un ancora pi\u00f9 accentuato apporto comportamentista, addirittura da Body Art avanti lettera. Quattro scatti in sequenza, quasi dei fotogrammi estratti da una pellicola cinematografica, riprenderanno Wanda Wulz mentre esegue una specie di danza tribale . Questa serialit\u00e0, con l\u2019intenzione di documentare le varie tappe di ci\u00f2 che accade di fronte all\u2019obiettivo, risulta gi\u00e0 un\u2019operazione estetica di rilievo. La fotografa-modella (a scattare \u00e8 ancora Marion) si esibisce con indosso un originale completo Zingaresco disegnato dall\u2019amica Anita Pittoni: l\u2019abito composto da due pezzi, gonna e reggiseno a fascia, \u00e8 totalmente realizzato in juta colorata lavorata all\u2019uncinetto. In proposito \u00e8 doveroso ricordare quanto il peculiare utilizzo tessile, effettuato da Pittoni, di materiali rigidi e resistenti quali la canapa e la juta combinati con le fibre pi\u00f9 morbide di lana e seta, sia stato apprezzato all\u2019interno del circuito artistico nazionale contemporaneo, nonch\u00e9 dalla politica autarchica fascista. Anton Giulio Bragaglia\u00a0 promotore di una Casa d\u2019Arte a Roma eloger\u00e0 pi\u00f9 volte il lavoro della disegnatrice e artigiana triestina, coinvolgendola in numerose esposizioni o nella preparazione scenotecnica di vari spettacoli teatrali, e menzionandola tra gli iniziatori della moderna scenografia italiana insieme ai futuristi Enrico Prampolini e Depero. Proprio a detta di Prampolini, la canapa sarebbe perfetta per interpretare i disegni pi\u00f9 moderni (Cammarata, 1999); operazione che Pittoni svolger\u00e0 gi\u00e0 dal 1930 secondo decise linee avanguardiste (d\u00e9co, cubo-futuriste, costruttiviste e astrattiste). Dunque, Anita verr\u00e0 presto e prima di Wanda a contatto con il fronte futurista italiano, magari introducendo lei stessa a quel clima e a quella forma mentis l\u2019amica fotografa. \u00abUn connubio di moda e avanguardia\u00bb sar\u00e0 allora definito da Federica Muzzarelli, il felice sodalizio tra Pittoni e le sorelle Wulz. \u00c8 importante evidenziare che l\u2019anno in cui venivano realizzate le performances fotografiche in costume gitano era il 1937, perci\u00f2 Wanda aveva gi\u00e0 consumato la sua esperienza con il Futurismo (datata 1932) ed era ormai totalmente in possesso di un certo bagaglio esperienziale e artistico. Sappiamo che il binomio performance-Futurismo suffragato dal principio Arte-Vita che Marinetti teorizz\u00f2 nei suoi manifesti fu un aspetto fondante e fondamentale del movimento: ne furono esempio lampante le tumultuose \u201cserate futuriste\u201d, gli stessi eventi espositivi, o gli happening del Teatro di variet\u00e0 e del Teatro futurista sintetico. Colui che poi decider\u00e0 effettivamente di registrare con la fotografia una vigorosa attivit\u00e0 performativa, risponde al nome di Depero, punta di diamante del Secondo Futurismo, con i suoi Autoritratto con pugno e Autoritratto con smorfia: autentiche prove di Body Art gi\u00e0 negli anni Dieci del Novecento, tanto il corpo e la sua gestualit\u00e0 sono posti in evidenza (Fabbri, 2006). Incamerando tale complessivo clima esperienziale d\u2019avanguardia, anche in quanto a espressivit\u00e0 corporea, Wanda Wulz, con fiori tra i capelli, propone all\u2019obiettivo della sorella il suo corpo semiscoperto e in movimento, nella gestualit\u00e0 libera e sensuale della danza ovvero \u00abla disciplina che ricorda pi\u00f9 da vicino la performance e meglio ancora la Body Art\u00bb (Fabbri, 2006). Infine \u00e8 interessante il fatto che\u00a0 come diverr\u00e0 tipico di molte operazioni di Arte Concettuale pure in campo fotografico nella serie di immagini in questione non esista alcun impegno formale da parte delle fotografe, anzi, si lasci intravedere persino l\u2019intelaiatura del pannello bianco retrostante, di solito invisibile nella costruzione della finzione fotografica. Tutta l\u2019attenzione \u00e8 rivolta al gesto, all\u2019espressione corporea disinvolta e divertita di una donna che palesa platealmente il proprio spirito libero e creativo. \u00abL\u2019autoritratto ci consegna ogni volta, espresso in forma visiva, una sorta di spaccato autobiografico, un frammento di confessione\u00bb (Boatto, 2005). Mediante l\u2019Autoritratto allo specchio del 1932 , Wanda Wulz esprime tutta la fierezza, e il fascino, di una donna libera sulla via della completa realizzazione personale e artistica. Se ad aprire il testo \u00e8 stato quel lavoro che \u201ccredevamo\u201d di poter fruire come un autoritratto di Wanda bench\u00e9 a scattare dietro l\u2019obiettivo ci fosse in realt\u00e0 Marion , nel caso attuale, noi spettatori \u201csappiamo\u201d trattarsi di un autentico autoritratto. A qualificarlo esplicitamente interviene la precisa titolazione nonch\u00e9 il mezzo profilo sfocato della fotografa che compare sull\u2019angolo superiore sinistro dell\u2019immagine, lasciando il restante ampio campo visivo al chiaro e diretto riflesso speculare del suo volto. Vi \u00e8 qui la ferma intenzione di auto-effigiarsi autonomamente specchiandosi. Narcisa ora pi\u00f9 che mai, Wulz decide di non delegare pi\u00f9 neppure la sorella e avverte l\u2019esigenza di ritrarsi in solitaria accostandosi a uno strumento altamente rivelatore come lo specchio, congelando l\u2019immagine riflessa tramite quell\u2019altro specchio, per\u00f2 dotato di memoria, che \u00e8 l\u2019occhio fotografico. Nel primo scatto del 1930 Wanda delineava il piglio forte e coraggioso della donna e dell\u2019artista giovane, da poco al comando della prestigiosa azienda di famiglia in seguito alla morte del padre. Nell\u2019autoritratto del 1932, la fotografa avvolta nella penombra afferma la sua immagine con rinnovato orgoglio e le sopracciglia aggrottate in uno sguardo di sfida. Questo sar\u00e0 un anno cruciale per Wulz poich\u00e9 in aprile si verificheranno gli importanti incontri con Marinetti e la grande Mostra Fotografica Futurista a Trieste, alla quale lei parteciper\u00e0 guadagnandosi gli elogi della critica e del leader del Futurismo: per Wanda \u00e8 l\u2019occasione d\u2019oro che la consegner\u00e0 al successo internazionale come unica donna fotografa futurista italiana. L\u2019opera del 1932, dunque, assume i connotati della tipologia dell\u2019\u00abautoritratto come monumento\u00bb teorizzata da Stefano Ferrari: \u00abprevale l\u2019elemento dell\u2019intenzionalit\u00e0\u00a0 legata a una situazione contingente e particolare,\u00a0 quando l\u2019autoritratto segna effettivamente le tappe cruciali nella vita dell\u2019individuo\u00bb (2008). Ci\u00f2 spiegherebbe il perch\u00e9 di una tale, nuova, esigenza auto-rappresentativa (in questo determinato frangente) e perfino l\u2019essenza stessa di una mimica facciale cos\u00ec caricata. A ridosso dell\u2019esperienza futurista, Wanda decide di impugnare effettivamente l\u2019apparecchio fotografico per autoritrarsi, compiendo un gesto e una dichiarazione forte: si mostra come Fotografa e come Futurista. Trattiene i capelli con un \u201cemblematico\u201d foulard a toppe asimmetriche e sfodera uno sguardo gi\u00e0 avanguardista, affine alle rinomate espressioni seriose di Marinetti davanti all\u2019obiettivo fotografico. Chi scrive ha avuto modo di individuare, tra le stampe fotografiche dell\u2019Archivio Studio fotografico Wulz, solo un altro paio di autoritratti: due belle immagini, dai toni chiari e delicati, rispettivamente datate 1932 e 1936. Nella prima, Wanda si mostra dentro una cornice ovale, seduta dando le spalle a una grande specchiera in legno che riflette il suo profilo sorridente; la fotografa rivolge lo sguardo direttamente all\u2019obiettivo, sono graziosi e raffinati sia la posa che l\u2019abito lungo con ricami e maniche a sbuffo, sistemato morbidamente su tutta la seduta. Lo scatto del 1936 appare pi\u00f9 dinamico: Wulz si riprende di scorcio in primo piano, indossa un fazzoletto scuro in testa, sorride e indirizza lo sguardo fuori camera. Si tratta in entrambi i casi di immagini curatissime sotto il profilo formale, \u00e8 chiaro infatti che in questi lavori la fotografa intenda privilegiare questo aspetto. Citando ancora Ferrari, si aggiunga inoltre che esistono \u00abl\u2019autoritratto esplicito, che l\u2019autore stesso definisce tale, e la semplice autoproiezione\u00bb (2008): quest\u2019ultimo meccanismo andrebbe al di l\u00e0 della pi\u00f9 generica pulsione autobiografica ovvero quel bisogno dell\u2019artista di inserire nella propria opera consciamente o meno \u2013 elementi o figure che raccontino il suo mondo e la sua storia privata. Talvolta si usa \u00ab il termine autoritratto riferendosi proprio a opere specifiche (alcune e non altre), le quali da un punto di vista figurativo non hanno nulla dell\u2019autoritratto\u00bb (Ferrari, 2008). In quegli anni cos\u00ec attivi creativamente, tra traguardi avanguardistici e desideri di autoaffermazione artistica e identitaria, le sorelle Wulz iniziarono a ritrarre con una certa frequenza anche gli amati gatti di casa, Mucincina, Pippo e Plunci, che diventarono i soggetti di fresche e affettuose immagini da album di famiglia. Pure questi scatti, inclusi a buon diritto in quello che abbiamo definito \u201carchivio privato\u201d di Wulz, sono carichi di una valenza concettuale non indifferente a prescindere da quella meramente affettiva. Entrambe le sorelle si dedicarono ai ritratti delle bestiole contestualizzandoli in un\u2019atmosfera molto intima, tra le stanze della casa mentre giocano o viene preparato loro il cibo18. Ma il pi\u00f9 delle volte fu Marion a fotografare queste scene familiari, soprattutto perch\u00e9 spesso insieme ai gatti \u00e8 ritratta Wanda: si percepisce l\u2019affiatato legame esistente tra quest\u2019ultima e i suoi animali. Alcune immagini sono molto intense e ben studiate a livello formale, nella composizione e nella scelta della luce che crea ombre lunghe e suggestive, come nel Ritratto di Wanda con la gatta Mucincina, appoggiata a un tavolo. In primo piano un piccolo vaso con fiori del 1932: qui \u00e8 interessante notare la pelliccia chiara indossata da Wulz che, abbracciando il felino, sembra fondersi e mimetizzarsi con il suo stesso manto. In un\u2019altra immagine del 1930, sempre scattata da Marion, Wanda \u00e8 ritratta sorridente accanto al gatto Plunci. Invece, una fotografia di Mucincina in posa con i suoi cuccioli, viene indicata da Elvio Guagnini e Italo Zannier (1989) come opera di Wanda e Marion insieme. Opera esclusivamente della primogenita Wulz \u00e8 il ritratto ravvicinato di Mucincina titolato Gatto meno io, cio\u00e8 lo scatto utilizzato per la sovrimpressione del celebre Io + gatto presentato alla mostra futurista triestina. A questo lavoro \u00e8 d\u2019obbligo affiancare l\u2019Autoritratto che Wanda si scatta per poter finalmente compiere quell\u2019originale fusione: l\u2019ombra sfumata sul volto in primo piano, attorniato dal collo di pelliccia che favorir\u00e0 la metamorfosi, mostra un sorriso malizioso e uno sguardo penetrante e sensuale, gi\u00e0 felino. Secondo Ferrari, l\u2019esito fotografico di Io + gatto rappresenta anche \u00ab un\u2019identificazione di tipo proiettivo con l\u2019animale: una proiezione e una condensazione che\u00a0 trovano una precisa corrispondenza figurativa\u00bb (2008). L\u2019opinione di chi scrive \u00e8 che si possa attribuire alle immagini sopra descritte di carattere, per cos\u00ec dire, domestico e privato\u00a0 i requisiti di quegli autoritratti definiti di genere proiettivo, citati poc\u2019anzi. Proprio come il campo di grano, il volo di corvi o la stanza da letto di Vincent Van Gogh, che rappresentano quasi fisicamente la realt\u00e0 e la psichicit\u00e0 dell\u2019artista, una sua proiezione pittorica; e non meno degli adorati animali spesso dipinti da Antonio Ligabue, con i quali egli pare oltremodo identificarsi pure a livello fisiognomico nei suoi autoritratti. Cos\u00ec, queste immagini di Wulz, in cui si manifesta lo stretto rapporto con i suoi felini, finirebbero col raccontare di lei stessa, rappresentandola anche nelle numerose immagini in cui vengono ritratti soltanto i gatti. Tutto ci\u00f2 sfocer\u00e0 poi nel coronamento della condensazione vera e propria di Io + gatto . Sar\u00e0 il felice epilogo di un intenso processo creativo e identitario nonch\u00e9 un significativo traguardo per Wanda Wulz come artista-fotografa e come donna; che ne confermer\u00e0 l\u2019indubbio rilievo autoriale nel contesto storico-artistico e fotografico della prima met\u00e0 del Novecento. \u00abPoich\u00e9 il lavoro creativo dischiude la sola strada che consenta la totale affermazione della propria personalit\u00e0\u00bb (Boatto, 2005). Ma Fotografia Wulz \u00e8 anche una storia familiare, un viaggio attraverso diverse generazioni vissute nel cuore del loro atelier,un cammino che va dalle sperimentazioni di Giuseppe Wulz a quelle delle sorelle Wanda e Marion, che con il loro lavoro sono diventate protagoniste dell\u2019avanguardia artistica del Novecento, promuovendo anche l\u2019affermazione sociale delle donne. Gli esordi e i primi successi di Giuseppe Wulz, dalla sua formazione nello studio Engel (attorno al 1865) all\u2019apertura dell\u2019ultimo Atelier nel 1891 in Palazzo Hierschel, al civico 19 dell\u2019attuale Corso Italia a Trieste. In questi anni, Giuseppe segue da una parte gli stilemi del ritratto tipici del romanticismo fotografico e dimostra, dall\u2019altra, un\u2019attitudine per la realizzazione di vedute, soprattutto dall\u2019alto, delle colline che circondano la citt\u00e0. Mentre nel 1891 \u00e8 caratterizzato da un consolidamento dell\u2019attivit\u00e0 tra Giuseppe e il figlio Carlo,il quale proseguir\u00e0 poi in modo autonomo, a causa delle condizioni di salute del padre. Carlo si dedica alla sperimentazione di nuove tecniche e sia per una dimensione collettiva, realizzando, al di fuori o all\u2019interno dello studio, ritratti di gruppo delle categorie sociali emergenti. In parallelo con l\u2019impegno politico irredentista, suo e dei fratelli Vittorio e Antonio il primo, di professione medico con laurea a Graz mentre il secondo, musicista, driver di cavalli e commerciante che poi si stabilir\u00e0 a Vienna l\u2019Atelier Wulz diventa la meta di un mondo artistico e culturale triestino che si rapporta con la famiglia al di l\u00e0 delle necessit\u00e0 di ripresa, sviluppo e stampa delle fotografie. Fuori dallo studio, Carlo documenta lo sviluppo industriale del periodo precedente alla Prima guerra mondiale. Dopo la morte di Carlo Wulz, nel 1928, e si protrae fino alla chiusura dell\u2019attivit\u00e0 da parte delle sorelle Wanda e MarionWulz nel 1981. Proseguendo la tradizione del ritratto e del ritratto famigliare, Wanda e Marion Wulz ci hanno lasciato, oltre a un\u2019importante produzione professionale di atelier e alla documentazione dei giorni della Liberazione di Triesteimmortalati da Marion, un\u2019originale esperienza del fotografico con cui hanno raccontato la loro vita autonoma e orgogliosa, il loro essere donne attive e consapevoli, e il loro interesse per una liberazione del corpo e del gesto tipici di quella fase di aspettative e desideri di modernit\u00e0. Questo scambio culturale arricchisce ulteriormente il loro lavoro, rendendo le opere della famiglia Wulz un importante punto di riferimento per la fotografia triestina e non solo. Le immagini delle due sorelle possono essere lette come l\u2019occasione di visualizzare concretamente i progressivi mutamenti dell\u2019identit\u00e0 delle donne,che nei primi decenni del Novecento intrapresero una delle fasi pi\u00f9 importanti del loro percorso di emancipazione e indipendenza. Consacrata unica donna fotografa del Futurismo italiano nella mostra organizzata nel 1932 a Trieste, Wanda ha goduto di una giusta fama mondiale concentrata sull\u2019icona di Io + Gatto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Museo Estorick di Arte Moderna Italiana Londra<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Wanda e Marion Wulz: la fotografia d&#8217;avanguardia nell&#8217;Italia del XX secolo<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">dal 16 Settembre 2026 al 20 Dicembre 2026<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">dal Mercoled\u00ec al Sabato dalle ore 11.00 alle ore 18.00<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Domenica dalle ore 12.00 alle ore 17.00<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Luned\u00ec e Marted\u00ec chiuso<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Marion Wulz\u201cIn guardia\u201d &#8211; Irene Camber, Trieste, 1952, Firenze, Archivi Alinari-Archivio Studio Wulz.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Marion Wulz\u201cAlba Wiegele\u201d, Trieste, anni Quaranta, Firenze, Archivi Alinari-Archivio Studio Wulz.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Wanda Wulz, \u201cAutoritratto\u201d, Trieste, 1932, Firenze, Archivi Alinari-Archivio Studio Wulz.<strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Carlo Wulz, Marion e Wanda Wulz, Trieste, 1927, Firenze, Archivi Alinari-Archivio Studio Wulz.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Marion Wulz Wanda Wulz, Trieste, ca. 1930, Firenze, Archivi Alinari-Archivio Studio Wulz<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Wanda Wulz, Io + gatto, Trieste, 1982<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fonte : Fondazione Alinari per la Fotografia &#8211; Museo Estorick di Arte Moderna Italiana Londra<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 20 Dicembre 2026 si potr\u00e0 ammirare Museo Estorick di Arte Moderna Italiana Londra una mostra dedicata alle Sorelle Wulz \u2013 \u2018Wanda e Marion Wulz: la fotografia d&#8217;avanguardia nell&#8217;Italia del XX secolo\u2019 a cura di Federica Muzzarelli. 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