{"id":1000034407,"date":"2026-08-29T11:25:37","date_gmt":"2026-08-29T14:25:37","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000034407"},"modified":"2026-08-29T11:25:38","modified_gmt":"2026-08-29T14:25:38","slug":"sinistra-alla-canna-del-gas-ha-capito-che-il-woke-non-porta-voti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000034407","title":{"rendered":"Sinistra alla canna del gas, ha capito che il woke non porta voti"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da qualche giorno il woke \u00e8 diventato improvvisamente un problema. \u00c8 stata Repubblica a chiedersi se la sinistra debba finalmente dire \u00abbasta woke\u00bb. Conte \u00e8 intervenuto mettendo in dubbio che possa costituire \u00abl\u2019ossatura ideologica\u00bb di una forza progressista e ne ha denunciato le degenerazioni; Renzi ha invitato a superarne gli eccessi, precisando per\u00f2 che sui diritti non bisogna arretrare \u00abdi un millimetro\u00bb. Altri parlano di errori da correggere. Ma pi\u00f9 che una revisione culturale sembra un finto pentimento: si prende distanza dalla parola ma si continua ad agire secondo il suo codice ideologico. La parola woke \u00e8 legata all\u2019espressione stay woke, restare svegli, nata nell\u2019inglese afroamericano come richiamo all\u2019attenzione verso il razzismo. Col tempo ha finito per indicare una cultura politica pi\u00f9 ampia, costruita attorno a razza, genere, privilegio, oppressione, intersezionalit\u00e0 e controllo del linguaggio. A questa galassia sono stati ricondotti il politicamente corretto, la cancel culture, la decolonizzazione della cultura, la denuncia della mascolinit\u00e0 tossica e del privilegio bianco, oltre alle declinazioni identitarie delle battaglie LGBTQ+ quando la tutela delle persone si trasforma nella pretesa di imporre nuove categorie di genere e nuovi codici linguistici. Non esiste un manifesto ufficiale del woke, ma esistono un lessico, una visione del mondo e comportamenti riconoscibili. Dire davvero no al woke significa smettere di dividere preventivamente gli individui in categorie; di trasformare sesso, colore della pelle o orientamento sessuale in titoli di credito o di colpa; di attribuire alle identit\u00e0 collettive un valore superiore alla persona; di considerare il linguaggio come rieducabile politicamente; di equiparare una parola sgradita alla violenza e un\u2019opinione dissenziente alla discriminazione. Significa anche rinunciare al tribunale permanente sul passato, alla pretesa di giudicare libri, monumenti e personaggi storici col codice morale del presente; smetterla con le campagne di delegittimazione contro professori, artisti e intellettuali considerati \u201cproblematici\u201d solo perch\u00e9 non si allineano; restituire al libero pensiero il diritto di vivere senza che ogni frase o post sui social comporti una sentenza di morte civile. Sta accadendo tutto questo? Non mi pare. Si criticano gli eccessi senza mettere in discussione le categorie che li hanno prodotti. Ed \u00e8 proprio questa contraddizione a rendere poco credibile il pentimento. Questa ideologia non \u00e8 comparsa dal nulla. Per anni una vasta letteratura, soprattutto americana, \u00e8 stata tradotta e pubblicata da importanti case editrici italiane, accolta da recensioni entusiaste, festival e dibattiti vari. Privilegio bianco, identit\u00e0 di genere, intersezionalit\u00e0, appropriazione culturale, patriarcato e decolonizzazione sono cos\u00ec entrati nel vocabolario della rispettabilit\u00e0 progressista. E chi osa sollevare dubbi continua a essere liquidato come retrogrado, reazionario o incapace di capire da che parte va la storia. Dai libri si \u00e8 passati alle istituzioni. Universit\u00e0 ed enti pubblici hanno adottato linee guida, vademecum e raccomandazioni sul linguaggio inclusivo; in alcuni casi sono stati introdotti veri e propri tribunali monocratici per la censura preventiva; si \u00e8 arrivati all\u2019adozione ordinaria di schwa, asterischi e pronomi dichiarati. Non sono eccentricit\u00e0 linguistiche, ma la traduzione pratica di una visione del mondo. Per questo il pentimento di oggi convince poco. I leader della sinistra hanno capito che a molti italiani questa ideologia, somministrata per anni come progresso obbligatorio, non piace e non porta voti. Il ripensamento appare cos\u00ec soprattutto come la presa d\u2019atto tardiva di un problema elettorale. Ma \u00e8 tardi. Non si importa per anni un\u2019ideologia, la si fa entrare nella comunicazione, nelle universit\u00e0 e nelle amministrazioni pubbliche, per poi pretendere di liberarsene quando ci si accorge che elettoralmente non funziona. Si pu\u00f2 cambiare tono, attenuare le parole e prendere le distanze dagli eccessi pi\u00f9 ridicoli. Ma finch\u00e9 resteranno le stesse categorie e gli stessi riflessi ideologici, l\u2019abiura rester\u00e0 una finzione. Perch\u00e9 il woke non \u00e8 un abito da togliere alla vigilia delle elezioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Spartaco Pupo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da qualche giorno il woke \u00e8 diventato improvvisamente un problema. \u00c8 stata Repubblica a chiedersi se la sinistra debba finalmente dire \u00abbasta woke\u00bb. 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