{"id":1000034155,"date":"2026-08-10T20:33:25","date_gmt":"2026-08-10T23:33:25","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000034155"},"modified":"2026-08-10T20:33:27","modified_gmt":"2026-08-10T23:33:27","slug":"netanyahu-respinge-il-piano-del-board-of-peace-sostenuto-da-trump-prima-il-disarmo-di-hamas-poi-il-ritiro-da-gaza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000034155","title":{"rendered":"Netanyahu respinge il piano del Board of Peace sostenuto da Trump: \u201cPrima il disarmo di Hamas, poi il ritiro da Gaza\u201d"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Benjamin Netanyahu non ci sta. E, nonostante l\u2019amicizia dichiarata con Donald Trump e la storica alleanza tra Israele e Stati Uniti, il premier israeliano mette un punto fermo sulla questione pi\u00f9 delicata del piano americano per Gaza: nessun ritiro dell\u2019Idf prima del completo disarmo di Hamas. \u201cIsraele respinge il documento in 15 punti\u201d, ha dichiarato Netanyahu durante una riunione di gabinetto domenica, riferendosi al piano approvato il mese scorso da Hamas. Una posizione netta che pesa, perch\u00e9 arriva proprio mentre il Board of Peace sostenuto da Trump provava a dare concretezza alla nuova road map per la Striscia. Per Netanyahu non basta una promessa, non basta un accordo sulla carta e non basta neppure un impegno politico. Hamas deve essere disarmata e la sua capacit\u00e0 militare eliminata. Solo a quel punto Israele potr\u00e0 prendere in considerazione il ritiro delle proprie forze. Ed \u00e8 proprio qui che rischia di incepparsi il progetto americano. Trump vuole arrivare alla seconda fase del piano per Gaza, con una nuova amministrazione civile, la ricostruzione della Striscia e un percorso di progressiva smilitarizzazione. Hamas, dal canto suo, chiede che siano gli Stati Uniti a fare pressione su Netanyahu affinch\u00e9 non blocchi la road map. Il problema \u00e8 che Gerusalemme non sembra intenzionata a fare sconti. Netanyahu ha anzi chiarito di avere grande apprezzamento per Trump, definendolo un grande amico di Israele, ma ha contemporaneamente rivendicato il diritto del proprio governo a prendere le decisioni necessarie per garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini. L\u2019amicizia con Trump non significa cieca obbedienza. E il messaggio \u00e8 piuttosto chiaro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il nodo Hamas<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il punto centrale rimane dunque il futuro di Hamas. Per Israele, lasciare alla formazione islamista anche soltanto una parte della propria struttura militare significherebbe mantenere in vita la minaccia che ha alimentato il conflitto. Per Hamas, invece, il disarmo rappresenta evidentemente una questione esistenziale. Per questo l\u2019organizzazione ha chiesto a Washington di intervenire su Netanyahu, accusandolo di ostacolare il processo per ragioni di politica interna. Il risultato \u00e8 il solito cortocircuito mediorientale: tutti parlano di pace, ma nessuno sembra disposto a fare per primo il passo che l\u2019altro considera indispensabile. E mentre Gaza rimane appesa a questo braccio di ferro, il resto della regione continua a muoversi. Sul fronte iraniano, infatti, non arrivano segnali molto pi\u00f9 incoraggianti. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha smentito l\u2019esistenza di colloqui diretti con gli Stati Uniti, spiegando che al momento ci sono soltanto scambi di messaggi attraverso intermediari. Dunque, nessun negoziato ufficiale tra Washington e Teheran.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E anche qui il punto decisivo \u00e8 uno: lo Stretto di Hormuz<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019Iran continua a legare la questione della riapertura dello Stretto a precise condizioni, mentre i pasdaran hanno chiarito che un eventuale accordo con l\u2019Oman non significherebbe automaticamente la riapertura di Hormuz alla navigazione internazionale. \u00c8 una partita enorme, perch\u00e9 Hormuz non \u00e8 un dettaglio geografico qualsiasi. \u00c8 uno dei principali snodi energetici del pianeta e qualsiasi limitazione alla navigazione pu\u00f2 avere conseguenze ben oltre il Medio Oriente. Donald Trump, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, starebbe valutando persino la possibilit\u00e0 di dichiarare una vittoria sull\u2019Iran senza necessariamente arrivare subito a un accordo definitivo sul nucleare. Ma anche in questo caso resta un problema: Teheran non sembra intenzionata a concedere facilmente ci\u00f2 che Washington pretende.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Due crisi, un\u2019unica partita<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gaza e Iran sono formalmente due dossier diversi, ma in Medio Oriente finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. Trump cerca una soluzione complessiva: fermare la guerra a Gaza, disarmare Hamas, avviare la ricostruzione e contemporaneamente trovare una via d\u2019uscita dal confronto con l\u2019Iran. Ma gli alleati e gli avversari degli Stati Uniti continuano a mettere sul tavolo le proprie condizioni. Israele dice: prima Hamas deve essere disarmata. L\u2019Iran dice: prima devono essere affrontate le condizioni poste da Teheran. Hamas chiede agli Stati Uniti di fermare Netanyahu. E gli Stati Uniti cercano di tenere insieme una partita diplomatica che, al momento, appare tutt\u2019altro che chiusa. Nel frattempo gli Houthi hanno attaccato le forze saudite nel porto yemenita di al-Makha, aggiungendo un altro fronte a una regione gi\u00e0 attraversata da tensioni e conflitti. Insomma, la diplomazia continua a lavorare, ma la strada \u00e8 ancora lunga. E Netanyahu, questa volta, ha voluto essere molto chiaro: Trump pu\u00f2 essere un grande amico di Israele, ma sulla sicurezza dello Stato e sul destino di Gaza l\u2019ultima parola, per Gerusalemme, resta a Gerusalemme.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">N.P.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Benjamin Netanyahu non ci sta. 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