{"id":1000033476,"date":"2026-07-18T07:09:53","date_gmt":"2026-07-18T10:09:53","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000033476"},"modified":"2026-07-18T07:09:55","modified_gmt":"2026-07-18T10:09:55","slug":"per-la-prima-volta-presentata-al-pubblico-novecento-italiano-opere-della-collezione-generali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000033476","title":{"rendered":"Per la Prima volta presentata al pubblico : Novecento Italiano. Opere della Collezione Generali"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 23 Agosto 2026 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Bonaparte Roma la mostra dedicata al Novecento Italiano \u2013 \u2018Novecento italiano. Opere dalla Collezione Generali\u2019 a cura di Costantino D\u2019Orazio. L\u2019esposizione \u00e8 prodotta e organizzata da Arthemisia con il patrocinio del Ministero della Cultura, della Regione Lazio e del Comune di Roma \u2013 Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, promossa e sostenuta da Generali Valore Cultura. Questa mostra nasce grazie al patrimonio d&#8217;arte straordinario che viaggia parallelamente a quello dei musei tradizionali: \u00e8 quello custodito all&#8217;interno delle grandi collezioni aziendali. Opere bellissime, celebrate nei libri, che tuttavia \u00e8 raro poter vedere dal vivo. Tra queste, la Collezione d&#8217;Arte del Gruppo Generali rappresenta una delle raccolte pi\u00f9 significative e prestigiose del nostro Paese, un patrimonio costruito nel tempo che racconta non soltanto la storia dell&#8217;arte italiana del XX secolo, ma anche il rapporto profondo tra cultura, societ\u00e0 e impresa. La mostra per la prima volta presentata al pubblico dove sono state selezionate oltre cinquanta opere che fanno parte questo straordinario patrimonio artistico, offrendo l&#8217;occasione unica di ammirare opere raramente esposte e normalmente custodite all&#8217;interno di una delle pi\u00f9 importanti collezioni corporate europee. La mostra nasce per celebrare il decimo anniversario di Generali Valore Cultura, il progetto attraverso il quale, dal 2016, il Gruppo Generali promuove iniziative diffuse sul territorio nazionale per rendere l&#8217;arte e la cultura sempre pi\u00f9 accessibili. In questi dieci anni, milioni di persone hanno potuto avvicinarsi al patrimonio culturale grazie a un programma che ha fatto dell&#8217;inclusione, della partecipazione e della condivisione i propri valori fondanti. Palazzo Bonaparte, storico edificio di propriet\u00e0 del Gruppo Generali e sede del primo Spazio Valore Cultura, rappresenta oggi il luogo simbolico ideale per celebrare questo importante traguardo, offrendo gratuitamente al pubblico un progetto espositivo di eccezionale valore culturale e istituzionale. La collezione prende forma all&#8217;inizio degli anni Ottanta grazie a una visione culturale innovativa e lungimirante: non raccogliere opere per decorare degli uffici, ma costruire un patrimonio capace di raccontare, attraverso l&#8217;arte, le trasformazioni della societ\u00e0 italiana, le sue aspirazioni, le sue inquietudini e i profondi cambiamenti che hanno attraversato il Novecento. Nel corso degli anni, questo straordinario nucleo si \u00e8 affermato come una delle pi\u00f9 importanti collezioni d&#8217;impresa italiane, testimonianza del legame virtuoso tra committenza illuminata, responsabilit\u00e0 culturale e patrimonio condiviso. Ad arricchire questo straordinario progetto \u00e8 la presenza eccezionale di \u201cLe tre et\u00e0\u201d di Gustav Klimt, uno dei dipinti pi\u00f9 celebri e amati della storia dell&#8217;arte europea, concesso in prestito dalla Galleria Nazionale d&#8217;Arte Moderna e Contemporanea di Roma. La presenza del capolavoro di Klimt rappresenta un&#8217;occasione unica per il pubblico e testimonia la volont\u00e0 del Gruppo Generali di celebrare il decennale di Valore Cultura offrendo un&#8217;esperienza artistica di eccezionale valore. In una mia ricerca storiografica e scientifica sul Novecento apro il mio saggio dicendo : Fu proprio sulla questione legata alla citt\u00e0 portuale che l\u2019Italia aveva trovato la grande ostilit\u00e0 di Wilson, il quale, il 19 aprile 1919, avanz\u00f2 la proposta di creare uno stato libero di Fiume, spiegando che la citt\u00e0 istriana doveva essere un porto utile per tutta l\u2019Europa balcanica e che le rivendicazioni dell\u2019Italia nei territori a est del Mare Adriatico andavano contro i quattordici punti, tanto da essere additate come \u2018imperialiste\u2019. Fece pubblicare, sui giornali francesi, un suo articolo che ribadiva questi concetti. Nello stesso giorno, il primo ministro italiano lasci\u00f2 polemicamente Parigi: al suo rientro in Italia, le piazze lo accolsero con grande calore, ma nelle pi\u00f9 grandi citt\u00e0 italiane si verificarono disordini presso le ambasciate britanniche, francesi e statunitensi. Orlando fece ritorno a Parigi il 7 maggio 1919, ma al suo arrivo nella capitale francese, il politico italiano trov\u00f2 un clima decisamente ostile nei suoi confronti, tanto che si rese conto dell\u2019impossibilit\u00e0 di proseguire sulla propria linea e rassegn\u00f2 le dimissioni. Il nuovo governo fu presieduto da Francesco Saverio Nitti, nuovo ministro degli esteri fu Tommaso Tittoni. Il 10 settembre 1919, Nitti sottoscrisse il Trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci (quindi il confine del Brennero), ma non quelli orientali. Le potenze alleate, infatti, avevano autorizzato l\u2019Italia e il neo-costituito il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (che nel 1929 avrebbe assunto il nome di Jugoslavia) a definire congiuntamente i propri confini. Immediatamente (12 settembre 1919), una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, guidata dal poeta Gabriele d\u2019Annunzio, occup\u00f2 militarmente la citt\u00e0 di Fiume chiedendo l\u2019annessione all\u2019Italia. Tra il popolo era dunque cresciuta la delusione per la \u2018vittoria mutilata\u2019 e la sfiducia verso le istituzioni era largamente aumentata, soprattutto dopo la firma del trattato di pace con la sola Austria. Tra alterne vicende, la questione adriatica di definizione dei confini orientali si protrasse fino al novembre del 1920. Il nuovo ministro degli esteri italiano Carlo Sforza, uomo esperto di politica estera e personalmente in contatto con i politici serbi sin dal periodo bellico, per ottenere l\u2019auspicata normalizzazione dei rapporti italo-jugoslavi, aveva, frattanto, ritirato le truppe italiane d\u2019occupazione in Albania e promesso la rinuncia italiana all\u2019annessione della citt\u00e0 di Fiume. Pur facendo tali concessioni a testimonianza della volont\u00e0 italiana di risolvere il problema adriatico e riprendere le trattative, Carlo Sforza precis\u00f2 agli interlocutori di considerare essenziale che il confine tra i due Regni fosse fissato sulle Alpi Giulie e fosse coincidente con quello naturale; considerava, altres\u00ec, essenziale l\u2019integrazione in favore dell\u2019Italia di alcune isole adriatiche, quali Cherso e Lussino, pi\u00f9 altre da definire. Fece sapere, infine, di essere disposto ad affrontare qualsiasi passeggera impopolarit\u00e0 nel suo paese, pur di difendere gli interessi permanenti dell\u2019Italia e della pace tra i due Regni. Da questo momento in poi l\u2019Italia come disse lo stesso D\u2019Annunzio fece la famosa \u2018Vittoria Mutilata\u2019 molti deputati si trovarono d\u2019accordo con il grande poeta anche l\u2019allora direttore dell\u2019Avanti Benito Mussolini che alla fine ci port\u00f2 al Fascismo e alle famose Leggi Razziali. Nel mondo dell\u2019arte che cosa succedeva? Che i primi cinquant\u2019anni del XX secolo si potrebbe prendere spunto da una frase lapidaria ma pregna di significato di Robert Hughes a proposito del Futurismo, il primo grande movimento italiano d\u2019avanguardia, che nel nostro Paese inaugur\u00f2 l\u2019avvento del Ventesimo secolo. Scrive Hughes, con la sua acuta penna: \u201cProbabilmente i futuristi non avrebbero amato tanto il futuro se non fossero venuti da un paese tecnologicamente arretrato come l\u2019Italia\u201d, e, si potrebbe completare la frase, da un paese che da soli trent\u2019anni aveva raggiunto una stabilit\u00e0 nazionale e indipendente (1870), dunque da un Paese che aveva intrapreso la propria gara con la modernit\u00e0 quasi a ridosso del secolo XX. Con una parte del proprio territorio, quella situata a sud di Roma, in uno stato d\u2019endemica arretratezza, governato dalle pi\u00f9 inique leggi del latifondo, e una parte invece, quella a Nord, pi\u00f9 vitale e intraprendente, pronta alla riconversione della propria economia rurale in un sistema produttivo industriale, l\u2019Italia postunitaria manifesta anche attraverso l\u2019arte e l\u2019impegno degli artisti, la sua forte volont\u00e0 di cambiamento. Ma se ci\u00f2 avverr\u00e0 primariamente con il Futurismo, a partire dunque dal 1909, segnali largamente positivi si avvertirono gi\u00e0 sul finire del secolo precedente. Per comprendere il significato della poetica futurista, degli strumenti e delle azioni che i suoi protagonisti misero in campo nel loro riuscitissimo tentativo di svecchiamento dell\u2019arte italiana, \u00e8 necessario dunque fare qualche passo all\u2019indietro nel tempo per spiegare i forti legami che unirono i futuristi alla tradizione artistica italiana della fine Ottocento e, in senso pi\u00f9 ampio, alle novit\u00e0 che anche nel nostro Paese arrivarono dalle imprese pi\u00f9 significative della pittura europea francese, impressionismo, pointillisme, simbolismo e tedesca Jugendstil e Sezession in particolare. Infatti, fu proprio nel corso del secolo diciannovesimo, oggi ricordato dalla critica come il secolo della luce degli impressionisti, ma si dovrebbe aggiungere, cosa assai pi\u00f9 importante per l\u2019evoluzione dell\u2019arte italiana, anche secolo del romanticismo e del simbolismo che in Italia si crearono le condizioni per l\u2019avvento della rivoluzione futurista. Il futurismo nacque in continuit\u00e0 e non in rottura con l\u2019arte del passato, del movimento divisionista in particolare, un movimento pittorico che cronologicamente di poco lo precedette e che, a sua volta, fu pacifica continuazione delle esperienze della Scapigliatura lombarda, di autori come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni e delle forse pi\u00f9 note ricerche dei pittori Macchiaioli toscani, capeggiati da Giovanni Fattori e dalle idee di Diego Martelli, che faceva la spola tra Francia e Italia, assolvendo al grato compito di mettere in contatto gli artisti italiani con le pi\u00f9 avanzate ricerche sulla percezione luministica francese. Due esperienze, quella della scapigliatura e dei macchiaioli, che videro la luce nel pieno del XIX secolo, maturate indicativamente nell\u2019arco cronologico compreso tra il 1855 e il 1870, entrambe fuoriuscite dal grembo del romanticismo e che per prime avviarono nel campo della pittura italiana la ricerca \u2018del vero\u2019, aprendo lo spazio del quadro alla rappresentazione di una nuova concezione del paesaggio, inteso nella sua \u2018naturalezza\u2019 luministica ed atmosferica, ma anche sensibili a soggetti pi\u00f9 impegnativi dal punto di vista del loro contenuto di reportage sociale. E sar\u00e0 proprio l\u2019attitudine all\u2019indagine socio-umanitaria, in linea con le teorie anarchico-socialiste diffuse in Italia da molta letteratura politica alla fine del XIX secolo, frammiste alla rilettura delle idee di Ruskin, proposte dal mentore del Divisionismo, il pittore Vittore Grubicy de Dragon, mercante e teorico del movimento, a diventare uno degli aspetti pi\u00f9 fortemente distintivi del divisionismo italiano, in questo assai diverso rispetto al neoimpressionismo francese, che per sua stessa natura sembra essere stato un movimento pi\u00f9 predisposto all\u2019indagine analitica, \u2018scientifica\u2019 della visione che a questioni di natura interpretativa in chiave esistenziale della realt\u00e0. Ed anche quando l\u2019uso della tecnica \u2018divisa\u2019, per filamenti sottili e ravvicinati di colore puro, di primari e complementari, tecnica ampiamente sperimentata dai pittori italiani, da Pellizza a Morbelli, da Previati a Segantini, far\u00e0 sembrare pi\u00f9 vicina l\u2019Italia alla Francia, sar\u00e0 solo un fraintendimento o un vizio di lettura critica di due fenomeni radicalmente differenti. Infatti, la ricerca del pointillisme francese fu espressione di quella natura meditativa e razionale di concepire l\u2019arte come esercizio continuo sulle potenzialit\u00e0 stesse del fare pittura, dunque di riflessione per cos\u00ec dire \u2018interna\u2019 alla pittura stessa, sugli strumenti che le erano propri come colore, spazio, luce, materia, atmosfera, percezione. Per il divisionismo italiano, diversamente, si deve parlare di una ricerca artistica intesa anche e soprattutto come mezzo d\u2019indagine sulla natura stessa delle cose, aperta alla rappresentazione sociale della realt\u00e0, capace di raccontare la storia del disagio quotidiano delle classi meno abbienti, dalla giovane classe operaia a quella dei lavoratori della terra, che divennero soggetti tra i pi\u00f9 rappresentati nella pittura italiana di fine Ottocento. Una pittura in grado anche di partecipare al sentimento cosmico della Natura, che, soprattutto nell\u2019opera di Giovanni Segantini, si materializza nelle sembianze pi\u00f9 umili della vita quotidiana, affermando cos\u00ec il potere evocativo e simbolico delle \u2018cose semplici\u2019, fonte di verit\u00e0 e di bellezza. Lo spirito nuovo del futurismo italiano nascer\u00e0 direttamente dalle ceneri ancora accese dell\u2019esperienza divisionista. \u00c8 dato innegabile, infatti, che le figure di maggior spicco del gruppo storico del Futurismo, da Boccioni a Carr\u00e0, da Balla a Severini, da Russolo a Sironi, proprio nei fondamenti scientifici della sperimentazione divisionista, nel suo linguaggio aperto alla pi\u00f9 completa rivoluzione della tecnica, nella nuova sensibilit\u00e0 per la storia, trovassero la base teorica di quello spirito di modernit\u00e0, che fu la fonte viva della prima avanguardia italiana del \u2019900. Il passaggio di testimone tra divisionismo e futurismo avvenne in una data, il 1909, in cui la parabola del divisionismo italiano era entrata gi\u00e0 da tempo in fase calante, ma i nomi di pittori come Pellizza, Morbelli, e Segantini, con alcuni dei loro capolavori, Fiumana, Il Natale dei rimasti, La raccolta del fieno, non possono essere tralasciati quando si parli della forza rinnovatrice della pittura futurista. Il forte legame con il passato si avverte con evidenza nelle opere dipinte dai giovani Boccioni, Carr\u00e0 e Severini all\u2019esordio della loro carriera artistica, all\u2019incirca tra il 1903 e il 1908. \u00c8, su tutti, buon esempio di questo legame il bellissimo quadro dipinto in Russia da Boccioni nel 1906, intitolato Ritratto di Sophie Popoff. Un quadro che rappresenta il passaggio tra la tradizione e il nuovo, nuovo che prende avvio dagli strumenti propri dei pittori divisionisti, in particolare l\u2019uso della pittura \u201cdivisa\u201d e, pi\u00f9 in generale, dalla comune propensione per la ricerca luministica, vista come possibile fonte dinamica della rappresentazione. Un quadro assai significativo anche perch\u00e9 racconta dell\u2019anima cosmopolita dei giovani artisti italiani dell\u2019epoca, che maturarono i propri convincimenti teorici attraverso i lunghi e continui viaggi all\u2019estero e i preziosi contatti internazionali. La storia del Ritratto di Sophie Popoff inizia nel 1906, quando Boccioni si reca a Parigi. Il 17 aprile scrive alla madre: \u201cSono in una citt\u00e0 addirittura straordinaria. Qualche cosa di mostruoso, di strano, di meraviglioso\u201d. Ricorda le migliaia di carrozze e le centinaia di omnibus, tramvai a cavalli, elettrici a vapore, i grandi sotterranei illuminati a luce elettrica della metropolitana, i caff\u00e8 brulicanti, le insegne e la gente che corre che ride, donne tutte dipinte con colori vivissimi. \u201cVorrei portar via un quadro di tale spettacolo\u201d \u00e8 la conclusione della sua lettera, nella quale gi\u00e0 si avverte l\u2019ansia di modernit\u00e0 del Boccioni futurista. Ma la sua pittura non \u00e8 ancora al passo con le sue idee e le sue sensazioni. Pi\u00f9 propenso ad una ricerca di solide volumetrie, rese secondo la tecnica divisionista, ma con nella memoria ancora viva l\u2019influenza dell\u2019opera di Gaetano Previati, tra tutti i pittori divisionisti italiani quello decisamente pi\u00f9 simbolista, Boccioni a Parigi \u00e8 fortemente attratto dalle poetiche impressioniste e post-impressioniste, con i cui principi teorici si confronter\u00e0 apertamente per lungo tempo, almeno fino alla redazione del manifesto tecnico della pittura futurista del 1910. Ed \u00e8 in questo clima di grande fermento e di grande curiosit\u00e0 che a Parigi conosce e frequenta Augusta Petrovna Popoff, una colta signora russa, sposata Berdnicoff. Invitato dai Berdnicoff, Boccioni intraprende un lungo viaggio in Russia. Lascia Parigi alla fine dell\u2019estate del 1906 e visita le citt\u00e0 di Mosca e San Pietroburgo. Al suo rientro passer\u00e0 anche da Varsavia. Soggiorna a Tzaritzin in casa Popoff, come si apprende da una fotografia che lo ritrae insieme ai suoi ospiti sulla veranda della casa. Sulla fotografia si legge la scritta \u201cRussia-Tzaritzin Casa Popoff 1906\u201d. Proprio a Tzaritzin dunque egli dipinge la grande tela con il ritratto della signora Popoff, raffigurata intenta a cucire, seduta davanti ad una finestra. La luce filtra attraverso i vetri e si riverbera sulle mani della donna, illuminando il suo operoso lavoro. L\u2019uso della tecnica divisa, congiunto alla ricerca luministica, fanno di questo quadro un dipinto di \u2018passaggio\u2019, di grande interesse per la storia personale di Boccioni, nel quale si pu\u00f2 cogliere la complessit\u00e0 straordinaria della sua formazione, che si misura con quanto di meglio in Europa si era realizzato nell\u2019ambito della pittura. La sua preparazione artistica \u00e8 uno straordinario miscuglio di simbolismo, espressionismo e divisionismo, e gli accenti pi\u00f9 forti anche in quest\u2019opera sembrano ancora derivargli da un lato dalle cupe atmosfere delle composizioni di Munch, conosciute attraverso Previati, e dall\u2019altro dalle teorie sulle forze dinamiche dell\u2019azione e della visione, che aveva visto praticare a Parigi da Seurat, ma di cui sicuramente Carr\u00e0 per primo gli aveva parlato. Il primo contatto tra artisti italiani e ambiente russo dell\u2019epoca contemporanea avviene dunque, quasi silenziosamente, attraverso il pennello del pi\u00f9 geniale pittore italiano del Futurismo, con alcuni anni d\u2019anticipo rispetto al viaggio di Filippo Tommaso Marinetti. Se \u00e8 vero che il tratto distintivo del divisionismo rispetto alle coeve poetiche europee, francesi in particolare, va ricercato in una concezione della pittura marcatamente socio umanitaria e spiritualistica, fu altrettanto vero il fatto che il futurismo, erede naturale delle \u201cnuove idee\u201d di questo movimento, seppe portare a legittima conclusione il processo di cambiamento avviato in seno al divisionismo, con un intervento radicale e definitivo per quanto riguarda sia la questione fondamentale della rappresentazione del mondo attraverso il medium della pittura \u201cdivisa\u201d, sia quella altrettanto importante che atteneva al ruolo dell\u2019artista nella societ\u00e0 italiana del primo \u2019900, sia, infine, a quella relativa al senso e alla funzione stessa dell\u2019arte in una societ\u00e0 passatista e conservatrice come quella in cui matur\u00f2 ed esplose, come uno dei primi fenomeni di massa, l\u2019avanguardia futurista. Il futurismo fu l\u2019invenzione di Filippo Tommaso Marinetti che raccolse e valorizz\u00f2 istanze di rinnovamento gi\u00e0 in atto nel gruppo dei giovani artisti italiani, milanesi, romani e fiorentini in particolare. Poeta e letterato geniale nato ad Alessandria d\u2019Egitto nel 1876, vissuto a lungo tra Parigi e Milano, citt\u00e0 dove non a caso erano sorte le prime industrie e dove il progresso era apparso come un risultato facile e raggiungibile, Marinetti visse e dissemin\u00f2 il \u201ccredo\u201d futurista in tutta Europa, condividendo con moltissimi artisti, assetati di novit\u00e0 e di voglia di cambiamento, le idee rivoluzionarie contenute nei vari manifesti teorici, sottoscritti a partire dal 1910 dai protagonisti principali del movimento, del gruppo cos\u00ec detto storico, quello della \u2018prima ora\u2019, Boccioni, Russolo, Carr\u00e0, Severini, Balla e, successivamente, anche da Antonio Sant\u2019Elia, Fortunato Depero, Enrico Prampolini, Ardengo Soffici e molti altri ancora come i giovanissimi Tullio Crali, Renato Bertelli e Ernesto Thayath, che al futurismo aderiranno nella stagione estrema degli anni Trenta. Dotato di rara intelligenza, sposata ad una spericolata e indomita voglia di vivere e ad un egocentrismo difficile da imitare, Marinetti fu senz\u2019ombra di dubbio l\u2019artefice di uno dei pi\u00f9 interessanti casi di partecipazione di massa ad un progetto culturale, il futurismo appunto, generato dalla sua mente febbricitante in una serata parigina, il 20 febbraio del 1909, e promulgato come un editto dalle pagine del quotidiano francese \u201cLe Figaro\u201d. Aderirono da subito tutti i pittori italiani della giovane generazione, se si esclude il caso di Balla, che all\u2019epoca della sua adesione al futurismo aveva quasi quarant\u2019anni ed era gi\u00e0 stato maestro di Boccioni e Severini, la sua forte personalit\u00e0 lo port\u00f2 ad imboccare la strada della sperimentazione divisionista e che proprio nella poetica sovversiva del futurismo trov\u00f2 libero campo d\u2019azione per la propria voglia, anche utopistica, di cambiamento dell\u2019arte e della societ\u00e0 tutta. A lui accorse anche gran parte dell\u2019opinione pubblica italiana, che lui stesso seppe coinvolgere grazie ad un\u2019attivit\u00e0 indefessa di \u201cmarketing culturale\u201d, che trov\u00f2 risposta alternativamente nel disprezzo dei passatisti e nell\u2019orgoglio di chi nel futurismo vide il riscatto dell\u2019arte italiana sulla egemonia francese del secolo appena passato. Marinetti, per sua stessa affermazione l\u2019uomo pi\u00f9 moderno d\u2019Italia, era nato da una cultura che faceva nello stesso tempo capo al dandismo decadente del poeta Gabriele D\u2019Annunzio e all\u2019amore adorante per la tecnologia, vera medicina del mondo. Marinetti, soprannominatosi \u201ccaffeina d\u2019Europa\u201d, intraprese un\u2019attivit\u00e0 frenetica di pubbliche relazioni con i gruppi dell\u2019avanguardia internazionale interessati alle teorie del futurismo. Oltre a Parigi, dove partecip\u00f2 a confronti incandescenti con letterati e poeti, Marinetti, si rec\u00f2 in Russia, dove soggiorn\u00f2 dal 26 gennaio al 15 febbraio del 1914, invitato da Genrich Tasteven, delegato russo della Societ\u00e0 delle grandi conferenze di Parigi, per stringere rapporti amichevoli e fare del proselitismo a favore delle teorie futuriste italiane. In Russia, cosa ben nota, il futurismo aveva avuto gi\u00e0 da alcuni anni una buona e del tutto autonoma affermazione grazie all\u2019opera di alcuni gruppi attivi nelle grandi citt\u00e0, capeggiati da artisti come Sersevenic a Mosca, Severjanin, Ignat\u2019ev a Pietroburgo. L\u2019arrivo di Marinetti, fu per alcuni entusiasmante, per altri, come per il giovane Larionov, fu degno di un \u201ctiro di uova marce\u201d. I cubo-futuristi Majakovskij, Burljuk e Kamenskij molto diplomaticamente scelsero di rimanere lontani da Mosca, impegnati in una tourn\u00e9e gi\u00e0 intrapresa. A Pietroburgo, pur in serate conviviali, non mancarono, e furono anzi molto vivaci, gli scontri sul valore della poesia futurista italiana declamata da Marinetti, considerata dai russi assai poco convincente rispetto alla loro pi\u00f9 avanzata sperimentazione in campo poetico e letterario. Questo viaggio favor\u00ec ci\u00f2 nonostante la nascita di nuove relazioni internazionali e di nuovi rapporti tra gli artisti. Primo importante risultato del viaggio in Russia di Marinetti, fu infatti la partecipazione di Archipenko, Kulbin, Exter e Rozanova all\u2019Esposizione Libera Futurista Internazionale organizzata nell\u2019aprile maggio del 1914 a Roma, nella Galleria futurista di Giuseppe Sprovieri. Con i russi esponevano, tra gli altri, Fortunato Depero, lo stesso Marinetti, Giorgio Morandi pittore che partecip\u00f2 per un tempo brevissimo al futurismo, Enrico Prampolini, Mario Sironi. Questo primo incontro apr\u00ec la strada a nuovi importanti rapporti e scambi tra i futuristi italiani e l\u2019avanguardia russa ed in particolare tra Alexandra Exter ed Ardengo Soffici, la cui opera rappresenter\u00e0 l\u2019esempio pi\u00f9 interessante di contiguit\u00e0 culturale tra i due futurismi. Altrettanto importanti per l\u2019affermazione delle idee futuriste furono i contatti avuti da Marinetti con la pi\u00f9 vicina Svizzera, forieri d\u2019importanti novit\u00e0 per le teorie del costituendo gruppo Dada, che nel 1916 accolse e rielabor\u00f2 molti spunti della poetica futurista italiana, dalla poesia sintetica al verso libero, dalla sintassi all\u2019uso \u2018politico\u2019 della polemica. Il grande nemico di Marinetti, come di tutti i pittori aderenti al futurismo, fu il passato, la storia, la memoria. Sotto la scure dei molti manifesti teorici caddero via via veri e propri oggetti \u2018di culto\u2019 della tradizione passata. Condann\u00f2 l\u2019arte del Rinascimento tanto quanto il tango, la musica di Wagner e gli spaghetti cos\u00ec come la Venezia romantica e nostalgica e l\u2019amore per il chiaro di luna. Il nome dato al movimento fu anch\u2019esso una sua invenzione: un nome che felicemente si adattava ad indicare, pur genericamente ma per questo ancora pi\u00f9 efficacemente, quella fede assoluta per le nuove tecnologie, per la macchina in particolare, che in tutta la concezione estetica futurista risulter\u00e0 come il vero motore del cambiamento, la leva per l\u2019avvento della rivoluzione sociale e culturale nell\u2019intera Europa cosa che di fatto avvenne, ma non nel senso sperato dai futuristi. I pittori futuristi della prima ora, quelli firmatari del Manifesto del 1910 e del successivo manifesto tecnico, Boccioni, Carr\u00e0, Russolo, Severini, Balla furono animati, in violenta polemica con il passatismo culturale borghese, da una concezione vitalistica, che faceva capo alla filosofia di Bergson ma anche a quella di Nietzsche, in un\u2019alternanza di slanci vitali verso il futuro e di frenate nell\u2019eroismo ancora romantico del superuomo, che alla fine decret\u00f2 la morte (solo apparente) dell\u2019ideale classico, delle accademie, delle scuole di nudo e di quant\u2019altro aveva prodotto la misura di Apollo nel corso dei secoli precedenti. Si rinnovarono i temi e i soggetti dei quadri, che diventarono il teatro ideale per la rappresentazione dei nuovi miti contemporanei: la citt\u00e0 industriale innanzitutto, con la sua folla brulicante, i cantieri rumoreggianti e i tram in continuo movimento, con i suoni, le luci, i rumori e la velocit\u00e0, che bene rappresentava il ritmo frenetico della vita moderna, della citt\u00e0 che sale, dello sferragliare dei tram lungo i binari incandescenti, delle luci di strada e del movimento del chiaro di luna, del ticchettio dei ballerini e persino il profumo degli stati d\u2019animo, che tanto audacemente essi vollero raffigurare. Per dipingere questi nuovi temi, i futuristi presero in prestito dal divisionismo la tecnica della scomposizione del colore, tecnica che aveva il vantaggio di cogliere, grazie alla velocit\u00e0 dei tocchi, il senso dinamico della vita in movimento, la frenesia e il sovrapporsi delle forme e delle luci nella nuova percezione e visione del mondo moderno. L\u2019uso della tecnica divisionista, definita \u201ccomplementarismo congenito\u201d per la presenza appunto dei colori complementari, fu per tutti i pittori futuristi un valore espressivo irrinunciabile, che permetteva di innalzare \u201calle pi\u00f9 radiose visioni di luce\u201d, anche le pi\u00f9 cupe ombre del quadro. E il pubblico? Secondo quanto scrivono gli stessi futuristi nei cataloghi delle prime esposizioni (1912) \u201cil pubblico deve convincersi che per comprendere delle sensazioni estetiche alle quali non \u00e8 abituato, deve dimenticare completamente la propria cultura intellettuale, non per impadronirsi dell\u2019opera d\u2019arte, ma per abbandonarsi ad essa\u201d: una dichiarazione d\u2019intenti davvero all\u2019avanguardia, che quel tempo produsse un radicale cambiamento nel concetto apparentemente immutabile del \u2018vedere l\u2019arte\u2019. Agli spettatori si presenta infatti la possibilit\u00e0 di fare grazie all\u2019arte un\u2019esperienza del tutto nuova, che li pone, come scrisse Boccioni, al centro del quadro, ovvero al centro di una rappresentazione nella quale, grazie alla simultaneit\u00e0 spazio-temporale, \u00e8 possibile cogliere la sintesi di ci\u00f2 che si ricorda e di ci\u00f2 che si vede, vivere lo stato d\u2019animo psicologico, che si coglie nel continuo di scene esterne ed emozioni interne, ed infine percepire la nuova realt\u00e0 del tempo moderno, che si mostra non pi\u00f9 come un insieme ordinato e sequenziale di oggetti, ma piuttosto come un assemblaggio frammentario di forme, di luci e di colori, governato dal dinamismo delle linee-forza, moltiplicatrici straordinarie delle ombre e delle luci, dei pieni e dei vuoti, delle pause e dei rumori, che caratterizzano appunto la visione futurista del mondo. Boccioni, il pi\u00f9 grande interprete del futurismo, arruolatosi nel 1915, mor\u00ec tragicamente cadendo da cavallo il 16 agosto del 1916. Con la sua morte sembr\u00f2 che il futurismo fosse giunto alla stazione finale. Diversamente, oggi sappiamo che gi\u00e0 nel corso della prima stagione futurista, quella che va dal 1909 alla met\u00e0 del 1916, si prepar\u00f2 un\u2019agguerrita successione, a conferma del grido di Marinetti \u201cI vivi, i vivi soltanto sono sacri. Il Futurismo malgrado l\u2019immensa spaventosa scomparsa del povero Boccioni e di tanti altri \u00e8 pi\u00f9 vivo che mai!\u201d. Poco pi\u00f9 di sei anni separavano il tragico 16 agosto del 1916, segnato dal lutto della morte accidentale di Boccioni, dalla redazione del Manifesto dei pittori futuristi (11 febbraio 1910) e dal pi\u00f9 corposo La pittura futurista, manifesto tecnico (11 aprile 1910), scritti che contribuirono a dare una organica definizione a quel getto continuo di pensieri, idee, proponimenti, abbozzi di teoria che era stato felicemente cantato da Marinetti nella fatidica notte dell\u201911 febbraio 1909 e poi surriscaldato fino ad alte temperature nelle discussioni degli attori principali di questo primo atto della storia del futurismo, di Boccioni, Carr\u00e0, Russolo, Balla e Severini in particolare. In quei sei anni molti per\u00f2 erano stati i cambiamenti, le virate e perfino le abiure di artisti, che associati al movimento avevano poi intrapreso strade diverse. Pensiamo per esempio a Romolo Romani e Aroldo Bonzagni, futuristi della prima ora, tra i firmatari del manifesto dell\u201911 febbraio del \u201910, subito scomparsi dalla vita attiva del movimento, o alla brevissima parentesi futurista dell\u2019allora poco pi\u00f9 che ventenne Giorgio Morandi, del cui sperimentare conosciamo oggi solo pochissime e rare testimonianze, o, pensiamo ancora alle \u201cparole in libert\u00e0\u201d pubblicate nel 1914 su \u201cLacerba\u201d con lo pseudonimo Massimo Campigli dal berlinese Max Hielenfeld, che nel 1915 veniva incluso da Papini e Soffici tra i seguaci del futurismo, ma che, dopo il lungo periodo di guerra e la prigionia, nel 1919, alla ripresa del suo lavoro di pittore gi\u00e0 rivolge altrove la sua ricerca. Alla met\u00e0 del secondo decennio del XX secolo in tutta Europa, quasi in coincidenza cronologica con alcuni dei pi\u00f9 trasgressivi movimenti dell\u2019avanguardia, e per mano di artisti che di questi movimenti erano stati parte attiva, dal cubismo al dadaismo, dall\u2019espressionismo al futurismo, soffi\u00f2 il vento di un nuovo classicismo, annunciato da opere diventate simbolo di quell\u2019inversione di linguaggio, o, meglio sarebbe dire, di quella conversione \u201cal concreto, al semplice, al definitivo\u201d di cui parler\u00e0 alcuni anni pi\u00f9 tardi Margherita Sarfatti, la teorica del Novecento italiano. Partendo proprio dalla figura ella era una grande letterata \u00e8 fu la prima donna in Europa ad occuparsi di critica d\u2019arte, dimostrando versatilit\u00e0 e competenza. Tuttavia oggi viene comunemente ricordata soprattutto perch\u00e9, pur provenendo da una famiglia ebrea, ella 1910 divenne l\u2019amante di Benito Mussolini pianificandone la politica culturale fino alla svolta delle leggi razziali, quando per lei divenne opportuno espatriare. In realt\u00e0, per quanto contraddittoria, la vicenda umana e professionale della Sarfatti non merita le facili riduzioni. Come altri personaggi del suo tempo, la Margherita Grassini sembra attratta in modo ricorrente dai percorsi contrastati e fiammeggianti di passioni, sotto alcuni aspetti dimostra il suo impegno contro la discriminazione sessista, scrivendo e finanziando dei periodici femministi, sotto altri aspetti evidenzia una tendenza a misurarsi soprattutto con il modello di successo maschile, rappresentato prima dal padre, poi dal marito, da Mussolini e persino da alcuni artisti con cui in tempi diversi instaura una relazione sentimentale. Margherita si muove spesso su un crinale di improbabili equilibri che nel periodo di impegno socialista scrive sull\u2019Avanti, e si batte per l\u2019uguaglianza, tuttavia non riesce a rinunciare al lusso e ai privilegi di casta, tanto che di frequente viene criticata dalla sua stessa cerchia. Scrive sul periodico \u2018Unione femminile\u2019 e collabora fino al 1915 alla pubblicazione \u2018La difesa delle donne lavoratrici\u2019, frequenta la Kuliscioff, ma il suo emancipazionismo naufraga di fronte al mito dell\u2019uomo-guida, dell\u2019amour fou a cui immolarsi. Margherita si forma sugli scritti di John Ruskin, legge Marx, Turati e Anna Kuliscioff. Nel 1898 sposa giovanissima, a dispetto della famiglia, un avvocato socialista da cui avr\u00e0 tre figli, lui che aveva tredici anni pi\u00f9 di lei, imposta il matrimonio in modo libertario. Si impantana per quasi vent\u2019anni nella relazione con Mussolini, anche lui sposato ma geloso al pari di lei. Animata da uno spiritualismo tormentato e segnato tra l\u2019altro dal suicidio di una sorella Margherita esita tra la fede ebraica e il cattolicesimo, a cui si converte nel 1928. La Margherita Grassini Sarfatti\u00a0 trasforma anche la propria visione politica, inizialmente affine al socialismo, in un convinto nazionalismo e progressivamente si coinvolge nell\u2019avventura fascista. Appoggia il regime, ma discute con Mussolini a proposito dei gerarchi in ascesa, che lei considera volgari e pericolosi. Il rapporto con lui attraversa alti e bassi, finch\u00e9 si deteriora ed entra in piena crisi la Sarfatti fugge quando vengono approvate le leggi razziali e ritorna solo alla fine del conflitto mondiale, per trascorrere gli ultimi anni lontana dalla ribalta a cui era abituata. Gli scritti e le testimonianze concordano sulla poliedrica intelligenza di Margherita e sulla vastit\u00e0 della sua cultura, la Grassini cresce in una famiglia veneziana assai agiata e dispone di maestri eminenti, sensibile intenditrice d\u2019arte, condivide con il marito Cesare il desiderio di una vita sociale pi\u00f9 vivace perci\u00f2 nel 1902 si trasferisce con lui a Milano, dove d\u00e0 vita ad un salotto frequentato dai pi\u00f9 promettenti artisti del momento e guida iniziative culturali importanti. Conosce quattro lingue e incontra personalit\u00e0 di fama dal futuro pontefice Pio X, alla regina Elena di Savoia, a Guglielmo Marconi, a Jos\u00e9phine Baker e si circonda di numerosi artisti e letterati\u00a0 tra cui Ada Negri, Fogazzaro, Marinetti, Shaw, Cocteau, D\u2019Annunzio, Prezzolini, Palazzeschi, Panzini, scultori e pittori del calibro di : Adolfo Wildt, Arturo Martini, Sironi, Marussig, Carr\u00e0, Russolo, Boccioni e degli architetti Sant&#8217;Elia e Terragni. L\u2019incontro anche sentimentale con il giovane Mussolini avviene nel 1912 su posizioni socialiste, da cui entrambi si allontanano in quanto interventisti per fondare Il Popolo d&#8217;Italia, ma la realt\u00e0 della Prima Guerra Mondiale \u00e8 durissima, nel 1918 muoiono al fronte anche ragazzi come il\u00a0 figlio di Margherita in questa fase gli ideali di sacrificio e dedizione patriottica che avevano animato il figlio non vengono messi in discussione dalla Grassini, ma anzi diventano un riferimento consolatorio per lei, che in seguito pubblicher\u00e0 un volume in versi dal titolo \u2018 I vivi e l&#8217;ombra\u2019, dedicato al figlio. Morto il marito nel 1924 Margherita accompagna in modo sempre pi\u00f9 scoperto l\u2019affermazione di Mussolini e del partito esperta organizzatrice di eventi, collabora al piano della marcia su Roma, agli scritti teorici del fascismo e in pieno regime assume anche incarichi istituzionali. Probabilmente la Grassini, forte della stima di cui gode gi\u00e0 da tempo a livello internazionale per i suoi scritti, \u00e8 convinta di poter guidare le scelte politico-culturali del regime e sottovaluta la progressione del clima antisemita. Infatti, sulla questione ebraica Mussolini cambia nel tempo la sua posizione, passando da una iniziale tolleranza all\u2019assunzione piena del modello nazista. Anche rispetto alla donna che lo sostiene egli muta atteggiamento, pur apprezzandone la bellezza la definisce avara e sordida, secondo uno stereotipo collaudato dalla propaganda fascista nel descrivere gli ebrei. Eppure il duce ha ricevuto da Margherita grande sostegno economico oltre che morale. Anche il miglior biglietto di presentazione ai governi stranieri gli giunge dalla Sarfatti che nel 1926 la scrittrice pubblica \u2018Dux\u2019, la biografia mussoliniana che adula il capo e lo descrive vitale, spregiudicato, sensuale e aggressivo, energico portatore di ci\u00f2 che viene indicato come spirito italico, con la sua consueta padronanza della scena, Margherita presenta il libro negli USA assicurandogli un enorme successo. Finch\u00e9 Mussolini \u00e8 impegnato nella prima organizzazione dello Stato fascista, la Grassini ha notevole spazio probabilmente sono sue alcune parole chiave della propaganda fascista, come fascio e duce, \u00e8 sua la mistica della romanit\u00e0 resuscitata dal fascismo, \u00e8 lei a rendere credibile all\u2019estero l\u2019immagine del duce. Il desiderio mussoliniano di grandezza si arma della competenza di Margherita, che intende correggere il cattivo gusto dell\u2019estetica fascista e assumere il ruolo di musa e mediatrice. Del resto Margherita \u00e8 un\u2019autorit\u00e0 nel campo dell\u2019arte, e da sempre ama valorizzare i talenti orchestrandone la riuscita, incoraggia e protegge i giovani artisti con Umberto Boccioni ed Emilio Notte ha avuto anche brevi relazioni, persegue il disegno di una nuova societ\u00e0 in cui l\u2019arte sia sovrana. La sua visione mescola esaltazione spirituale e residui risorgimentali, spirito pedagogico e individualismo in questo quadro gli artisti sono determinanti per la costruzione del futuro. Tra le due guerre l\u2019arte europea, accantonando l\u2019impeto destabilizzante delle Avanguardie, \u00e8 pronta a rivalutare il realismo classico, in Italia Margherita Grassini Sarfatti auspica appunto un ritorno al classicismo. Con entusiasmo d\u00e0 corpo al suo progetto, che intende coniugare la modernit\u00e0 con la monumentalit\u00e0 del Rinascimento. Infatti, nel 1922 fonda il gruppo noto come Novecento, al quale inizialmente aderiscono sette pittori A. Funi, P. Marussig, L. Dudreville, E. Malerba, M. Sironi, U. Oppi e A. Bucci; alcuni di loro se ne allontanano presto per timore di essere strumentalizzati, ma il gruppo si ricostituisce nel 1926 con il nome di Novecento Italiano e raccoglie, data la protezione assicurata dal regime, un numero assai alto di adesioni. Nonostante le pressioni di chi vuole ridurre la cultura a semplice strumento di regime, per qualche tempo la Sarfatti riesce a mantenere questa iniziativa lontana dai toni pi\u00f9 volgarmente propagandistici, tenendo fede alle motivazioni artistico culturali che la animano. Negli anni successivi la Grassini si interessa all\u2019architettura razionalista, privilegiando progettisti volti al contemporaneo come Terragni, Figini, Michelucci e Pollini. Proprio al giovanissimo Terragni, di cui capisce e protegge il talento, Margherita commissiona il monumento funebre per il figlio Roberto, ignorando altri professionisti pi\u00f9 in vista, ma non ugualmente radicali. Inoltre promuove la valorizzazione delle arti applicate con il fine di coniugare modernit\u00e0 e tradizione, rinnova la Biennale di Monza e istituisce la Triennale di Milano, facendovi costruire il Palazzo dell&#8217;Arte. Sebbene aspiri a raccogliere in Novecento l\u2019intera ultima produzione artistica italiana, Margherita \u00e8 comunque aperta a tutti i fenomeni emergenti e interessata alle differenze estetiche ma nel frattempo il Ministero della cultura si trasforma in un rissoso centro di potere, da cui le arrivano attacchi sempre pi\u00f9 numerosi. Mentre all\u2019estero le finalit\u00e0 artistiche di Novecento riscuotono grande successo, in Italia alla Sarfatti viene meno buona parte degli appoggi. L\u2019emarginazione di questa lucida intellettuale coincide in architettura con l\u2019adozione da parte del regime di un freddo e retorico stile littorio, ben lontano dalla sobriet\u00e0 formale del razionalismo. Il tentativo grassiniano di dare al fascismo una piattaforma ideale ormai \u00e8 diventato ingombrante, Margherita non concorda con le imprese coloniali, non approva l\u2019intensificarsi dei rapporti con la Germania nazista, si scontra con l\u2019ostilit\u00e0 di gerarchi avidi e senza scrupoli come Farinacci e Starace e nel contempo percepisce la perdita di interesse nei suoi confronti da parte di Mussolini. Nel 1938, di fronte al clima cos\u00ec mutato, la Sarfatti fugge all\u2019estero; la sua famiglia invece vive in pieno le vicende del totalitarismo antisemita, tanto che una sorella Nella Grassini Errera rimarr\u00e0 vittima del lager ad Auschwitz. Margherita soggiorna prima a Parigi dove frequenta tra gli altri Jean Cocteau, Colette e Alma Mahler e infine si stabilisce in Sud America, dato che il suo desiderio di essere accolta negli USA non ha trovato risposta. Ritorna in Italia alla fine della guerra e nel 1955 riesce a far stampare una autobiografia dal titolo \u2018Acqua Passata\u2019, dove il rapporto con Mussolini \u00e8 quasi ignorato. Resta invece inedito a lungo il primo manoscritto delle sue memorie intitolato \u2018Mea culpa\u2019, pubblicato solo post mortem con il titolo My fault. Negli ultimi anni Margherita si isola nella sua villa di Cavallasca, vicino a Como, dove morir\u00e0 nel 1961.<strong>\u00a0 <\/strong>L\u2019interesse per l\u2019arte oppure per le \u2018arti\u2019 nasce precocemente\u00a0 e si esprime compiutamente in occasione dell\u2019Esposizione Internazionale di arti decorative e industriali moderne tenuta a Parigi nel 1925 e delle Biennali di Monza e poi le Triennali di Milano, occasioni cui ella partecipa direttamente. I suoi interventi in questi ambiti sono stati oggetto di studi specifici ad opera di storici delle rispettive discipline pur tuttavia, ho deciso di riportarle in questo saggio per meglio capire la sua figura di Critico d\u2019Arte e di donna ed i vari movimenti artistici che hanno caratterizzato il primo novecento. Come non ricordare il \u201critorno a Ingres\u201c di Picasso, con la serie dei piccoli disegni naturalistici e dei ritratti di Ambroise Vollard e di Max Jacob, dipinti dal pittore spagnolo verso il 1915, testimonianza di uno dei \u201critorni\u201d pi\u00f9 celebri della storia dell\u2019arte del \u2019900, o quello altrettanto significativo del pittore italiano Gino Severini, che nel 1916 dipinse \u201cin una forma semplice che rammenta i nostri primitivi toscani\u201d il Ritratto di Jeanne e La maternit\u00e0? Ma quale fu la pittura che devi\u00f2 il suo corso nel nuovo classico del \u2019900? Secondo Franz Roh, il teorico tedesco del realismo magico, tutta la migliore pittura europea, dal cubismo al futurismo, all\u2019espressionismo, fu interessata da questo \u201critorno all\u2019ordine\u201d e la maggior parte degli autori che avevano propugnato le tesi dell\u2019avanguardia si ritrovarono verso la fine del secondo decennio del secolo a ripassare la lezione degli antichi maestri. Nell\u2019elenco delle tendenze realiste comparse tra la fine dei secondi anni Dieci e i primi anni Venti, Roh cita il naturalismo di Derain, il purismo di Ozenfant e Janneret, il classicismo di Valori Plastici, la scuola di Rousseau, il verismo di Dix e Grosz, il nuovo linearismo di Beckmann e Hofer. All\u2019origine di questa sorta neo figurativa, che attribuiva alla pittura una funzione ermeneutica della realt\u00e0 profonda attraverso lo studio delle apparenze, stava l\u2019idea del ritorno inteso non come reazione all\u2019avanguardia, bens\u00ec come richiamo dell\u2019antico e del classico alla contemporaneit\u00e0. Scriveva nel 1988 a questo proposito Jean Clair, in un importante saggio dedicato al realismo magico, che il ritorno della pittura a schemi saldamente legati alla tradizione antica era da considerare \u201cinsito nella vita stessa delle forme\u201d: \u201cNon il ritorno automatico, passivo e nostalgico ai valori sicuri del passato, bens\u00ec l\u2019espressione ansiosa, dopo il decennio frenetico che la storia dell\u2019arte aveva attraversato fra il 1905 e il 1915, del bisogno di fondare l\u2019arte del dipingere su basi pi\u00f9 solide e pi\u00f9 stabili\u201d. Che non si fosse trattato di un \u201critorno\u201d inteso come restaurazione di uno stile antico, contrapposto al linguaggio delle avanguardie del primo Novecento, lo dimostra l\u2019ampio dibattito critico, vivacissimo soprattutto in Italia e in Germania, attorno alla definizione della parola classico, da non intendersi, come spiegava il letterato italiano Massimo Bontempelli, come una determinazione di tempo, bens\u00ec come una categoria spirituale: \u201cclassica \u2013 scriveva infatti Bontempelli, profeta della \u2018fine dell\u2019avanguardia\u2019 \u2013 \u00e8 ogni opera d\u2019arte che riesca ad uscire dal proprio e da ogni tempo\u201d. I critici letterari che si occupano della produzione letteraria di Bontempelli, adoperano di solito il termine \u201crealismo magico\u201d per definire i tratti tipici del suo stile letterario. Comunque, occorre rendersi conto del fatto che nelle opere di Bontempelli possiamo individuare sia elementi tipici proprio per il realismo magico sia elementi che rivelano l\u2019ispirazione da altre correnti letterarie. La produzione bontempelliana quindi non pu\u00f2 essere definita nei limiti di un solito filone letterario, ma si tratta piuttosto di un risultato dell\u2019influenza di vari movimenti letterari, artistici e filosofici del tempo. Siccome la presente tesi si occupa dei racconti di Bontempelli scritti negli anni \u201820 e \u201830, nei quali l\u2019influsso del realismo magico sulla produzione dello scrittore prevale sulle altre tendenze, \u00e8 opportuno soffermarsi proprio su questo argomento. Lo scopo di questo capitolo \u00e8 perci\u00f2 quello di provvedere uno sfondo teoretico necessario per poter affrontare l\u2019opera letteraria dello scrittore. Si propone di definire il termine realismo magico e di individuare i tratti tipici di questo filone letterario, confrontandolo con altri filoni letterari che manifestano tratti simili. Inoltre, ci si concentra sulla concezione del realismo magico di Bontempelli, delineando i suoi concetti pi\u00f9 significativi. Esaminando l\u2019espressione \u201crealismo magico\u201d, si pu\u00f2 notare che si tratta di una sorta di ossimoro che unisce due elementi semanticamente in contrasto &#8211; da una parte il sostantivo \u201crealismo\u201d che si riferisce a situazioni e ambienti reali, e dall\u2019altra l\u2019aggettivo \u201cmagico\u201d che viene associato con il mondo fantastico e immaginario. Tra i tratti tipici del realismo letterario appartengono l\u2019ambientazione precisa, i protagonisti comuni e la rappresentazione fedele della vita dei personaggi. Gli autori quindi cercano di raffigurare la realt\u00e0 quotidiana, creando nei lettori la sensazione che raccontino fatti veri. Dal punto di vista della forma, la narrativa tende a seguire l\u2019ordine degli avvenimenti senza sperimentazioni stilistiche o formali, facendo continuamente il riferimento al reale. Il termine \u201cmagico\u201d, invece, viene spesso usato per riferirsi a eventi straordinari, soprannaturali e inverificabili. Cos\u00ec, nella narrazione si trovano temi e situazioni inconsueti che si intrecciano e si oppongono con gli schemi tradizionali usati nel realismo. Il termine \u201crealismo magico\u201d \u00e8 quindi una sintesi di due termini opposti che costituiscono un legame tra il mondo reale e fantastico. In altre parole, si parla del realismo magico quando gli elementi magici appaiono in un contesto realistico. Il termine \u201crealismo magico\u201d \u00e8 per la prima volta utilizzato nel 1925 dal critico tedesco Franz Roh per descrivere lo stile particolare del gruppo dei pittori tedeschi appartenenti al movimento artistico \u201cNuova Oggettivit\u00e0\u201d.\u00a0 Gli artisti appartenenti a questo movimento cercano di esprimere l\u2019orrore e il caos della guerra, ma i loro dipinti sono privi di ogni sentimentalit\u00e0. Per di pi\u00f9, nella loro concezione della realt\u00e0 sono notevolmente influenzati dal pittore italiano Giorgio De Chirico, esponente principale della corrente artistica che si chiama \u201cLa Pittura metafisica\u201d. Tra i caratteri fondamentali della produzione di De Chirico appartengono per esempio le prospettive multiple, l\u2019assenza dei personaggi umani, le scene che si svolgono nei posti isolati e l\u2019atmosfera inquietante, tutto ci\u00f2 suscita la sensazione di solitudine e straniamento. Dunque, i dipinti metafisici raffigurano oggetti ed eventi che fanno parte della realt\u00e0 quotidiana, ma li presentano da prospettive diverse, creando una sensazione del mistero e della meraviglia. A differenza del realismo magico letterario, nella pittura non troviamo gli elementi magici o fantastici inquadrati esplicitamente nella rappresentazione della realt\u00e0, ma si tratta piuttosto di una visione del mondo attonita, come se la realt\u00e0 fosse vista attraverso un obiettivo misterioso. Successivamente, il realismo magico \u00e8 associato con il realismo insolito degli artisti come Ivan Albright, Paul Cadmus e George Tooker che fanno parte del gruppo di pittori americani attivi negli anni \u201840 e \u201950. Quanti dipinti si potrebbero considerare delle vere e proprie opere che fanno parte di quel rinnovamento che, in opposizione ai linguaggi delle avanguardie, allo scorcio del secondo decennio del secolo tornarono a parlare l\u2019antica lingua dei grandi maestri primitivi italiani, di Giotto, di Piero della Francesca e di Paolo Uccello, alcuni addirittura ritrovando nuove suggestioni nel mito delle culture arcaiche e primitive, cos\u00ec come magistralmente rilette da Picasso il volto pi\u00f9 dionisiaco dell\u2019arte contemporanea, in alcuni tra i suoi pi\u00f9 incredibili dipinti degli anni Dieci, primo fra tutti Les demoiselles d\u2019Avignon? Un sintetismo primitivo, che aveva appassionato anche il giovane Amedeo Modigliani, quando giunse a Parigi nel 1906, e aveva messo alla prova, suppergi\u00f9 negli stessi anni, un po\u2019 tutta l\u2019avanguardia, da Apollinaire a Marie Laurencin, da Delaunay a Vlaminck, da Brancusi a Max Jacob, da Picasso a Max Weber, che nel culto delle antiche civilt\u00e0 nere, ma soprattutto nell\u2019opera incorrotta e profondamente ingenua del Doganiere Rousseau, colsero l\u2019esempio pi\u00f9 alto del realizzarsi, nell\u2019attualit\u00e0 della storia contemporanea, di una nuova, perfetta congiunzione di forma, verit\u00e0 e simbolo. E proprio a Rousseau va dato merito se rimase accesa nell\u2019arte europea del XX secolo una fiamma di na\u00efvet\u00e8 arcaica ed innocente, capace di alimentare il cuore di molti artisti moderni, dai gi\u00e0 citati Picasso, Derain, Max Weber, all\u2019italiano Carlo Carr\u00e0, che per questa via, spenta la passione futurista e non ancora domata quella metafisica, ritrover\u00e0, verso il 1915, i caratteri distintivi di una \u201cpittura dell\u2019origine\u201d sua propria, animata da suggestioni e motivi che richiameranno a nuova vita non solo la tradizione arcaica dei pittori primitivi del Trecento e Quattrocento ma anche la forza perduta del simbolo. In Carlo Carr\u00e0 il ricordo della figurazione primitiva di Rousseau diventer\u00e0 l\u2019allegoria del Fanciullo prodigio, un dipinto del 1915, in cui si \u00e8 voluto acutamente ravvisare una sorta di ritratto dell\u2019Artista, di colui che attraverso la sofferenza dell\u2019et\u00e0 adulta ha ritrovato la fanciullezza e nella fanciullezza ha riabbracciato il prodigio della Meraviglia, lo sguardo incontaminato della purezza. Nello spazio senza tempo, dove viaggia La carrozzella, dipinta da Carr\u00e0 nel 1916 o nel primitivismo scarnificato ed enigmatico di I romantici, sempre del 1916, si compie la brevissima ma intensa stagione del primitivismo italiano, che volger\u00e0 da queste premesse, verso l\u2019affermazione di quella che il grande critico e storico dell\u2019arte tedesca Wilhelm Worringer, proprio riferendosi all\u2019opera di Carr\u00e0, nel 1921 defin\u00ec \u201cla misura classica dell\u2019arte europea\u201d. Se per la maggior parte degli artisti europei il ritorno alla figurazione coincise con un atto di rinuncia dei postulati teorici e formali delle dottrine dell\u2019avanguardia, ci fu anche chi, come il grande pittore italiano di origine greca Giorgio de Chirico, sulla strada del classico aveva da sempre indirizzato la propria ricerca. Il pittore greco dal volto d\u2019Apollo, padre della Metafisica, aveva fatto la sua scelta fin dai tempi della giovinezza, quando, negli anni di Monaco, aveva adottato come suoi maestri ideali B\u00f2cklin e Klinger, e aveva trovato conferma alla sua idea di moderno nella scultura antica e nelle regole dell\u2019arte italiana del Rinascimento. Fedele ai propri convincimenti, che gli fecero abbracciare da subito la strada di una figurazione classica, de Chirico, fin dall\u2019inizio attese alla vita segreta delle cose e tent\u00f2 di rappresentarla nelle sue prime composizioni metafisiche, all\u2019incirca a partire dal 1910, sebbene l\u2019anno ufficiale di nascita della Metafisica va ricondotto dal 1917, quando nella citt\u00e0 di Ferrara, l\u00ec giunti per diverse ragioni, si incontrarono e ne condivisero le formulazioni di poetica Carlo Carr\u00e0, il pi\u00f9 giovane Filippo de Pisis, Alberto Savinio, fratello di de Chirico e lo stesso de Chirico, che alla metafisica aveva da tempo dedicato il suo cuore e la mente. Come dice lo stesso De Chirico dalle pagine di \u201cValori Plastici\u201d: \u201cTornare al mestiere! Non sar\u00e0 cosa facile, ci vorr\u00e0 tempo e fatica\u201d, tuonava Giorgio de Chirico alla fine del 1919 sulle pagine di \u201cValori Plastici\u201d, ad un anno dalla prima uscita della rivista diretta da Mario Broglio. Quel processo di \u201crestaurazione\u201d dei valori formali che si era avviato nelle arti figurative in tutta Europa nell\u2019immediato primo dopoguerra trov\u00f2 espressione in Italia in questa rivista, luogo di convergenza e di confronto delle forze pi\u00f9 vive dell\u2019arte e della critica di quegli anni. Sin dal primo numero ospit\u00f2 sulle sue pagine i nomi pi\u00f9 diversi di critici e artisti, provenienti da situazioni culturali talvolta contrastanti. Comune era per\u00f2 l\u2019asserzione della crisi della modernit\u00e0, cos\u00ec come era stata espressa nell\u2019esperienza dell\u2019avanguardia e la ricerca di uno stile e di un linguaggio che si esprimessero nell\u2019ambito di regole formali eterne. Ci\u00f2 si traduceva nella volont\u00e0 di riaffermare la concezione dell\u2019arte come esperienza della tradizione, specificamente quella italiana, e di propugnare come alternativa un rinnovato classicismo, talvolta invocato come \u201citalianismo artistico\u201d. Questo clima intellettuale tipicamente italiano e l\u2019intento di definire \u201cil carattere dell\u2019arte\u201d distinguono il \u201cclima di Valori Plastici\u201d dalla generale tendenza del ritorno all\u2019ordine che \u00e8 diffusa negli stessi anni in tutta Europa. \u00c8 datato aprile 1918 il frammento poetico Zeusi l\u2019esploratore che Giorgio de Chirico invia a Broglio da Ferrara perch\u00e9 appaia sul primo fascicolo di \u201cValori Plastici\u201d, la cui uscita verr\u00e0 invece posticipata, per vari motivi, al mese di novembre. Il primo numero di \u201cValori Plastici\u201d apre all\u2019insegna della Metafisica, recando sul frontespizio l\u2019Ovale delle apparizioni di Carr\u00e0 del 1918. Si accrediter\u00e0 cos\u00ec l\u2019immagine di rivista ufficiale della Metafisica, presentandosi principalmente come tribuna di espressione di de Chirico e Savinio, anche se nella mente di Broglio non c\u2019era un preciso programma, n\u00e9 l\u2019intenzione di lanciare manifesti, quanto piuttosto quella di provocare un confronto all\u2019interno di una situazione comune. Nello stesso periodo si pubblicava il volume Pittura metafisica di Carlo Carr\u00e0. Tra il 1918 e il 1919 si parlava perci\u00f2 ancora di Metafisica, finalmente chiarificata dai primi scritti teorici pubblicati dagli artisti stessi, proprio mentre evolvevano verso nuovi approdi. Et quid amabo nisi quod aenigma est? era stato infatti il titolo da lui dato molti anni prima ad un famosissimo autoritratto, opera nella quale il suo volto appare segnato da una profonda inquietudine, quasi che la capacit\u00e0 di vedere oltre le apparenze, gli rivelasse tutte le pene della solitudine e della malinconia, proprie dell\u2019uomo contemporaneo. Ogni Piazza d\u2019Italia del resto sar\u00e0, nello stesso tempo, luce accecante e ombre inquietanti, visibile e invisibile che si rincorrono, presente e passato che si congiungono. Se per i futuristi la relazione tra lo spazio e gli oggetti fu azione allo stato puro, per i pittori metafisici divenne luogo della rivelazione magica della vita nascosta delle cose: gli oggetti, pur rimanendo riconoscibili, persero ogni legame di contiguit\u00e0 e di logica concatenazione con lo spazio che li circondava o con gli altri oggetti disposti nello stesso spazio. Ne furono prove superbe le rarissime nature morte metafisiche di Giorgio Morandi che alla metafisica giunse pi\u00f9 tardi, accompagnato oltre che dalla lezione di Carr\u00e0, da un ripensamento in guisa di una assoluta rarefazione delle cose nello spazio della lezione di C\u00e9zanne e la serie pi\u00f9 nota delle Piazze d\u2019Italia di de Chirico appunto, come la celebre Matin\u00e9e angoissante, dipinta nel 1912, che ci rivela lo spettro dell\u2019enigma in una Torino assolata, con il lungo porticato in ombra che corre a perdita d\u2019occhio sulla sinistra e che incrocia in primo piano la sagoma cupa di un treno che passa, ricordo improvviso del padre e della terra natale. \u201cLa pittura di de Chirico scrisse Soffici sulla rivista \u201cLacerba\u201d nel 1914 non \u00e8 pittura nel senso che si d\u00e0 oggi a questa parola. Si potrebbe definire una scrittura di sogni. Per mezzo di fughe quasi infinite d\u2019archi e di facciate, di grandi linee dirette, di masse immani di colori semplici, di chiari e di scuri quasi funerei, egli arriva ad esprimere, infatti, quel senso di vastit\u00e0, di solitudine, d\u2019immobilit\u00e0 di stasi, che producono talvolta alcuni spettacoli riflessi allo stato di ricordo della nostra anima quasi addormentata. Giorgio de Chirico esprime come nessuno l\u2019ha mai fatto \u201cla melanconia patetica di una fine di bella giornata in qualche antica citt\u00e0 italiana, dove in fondo a una piazza solitaria, oltre lo scenario delle logge, dei porticati e dei monumenti del passato, si muove sbuffando un treno, staziona il camion di un grande magazzino, o fuma una ciminiera altissima nel cielo senza nuvole\u201d. Alla Metafisica successe il tempo del mito e dell\u2019allegoria: negli anni Venti, la pittura di de Chirico, con la quale ebbe interessanti assonanze quella dell\u2019amatissimo fratello Alberto Savinio, pi\u00f9 interessato per\u00f2 alla rappresentazione onirica e surreale della realt\u00e0 che all\u2019indecifrabilit\u00e0 dell\u2019enigma, si volger\u00e0 alla rilettura dei grandi Maestri del passato. La perfezione tecnica e la misura di Raffello, Tiziano, Dosso Dossi, Poussin (e negli anni Trenta soprattutto Rubens, Fragonard, Delacroix) gli fecero comprendere come raggiungere il folle sogno dell\u2019immortalit\u00e0, senza per questo rinunciare alla seduzione dell\u2019enigma, cui si confacevano le sembianze dei manichini gladiatori, copia dei dioscuri omerici che compaiono nei suoi quadri verso il 1926, o gli archeologi ermafroditi, con il torace e il ventre ingombro di colonne, templi, alberi e quanto d\u2019altro la sua fervida fantasia e lo stato di sogno gli suggerivano. Gino Severini anticipa tutti. Gi\u00e0 nel 1916 aveva affermato la propria indipendenza dal futurismo, approdando alle sue prime composizioni classiche, una scelta che trover\u00e0 fondamento teorico nel testo pubblicato a Parigi del 1921. \u00c8 in anticipo anche sulle scelte d\u2019altri grandi pittori del tempo, come per esempio Pablo Picasso, che solo nel 1917 porter\u00e0 a conclusione, grazie anche al viaggio in Italia, quel processo pur iniziato nel \u201915 di trasformazione della sua pittura in direzione neoclassica. Con Severini \u00e8 forse Carlo Carr\u00e0 l\u2019artista italiano che meglio rappresenta il passaggio del guado tra avanguardia, Realismo magico, Novecento e per certi aspetti antinovecento. La sua pittura attravers\u00f2 e fu protagonista di tutte le principali tappe dell\u2019arte italiana del primo \u2019900, dal futurismo al primitivismo, all\u2019avventura metafisica, all\u2019approdo alle poetiche della nuova figurazione di Novecento, alla sublimazione dell\u2019opposizione al regime nelle sequenze dei paesaggi dipinti negli anni estremi della dittatura. \u201cMutare una direzione in arte \u2013 ebbe a scrivere a questo proposito in La mia vita \u2013 non significa rinnegare tutto il passato, bens\u00ec allargarlo fino a compenetrarlo con un altro concetto estetico. Scoprire nuovi rapporti ignoti, aprire meglio gli occhi per comprendere una somma maggiore di realt\u00e0\u201d. Passata brillantemente la prova metafisica, in cui realizz\u00f2 quadri dominati dall\u2019inquietudine ma anche opere di pi\u00f9 complessa fattezza nate dall\u2019ambiguit\u00e0 come la natura morta metafisica super\u00f2 la fase critica del passaggio tra il sogno visionario metafisico e la concretezza del realismo di Novecento, tra il \u201919 e il \u201921, dipingendo alcune delle pi\u00f9 radiose rappresentazioni della storia dell\u2019arte europea del \u2019900. I dipinti Le figlie di Loth, L\u2019attesa, Il Pino sul mare, esercizi di umilt\u00e0 e grandezza insieme, mostrarono nella restaurazione del candore arcaico ispirato dalla pittura dei grandi Primitivi italiani, la continuit\u00e0 della tradizione, che allo spirito del tempo presente portava dal passato i doni della Meraviglia, della Scoperta e dello Stupore, di una pittura, insomma, che era nello stesso tempo etica ed estetica. Negli anni successivi Carr\u00e0 riport\u00f2 la sua pittura dentro un alveo di pi\u00f9 forte naturalismo, dando vita ad una serie di mirabili paesaggi con figure o semplici marine raffiguranti il litorale toscano, che rappresentarono anche in et\u00e0 tarda, tra la fine degli anni Venti e i Trenta, il permanere nella sua ricerca di caratteri di magico realismo, coniugati non pi\u00f9 alla rarefazione narrativa del suo antico primitivismo o della parentesi metafisica, ma piuttosto alla riscoperta di una nuova mitologia del quotidiano, ancora ricca d\u2019incanto e di sorpresa, nella quale azioni e cose, nel permanere nell\u2019atmosfera di un misterioso incanto, assurgevano al ruolo di nuovi riti. La ricomparsa in epoca tarda di una riflessione sulla pittura di paesaggio, impegn\u00f2 Carr\u00e0 nell\u2019esecuzione quasi ossessiva di opere in cui luce e atmosfera davano spazio a quella voce antinovecentista, che fu di molti artisti contrari al regime, che proprio nella rinascita di temi molto ortodossi della pittura, come il paesaggio, seppero attendere negli anni pi\u00f9 bui del fascismo all\u2019esercizio etico del mestiere. La Metafisica rappresent\u00f2 un episodio straordinario dell\u2019arte italiana, ma limitato nel tempo. I suoi protagonisti, in primo luogo de Chirico, ma \u00e8 il caso anche di Carr\u00e0, de Pisis, Morandi, Savinio, alle soglie degli anni Venti erano gi\u00e0 consapevoli che questo capitolo intenso ma breve della loro ricerca stava volgendo alla fine e la loro pittura era gi\u00e0 in ascolto di nuove suggestioni, attratta pi\u00f9 fortemente e pi\u00f9 compiutamente da un esercizio formale e di composizione che superava, in direzione di una ritrovata classicit\u00e0, la separazione dell\u2019enigma metafisico. Peraltro la pittura metafisica contribu\u00ec con la sua poetica di rarefazione formale, di visionaria percezione della realt\u00e0, di straniante relazione tra i luoghi e le cose, a preparare un fertile terreno per quegli artisti che alla pittura dell\u2019avanguardia avevano dato poca retta, o per brevissimo tempo ne avevano condiviso la poetica come Mario Sironi, Achille Funi, Ubaldo Oppi, Felice Casorati, Virgilio Guidi, Antonio Donghi, Piero Marussig, Arturo Martini, artisti tutti gi\u00e0 attivi sulla scena dell\u2019arte nazionale nei secondi anni Dieci. Costoro, ignorando il clamore futurista in quel torno di tempo ancora acceso nei toni, e certo pi\u00f9 interessati al richiamo della storia, erano pronti a scrivere il nuovo capitolo della pittura italiana postbellica, che dalla storia e dalla riflessione sul passato voleva trarre originale energia creativa. Il loro intento fu quello di far rivivere la tradizione antica nell\u2019attualit\u00e0 del tempo presente, di ridare fiato alla ricerca dell\u2019origine e dell\u2019identit\u00e0, di promuovere in un clima culturale dove la tendenza neopurista vinceva le ultime resistenze dell\u2019avanguardia, una ricognizione sui repertori antichi per farne nuova fonte d\u2019ispirazione. Tra gli interpreti pi\u00f9 originali della traduzione metafisica in testi di puro arcaismo magico fu senza dubbio il piemontese Felice Casorati, autore di alcune tra le pi\u00f9 toccanti e misteriose composizioni di quegli anni \u201cdi mezzo\u201d, tra il \u201920 e il \u201923, anni sospesi tra la vocazione all\u2019incanto del realismo magico e la pi\u00f9 solida partita di Novecento. Casorati non visse il travaglio dei molti cambiamenti di stile, che aveva accompagnato la maturazione per esempio dell\u2019opera di Carr\u00e0: il suo abbandono alla figurazione composta e tradizionale fu una scelta di antica data e risaliva ancora ai primi anni Dieci, quando nel 1907 fu accettato tra gli espositori della Biennale di Venezia e poi, tra il 1913 e il 1920, fatta salva la parentesi della guerra, partecip\u00f2 sempre a Venezia alle rassegne di Ca\u2019 Pesaro. Dunque non di ritorno ma piuttosto di continuit\u00e0 nella cifra classica si deve parlare per questo grande autore, che nella casa-studio di via Mazzini a Torino, accoglieva come discepoli giovani artisti come Gigi Chessa, Francesco Menzio, Carlo Levi, tutti protagonisti di quel momento d\u2019oro della vita torinese, all\u2019incirca verso il 1923, in cui le aspettative di un\u2019arte nuova vennero a coincidere con la poetica del realismo magico. Ma quale antico, quale classico fu invocato da questi artisti sopravissuti alla tragica, lunga parentesi della prima guerra mondiale, che cambi\u00f2 le sorti e il volto del vecchio continente, aprendo la strada a nuovi nefasti destini, nei primi anni Venti, anni ancora innocenti, celati sotto le spoglie dell\u2019utopia socialista? Non bast\u00f2 all\u2019inizio richiamare a nuova vita la gloriosa storia che aveva fatto grande l\u2019Italia artistica del Rinascimento: i pi\u00f9, Carlo Carr\u00e0 in testa, vollero spingersi ancora oltre, fino alle nude pendici rocciose del Monte sacro dipinto da Giotto, per recuperare all\u2019arte contemporanea l\u2019essenzialit\u00e0 narrativa della lezione esemplare di verit\u00e0 ed etica dei Primitivi italiani, da Giotto a Masaccio a Paolo Uccello. Modelli che divennero esempi di riflessione per la nuova poetica del realismo magico, dove proprio il silenzio magico di Giotto fu la parola d\u2019ordine che non fece perdere la rotta nella notte buia dell\u2019ideologia, il silenzio delle parole mute, dei luoghi senza tempo, di vite immobili e sospese, l\u2019unica vita possibile per chi non volle misurarsi o confondersi con la retorica di Stato. La magica e immota segretezza che pervase di s\u00e9 gli oggetti della pittura italiana ed europea degli anni Venti, fu espressione di valori contrari a quelli delle avanguardie, sia nell\u2019ambito pittorico che in quello afferente il significato dell\u2019opera d\u2019arte, che rispose a una nuova visione dell\u2019oggetto acquistava il valore assoluto di \u201csimbolo profondo per contrastare l\u2019eterno flusso mediante qualche cosa che persiste\u201d. \u00c8 questa una definizione di poetica che attribuiva alle cose animate e inanimate della pittura una funzione escatologica, vicina al pensiero di Nietzsche e Schopenhauer e in evidente contrapposizione con la filosofia bergsoniana dello slancio vitale. Lo spirito del realismo magico, cresciuto e nutrito tra il 1918 e il 1922 grazie al dibattito teorico aperto dalle pagine della rivista \u201cValori Plastici\u201d diretta da Mario Broglio rivista cui contribuirono le intelligenze pi\u00f9 vive dell\u2019arte del tempo, da de Chirico, a Carr\u00e0, a Savinio all\u2019incirca verso il 1923 conflu\u00ec e per certi aspetti si sald\u00f2 con i caratteri pi\u00f9 austeri e composti di Novecento, che non fu un vero e proprio movimento, come del resto non lo era stato il realismo magico, ma pi\u00f9 semplicemente una tendenza di stile. L\u2019eterogeneit\u00e0 del lavoro dei pittori, che oggi si indicano come novecentisti, non consent\u00ec infatti di elaborare una poetica comune, anche se furono condivisi alcuni caratteri distintivi di uno stile che fece ricorso alla figurazione, alla fedelt\u00e0 ai canoni di un naturalismo idealizzante, ad una composizione sommaria, non descrittiva, ma vigorosa nella ritrovata plastica dei volumi, ad atmosfere sospese che accoglievano forti suggestioni del realismo magico. Iconografia e caratteri stilistici di questa nuova figurazione traevano esempio da modelli del mondo classico per eccellenza, ma anche da quello gi\u00e0 ricordato dei Primitivi italiani e soprattutto dalla lunga stagione rinascimentale e dalla sua rinascita in et\u00e0 neoclassica, da artisti della tempra di Ingres, ma anche dalla pittura dei fiamminghi e degli etruschi, un soggetto quest\u2019ultimo che trov\u00f2 compiuta celebrazione nell\u2019opera di Massimo Campigli. I temi pi\u00f9 diffusi furono il ritratto, la natura morta e l\u2019allegoria, porta aperta tra la realt\u00e0 apparente e la verit\u00e0 profonda delle cose. L\u2019allegoria apparve nelle sue molteplici sembianze, da quella mitica a quella biblica, da quella implicita, celata dietro l\u2019apparente realismo delle cose rappresentate, a quella esplicita rivolta alla poesia sommessa e raccolta del quotidiano, a quella, infine, allusiva legata ad un repertorio iconografico di simboli che riflettevano le grandi problematiche della vita e della morte, del tempo, del sacro. Novecento nacque nel 1922 da un raggruppamento di sette artisti, Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Oppi, Sironi, che si presentarono riuniti sotto quest\u2019etichetta nel 1923 alla mostra tenutasi nella Galleria Pesaro di Milano, con gli auspici di Mussolini e la presentazione della giornalista, critica d\u2019arte Margherita Sarfatti. Nel 1924 il gruppo \u201cSei pittori del Novecento\u201d (Oppi si era isolato) si presenta alla Biennale di Venezia con un testo della Sarfatti in catalogo: scopo della mostra, cos\u00ec come delle esposizioni che seguiranno, alcune di grande rilievo come quelle del 1926 e del 1929, fu quello di ridare alla pittura italiana, un primato nell\u2019ambito della ricerca artistica europea. Margherita Sarfatti, teorica del gruppo, lavor\u00f2 con fede e passione per ricondurre ad unit\u00e0 di stile e d\u2019intenti il lavoro dei migliori artisti italiani dell\u2019epoca, anche allo scopo di rifondare una tradizione pittorica italiana moderna. Tenace e volitiva Margherita Sarfatti difese i caratteri di \u201citalianit\u00e0\u201d dell\u2019arte contemporanea, cui per\u00f2 non pose mai veti n\u00e9 vincoli, accogliendo nel suo gruppo le pi\u00f9 disparate inclinazioni, purch\u00e9 rivolte all\u2019identico progetto di sostegno e valorizzazione dell\u2019arte nazionale. E proprio in quella direzione, di un\u2019arte profondamente italiana, capace di rappresentare il nuovo sentimento degli artisti, attenti ad un\u2019interpretazione in chiave contemporanea della tradizione passata, ma anche di un\u2019arte coincidente con i nuovi valori dettati dal regime si pose la delicatissima questione del rapporto arte e politica. \u00c8 delicatissimo il compito di valutare criticamente, alla luce della storia tragica del Ventennio fascista, il significato di quella affinit\u00e0 tra l\u2019interesse degli artisti per i Maestri Antichi e quell\u2019identica passione espressa dalla dittatura, che in Italia proprio sulla pittura degli Antichi costru\u00ec gran parte del proprio repertorio di simboli e vaneggiamenti, di glorie e d\u2019eroi, mostrando nella retorica della citazione il limite della propria politica conservatrice. I rapporti tra la poetica di Novecento e il regime di Mussolini, che a Novecento diede il proprio appoggio ufficiale nel 1923 in occasione della prima mostra del movimento alla Galleria Pesaro di Milano e nel 1926 alla mostra Il Novecento Italiano sempre a Milano, \u00e8 un capitolo complesso della storia artistica dell\u2019Italia fascista tra gli anni Venti e i Trenta. E la complessit\u00e0 deriv\u00f2 proprio dall\u2019ambiguit\u00e0 della relazione tra l\u2019immaginario dell\u2019ideologia fascista, che nella sua febbrile attivit\u00e0 di propaganda rispolver\u00f2 molti dei vecchi miti dell\u2019Italia antica, attualizzandoli in una veste retorica e conservatrice, e la poetica autenticamente originale di quel ritorno all\u2019ordine, che dopo l\u2019euforia dell\u2019avanguardia, aveva ristabilito il valore dello stile come idea, della regola come metodo di conoscenza, del classico come origine e attualit\u00e0. Negli anni Trenta il disperdersi all\u2019interno della poetica di Novecento del silenzio e dell\u2019aura incantata del realismo magico, che lasci\u00f2 il posto ad un realismo sempre pi\u00f9 concreto e assertore di valori ideologici funzionali al fascismo, fu manifesta espressione della fine dell\u2019autonomia dell\u2019arte. La perdita del sogno e del principio di verit\u00e0 favorirono l\u2019avvento di un nuovo corso della pittura italiana, forzatamente epico e monumentale, per molti aspetti anche glorioso nei risultati, soprattutto l\u00e0 dove si misur\u00f2 con le grandi dimensioni degli affreschi murali di propaganda. Mario Sironi fu tra i molti che si ritrovarono a dover fare i conti con le grandi committenze pubbliche, destinate a celebrare i sogni di gloria del regime, i suoi luoghi comuni, le sue virt\u00f9. Avvezzo ad una straordinaria e colta frequentazione dei repertori classici, frammista ad una pressoch\u00e9 unica capacit\u00e0 di governare con il suo gesto creativo la tettonica degli spazi delle grandi composizioni, il suo contributo emerse per qualit\u00e0 e altezza dei risultati pittorici, certo non secondi a quell\u2019autentica vocazione magico realista, che nel corso degli anni Venti, nelle sue misteriose composizioni, come per esempio nel superbo dipinto del 1924 L\u2019allieva, aveva offerto uno dei pi\u00f9 significativi contributi del XX secolo alla rappresentazione della tragica melanconia dell\u2019uomo contemporaneo. Per molti altri, invece, la concessione ad una pericolosa adulazione, trasform\u00f2 il gesto creativo in una pedissequa propaganda, di segno dunque contrario ai principi di un\u2019arte realmente libera. Non fu sempre facile nel turbinio degli eventi dell\u2019arte del Ventennio riconoscere e distinguere la moralit\u00e0 dell\u2019esercizio autentico dell\u2019arte dall\u2019acquiescenza al potere. Ci\u00f2 avvenne principalmente per due motivi: da un lato per il fatto che in Italia la questione culturale non divent\u00f2 mai una bandiera in prima linea della propaganda politica, a tutto vantaggio della circolazione delle idee dell\u2019arte, anche di quelle non propriamente in linea con il gusto del regime, dall\u2019altro lato perch\u00e9 anche l\u00e0 dove, come in Novecento, i temi della pittura coincisero con i nuovi miti del potere politico, questo fatto, come sopra si \u00e8 ampiamente scritto, non fu se non in casi eccezionali tacciabile di consapevole connivenza ideologica. Va peraltro rilevato che l\u2019organizzazione delle attivit\u00e0 culturali sul territorio nazionale aveva creato nel settore artistico uno strumento molto avanzato di controllo, costituito da una rete capillare di premi e di mostre \u201csindacali\u201d provinciali e regionali, i cui migliori esponenti confluivano nelle grandi manifestazioni nazionali. A queste mostre, \u00e8 inutile dire, posizioni contrarie al regime non furono naturalmente ammesse, mentre furono ammesse, forse perch\u00e9 non riconosciute come antitetiche alla politica culturale del fascismo, molte opere che oggi si possono definire \u201cdi resistenza\u201d, opere nelle quali gli artisti, contrari al gusto dominante di Novecento, e contrari soprattutto all\u2019idea di un\u2019arte di regime, manifestarono il loro disagio con una fuga nelle pi\u00f9 svariate direzioni, dal facile ripristino della poetica del paesaggio postimpressionista, all\u2019espressionismo di toni accesi della Scuola romana, all\u2019astrazione geometrica dei pittori milanesi attivi attorno alla galleria del Milione di Milano, al chiarismo promosso dal critico Edoardo Persico, al Gruppo dei Sei di Torino sostenuto dal critico Lionello Venturi. In questo modo si assicur\u00f2 alla vita culturale del Paese un passaggio sufficientemente ampio attraverso le more del fascismo, che solo alla fine degli anni Trenta, poco prima dello scoppio della guerra, rafforz\u00f2 le proprie difese contro l\u2019opposizione culturale, che inconsapevolmente era stata nutrita e cresciuta al suo stesso interno nel corso degli anni precedenti. Negli anni Trenta, nel clima di generale dispersione delle regole e degli indirizzi di stile, che avevano governato il fronte dell\u2019arte novecentista, emerse dunque alla superficie, pur celata da un\u2019apparente, innocua diversit\u00e0, la fronda di chi non era stato solidale all\u2019idea del ritorno all\u2019ordine e aveva battuto altre strade. Molti di questi artisti trovarono ragioni comuni in una pittura calata in una sorta d\u2019esistenzialismo capace di slanci lirici della materia e del colore, inimmaginabili per la sobria plastica di Novecento, o, ancora, sospinti verso il racconto di una visione tragica e angosciosa della realt\u00e0, cosa anche questa severamente bandita dalle serene, placide composizioni del vigoroso classicismo di Novecento. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:50.00000%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000033482\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000033482\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000033482\" 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Da un lato ci fu l\u2019avventura della scuola di via Cavour a Roma, culla della cosiddetta Scuola romana, che ebbe come principali protagonisti tra il 1927 e il 1930 Mario Mafai, la moglie Antonietta Raph\u00e4el, e l\u2019amico intimo Scipione. La loro storia, che inizi\u00f2 con il comune apprendistato presso la Scuola libera di nudo a Roma nel 1925, si intrecci\u00f2 naturalmente con quella \u201cufficiale\u201d, scandagli\u00f2 le possibilit\u00e0 dell\u2019arcaismo, della metafisica, del classicismo, per approdare infine, in dialettica con Novecento e non come radicale opposizione, ad una pittura del tutto originale, intrisa di emozionalit\u00e0 dove il colore riconquist\u00f2 una forte carica espressiva, aiutato dal ricorso ad un tonalismo romantico che soprattutto in Scipione e Mafai corroborava la forma di una nuova capacit\u00e0 evocativa, non pi\u00f9 descrittiva e analitica ma sommaria ed enunciativa. La fine precoce di Scipione, morto nel 1933, e l\u2019allontanamento dall\u2019Italia di Mafai e della moglie Antonietta Raph\u00e4el, chiuse un capitolo brevissimo ma intenso dell\u2019arte italiana, la cui eredit\u00e0 fu accolta e interpretata da altri artisti romani impegnati in percorsi alternativi alle strettoie del classicismo, come Cagli, Capogrossi, Melli, Ziveri. Protagonista del gruppo milanese \u2018Corrente\u2019, costituito da oltre una decina di artisti riunitisi nel 1938 attorno alla rivista \u201cVita giovanile\u201d, fondata dal pittore Ernesto Treccani, fu invece il giovane Renato Guttuso, un\u2019artista che salir\u00e0 agli onori delle cronache internazionali dell\u2019arte nell\u2019immediato dopoguerra, per il suo rigoroso impegno culturale nella vita politica dell\u2019Italia postfascista. Gi\u00e0 sul finire degli anni Trenta Guttuso aveva fatto la sua scelta, proprio nella direzione anticlassica battuta da \u2018Corrente\u2019, che alla tradizione mediterranea e rinascimentale oppose una visione tutta europea, sorretta da una riflessione critica su quanto la pittura d\u2019oltralpe aveva prodotto nella scia dell\u2019anticlassicismo, dunque basata sul riesame dell\u2019opera di Van Gogh, Ensor, Munch, gli espressionisti tedeschi e soprattutto di Picasso, sulla cui lezione si imposter\u00e0 il lavoro di gran parte della pittura italiana alla fine della seconda guerra mondiale. Nel gruppo di \u2018Corrente\u2019 Guttuso rappresent\u00f2 l\u2019anima anti-lirica per eccellenza, che si opponeva a quel filone pi\u00f9 incline all\u2019espressivit\u00e0 del colore che della forma, bene interpretato da Renato Birolli. La pittura di Guttuso fu inizialmente orientata in senso fortemente espressionista, sfuggendo ad ogni sospetto di classicit\u00e0: il suo tragitto partiva da rappresentazioni nelle quali forma e colore, nell\u2019esasperazione delle linee e dei toni, si mescolavano sulla tela come parti indistinguibili di una realt\u00e0 nella quale, forse solo in misura pari alle visionarie tele di Scipione, si coagulava la ribellione alle regole e alla misura di Novecento. Agli inizi degli anni Quaranta \u2013 gi\u00e0 dal 1937 Guttuso risiede stabilmente a Roma dove \u00e8 vicino anche all\u2019ambiente della cosiddetta Scuola romana \u00a0di faceva parte anche Fausto Pirandello l\u2019influenza che ricevette da maestri come Casorati e Carr\u00e0 \u00e8 evidente anche nel gioco dialettico delle contrapposizioni. Altri luoghi iconografici di incontro sono l\u2019universo umanizzato del mondo del lavoro, ora esaltato come realizzazione individuale ora visto come legame con la terra e il paesaggio; la vita metropolitana e il sereno ambito domestico delle relazioni familiari; la festa e i suoi apparati colorati.\u00a0Comune \u00e8 anche l\u2019inclinazione a legare bellezza femminile e ambiente, naturale o domestico. Infine, un senso estatico della natura, come Eden ormai remoto se non perduto, \u00e8 riconoscibile in diverse opere figurative di questi anni. Se la chiave iconografica d\u00e0 la possibilit\u00e0 di superare rigide schematizzazioni e contrapposizioni a vantaggio di un itinerario di lettura che consente di scoprire non solo le concordanze poetiche ma anche le dissonanze rivelatrici e significative, un secondo parametro \u00abtopografico\u00bb pu\u00f2 rivelarsi non meno fruttuoso per l\u2019identificazione di singoli profili e complessit\u00e0 di situazioni. Si consideri, in questa direzione, il ruolo propositivo, di influenza e di attrazione che negli anni trenta hanno avuto rispettivamente Torino, Roma e il bipolo Milano-Bergamo per il periodo che vede congiunte l\u2019affermazione degli artisti di Corrente e quella del Premio Bergamo di cui gli stessi giovani pittori sono protagonisti. A Torino, nella svolta del decennio, l\u2019accorta lungimiranza di Casorati e l\u2019ardore insieme cristiano e europeo di Persico25 critico non conformista , non disposto ad autarchici arroccamenti n\u00e9 a consegnarsi a una separata \u00abtorre d\u2019avorio\u00bb del mondo dell\u2019arte &#8211; possono dimostrare l\u2019inevitabilit\u00e0 di una scelta insieme modernista e legata a una solo, produttiva, cultura continentale. \u00abI sei di Torino\u00bb Boswell, Chessa, Galante, Levi, Menzio, Paulucci esprimono chiaramente la necessit\u00e0 di collocare la ricerca pittorica, al di l\u00e0 di ogni magniloquente esercitazione retorica, in stretta vicinanza con il \u00abgusto\u00bb europeo, particolarmente francese, derivato dalla esperienza, ma anche dalla iconografia \u00abmoderna\u00bb impressionista e postimpressionista. Quella che si \u00e8 potuta definire \u00abScuola romana\u00bb o \u00ab\u00c9cole de Rome\u00bb si ricordi che la fortunata designazione si deve a Waldmar George che cos\u00ec definisce nel 1933 il lavoro di Cagli, Capogrossi e Cavalli esposto a Parigi e che Longhi, a proposito dell\u2019opera di Mafai, Raphael e Scipione, aveva gi\u00e0 parlato nel 1929 di \u00abScuola di via Cavour\u00bb e come ai nomi sopracitati debbano essere aggiunti Afro, Scialoja, Stradone, Pirandello, gli scultori Leoncillo, Mazzacurati, Fazzini \u00e8 un clima artistico che accomuna una nuova generazione pervasa da istanze etiche di rinnovamento e dal desiderio di dare una forte rappresentazione fantastica alla vita emozionata e quotidiana di tutti. \u00c8 su questo terreno, ideale e formale, che si sviluppano le profonde concordanze con gli artisti giovani operanti a Milano radunati alla fine del decennio in \u00abCorrente\u00bb, movimento che utilmente accomuna in uno stesso spazio operativo e riflessivo pittori e scultori con poeti, critici e filosofi. L\u2019 espressionismo di Guttuso cede gli accenti pi\u00f9 forti ad una pi\u00f9 sobria figurazione, come nel caso di Figura, tavolo e balcone (1942) e Donna alla finestra (1942), opere nelle quali gi\u00e0 si misura la sua vocazione per un realismo capace di accendere \u201cuna nuova sensibilit\u00e0 estetica, che andava di pari passo con una nuova coscienza sociale, che da un generico ribellismo antiborghese arrivava alla progressiva consapevolezza antifascista\u201d. Negli stessi anni, nel silenzio di un\u2019impresa quasi impossibile, giorno dopo giorno, ci fu chi gioc\u00f2 una partita assolutamente solitaria. \u00c8 il caso del pittore bolognese Giorgio Morandi che rinunci\u00f2 a partecipare a qualunque manifestazione pubblica e collettiva, dove l\u2019arte fosse stata protagonista. Fu il suo un distacco dalla vita attiva, un prendere le distanze dalla politica, la dichiarazione di una propria diversit\u00e0, cos\u00ec come diversa da ci\u00f2 che si andava ricercando in Italia in quel torno di tempo, fu la sua opera, quotidianamente e quasi ossessivamente attesa allo studio e alla catalogazione delle poche, piccole cose del suo ristretto mondo domestico. Bottiglie, tazze, brocche e qualche barattolo vuoto, rimasto a decantare sul tavolo di casa divennero la ragione stessa della sua poetica, forma e contenuto della sua ricerca, tutta risolta nell\u2019amore di un unico genere, la natura morta appunto, con qualche rara eccezione per il paesaggio. \u201cNel \u201931 \u2013 scrive il critico Arcangeli nella monografia dedicata al grande bolognese \u2013 Morandi, torna a colare a picco, in silenzio. Modestamente, senza importunare nessuno, senza che nessuno intenda davvero, dipinge i quadri e lavora all\u2019incisione ch\u2019io ritengo le opere pi\u00f9 ardite e nuove dell\u2019Europa di quel momento. Sono i suoi soliti oggetti, ma adesso egli riprende l\u2019indagine, tentata in profondit\u00e0 verso la fine del \u201929 e proseguita saltuariamente nel \u201930, con anche pi\u00f9 dura, triste, accanita sapienza. Ogni opera, testimonia di un\u2019ossessione allucinata, potente, quasi folle. Davvero, come testimonia Brandi, si potrebbe ora parlare d\u2019attacco dissolvente all\u2019oggetto&#8230; ma l\u2019oggetto non cede mai&#8230; Sono i suoi ostaggi, questi oggetti di cui egli \u00e8, tuttavia, prigioniero; sono ostaggi e, sicuramente, houtes pates\u201d. Solo un cenno ma ne vale la pena: la fine della seconda guerra mondiale azzera in Italia, come nel resto d\u2019Europa, ogni certezza e riapre conflitti radicali tra gli artisti, tra chi \u00e8 chiamato traditore e chi invece sa di non aver tradito. Ogni guerra vuole le sue vittime anche dopo la fine reale dei conflitti. In questo la cultura con le sue abiure e le sue licitazioni, con i suoi compromessi e le sue sconfessioni, sembra essere un terreno molto fertile dove si accalcano i morti, chi non ha reagito, chi non ha capito, chi non ha voluto capire, chi infine ha fortemente creduto. Ogni guerra vuole le sue vittime anche dopo la fine reale dei conflitti. In questo la cultura con le sue abiure e le sue licitazioni, con i suoi compromessi e le sue sconfessioni, sembra essere un terreno molto fertile dove si accalcano i morti, chi non ha reagito, chi non ha capito, chi non ha voluto capire, chi infine ha fortemente creduto. I vivi riannodano i fili della storia e per lo pi\u00f9 ripercorrono il passato per ritrovare la strada. In Italia la Biennale del \u201948 \u00e8 un\u2019occasione straordinaria per riprendere i contatti con il mondo artistico internazionale, che nell\u2019Italia fascista si credeva a portata di mano ma che invece si scopre essere stato assai lontano. Picasso \u00e8 il nuovo mito del dopoguerra, con la sua meritata fama antifascista: la sua opera entra con forza nella riflessione della prima generazione di pittori astratti italiani. La prima sfida, democratica, pone sul tappeto la querelle tra arte figurativa e arte astratta. Entrambe sono rappresentate da artisti che non hanno avuto paura di essere contro il regime, Renato Guttuso ed Emilio Vedova, ma la questione si surriscalda per alcuni anni, infuocando il dibattito artistico italiano. Come dice Rosario Pinto: \u201cNon caso, ed in limine, sar\u00e0 proposta nel 1942 la Crocifissione di Renato Guttuso, un\u2019opera che, per\u00f2, viene fatta oggetto di dileggio e di rifiuto da parte cattolica, fino al punto di veder comminata, da parte del vescovo di Bergamo Adriano Bernareggi, ai preti che dovessero recarsi ad ammirarla nel cotesto della seconda edizione del \u2018Premio Bergamo\u2019, la \u201csospensione a divinis\u201d. Il percorso espositivo si sviluppa come un viaggio attraverso i grandi temi che hanno attraversato il secolo scorso e che ancora oggi continuano a parlarci: la velocit\u00e0 e il cambiamento, il rapporto con il paesaggio e con la memoria, la costruzione dell&#8217;identit\u00e0, il corpo, la vita quotidiana, il desiderio, il tempo e la trasformazione della societ\u00e0. Dalle sperimentazioni delle avanguardie storiche alle atmosfere sospese della Metafisica, dal Realismo Magico alla Scuola Romana, fino alle esperienze pi\u00f9 liriche e introspettive della figurazione italiana, la mostra mette in dialogo alcuni dei protagonisti pi\u00f9 importanti dell&#8217;arte del Novecento: Umberto Boccioni, Giorgio de Chirico, Felice Casorati, Antonio Donghi, Filippo de Pisis, Mario Sironi, Massimo Campigli, Fausto Pirandello, Emanuele Cavalli e molti altri. Le cinque sezioni del percorso espositivo accompagnano il visitatore in un viaggio attraverso le grandi domande del Novecento: le avanguardie e la nascita della modernit\u00e0, il paesaggio come luogo della memoria e dell&#8217;identit\u00e0, la rappresentazione dell&#8217;individuo, il corpo come spazio di desiderio, fragilit\u00e0 e trasformazione, fino alla dimensione collettiva del vivere sociale. Un percorso che racconta non soltanto l&#8217;evoluzione dell&#8217;arte italiana, ma anche i sogni, le paure, le speranze e le trasformazioni di un intero Paese. Accanto ai dipinti, la mostra restituisce anche la dimensione pi\u00f9 quotidiana e popolare della cultura visiva italiana attraverso una selezione di storici manifesti delle Assicurazioni Generali, firmati da grandi illustratori come Marcello Dudovich, Achille Beltrame e Gino Boccasile, insieme a raffinati foulard d&#8217;artista. Testimonianze preziose di come l&#8217;arte abbia dialogato nel corso del Novecento con la comunicazione, il costume, il design e la vita quotidiana degli italiani. \u201cNovecento italiano. Opere dalla Collezione Generali\u201d si configura cos\u00ec come molto pi\u00f9 di una mostra d&#8217;arte: \u00e8 il racconto di un&#8217;Italia che cambia, sogna, comunica e si riconosce nelle immagini che hanno attraversato il secolo scorso. Un&#8217;occasione unica per ammirare opere raramente esposte al pubblico e per riscoprire, attraverso lo sguardo degli artisti, la storia culturale, sociale ed emotiva dell&#8217;Italia del Novecento.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il Percorso suddiviso in cinque sezioni:<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Figure Scomposte. Le Avanguardie &nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il percorso si apre con le grandi rivoluzioni artistiche del primo Novecento, quando gli artisti iniziano a cercare nuovi modi per rappresentare un mondo che cambia rapidamente. Futurismo, Metafisica e avanguardie storiche raccontano la velocit\u00e0, il progresso, il mito e il desiderio di superare il passato. Da Umberto Boccioni a Giorgio de Chirico, da Gino Severini ad Alberto Savinio, emerge il ritratto di un&#8217;epoca attraversata da entusiasmo, inquietudine e continua sperimentazione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Paesaggi dell&#8217;Anima<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La seconda sezione racconta il paesaggio non come semplice veduta, ma come spazio della memoria, dell&#8217;identit\u00e0 e delle emozioni. Campagne, citt\u00e0, marine e periferie diventano luoghi interiori, capaci di raccontare il rapporto degli italiani con la natura, il lavoro, il viaggio e il trascorrere del tempo. Da Giovanni Fattori a Filippo de Pisis, da Mario Sironi a Giorgio de Chirico, il paesaggio si trasforma in una riflessione sulla storia e sulla condizione umana.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Figure in un Intero<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Volti, sguardi, silenzi e attese abitano questa sezione dedicata alla rappresentazione dell&#8217;individuo. Le figure di Felice Casorati, Antonio Donghi, Ubaldo Oppi e degli altri protagonisti del Novecento italiano raccontano il mistero dell&#8217;identit\u00e0 e della vita interiore, trasformando il ritratto e la scena quotidiana in immagini sospese tra realt\u00e0, memoria e immaginazione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Studi sul Corpo Umano. Gruppi di Figure<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La sezione conclusiva riunisce gruppi di figure, scene collettive, momenti di vita quotidiana e rappresentazioni rituali. Dalle figure arcaiche di Massimo Campigli alle tensioni espressive di Fausto Pirandello, passando per la Scuola Romana e il ritorno alla tradizione, emerge il racconto di una societ\u00e0 in trasformazione, dei suoi riti, delle sue relazioni e della sua continua ricerca di identit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Studi sul Corpo Umano. Figure Isolate&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La figura umana diventa protagonista di un percorso che attraversa simbolismo, Metafisica, Scuola Romana e nuove esperienze artistiche del secondo Novecento. Corpi fragili, eroici, enigmatici o quotidiani raccontano desideri, paure, trasformazioni e aspirazioni dell&#8217;uomo contemporaneo, in un dialogo continuo tra memoria del passato e ricerca di nuovi linguaggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Palazzo Bonaparte Roma<\/p>\n\n\n\n<p>Novecento italiano. Opere dalla Collezione Generali<\/p>\n\n\n\n<p>dal 14 Luglio 2026 al 23 Agosto 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Allestimento della mostra Novecento italiano. Opere dalla Collezione Generali courtesy Arthemisia<\/p>\n\n\n\n<p>Fonte :Ufficio Stampa Arthemisia Salvatore Macaluso sam@arthemisia.it | M. +39 392 4325883 press@arthemisia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 23 Agosto 2026 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Bonaparte Roma la mostra dedicata al Novecento Italiano \u2013 \u2018Novecento italiano. Opere dalla Collezione Generali\u2019 a cura di Costantino D\u2019Orazio. 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