{"id":1000033156,"date":"2026-07-07T11:41:12","date_gmt":"2026-07-07T14:41:12","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000033156"},"modified":"2026-07-07T11:41:14","modified_gmt":"2026-07-07T14:41:14","slug":"a-roma-una-mostra-dedicata-a-umberto-eco-uno-dei-grandi-intellettuali-del-nostro-tempo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000033156","title":{"rendered":"A Roma una mostra dedicata a Umberto Eco Uno dei Grandi Intellettuali del Nostro Tempo\u00a0"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 26 Luglio 2026 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Firenze Roma la mostra dedicata a Umberto Eco \u2013 \u2018Umberto Eco e il Nome delle Cose. Segni, Realt\u00e0 e Interpretazione\u2019 a cura di Riccardo Fedriga\u00a0e\u00a0Alessandro Masi. L\u2019esposizione \u00e8 promossa dalla \u00a0Societ\u00e0 Dante Alighieri e dalla Fondazione Umberto Eco e prodotta da Arthemisia .Tra i materiali esposti figurano le tavole originali di\u00a0Milo Manara, concesse dall&#8217;autore, ed elementi della scenografia firmata da\u00a0Dante Ferretti\u00a0per\u00a0Il nome della rosa\u00a0di Jean-Jacques Annaud, prestati dallo scultore Fabio Crisar\u00e0, insieme a testimonianze del Gruppo 63 e delle collaborazioni di Eco con Carmi, Baj e Pericoli. L&#8217;allestimento, pensato in chiave inclusiva, comprende il plastico della biblioteca-labirinto del Museo Tattile Omero di Ancona, oltre a una sezione multimediale con video e audio provenienti dall&#8217;Archivio storico della Presidenza della Repubblica, da Rai Teche e da RSI, Radiotelevisione svizzera. Una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Umberto Eco apro il mio saggio dicendo: Posso affermare che Umberto Eco nasce ad Alessandria nel 1932. Si laurea nel 1954 a Torino sotto la direzione di Luigi Pareyson, docente di Estetica, con una tesi sull\u2019estetica di Tommaso d\u2019Aquino, che verr\u00e0 pubblicata nel 1956 con il titolo Il problema estetico in San Tommaso (e poi in seconda edizione, nel 1970, con il titolo Il problema estetico in Tommaso d\u2019Aquino). Il libro \u00e8 uno studio sul Bello nel pensiero tomistico e in generale nella filosofia medioevale, ma rileva anche dei punti di contatto metodologici tra la filosofia di Tommaso e il metodo dello strutturalismo, che si stava imponendo in quegli anni. Nel 1962 Eco pubblica Opera aperta, lavoro che egli ha sovente definito pre semiotico, ma dove gi\u00e0 si prefigura quella che poi sarebbe stata chiamata \u201cestetica della ricezione\u201d. In questo libro Eco pone gi\u00e0 il problema del rapporto collaborativo tra testo e interprete, poi ripreso nel decennio seguente in chiave semiotica. Alla prima edizione del 1962 segue una seconda edizione nel 1967, con una introduzione aggiornata e qualche modifica nella scelta dei saggi. Parallelamente Eco si occupa anche di cultura e di comunicazioni di massa e diversi scritti dedicati a questi temi vengono riuniti nel volume Apocalittici e integrati (1964). In questi saggi l\u2019autore analizza la nuova \u201ccivilt\u00e0 di massa\u201d, e di fronte all\u2019atteggiamento intellettualistico e aristocratico dei cosiddetti \u201capocalittici\u201d e all\u2019atteggiamento disinvolto e ingenuo dei cosiddetti \u201cintegrati\u201d, Eco propone la via dell\u2019analisi scientifica della cultura di massa e dei suoi mezzi di comunicazione. Mentre \u00e8 alla ricerca di strumenti scientifici per analizzare da un lato le avanguardie e dall\u2019altro la cultura di massa, Eco legge gli autori strutturalisti e comincia le prime ricerche in ambito semiologico. La struttura assente, libro pubblicato nel 1968, racchiude le prime ricerche semiotiche di Eco. Un\u2019ampia sezione di questo libro \u00e8 dedicata a una discussione sulle basi epistemologiche dello strutturalismo, e quindi della semiotica. Nel 1975, con il Trattato di semiotica generale, Eco cerca in modo sistematico di delineare il campo e i metodi della semiotica, e lo fa rielaborando e sviluppando i contenuti di tre libri precedenti: La struttura assente, Le forme del contenuto [1971], Il segno [1973]: la prima parte del Trattato \u00e8 dedicata all\u2019elaborazione di una teoria dei codici, mentre nella seconda parte, cambiando prospettiva, l\u2019autore propone una teoria della produzione segnica. Nel 1979, con Lector in fabula, Eco si propone di studiare la cooperazione interpretativa nei testi narrativi, nel quadro di una pragmatica del testo. Nel 1984 in Semiotica e filosofia del linguaggio vengono ampliate e pubblicate cinque \u00abvoci\u00bb semiotiche gi\u00e0 scritte per l\u2019enciclopedia Einaudi. In questi saggi viene presentato in modo assai dettagliato quel modello semantico enciclopedico che era stato solo abbozzato nelle opere precedenti, soprattutto nel Trattato di semiotica generale. Nel 1990 Eco pubblica I limiti dell\u2019interpretazione, una raccolta di saggi e interventi scritti nella seconda met\u00e0 degli anni Ottanta, tutti dedicati ai criteri che regolano l\u2019interpretazione in un\u2019ottica semiotica. In questi scritti Eo torna sull\u2019oscillazione tra iniziativa dell\u2019interprete e fedelt\u00e0 all\u2019opera, gi\u00e0 trattata in Opera aperta e in Lector in fabula, e questa volta si sofferma molto sui limiti posti dal testo all\u2019attivit\u00e0 interpretativa. Il punto di vista semiotico viene peraltro messo a confronto con altre prospettive filosofiche come l\u2019ermeneutica e il decostruzionismo. Con Kant e l\u2019ornitorinco, del 1997, Eco ha l\u2019occasione per tornare su alcune questioni lasciate aperte nelle sue opere precedenti. Si ridiscute cos\u00ec il ruolo che la \u00abrealt\u00e0\u00bb (l\u2019Oggetto Dinamico, l\u2019Essere) pu\u00f2 assumere nei processi semiosici, si definisce meglio la cosiddetta soglia inferiore della semiotica attraverso il concetto di iconismo primario (Peirce), si descrivono i lineamenti di una semantica cognitiva, e si torna anche su vecchi argomenti semiotici come l\u2019iconismo e il riferimento. In seguito, Eco dedica un libro al tema della traduzione (Dire quasi la stessa cosa, 2003) e pubblica una raccolta di studi storici sul segno e l\u2019interpretazione (Dall\u2019albero al labirinto, 2007). Dopo aver insegnato per pi\u00f9 di trent\u2019anni Semiotica presso l\u2019Universit\u00e0 di Bologna, \u00e8 diventato Presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici dell\u2019Ateneo bolognese. Nonostante Opera aperta, pubblicato in prima edizione nel 1962, sia certamente un libro pre-semiotico, come lo stesso autore ha sottolineato in diverse occasioni, esso ha in nuce alcune questioni che saranno alla base della teoria semiotica di Eco. Opera aperta pu\u00f2 essere definito un libro di storia della cultura: l\u2019autore rileva una certa tendenza nelle poetiche di quel periodo e nota come alcune opere d\u2019arte abbiano come caratteristica comune l\u2019ambiguit\u00e0, la pluralit\u00e0 di significati, la molteplicit\u00e0 di letture, insomma l\u2019apertura. Si tratta peraltro di una sensibilit\u00e0 che l\u2019arte sembra condividere con altri rami del sapere e di varie attivit\u00e0 umane, come specifica l\u2019autore nell\u2019Introduzione alla prima edizione del 1962: \u201cIl tema comune a queste ricerche \u00e8 la reazione dell\u2019arte e degli artisti (delle strutture formali e dei programmi poetici che vi presiedono) di fronte alla provocazione del Caso, dell\u2019Indeterminato, del Probabile, dell\u2019Ambiguo, del Plurivalente; la reazione, quindi, della sensibilit\u00e0 contemporanea in risposta alle suggestioni della matematica, della biologia, della fisica, della psicologia, della logica e del nuovo orizzonte epistemologico che queste scienze hanno aperto\u201d. L\u2019opera aperta \u00e8 un modello per indicare una forma comune a diversi fenomeni, per spiegare una tendenza, e Eco ritrova le caratteristiche dell\u2019apertura nella nuova musica atonale di Stockhausen, di Berio, di Pousser, nella letteratura (in primis in Joyce con Ulysses e Finnegans Wake, ma viene analizzato approfonditamente anche Robbe-Grillet), nella nuova poesia, nella pittura informale, nel cinema di Antonioni (soprattutto L\u2019avventura e La notte), nella drammaturgia di Brecht, nella televisione con la tecnica della ripresa in diretta, nel design di Bruno Munari, nella nuova architettura con le opere di Frank Lloyd Wright. L\u2019opera d\u2019arte contemporanea secondo Eco si apre a molteplici possibilit\u00e0 interpretative e il lettore \u00e8 indotto a una serie di letture sempre variabili. \u00c8 importante notare, quindi, come l\u2019autore non prenda in considerazione solo l\u2019opera, ma il rapporto di collaborazione tra l\u2019opera e il suo fruitore: un tema che verr\u00e0 ripreso incessantemente da Eco negli anni seguenti. Ma soprattutto se da un lato Eco \u00e8 interessato al fatto che l\u2019opera sia aperta a differenti interpretazioni, non dimentica che il testo \u00e8 retto da leggi strutturali che in qualche modo pongono vincoli e direzioni di lettura. In questo senso Eco riprende e sviluppa l\u2019estetica dell\u2019interpretazione di Pareyson: \u201cCertamente, sia per Eco che per Pareyson l\u2019opera d\u2019arte ha una sua propria forma, e solo questa forma la costituisce in quanto opera, in quanto \u2018oggetto\u2019 autoconsistente. E tuttavia proprio questa forma, che d\u00e0 autoconsistenza all\u2019opera e la autonomizza dall\u2019artista che l\u2019ha prodotta, apre l\u2019opera alla pluralit\u00e0 delle sue fruizioni, ovvero alla pluralit\u00e0 delle sue interpretazioni.\u201d\u00a0 Nel periodo in cui Eco scrive, l\u2019apertura sembra essere una direzione prevalente (non certo la sola) dell\u2019arte contemporanea, ma l\u2019autore specifica che se da un lato un\u2019opera pu\u00f2 essere aperta, nel senso che pu\u00f2 essere interpretata in molti modi, dall\u2019altro \u00e8 \u201cuna forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato\u201d. Annota ancora Eco: \u201cnella dialettica tra opera e apertura, la persistenza dell\u2019opera \u00e8 la garanzia delle possibilit\u00e0 comunicative e insieme delle possibilit\u00e0 di fruizione estetica. I due valori si implicano e sono intimamente connessi\u201d. Quindi da un lato c\u2019\u00e8 l\u2019apertura a numerose interpretazioni, dall\u2019altro c\u2019\u00e8 l\u2019opera che pone comunque dei vincoli e dei limiti alle letture possibili. Questa dialettica tra apertura e chiusura verr\u00e0 ulteriormente approfondita e riformulata in chiave semiotica dall\u2019autore nelle sue opere successive. Accanto all\u2019interesse per le poetiche dell\u2019avanguardia, Eco manifesta un interesse costante per la cultura e le comunicazioni di massa gi\u00e0 dagli anni Cinquanta, e una serie di scritti su questi temi vengono raccolti nel noto Apocalittici e integrati, che viene pubblicato nel 1964. Gli scritti selezionati per il volume sono eterogenei e vengono riuniti dall\u2019autore per ragioni contingenti. Eco non crede che la cultura si possa rappresentare secondo livelli rigidi (high, middle, low), e nei suoi saggi \u2013 in modo molto innovativo \u2013 mette insieme Platone, Kant, Nietzsche e Marcuse con Superman, Charlie Brown, Rita Pavone ed Elvis Presley. L\u2019editore Valentino Bompiani intravede un filo rosso che lega i vari scritti e suggerisce che il titolo dell\u2019ultima sezione diventi il titolo dell\u2019intero volume: Apocalittici e integrati, una dicotomia che diventer\u00e0 uno slogan di successo. L\u2019oggetto di analisi \u00e8 la cosiddetta cultura di massa, intorno alla quale si sono sviluppati due atteggiamenti che l\u2019autore intende criticare. Per chi concepisce la cultura in modo \u201caristocratico\u201d, cio\u00e8 come \u201cgelosa coltivazione, assidua e solitaria, di una interiorit\u00e0 che si affina e si oppone alla volgarit\u00e0 della folla\u201d, la cultura di massa \u00e8 anticultura. In un momento storico caratterizzato dallo sviluppo delle masse, questo fenomeno \u00e8 visto da costoro in modo apocalittico. Gli \u201capocalittici\u201d sostengono che i mass media, rivolgendosi a un pubblico vasto ed eterogeneo, devono livellare i propri prodotti ed evitare soluzioni originali: in questo modo sviluppano una visione conformista dei consumi, dei valori culturali, dei principi sociali e religiosi, delle tendenze politiche; i mass media incoraggiano una visione passiva e acritica del mondo, e scoraggiano lo sforzo personale verso esperienze originali; i mass media sono sottomessi a un circuito commerciale e quindi devono rispondere a criteri economici. La risposta degli \u201cintegrati\u201d consiste nel constatare che i mezzi di comunicazione mettono i beni culturali a disposizione di tutti e questo consente un proficuo allargamento dell\u2019area culturale. Gli \u201cintegrati\u201d sostengono che la massa \u00e8 ormai la protagonista della storia, e che la sua cultura, cultura prodotta per essa e consumata da essa, sia un fatto positivo. \u00c8 vero che i mass media sviluppano soprattutto spettacoli di intrattenimento e che si produce un certo livellamento del gusto, ma questo contribuisce ad attenuare le differenze sociali. Inoltre, secondo gli \u201cintegrati\u201d non \u00e8 vero che i mezzi di comunicazione di massa sono stilisticamente e culturalmente conservatori: usando nuovi linguaggi, essi introducono nuovi modi di parlare, nuovi stilemi, nuovi schemi percettivi. Gli \u201capocalittici\u201d trovano un sostegno teorico nella Scuola di Francoforte, che annovera Horkheimer, Adorno, Marcuse Habermas, studiosi che sottolineano il ruolo passivo dell\u2019uomo all\u2019interno di un mercato di massa standardizzato; mentre gli \u201cintegrati\u201d trovano un sostegno teorico in Marshall McLuhan, che nel suo The Gutenberg Galaxy \u00a0del 1962 cerca di delineare gli elementi di un nuovo \u201cuomo gutenberghiano\u201d, cerca cio\u00e8 di contestualizzare storicamente i nuovi mezzi di comunicazione di massa. Scrive Eco: \u201cL\u2019errore degli apologeti \u00e8 di ritenere che la moltiplicazione dei prodotti dell\u2019industria sia di per s\u00e9 buona, secondo una ideale omeostasi del libero mercato, e non debba essere sottoposta a una critica e a nuovi orientamenti. L\u2019errore degli apocalittici aristocratici \u00e8 di pensare che la cultura di massa sia radicalmente cattiva proprio perch\u00e9 \u00e8 un fatto industriale, e che oggi si possa dare cultura che si sottragga al condizionamento industriale.\u201d Eco ricorda come nella storia dell\u2019umanit\u00e0 ogni modificazione degli strumenti culturali appare come una profonda messa in crisi del modello precedente e provoca forti resistenze. Senza demonizzare la nuova \u201ccivilt\u00e0 di massa\u201d, Eco suggerisce la necessit\u00e0 di uno studio scientifico che ne sveli le caratteristiche e ne permetta una comprensione pi\u00f9 analitica in relazione al contesto socio-politico in cui nasce e si sviluppa. Il contesto sociale vede l\u2019ascesa delle classi subalterne alla fruizione dell\u2019informazione e dei beni culturali, ascesa che ha determinato lo sviluppo della cosiddetta \u201ccivilit\u00e0 di massa\u201d: \u201cNell\u2019ambito di tale civilt\u00e0, tutti gli appartenenti alla comunit\u00e0 diventano, in misure diverse, consumatori di una produzione intensiva di messaggi a getto continuo, elaborati industrialmente in serie e trasmessi secondo i canali commerciali di un consumo retto dalle leggi della domanda e dell\u2019offerta.\u201d. Questo \u00e8 il punto di partenza ineludibile. L\u2019universo delle comunicazioni di massa \u00e8 il nostro universo e l\u2019industria culturale va presa per quel che \u00e8: un sistema di condizionamenti. Avendo sullo sfondo questo contesto socio-culturale, secondo Eco bisogna procedere a un\u2019analisi strutturale dei messaggi, \u201canalisi strutturale che non deve solo soffermarsi sulla forma del messaggio, ma definire anche in che misura la forma \u00e8 determinata dalle condizioni oggettive dell\u2019emissione.\u201d Inoltre, poich\u00e9 tali messaggi si rivolgono a una totalit\u00e0 di consumatori assai composita, occorre \u201cstabilire per via empirica le differenti modalit\u00e0 di ricezione a seconda della circostanza storica o sociologica, e delle differenziazioni del pubblico.\u201d In Apocalittici e integrati Eco invoca uno studio scientifico dei mass media, ma non ha ancora gli strumenti teorici per condurre questo tipo di analisi, e in questo senso si pu\u00f2 dire che questo libro apre all\u2019autore la strada degli studi semiotici. Dopo aver studiato le avanguardie (Opera aperta), e poi la cultura di massa (Apocalittici e integrati), l\u2019autore ha bisogno di un quadro teorico unificante e lo trova nelle prime letture degli autori strutturalisti, che lo porteranno nel giro di pochi anni a formulare una prima teoria semiotica. Il Trattato di semiotica generale viene pubblicato in Italia nel 1975 e rappresenta forse l\u2019opera pi\u00f9 importante tra quelle che hanno caratterizzato il percorso semiotico di Eco. \u00c8 un libro che riassume otto anni di lavoro e nasce sulle spoglie di alcuni importanti libri precedenti: La struttura assente \u00a0del 1968, Le forme del contenuto del 1971, Il segno del1973. La prima stesura del libro \u00e8 stata fatta da Eco direttamente in inglese, e con il titolo di A Theory of Semiotics viene pubblicato dalla Indiana University Press. Nel TSG Eco riconosce due domin\u00ee della disciplina semiotica: una teoria dei codici e una teoria della produzione segnica. La teoria dei codici (prima parte del libro) ha una forte impronta hjelmsleviana e si propone come studio della funzione segnica: il modello semantico strutturale viene tuttavia integrato con la teoria della semiosi di Peirce. La teoria della produzione segnica\u00a0 la seconda parte del libro riguarda invece il lavoro compiuto nel produrre e nell\u2019interpretare segni, testi, messaggi. Per quanto riguarda il modo in cui si pu\u00f2 concepire e descrivere il significato di un segno, Eco ritiene che il problema del referente, cio\u00e8 degli stati del mondo che si suppongono corrispondere al contenuto della funzione segnica, non sia pertinente all\u2019interno di una teoria semiotica. Conviene invece, secondo Eco, pensare il significato in quanto unit\u00e0 culturale: in termini saussuriani e hjelmsleviani Eco dice che il significato \u00e8 un\u2019unit\u00e0 semantica posta in uno spazio preciso entro un sistema semantico. Il sistema semantico si configura pertanto come un insieme di unit\u00e0 che si definiscono a partire dalle loro posizioni, dalle loro opposizioni e dalle loro differenze. Nello stesso tempo Eco fa notare come l\u2019unico modo di definire un significato in quanto unit\u00e0 culturale sia quello di ricorrere ad altre unit\u00e0 culturali, cio\u00e8 ad altri segni, e in quest\u2019ottica la categoria-chiave diventa quella di interpretante cos\u00ec come \u00e8 stata elaborata da Peirce. Secondo Peirce la semiotica studia la semiosi, cio\u00e8 un processo che coinvolge un segno, un oggetto e un interpretante, in modo tale che questa triade non sia riducibile a un rapporto tra due di questi elementi. In altre parole, i tre termini devono sempre essere compresenti. Peirce sostiene che nel circuito della semiosi il primato sia da attribuire alla realt\u00e0: il punto di partenza, secondo Peirce, \u00e8 l\u2019oggetto inteso in senso ampio come realt\u00e0 esterna. L\u2019oggetto, dunque, \u00e8 il primo motore della semiosi. Per quanto la terminologia di Peirce non sia sempre interpretabile univocamente, l\u2019oggetto esterno pu\u00f2 essere identificabile con quello che in pi\u00f9 di un\u2019occasione Peirce chiama l\u2019Oggetto Dinamico, cio\u00e8 la cosa in s\u00e9, \u201cl\u2019oggetto quale esso \u00e8\u201d. Per rendere conto degli oggetti della realt\u00e0 esterna noi abbiamo bisogno di segni. Il segno costituisce quindi il fulcro della semiosi, in quanto media fra l\u2019Oggetto e l\u2019Interpretante: un segno \u00e8 determinato da un Oggetto e genera un Interpretante. Per svolgere la sua funzione mediatrice il segno deve prendere di mira, illuminare sotto certi aspetti l\u2019oggetto, coglierne delle qualit\u00e0, costituirne un\u2019idea fondamentale. La rappresentazione dell\u2019oggetto non avviene n\u00e9 per una costrizione dell\u2019oggetto sulla mente n\u00e9 per un\u2019immediata intuizione: l\u2019oggetto viene \u201cilluminato\u201d poich\u00e9 viene interpretato, poich\u00e9 su di esso si fanno delle ipotesi. Nella terminologia di Peirce il ground \u00e8 ci\u00f2 che viene selezionato e trasmesso di un dato oggetto sotto un certo profilo: di fatto un segno sceglie solo certi aspetti dell\u2019oggetto dinamico secondo precise scelte di pertinenza. Il segno di Peirce non \u00e8 biplanare nel senso in cui lo intendevano Saussure e Hjelmslev, tuttavia in diversi passaggi anche Peirce sembra fare riferimento a una espressione che rimanda a un contenuto: in diverse occasioni Peirce usa il termine representamen nel senso di significante, e parla di Oggetto Immediato per indicare il contenuto di un segno. Se l\u2019Oggetto Dinamico \u00e8 l\u2019oggetto esterno vero e proprio, l\u2019Oggetto Immediato \u00e8 dunque il significato, cio\u00e8 \u201cl\u2019oggetto come il segno stesso lo rappresenta\u201d. Ma come \u00e8 possibile cogliere l\u2019Oggetto Immediato? In altri termini, come \u00e8 possibile delineare il contenuto di un segno? L\u2019unica via, secondo Peirce, \u00e8 quella di ricorrere a un Interpretante, cio\u00e8 a un altro segno che ci dice qualcosa in pi\u00f9 rispetto al segno di partenza. Se dobbiamo spiegare il significato del representamen \/cane\/ a un bambino, gli diremo che \u00e8 un animale che ha certe caratteristiche, gli faremo vedere una fotografia o diverse fotografie, gli disegneremo un cane, gli diremo che pu\u00f2 essere fedele ma anche pericoloso: tutti questi segni sono interpretanti che ci servono per delineare un significato del segno \/cane\/. Essendo l\u2019Oggetto Immediato, in linea di principio, l\u2019insieme di tutti gli interpretanti di un certo segno, ne consegue che sono possibili solo conoscenze parziali, nel senso che possiamo avvicinarci in modo asintotico a un significato senza poterne cogliere l\u2019essenza complessiva. Ecco perch\u00e9 la semiosi \u00e8, per definizione, illimitata: perch\u00e9 il ricorso agli interpretanti \u00e8, per l\u2019appunto, potenzialmente infinito. Bonfantini ha rappresentato il circuito della semiosi con il seguente schema triangolare. Secondo Eco, pertanto, i significati possono essere definiti solo attraverso la catena dei loro interpretanti quali sono dati in una determinata cultura. Da un lato, quindi, il sistema semantico assume la forma di una struttura (Hjelmslev), dall\u2019altro assume la forma della semiosi (Peirce). Riprendendo e sviluppando un problema che si era gi\u00e0 posto \u2013 in modo solo abbozzato \u2013 in Opera aperta, Eco in Lector in fabula si domanda quali margini di libert\u00e0 interpretativa abbia l\u2019interprete rispetto alla struttura del testo. Ma \u00e8 nel volume I limiti dell\u2019interpretazione\u00a0 del 1990 che torna con forza sulla questione, soprattutto per prendere le distanze da quelle teorie (soprattutto il decostruzionismo) che sostengono la libert\u00e0 pressoch\u00e9 totale dell\u2019interprete rispetto all\u2019opera. La posizione del decostruzionismo (nelle sue versioni pi\u00f9 estreme) rispetto al problema dei limiti dell\u2019interpretazione \u00e8 che ogni interpretazione vale un\u2019altra a seconda del punto di vista prescelto dal lettore. Per contro, la posizione di Eco \u00e8 che il testo non ammette di essere interpretato in qualunque modo, ma si pone sempre come parametro delle proprie interpretazioni possibili. Il che vuol dire che non possiamo interpretare I promessi sposi come se fosse un romanzo di spionaggio perch\u00e9 il testo stesso non conferma questa linea interpretativa. Se decidiamo ugualmente di intraprendere questa strada, secondo Eco stiamo usando il testo e non lo stiamo interpretando. In molti casi i confini tra uso e interpretazione possono essere sfumati, ma la tesi sostenuta da Eco \u00e8 che si debbano porre dei vincoli all\u2019interpretazione di un testo. Per chiarire meglio la sua posizione, Eco riprende una tricotomia discussa nell\u2019ambito degli studi ermeneutici, cio\u00e8 quella fra interpretazione come ricerca dell\u2019intentio auctoris la ricerca, cio\u00e8, di quello che voleva dire l\u2019autore empirico, interpretazione come ricerca dell\u2019intentio operis la ricerca, cio\u00e8, di ci\u00f2 che il testo vuole dire in riferimento ai propri sistemi di significazione e alla propria coerenza testuale, e l\u2019interpretazione come ricerca dell\u2019intentio lectoris la ricerca, cio\u00e8, di ci\u00f2 che il destinatario fa dire al testo in riferimento ai propri sistemi di significazione e ai propri desideri, pulsioni e credenze. La semiotica considera l\u2019interpretazione come ricerca dell\u2019intentio operis: L\u2019iniziativa del lettore consiste nel fare una congettura sulla intentio operis. Questa congettura dev\u2019essere approvata dal complesso del testo come tutto organico. Questo non significa che su un testo si possa fare una e una sola congettura interpretativa. In principio se ne possono fare infinite. Ma alla fine le congetture andranno provate sulla coerenza del testo e la coerenza testuale non potr\u00e0 che disapprovare certe congetture avventate.\u00a0 Un\u2019interpretazione, se a un certo punto di un testo pare plausibile, pu\u00f2 essere accettata solo se essa verr\u00e0 riconfermata \u2013 o almeno se non verr\u00e0 messa in questione \u2013 da un altro punto del testo. L\u2019interpretazione \u00e8 sostenuta dal testo indipendentemente dalle intenzioni dell\u2019autore empirico: che Il nome della rosa sia una sorta di giallo filosofico \u00e8 confermato dal testo (intentio operis) praticamente in ogni sua parte, e in modo analogo che Il barone rampante sia un racconto fantastico \u00e8 confermato dalla coerenza che esprime l\u2019intero sistema testuale. Nell\u2019uso invece si sovrappone e diventa prevalente l\u2019intentio lectoris: per ragioni personali da ricondurre a una transitoria depressione psicologica si pu\u00f2 assumere che un film comico sia drammatico, ma questa linea interpretativa non \u00e8 confermata dal testo. Questo \u00e8 un esempio di uso, in cui il lettore fa prevalere un suo orizzonte di aspettative disattendendo le indicazioni e i vincoli testuali. Difendere l\u2019interpretazione contro l\u2019uso del testo non significa, scrive Eco, che i testi non possano essere usati: \u201cMa il loro libero uso non ha nulla a che vedere con la loro interpretazione, per quanto sia interpretazione sia uso presuppongano sempre un riferimento al testo-fonte, se non altro come pretesto.\u201d\u00a0 Eco riconosce peraltro che uso e interpretazione sono due categorie astratte e che ogni atto di lettura \u00e8 sempre una commistione di questi due atteggiamenti. In ogni caso, trattando i meccanismi strategici della cooperazione interpretativa e cercando di delineare i limiti dell\u2019interpretazione, l\u2019autore riprende e riarticola \u2013 questa volta in termini semiotici \u2013 quella oscillazione tra iniziativa dell\u2019interprete e fedelt\u00e0 all\u2019opera che aveva posto in modo embrionale in Opera aperta. Scrive Eco nell\u2019Introduzione al Lector in fabula: \u201cRivedendo a distanza il lavoro compiuto negli anni successivi a Opera aperta , mi rendo conto che il problema dell\u2019interpretazione, delle sue libert\u00e0 e delle sue aberrazioni, ha sempre attraversato il mio discorso\u201d. In Opera aperta, in fondo, Eco parlava di testi (le poetiche degli anni Sessanta) che erano congegnati per dare grande libert\u00e0 interpretativa all\u2019interprete: ma si trattava comunque di strategie testuali che configuravano un certo lettore modello, nell\u2019ambito di una collaborazione tra testo e interprete che anni dopo Eco pu\u00f2 riarticolare in chiave semiotica, definendo meglio quelli che sono i limiti dell\u2019interpretazione. Per quanto riguarda il problema della natura dei tratti, in linea di massima all\u2019interno di queste teorie i tratti vengono considerati come costrutti teorici che appartengono al metalinguaggio della descrizione: in quanto tali essi sono distinti dal linguaggio oggetto che devono descrivere, anche se poi vengono rappresentati da termini linguistici poich\u00e9 non possediamo altri mezzi per parlare dei significati linguistici se non il linguaggio stesso. Hjelmslev si pone su questa linea, non attribuendo ai tratti nessun fondamento concettualista. Per quanto riguarda il problema dei primitivi, risulta evidente come la ricerca dei primitivi sul piano del contenuto non possa avere lo stesso esito della ricerca dei primitivi sul piano dell\u2019espressione, che ha avuto ottimi risultati con la fonologia: c\u2019\u00e8 in effetti una \u201cradicale differenza nello statuto semiotico dei due piani: il piano dell\u2019Espressione rappresenta la componente segnica percettivamente presente, i cui elementi sono dati e oggettivamente misurabili, mentre il piano del Contenuto non ha alcuna evidenza percettiva n\u00e9 \u00e8 direttamente accessibile; in quanto immateriale pu\u00f2 solo essere ricostruito introspettivamente con tutte le difficolt\u00e0 e incertezze del caso.\u201d\u00a0 Questa \u00e8 la ragione per cui Hjelmslev pu\u00f2 solo fornire un piccolo esempio di figure del contenuto (primitivi) che descrivono alcuni significati, ma non pu\u00f2 n\u00e9 estendere il modello, n\u00e9 tanto meno arrivare alla definizione di un inventario limitato di primitivi valido per l\u2019intero piano del contenuto. Per quanto riguarda la struttura della rappresentazione, il problema \u00e8 capire quale e quanta informazione pu\u00f2 entrare nella rappresentazione di un significato. Alla base di queste teorie vi \u00e8 l\u2019ipotesi che la nostra conoscenza si basa su due repertori differenti: da una parte le conoscenze della lingua, di natura appunto linguistico-concettuale, costitutive del significato e riconducibili a strutture chiuse di tratti semantici; e dall\u2019altra le conoscenze del mondo, di natura fattuale, che confluiscono in inventari aperti costituiti da informazioni che provengono dall\u2019esperienza empirica. I sostenitori delle semantiche a tratti pensano che il significato sia di principio separabile dalla conoscenza del mondo e sia possibile isolare in modo preciso un insieme ristretto di componenti che circoscrivono solo la nostra conoscenza linguistico-dizionariale. La distinzione fra conoscenze dizionariali e conoscenze del mondo, indispensabile per fondare l\u2019esistenza di una lista chiusa di tratti definitori, \u00e8 secondo Violi la difficolt\u00e0 teorica principale di questi modelli, perch\u00e9 non \u00e8 possibile stabilire teoricamente questa distinzione. Se consideriamo il significato di mucca, i tratti \u201canimale\u201d, \u201cbovino\u201d e \u201cmammifero\u201d sarebbero propriet\u00e0 linguistico-concettuali, mentre le propriet\u00e0 \u201cavere quattro zampe\u201d, \u201cmuggire\u201d e \u201cprodurre latte\u201d deriverebbero dalla \u201cconoscenza del mondo\u201d. Tuttavia risulta assai difficile individuare i criteri su cui basare questa distinzione. Come fa notare Violi, tutte le propriet\u00e0 dipendono dall\u2019interazione fra alcune caratteristiche dell\u2019oggetto e la nostra elaborazione di queste caratteristiche, e questo vale sia per i dati linguistico-concettuali, sia per i dati percettivi e fattuali. I dati concettuali come \u201canimale\u201d e \u201cmammifero\u201d sono il risultato della nostra categorizzazione di elementi reali, nel senso che abbiamo scelto come categorie rilevanti per classificare il mondo naturale l\u2019essere animato e il riprodursi in un certo modo; i dati percettivi come \u201cavere quattro zampe\u201d o \u201cprodurre latte\u201d non sono puramente \u201coggettivi\u201d ma dipendono anche dalla costruzione che ne fa l\u2019apparato percettivo. Tutta la nostra conoscenza, osserva Violi, \u00e8 conoscenza del mondo che categorizziamo nel linguaggio. L\u2019impossibilit\u00e0 di cancellare un tratto definitorio determina una grave rigidit\u00e0 del modello, tanto che una sedia imbottita, o con una gamba centrale invece di quattro, o senza lo schienale, cio\u00e8 senza uno dei tratti definitori costitutivi, non potrebbe essere definita sedia. E invece noi sappiamo che il linguaggio \u00e8 caratterizzato da una estrema plasticit\u00e0: le unit\u00e0 discrete del linguaggio possono mappare il continuum illimitato della realt\u00e0 solo attraverso continui processi di aggiustamenti e rimodellamenti, proprio perch\u00e9 il rapporto tra espressione e contenuto \u00e8 di natura dinamica e inferenziale. Cosicch\u00e9 \u00e8 possibile chiamare sedia anche una pila di libri su cui si \u00e8 seduti, estendendo il significato di sedia al di l\u00e0 delle propriet\u00e0 fisse che ne dovrebbero costituire il nucleo definitorio. Le semantiche dizionariali \u2013 dice Eco \u2013 sono effettivamente in grado di spiegare una serie di fenomeni semantici: per esempio la sinonimia e la parafrasi (una pecora \u00e8 un \u201covino femmina\u201d), le similarit\u00e0 e le differenze, l\u2019antinomia (uomo \u00e8 antonimo di donna); l\u2019iponimia e l\u2019iperonimia (equino \u00e8 l\u2019iperonimo di cui stallone \u00e8 l\u2019iponimo), certe anomalie semantiche (non possiamo dire \/uno stallone femmina\/), ecc. Tuttavia le osservazioni che abbiamo fatto rendono i modelli CNS, nel loro complesso, assai problematici. \u00c8 proprio dalla constatazione dell\u2019inconsistenza delle semantiche a dizionario che Eco arriva a sostenere la necessit\u00e0 della semantica a enciclopedia. Questo passaggio implica una diversa concezione del significato, ripresa da Peirce e gi\u00e0 esposta da Eco nel Trattato: Non c\u2019\u00e8 modo, nel processo di semiosi illimitata che Peirce descrive e fonda, di stabilire il significato di una espressione, e cio\u00e8 di interpretare quella espressione, se non traducendola in altri segni (appartengano essi o no allo stesso sistema semiotico) e in modo che l\u2019interpretante non solo rende ragione dell\u2019interpretato sotto qualche aspetto, ma dell\u2019interpretato faccia conoscere qualcosa di pi\u00f9. (Eco 1984). Se dobbiamo spiegare il termine \/cane\/ a un bambino, possiamo mostrargli la foto di un cane, possiamo dargli una definizione \u201cquadrupede appartenente al genere dei Canidi\u2026\u201d, possiamo indicargli un cane che passa sulla strada, possiamo raccontargli del cane che riconobbe Ulisse e via dicendo. Questi sono tutti interpretanti che contribuiscono a delineare il significato del termine \/cane\/. Il significato di un termine \u00e8 determinato dagli interpretanti relativi a quel termine, e la catena degli interpretanti \u00e8 infinita, o almeno indefinita. Questo, in sostanza, \u00e8 il principio di interpretanza: La nozione \u00e8 feconda perch\u00e9 mostra come i processi semiotici, per mezzo di spostamenti continui, che riferiscono un segno ad altri segni e ad altre catene di segni, circoscrivono i significati o i contenuti, in una parola, quelle \u2018unit\u00e0\u2019 che la cultura ha individuato nel suo processo di pertinentizzazione del contenuto in modo asintotico, senza mai arrivare a \u2018toccarli\u2019 direttamente, ma rendendoli di fatto accessibili mediante altre unit\u00e0 culturali.\u00a0 A differenza delle figure di Hjelmslev, che si ponevano come propriet\u00e0 metalinguistiche universali, gli interpretanti sono dati oggettivi, nel senso che sono collettivamente verificabili. Gli interpretanti non dipendono solo dalle rappresentazioni mentali dei soggetti, ma sono registrati collettivamente e vanno a costituire, appunto, l\u2019enciclopedia: Che un gatto sia non solo un felino domestico, ma anche l\u2019animale che le classificazioni zoologiche definiscono come felis catus, l\u2019animale adorato dagli Egiziani, l\u2019animale che appare nell\u2019Olympia di Manet, l\u2019animale mangiare il quale era una leccornia nella Parigi assediata dai prussiani, l\u2019animale cantato da Baudelaire, l\u2019animale che Collodi associa per astuzia e malvagit\u00e0 alla volpe, l\u2019animale che in una certa favola \u00e8 al servizio del marchese di Carabas, un infingardo amante della casa che non muore di inedia sulla tomba del padrone, l\u2019animale prediletto delle streghe e cos\u00ec via, sono tutte interpretazioni dell\u2019espressione \/gatto\/. Tutte sono registrate, poste intersoggettivamente in qualche testo di quell\u2019immensa e ideale biblioteca il cui modello teorico \u00e8 l\u2019enciclopedia.\u00a0 In una semantica a interpretanti non ci sono quindi entit\u00e0 metalinguistiche e universali semantici: ogni espressione pu\u00f2 essere soggetto di una interpretazione e strumento per interpretare un\u2019altra espressione. In questa prospettiva il significato di \/uomo\/ comprender\u00e0 certamente alcuni tratti come \u201cmaschio\u201d, \u201cadulto\u201d, \u201cumano\u201d, ma anche i suoi aspetti anatomici (gambe, braccia, testa, ecc.), i suoi aspetti sociali (la sua capacit\u00e0 di interagire e di organizzarsi in gruppi), la sua dimensione psicologica, la storia della sua evoluzione, le illustrazioni che lo rappresentano, le fotografie, le pitture, i disegni a esso relativi.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:66.75328%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000033162\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000033162\" 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(\u201cumano\u201d, \u201cmaschio\u201d), nel modello enciclopedico si sconfina nella dimensione pi\u00f9 complessa delle conoscenze del mondo: le informazioni sull\u2019anatomia, sulla cultura e sulle basi evoluzionistiche dell\u2019uomo fanno parte del mondo e caratterizzano il significato del termine al pari delle propriet\u00e0 linguistiche. Analogamente disegni e fotografie sono interpretanti che, pur non appartenendo al linguaggio verbale, contribuiscono a definire l\u2019area del significato relativa al termine. Insieme registrato di tutte le interpretazioni, archivio di tutta l\u2019informazione verbale e non verbale, l\u2019enciclopedia pu\u00f2 essere pensata come un rizoma. Ogni punto del rizoma pu\u00f2 essere connesso con qualsiasi altro punto; il rizoma pu\u00f2 essere spezzato in qualsiasi punto e riprendere poi la sua linea; il rizoma \u00e8 smontabile e rovesciabile; il rizoma non ha un centro. Ma posta in questi termini l\u2019enciclopedia non pu\u00f2 che essere un postulato semiotico, nel senso che non pu\u00f2 essere descrivibile nella sua totalit\u00e0. Eco in questo modo sta teorizzando una Enciclopedia Globale generale e astratta, intesa come repertorio di tutti i saperi e di tutte le interpretazioni, come l\u2019insieme registrato di tutte le informazioni. L\u2019Enciclopedia Globale \u00e8 addirittura transculturale e sovrastorica, poich\u00e9 non pone limiti alla registrazione e all\u2019archiviazione del proprio sapere. Data la sua estrema vastit\u00e0, l\u2019Enciclopedia \u00e8 conosciuta e posseduta in modi diversi dai suoi utenti, che hanno quindi una competenza enciclopedica inevitabilmente parziale. Tuttavia per comunicare \u00e8 necessario condividere, almeno in parte, le competenze enciclopediche del proprio interlocutore e quindi \u201coccorre postulare che i soggetti comunicanti condividano porzioni pi\u00f9 o meno ampie dell\u2019Enciclopedia globale. Far parte di una certa comunit\u00e0 significa (anche) condividere la conoscenza di una o pi\u00f9 Enciclopedie locali, le quali, nel corso degli scambi comunicativi, possono rimanere sottaciute in quanto date per compartecipate dalla comunit\u00e0. Le Enciclopedie locali (che fungono da collante culturale all\u2019interno di una collettivit\u00e0) possono essere di varia estensione, sia nel senso che possono riguardare campi semantici pi\u00f9 o meno vasti, sia nel senso che possono essere condivise da gruppi pi\u00f9 o meno allargati di persone (dalla coppia in su).\u201d Ne consegue che se possiamo postulare l\u2019enciclopedia in quanto competenza globale, bisogna valutare nei diversi casi i livelli di possesso dell\u2019enciclopedia, ovvero le enciclopedie parziali (di gruppo, di setta, etniche, e via dicendo). Dall\u2019astrazione indefinitamente vasta dell\u2019enciclopedia globale si passa quindi alle enciclopedie locali, porzioni di sapere condivise da individui o gruppi. Queste enciclopedie parziali secondo Eco si possono descrivere in forma dizionariale: del resto l\u2019aver dimostrato l\u2019impossibilit\u00e0 di una semantica dizionariale che si basi su inventari limitati di tratti universali non esclude che si facciano rappresentazioni dizionariali locali. Eco \u00e8 convinto che sia possibile prevedere un ventaglio di usi comunicativi di una parola, e che quindi la descrizione semantica dovrebbe essere capace di prevedere i contesti, le circostanze e le situazioni nelle quali una parola assumerebbe significati specifici. Secondo Eco, quindi, la struttura semantica deve prevedere i contesti, le circostanze e le situazioni d\u2019uso del termine: la struttura della significazione deve prevedere, in altri termini, delle istruzioni pragmatiche affinch\u00e9 si possano decodificare anche i significati situazionali. Semantica e pragmatica in questo modo convergono e si ipotizza una struttura della lingua con significati lessicali in forma di istruzioni per l\u2019inserzione contestuale. L\u2019allestimento comprende anche il plastico della biblioteca-labirinto realizzato dal\u00a0<strong>Museo Tattile Omero di Ancona<\/strong>. Il labirinto costituisce una figura ricorrente nell\u2019immaginario occidentale e rappresenta molto pi\u00f9 di un semplice simbolo dello smarrimento. Potrebbe essere definito una tecnologia della conoscenza. Entrare in un labirinto significa accettare che il sapere non proceda in linea retta, ma attraverso deviazioni, errori, ripensamenti e ritorni. Infine si ringraziano, per i prestiti e la collaborazione, l\u2019Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea, la Biblioteca Comunale Centrale Palazzo Sormani di Milano, la Biblioteca Nazionale Centrale \u00abVittorio Emanuele II\u00bb di Roma, la Fondazione Archivio Pirelli di Milano, il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, l&#8217;Universit\u00e0 degli Studi di Milano \u2013 APICE e Biblioteca della Facolt\u00e0 di Filosofia, l&#8217;Universit\u00e0 di Pavia \u2013 Centro per gli Studi sulla Tradizione Manoscritta di Autori Moderni e Contemporanei, la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, la Fondazione Cineteca di Bologna e Isacem &#8211; Istituto per la storia dell\u2019Azione cattolicae del movimento cattolico in Italia Paolo VI. Un ringraziamento speciale va a Milo Manara, per il prestito delle tavole originali dell&#8217;edizione illustrata de\u00a0Il nome della rosa\u00a0(Oblomov Edizioni), e a Fabio Crisar\u00e0, per i pezzi della scenografia originale del film omonimo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Biografia di Umberto Eco<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Umberto Eco nacque ad Alessandria nel 1932. Nipote di un tipografo e figlio di un impiegato delle Ferrovie, venne fin da subito avvicinato al mondo della lettura e al culto del libro. Dopo gli&nbsp;<strong>studi classici<\/strong>&nbsp;al liceo della sua citt\u00e0 natale si iscrisse alla&nbsp;<strong>Facolt\u00e0 di Lettere e Filosofia dell\u2019Universit\u00e0 di Torino<\/strong>, dove si laure\u00f2 nel 1954 con una tesi di laurea&nbsp;<strong>sull\u2019estetica di Tommaso d\u2019Aquino<\/strong>, responsabile, a quanto lo stesso Eco avrebbe scritto ironicamente pi\u00f9 tardi, della sua miracolosa cura dalla fede (nel 1956 rivisit\u00f2 la tesi e ne trasse il suo primo libro: Il problema estetico in San Tommaso). Nello stesso anno di laurea entr\u00f2 a lavorare in&nbsp;<strong>Rai<\/strong>&nbsp;assieme ad altri brillanti giovani intellettuali, il cui gruppo eterogeneo e rivoluzionario venne chiamato dei \u2018corsari\u2019, grazie al quale il palinsesto televisivo riusc\u00ec a svecchiarsi e a nobilitarsi come vero servizio pubblico. L\u2019anno seguente inizi\u00f2 un\u2019altra proficua e importante collaborazione, quella con la neonata rivista \u201c<strong>L\u2019Espresso<\/strong>\u201d, nella quale, dal 1985 al 2016, si sarebbe ritagliato la popolare rubrica culturale e ironica La bustina di Minerva. Del suo contributo potettero avvalersi anche numerosi quotidiani come \u201cIl Giorno\u201d, \u201cLa Stampa\u201d, \u201cIl Corriere della Sera\u201d, \u201cLa Repubblica\u201d, e \u201cIl Manifesto\u201d, oltre numerose riviste specialistiche internazionali. Si facevano nel frattempo sempre pi\u00f9 approfonditi i suoi interessi nel campo della semiotica e della linguistica, in parte verificati nel laboratorio comunicativo della televisione (\u00e8 del 1961 il celebre articolo Fenomenologia di Mike Buongiorno). Nel 1959 arriv\u00f2 il prestigioso incarico della&nbsp;<strong>direzione della casa editrice Bompiani<\/strong>, che Eco avrebbe mantenuto con alti risultati fino al 1975. Le scelte editoriali furono fortemente influenzate dal movimento d\u2019avanguardia&nbsp;<strong>Gruppo 63<\/strong>, movimento sostenuto a sua volta del pensiero del giovane intellettuale, critico nei confronti di scrittori legati ancora ai superati criteri letterari degli anni \u201950. Nel 1961 Eco inizi\u00f2 la sua lunga&nbsp;<strong>carriera universitaria<\/strong>, prima a Torino, poi a Milano e Firenze, dove seppe trasmettere ai suoi studenti le riflessioni che intanto stava elaborando sui&nbsp;<strong>Mass Media<\/strong>&nbsp;e sul loro influsso sulla&nbsp;<strong>cultura di massa<\/strong>, come quelle confluite nel 1963 in Diario minimo e nel 1964 in Apocalittici e integrati. Grande successo ebbe poi il ciclo di conferenze che tenne a New York nel 1967, Per una guerriglia semiologica, rielaborate nel 1973 ne Il costume di casa (1973), caposaldo sulla controcultura novecentesca. Proseguirono ravvicinate le&nbsp;<strong>pubblicazioni sulla semiotica e sulla critica letteraria<\/strong>&nbsp;che presto portarono Eco alla ribalta internazionale come uno dei maggiori esperti del settore (si ricordano le conferenze che, tra gli anni \u201990 e i primi del 2000, tenne alle universit\u00e0 di Cambridge, Harvard, Toronto, Oxford e &nbsp;Emory). Nel 1968 usc\u00ec La struttura assente, nel 1971 Le forme del contenuto, nel 1973 Il segno e Beato di Liebana, nel 1975 il Trattato di semiotica generale, l\u2019anno seguente Il superuomo di massa, nel 1977 Dalla periferia all\u2019impero e Come si fa una tesi di laurea, infine, nel 1979 Lector in fabula. Nel 1971 aveva gi\u00e0 fondato \u201cVersus \u2013 Quaderni di studi semiotici\u201d, di cui rimase direttore responsabile e membro del comitato scientifico fino alla morte, mentre divenne segretario prima e vicepresidente poi della IASS\/AIS (\u00abInternational Association for Semiotic Studies\u00bb), di cui sarebbe divenuto presidente onorario dal 1994. Quando a&nbsp;<strong>Bologna<\/strong>, nel&nbsp;<strong>1971<\/strong>, venne fondato il&nbsp;<strong>DAMS<\/strong>&nbsp;(Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo) Eco fu tra i primi ad accorrere al rivoluzionario corso di laurea, creato su iniziativa del&nbsp;<strong>professore Benedetto Marzullo<\/strong>&nbsp;per affrontare le varie forme artistiche nella loro nuova realt\u00e0 sociale, attraverso l\u2019innovativa combinazione della didattica tradizionale con attivit\u00e0 di natura seminariale e laboratoriale. Sempre presso l\u2019Alma Mater Studiorum Eco vinse nel&nbsp;<strong>1975<\/strong>&nbsp;la&nbsp;<strong>cattedra di Semiotica<\/strong>, per poi dirigere negli anni 1976-\u201977 e 1980-\u201983&nbsp;<strong>l\u2019Istituto di Discipline della Comunicazione e dello Spettacolo<\/strong>. Erano iniziati gli anni della notoriet\u00e0 mondiale, grazie alla pubblicazione e al successo de&nbsp;<strong>Il nome della rosa<\/strong>, vincitore nel 1980 del Premio Strega e subito divenuto best seller tradotto in oltre 45 lingue: un appassionante romanzo ibrido, tra il giallo storico e il testo narrativo e filosofico, reso ancor pi\u00f9 celebre dall\u2019adattamento cinematografico del 1986. Nel 1988 usc\u00ec il secondo atteso romanzo,&nbsp;<strong>Il pendolo di Foucault<\/strong>&nbsp;che, pur avendo venduto un numero ancora maggiore di copie, non riusc\u00ec ad eguagliare la fortuna del primo. Sono inoltre degli&nbsp;<strong>anni Ottanta<\/strong>&nbsp;Sette anni di desiderio (1983), Semiotica e filosofia del linguaggio (1984), raccolta degli articoli scritti per l\u2019Enciclopedia Einaudi, Sugli specchi e altri saggi (1985), Arte e bellezza nell\u2019estetica medievale (1987), Lo strano caso della Hanau 1609 (1989), oltre la traduzione degli Esercizi di stile di Raymond Queneau. Degli<strong>&nbsp;anni Novanta<\/strong>&nbsp;invece sono: I limiti dell\u2019interpretazione (1990), Stelle e stellette e Vocali (1991), Il secondo diario minimo, Interpretation and overinterpretation (1992), La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea (uscita nel 1993 sulla rivista \u201cFare l\u2019Europa\u201d di Jacques Le Goff), Sei passeggiate nei boschi narrativi, Cinque scritti morali e Kant e l\u2019ornitorinco (1997), Tra menzogna e ironia (1998), giusto per citarne alcuni. Sempre degli anni \u201990 -del 1994-, \u00e8 il terzo romanzo:&nbsp;<strong>L\u2019isola del giorno prima<\/strong>. Nel frattempo,&nbsp;<strong>a Bologna<\/strong>, si era predisposta la creazione di un nuovo corso di laurea, emancipato e distinto da quello del DAMS.&nbsp;<strong>Nasceva<\/strong>&nbsp;cos\u00ec, nel&nbsp;<strong>1993<\/strong>, con una cerimonia inaugurale nella nuova Aula Magna di Santa Lucia,<strong>&nbsp;Scienze della Comunicazione<\/strong>, che trovava in Eco il suo direttore. Sotto le due torri accorrevano da tutta Italia centinaia di ragazzi pronti per affrontare il test d\u2019ammissione per poter frequentare il nuovo indirizzo di studi. La progettazione di nuovi itinerari didattici condusse poi il famoso semiologo a fondare e presiedere nel&nbsp;<strong>2000<\/strong>&nbsp;la&nbsp;<strong>Scuola Superiore di Studi Umanistici<\/strong>&nbsp;e, l\u2019anno seguente, il&nbsp;<strong>Master in Editoria cartacea e Digitale<\/strong>, entrambi allocati in Palazzo Marchesini in via Marsala 26. Ormai&nbsp;<strong>trasferitosi a Milano<\/strong>&nbsp;negli ultimi anni di vita, Eco trovava spesso il pretesto per tornare a Bologna, per qualche conferenza o qualche ricerca, accolto sempre con ammirazione dai suoi studenti. La conformazione stessa della citt\u00e0 emiliana era diventata a lui familiare, quasi una propagazione delle sue speculazioni, un fitto tessuto sinaptico, un labirinto fluido di portici, dove ci si incontra e si scambiano informazioni. <strong>Gli anni 2000<\/strong>&nbsp;furono caratterizzati da un\u2019infinit\u00e0 di scritti eterogenei tra cui La bustina di Minerva (2000) Sulla letteratura (2002), Bellezza. Storia di un\u2019idea dell\u2019Occidente (2002), Dire quasi la stessa cosa (2003), A passo di gambero (2006), Storia della bruttezza (2007), Dall\u2019albero al labirinto (2007), Non sperate di liberarvi dei libri (2009), Vertigine della lista (2009), Costruire il nemico e altri scritti occasionali (2011), Sulle spalle dei giganti (2017), ma anche dalla pubblicazione degli ultimi quattro romanzi:&nbsp;<strong>Baudolino<\/strong>&nbsp;(2000),&nbsp;<strong>La misteriosa fiamma della regina Loana<\/strong>&nbsp;(2004),&nbsp;<strong>Il cimitero di Praga<\/strong>&nbsp;(2010) e&nbsp;<strong>Numero zero<\/strong>&nbsp;(2015). Questa immensa produzione di tutta una vita venne affidata in gran parte alle stampe della Bompiani, nella cui redazione Eco trov\u00f2 i compagni di una nuova avventura editoriale, quella de&nbsp;<strong>La nave di Teseo<\/strong>, casa editrice fondata nel 2015 con Elisabetta Sgarbi, Mario Andreose ed Eugenio Lio. Non solo carta stampata, articoli di giornale, saggi e romanzi, ma anche un grande contributo al nascente mondo tecnologico, che Umberto Eco seppe anticipare, prevedendo le future necessit\u00e0 e direzioni della societ\u00e0 moderna, sviluppando un senso critico ragionato e distinto sui nuovi orizzonti della cultura di massa che a breve sarebbero stati generati e trasmessi attraverso internet e i social media. Il giudizio che ne ricav\u00f2 lo port\u00f2 a vedere e sostenere i lati positivi di quel nuovo mondo che tutt\u2019oggi sta ancora germinando e che d\u2019altra parte \u00e8 anche predisposto per sua stessa natura a dare \u2018diritto di parola a legioni di imbecilli\u2019. Una globalizzazione democratica attraverso le&nbsp;<strong>nuove tecnologie<\/strong>&nbsp;era possibile, anche grazie a dati controllati e offerti diffusamente da piattaforme come Wikipedia, che lui stesso aveva anticipato nel progetto multidisciplinare&nbsp;<strong>Encyclomedia<\/strong>: raccolta di saggi sulla Storia della civilt\u00e0 europea. Un uomo globale, dunque, interessato ad ogni forma di scibile, dalla riflessivit\u00e0 di San Tommaso all\u2019\u201dAllegria!\u201d di Mike Buongiorno; un uomo che ha conquistato la stima del mondo, ottenendo ben&nbsp;<strong>40 lauree honoris causa<\/strong>, dalla Brown University alla Sorbona, dall\u2019Universit\u00e0 di Mosca a quella di Gerusalemme. Ritiratosi dall\u2019insegnamento solo nel 2007,&nbsp;<strong>l\u2019Alma Mater<\/strong>&nbsp;volle conferirgli l\u2019anno seguente il titolo di&nbsp;<strong>professore emerito<\/strong>&nbsp;e nel 2015 il&nbsp;<strong>Sigillum Magnum<\/strong>, a lui grata per le sue lezioni e i suoi innovativi metodi di ricerca e insegnamento. Quando Umberto Eco mor\u00ec, nel&nbsp;<strong>2016<\/strong>, l\u2019intera citt\u00e0 di&nbsp;<strong>Bologna<\/strong>&nbsp;con la sua Universit\u00e0 lo celebr\u00f2 come un suo cittadino,&nbsp;<strong>dedicandogli la piazza coperta della Sala Borsa<\/strong>, cuore sociale e culturale del centro storico. &nbsp;Infine, dopo una trattativa durata anni,&nbsp;<strong>nel 2021, la biblioteca moderna (44.000 volumi) e l\u2019archivio di Eco<\/strong>&nbsp;<strong>sono stati concessi all\u2019Ateneo bolognese<\/strong>, che li accoglier\u00e0, nell\u2019ordine voluto dallo stesso intellettuale, in uno spazio apposito al fianco della Biblioteca Universitaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Palazzo Firenze Roma<\/p>\n\n\n\n<p>Umberto Eco e il Nome delle Cose. Segni, Realt\u00e0 e Interpretazione<\/p>\n\n\n\n<p>dal 24 Giugno 2026 al 26 Luglio 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec al Venerd\u00ec dalle ore 10.00 alle ore 18.00<\/p>\n\n\n\n<p>Sabato e Domenica dalle ore 17.00 alle ore 21.30<\/p>\n\n\n\n<p>@Tullio Pericoli, Umberto Eco, 1999<\/p>\n\n\n\n<p>Foto mostra Umberto Eco e il Nome delle Cose. Segni, Realt\u00e0 e Interpretazione, courtesy Palazzo Firenze Roma \u2013 Societ\u00e0 Dante Alighieri<\/p>\n\n\n\n<p>Fonte : Valerio De Luca&nbsp; arte@dante.global<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 26 Luglio 2026 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Firenze Roma la mostra dedicata a Umberto Eco \u2013 \u2018Umberto Eco e il Nome delle Cose. Segni, Realt\u00e0 e Interpretazione\u2019 a cura di Riccardo Fedriga\u00a0e\u00a0Alessandro Masi. 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