{"id":1000032776,"date":"2026-06-29T19:27:16","date_gmt":"2026-06-29T22:27:16","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032776"},"modified":"2026-06-29T19:27:18","modified_gmt":"2026-06-29T22:27:18","slug":"conte-arcuri-gli-incontri-e-gli-appalti-tutto-quello-che-non-torna-sulle-mascherine","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032776","title":{"rendered":"Conte, Arcuri, gli incontri e gli appalti: tutto quello che non torna sulle mascherine"},"content":{"rendered":"\n<p>Le emergenze hanno una memoria corta e una contabilit\u00e0 lunghissima. Nella primavera del 2020 lo Stato doveva acquistare in pochi giorni mascherine che l\u2019intero pianeta cercava contemporaneamente. Sei anni dopo, per\u00f2, resta ancora da comprendere se quella inevitabile velocit\u00e0 sia diventata, in alcuni passaggi, una rinuncia ai normali controlli. L\u2019affare delle mascherine cinesi non pu\u00f2 essere raccontato come una storia semplice. La vicenda giudiziaria si \u00e8 conclusa favorevolmente per Domenico Arcuri e per quasi tutti gli intermediari italiani, mentre Giuseppe Conte non \u00e8 mai stato imputato nel procedimento. Eppure, tra le carte della Guardia di Finanza, le ricostruzioni pubblicate dai quotidiani e le testimonianze raccolte dalla Commissione parlamentare sul Covid, continuano a emergere incongruenze che reclamano una spiegazione. Non necessariamente una condanna, ma almeno una risposta: chi controll\u00f2 i fornitori, chi confront\u00f2 le offerte e chi verific\u00f2 che i dispositivi pagati con oltre un miliardo di euro fossero davvero quelli promessi? La storia comincia nel marzo 2020, quando Arcuri viene nominato commissario straordinario e si trova davanti un Paese praticamente privo di una filiera nazionale per la produzione di mascherine e altri dispositivi. L\u2019ex commissario ha ricordato in audizione che, al suo insediamento, l\u2019Italia non aveva quasi nulla e doveva rifornirsi all\u2019estero in un mercato impazzito. In quella fase la struttura commissariale affid\u00f2 a tre operatori cinesi \u2014 Luokai Trade, Wenzhou Light Industrial Arts &amp; Crafts e Wenzhou Moon-Ray \u2014 commesse per oltre 800 milioni di dispositivi, con un valore complessivo di circa 1,25 miliardi di euro. Le operazioni furono favorite dalla mediazione di una rete di imprenditori e consulenti italiani. Nel febbraio 2021 la Procura di Roma sequestr\u00f2 quasi 70 milioni di euro, ipotizzando che alcuni intermediari avessero ottenuto compensi enormi grazie ai propri rapporti con l\u2019amministrazione. In quel momento la struttura commissariale si dichiar\u00f2 estranea e parte offesa, sostenendo di essere stata strumentalizzata. \u00c8 importante ricordarlo perch\u00e9 fotografa l\u2019inizio dell\u2019indagine: Arcuri non veniva indicato come il capo del presunto sistema, ma come il responsabile di una struttura che, secondo la propria versione, era stata ingannata. Il primo dubbio riguarda il prezzo e la scelta dei fornitori. Il Giornale riporta oggi una lettera che il senatore Stefano Mallegni invi\u00f2 il 24 marzo 2020 a Conte, Arcuri e al capo della Protezione civile Angelo Borrelli. Mallegni segnalava la disponibilit\u00e0 di un\u2019impresa coreana a offrire mascherine Ffp2 a 70 centesimi l\u2019una, dopo che un\u2019altra proposta proveniente da un\u2019azienda italiana era stata respinta perch\u00e9 considerata poco competitiva. Il giorno successivo, secondo la cronologia ricostruita dal quotidiano, la struttura commissariale formalizz\u00f2 invece una fornitura cinese nella quale alcune Ffp2 venivano pagate circa 2,20 euro. Non basta naturalmente confrontare due numeri: andrebbero considerati quantit\u00e0, tempi di consegna, trasporto, certificazioni e concreta capacit\u00e0 produttiva. Ma proprio questa \u00e8 la domanda rimasta sospesa. Perch\u00e9 le offerte meno costose non furono considerate praticabili? Il quotidiano cita inoltre un messaggio WeChat nel quale Andrea Tommasi della Sunsky avrebbe avvertito Daniele Guidi che il prezzo era doppio rispetto a quello comunicato da Stefano Beghi a Invitalia. \u00c8 un messaggio che non dimostra da solo un illecito, ma rende ancora pi\u00f9 necessario ricostruire come si formassero i prezzi e quale valore aggiunto giustificasse compensi tanto elevati per gli intermediari. Un secondo gruppo di interrogativi nasce dalla documentazione commerciale. Sempre secondo quanto evidenziato dal Giornale, almeno tre fatture presenterebbero anomalie tali da renderle false o comunque inidonee a identificare correttamente il venditore. In una \u201cCommercial Invoice\u201d da 660mila euro, relativa a 300mila mascherine, mancherebbero il sigillo societario cinese e il codice unificato di credito sociale, equivalente all\u2019identificativo fiscale dell\u2019impresa. Anche la denominazione della Wenzhou Moon-Ray non coinciderebbe con quella della societ\u00e0 reperibile nei registri e sul web, attiva peraltro nel settore delle calzature e della pelletteria. Il giornale arriva perci\u00f2 a parlare di una societ\u00e0 \u201cfantasma\u201d. Questa resta una conclusione dell\u2019inchiesta giornalistica e non una qualificazione stabilita da una sentenza: tuttavia l\u2019identit\u00e0 esatta del soggetto che ha emesso la fattura e ricevuto il denaro non \u00e8 un particolare burocratico. Serve a sapere chi fosse obbligato a fornire la merce, chi rispondesse della sua conformit\u00e0 e contro chi lo Stato avrebbe potuto rivalersi. La stessa fattura avrebbe inoltre previsto il pagamento integrale contro la polizza di carico, quando la merce si trovava ancora in Cina. Non si tratta necessariamente di un anticipo in senso tecnico, ma lo Stato avrebbe comunque pagato prima di poter controllare fisicamente i prodotti arrivati in Italia. Non mancano dubbi anche sulle certificazioni. Su una spedizione sarebbe comparsa la dicitura \u201cfor civil use only\u201d, senza una completa indicazione degli standard europei, della dichiarazione di conformit\u00e0, del produttore e della filiera. Sempre Il Giornale ha ricostruito le deroghe introdotte nell\u2019aprile 2020 per consentire l\u2019utilizzo di dispositivi privi del marchio CE, purch\u00e9 sottoposti alla valutazione degli organismi competenti. Il problema, secondo il quotidiano, \u00e8 che una parte delle validazioni sarebbe stata effettuata sulla base di documenti incompleti, inidonei o non autentici. Le verifiche fisiche svolte successivamente nell\u2019ambito di altre indagini avrebbero poi riscontrato che alcune partite non raggiungevano i livelli di protezione dichiarati. Anche in questo caso \u00e8 indispensabile evitare scorciatoie: non \u00e8 stato giudiziariamente stabilito che tutte le centinaia di milioni di mascherine acquistate fossero inutilizzabili, n\u00e9 che Arcuri conoscesse in anticipo eventuali difetti. Davanti alla Commissione Covid, l\u2019ex commissario ha respinto proprio questa ricostruzione, osservando che non poteva conoscere nel marzo 2020 i risultati di sequestri e analisi effettuati molti mesi pi\u00f9 tardi. Ha anche affermato di non essersi occupato personalmente dei singoli acquisti, pur assumendosi la responsabilit\u00e0 complessiva dell\u2019operato della struttura. Il percorso giudiziario impone infatti molta cautela. Le originarie ipotesi di corruzione e peculato nei confronti di Arcuri furono archiviate. Nel gennaio 2025 l\u2019ex commissario \u00e8 stato assolto dall\u2019accusa residua di abuso d\u2019ufficio perch\u00e9, dopo l\u2019abrogazione della fattispecie, il fatto non era pi\u00f9 previsto dalla legge come reato. Non si \u00e8 trattato dunque di una condanna, ma neppure di una sentenza che abbia esaminato fino in fondo il merito amministrativo di ogni scelta. A marzo il giudice dell\u2019udienza preliminare ha prosciolto anche Antonio Fabbrocini, responsabile del procedimento per la struttura commissariale, e tutti i principali mediatori italiani; soltanto due posizioni minori sono state rinviate a giudizio per riciclaggio. Il Giornale riferisce inoltre che Cai Zhongkai, indicato dagli investigatori come il dominus delle imprese cinesi, ha patteggiato un anno e otto mesi per frode nelle pubbliche forniture e falso per induzione. \u00c8 a questo punto che entra in scena la Commissione parlamentare d\u2019inchiesta sul Covid, istituita nel 2024. Tra gennaio e febbraio 2025 Arcuri \u00e8 stato ascoltato per molte ore. Ha rivendicato la necessit\u00e0 di acquistare all\u2019estero nei primi mesi, ha ricordato che dal luglio 2020 la struttura smise di comprare mascherine straniere grazie alla nascita della produzione nazionale e ha dichiarato di assumersi la responsabilit\u00e0 complessiva della gestione. I parlamentari di Fratelli d\u2019Italia hanno invece parlato pubblicamente di 880 milioni di mascherine contraffatte, acquistate a prezzi tre o quattro volte superiori a quelli di mercato. Ma persino all\u2019interno della maggioranza \u00e8 arrivato un richiamo alla prudenza: i membri di Forza Italia hanno contestato la scelta di presentare come conclusivi elementi ancora oggetto dell\u2019istruttoria, ricordando che una Commissione d\u2019inchiesta dovrebbe approvare una relazione soltanto al termine dell\u2019esame delle carte e delle testimonianze. \u00c8 una precisazione fondamentale. Le dichiarazioni dei singoli commissari non rappresentano automaticamente le conclusioni della Commissione, cos\u00ec come un\u2019audizione non equivale a una sentenza. Nel 2026 l\u2019indagine parlamentare ha aperto un secondo filone, quello delle consulenze legate alle forniture dell\u2019emergenza. L\u20198 giugno Marco Spadaccioli, dipendente della Adaltis, ha riferito in Commissione di un compenso di circa 454mila euro collegato all\u2019attivit\u00e0 dello studio dell\u2019avvocato Luca Di Donna, che in passato aveva lavorato nello stesso ambiente professionale di Giuseppe Conte. Secondo Spadaccioli, le attivit\u00e0 da lui concretamente conosciute sarebbero consistite soprattutto nel controllo di documenti e nella preparazione di una lettera per sollecitare un pagamento. Non ha sostenuto che Conte fosse intervenuto, n\u00e9 che avesse favorito la societ\u00e0. L\u2019ex presidente del Consiglio ha reagito accusando Fratelli d\u2019Italia di costruire un processo politico, ricordando che la sua posizione nelle precedenti indagini era stata archiviata e affermando di non aver mantenuto rapporti professionali con lo studio dopo il suo ingresso a Palazzo Chigi. Il nodo politico, tuttavia, resta: la Commissione vuole comprendere se le consulenze, calcolate anche in percentuale sul valore delle commesse, remunerassero normali prestazioni professionali oppure la capacit\u00e0 di facilitare i rapporti con la struttura commissariale. \u00c8 una domanda legittima, a condizione che non venga trasformata preventivamente in un\u2019accusa di corruzione. Emblematico il caso della consulenza affidata dalla Adaltis agli avvocati Valerio De Luca e Luca Di Donna, quest\u2019ultimo gi\u00e0 collega di studio di Giuseppe Conte. La societ\u00e0 aveva ottenuto nel 2020 due forniture dalla struttura commissariale guidata da Arcuri, rispettivamente da circa 800mila e 2,45 milioni di euro, mentre i compensi riconducibili all\u2019assistenza legale avrebbero raggiunto complessivamente circa 454mila euro. Davanti alla Commissione, il dipendente di Adaltis Marco Spadaccioli ha riferito che la predisposizione e il caricamento della documentazione erano stati svolti internamente e che, per quanto a sua conoscenza, l\u2019attivit\u00e0 degli avvocati sarebbe consistita soprattutto nel controllo degli atti e nella redazione di una lettera per sollecitare un pagamento. La testimonianza non prova che il compenso fosse illecito n\u00e9 coinvolge direttamente Conte, che ha sempre negato di avere avuto rapporti professionali con Di Donna durante la sua permanenza a Palazzo Chigi. Ha per\u00f2 spinto i commissari a chiedere quale fosse l\u2019effettiva consistenza della consulenza e come fosse stato determinato un corrispettivo cos\u00ec elevato rispetto alle attivit\u00e0 descritte dal testimone. Anche il modo in cui la Commissione sta lavorando \u00e8 diventato parte del caso. Le opposizioni hanno abbandonato alcune sedute, accusando il presidente Marco Lisei di avere delegato a consulenti esterni attivit\u00e0 testimoniali che, a loro giudizio, spettavano esclusivamente ai parlamentari. Lisei ha respinto l\u2019accusa, sostenendo che procedure analoghe fossero gi\u00e0 state utilizzate da altre commissioni d\u2019inchiesta. Il rischio \u00e8 evidente: pi\u00f9 l\u2019istruttoria appare orientata a colpire Conte, pi\u00f9 diventa semplice per l\u2019ex premier presentarsi come vittima di una vendetta politica, pi\u00f9 le opposizioni rifiutano di partecipare pi\u00f9 alimentano il sospetto di voler evitare le domande. Conte si \u00e8 comunque dichiarato disponibile a essere ascoltato, anche se la sua presenza tra i componenti della stessa Commissione crea un problema di opportunit\u00e0 e di prassi parlamentare. Arcuri, nel frattempo, ha fatto sapere di essere pronto a tornare in audizione e a portare la documentazione in suo possesso. A sei anni dai primi affidamenti, il quadro resta quindi articolato. Alcune anomalie documentali e contrattuali continuano a essere oggetto di ricostruzioni giornalistiche e approfondimenti parlamentari. La Commissione Covid dovr\u00e0 ora verificare la selezione dei fornitori, la congruit\u00e0 dei prezzi, le procedure di controllo e il ruolo svolto dagli intermediari e dai consulenti. Attesi aggiornamenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Massimo Balsamo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le emergenze hanno una memoria corta e una contabilit\u00e0 lunghissima. Nella primavera del 2020 lo Stato doveva acquistare in pochi giorni mascherine che l\u2019intero pianeta cercava contemporaneamente. Sei anni dopo, per\u00f2, resta ancora da comprendere se quella inevitabile velocit\u00e0 sia diventata, in alcuni passaggi, una rinuncia ai normali controlli. 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