{"id":1000032773,"date":"2026-06-29T19:22:07","date_gmt":"2026-06-29T22:22:07","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032773"},"modified":"2026-06-29T19:22:08","modified_gmt":"2026-06-29T22:22:08","slug":"cavalieri-del-lavoro-la-legge-che-avrebbe-bocciato-musk-e-gates","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032773","title":{"rendered":"Cavalieri del Lavoro, la legge che avrebbe bocciato Musk e Gates"},"content":{"rendered":"\n<p>Cavalieri\u2026 in cavalleria. Se Elon Musk, Bill Gates o Steve Jobs fossero stati cittadini italiani, sarebbero mai potuti diventare Cavalieri del Lavoro? La risposta \u00e8 no. E per una semplice ragione: la legge non lo avrebbe consentito. I Cavalieri del Lavoro, la pi\u00f9 prestigiosa onorificenza della Repubblica dedicata all\u2019imprenditoria, furono istituiti con decreto regio nel 1901 da Vittorio Emanuele III. Da allora la normativa ha subito solo lievi ritocchi, l\u2019ultima volta quarant\u2019anni fa, senza tuttavia mai adeguarsi ai profondi cambiamenti della societ\u00e0. Ancora oggi, per ottenere l\u2019onorificenza, occorrono almeno vent\u2019anni di attivit\u00e0 imprenditoriale continuativa. Una sorta di stagionatura del talento, come il Parmigiano Reggiano o il Brunello. Solo che il mondo non aspetta i tempi della burocrazia. E di Leonardo Del Vecchio, Giovanni Agnelli (quelli doc) o Michele Ferrero non ne nascono pi\u00f9. Oggi ci sono aziende nate in un garage davanti a un monitor, che nel giro di pochi anni sono arrivate a conquistare mercati globali. Le rivoluzioni tecnologiche si consumano nell\u2019arco di un decennio, a volte anche meno. I protagonisti della nuova economia diventano leader mondiali prima dei quarant\u2019anni, spesso prima dei trenta. Ed \u00e8 qui il paradosso italiano: il rischio non \u00e8 premiare i talenti sbagliati, ma accorgersi di quelli giusti quando hanno gi\u00e0 cambiato il mondo e si apprestano alla pensione. La legge prevede che ogni anno possano essere nominati fino a venticinque Cavalieri del Lavoro. Fino a venticinque, non necessariamente venticinque. Eppure, sembra esistere un obbligo non scritto a riempire comunque la lista, con alcune fissazioni che talvolta cozzano con la qualit\u00e0 dei candidati. Nella categoria dell\u2019artigianato, a volte, si lavora persino di fantasia. E poi c\u2019\u00e8 l\u2019inevitabile \u2013 e sacrosanta \u2013 quota rosa, particolarmente cara al segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti, silenzioso quanto efficacissimo Mazzarino delle candidature. Ma se in un determinato anno non esistessero venticinque imprenditori straordinari, perch\u00e9 non nominarne di meno per preservare il prestigio dell\u2019onorificenza?&nbsp;&nbsp;La verit\u00e0, forse, \u00e8 pi\u00f9 prosaica: i conti devono tornare. Per mantenere la macchina organizzativa della Federazione e finanziare convegni, workshop, borse di studio e altre amenit\u00e0, ogni anno servono, come al Grande Fratello, venticinque new entry paganti. Una sorta di quota associativa d\u2019\u00e9lite: circa cinquantamila euro d\u2019ingresso \u2013 rateizzabili, quasi un finanziamento Ikea \u2013 cui si aggiungono quote annuali e contributi territoriali. Pi\u00f9 che un\u2019onorificenza, sembra un abbonamento premium. Con la differenza che Netflix, almeno, ogni tanto cambia il catalogo. Tra le varie curiosit\u00e0, una sfiora il grottesco: nelle grandi dinastie industriali, tra nonno, padre e figlio, per diventare Cavalieri del Lavoro occorre un periodo di \u201cmessa in prova\u201d di dieci anni. Sono pochissime le famiglie che possono vantare tre generazioni di nominati; i Ponzellini sono tra queste. Mancano i grandi imprenditori o non li sappiamo pi\u00f9 riconoscere? L\u2019Italia, peraltro, continua a produrre eccellenze: nelle universit\u00e0, nei laboratori, nelle startup e nelle aziende familiari che diventano multinazionali senza fare rumore. Le produce spesso anche all\u2019estero, lontano dai riflettori nazionali e dai soliti giri. E qui si apre il tema decisivo: chi segnala i candidati? Ne vengono selezionati ogni anno circa trecento, giovani , si fa per dire, e forti, dopo una trafila burocratica cervellotica, che parte dal territorio, passa per le prefetture e arriva al Mimit, dove una prima tagliola li riduce a quaranta. Da l\u00ec si approda al Quirinale e, come nella \u201cGhigliottina\u201d del programma cult \u201cL\u2019Eredit\u00e0\u201d, il numero scende a venticinque insigniti. Con tanto di drammi familiari e relazionali sullo sfondo. Il mistero \u00e8 capire chi, per il Cavaliere del Lavoro distintosi all\u2019estero, ad esempio, intercetti gli italiani alla guida di aziende globali a Londra, New York, Singapore o Dubai. Le ambasciate? La rete diplomatica? O il solito amico dell\u2019amico? In un mondo che cambia cos\u00ec rapidamente, non vengono neppure presi in considerazione quei grandi manager italiani che, attraverso holding industriali o fondi d\u2019investimento, hanno creato migliaia di posti di lavoro e controllano decine di aziende con fatturati stellari. E, in un Paese in cui talvolta l\u2019imprenditore viene guardato con pi\u00f9 sospetto che ammirazione, restano fuori anche imprenditori che hanno avuto vicende giudiziarie poi concluse positivamente, come quelle che colpirono negli anni Ottanta alcune delle nostre industrie farmaceutiche, considerate tra le migliori d\u2019Europa. In un\u2019Italia che \u00e8 spesso un labirinto giudiziario, tra patteggiamenti, assoluzioni e annullamenti, sembra che per i Cavalieri del Lavoro valga ancora il principio della moglie di Cesare: non basta essere innocenti, bisogna anche apparirlo e non avere graffi sul web. La storia della Federazione dei Cavalieri del Lavoro \u00e8 stata segnata da personalit\u00e0 di grande spessore. Tra tutti spicca Enrico Pozzani, protagonista della ricostruzione economica italiana, sotto la cui guida la Federazione divenne uno dei luoghi pi\u00f9 autorevoli del dialogo tra industria e istituzioni. Fu proprio con Pozzani che lavor\u00f2 un giovanissimo Gianni Letta, prima all\u2019Ufficio Stampa e poi all\u2019Ufficio Studi, costruendo quella rete di relazioni e quella conoscenza dei palazzi che ne fanno uno dei pi\u00f9 raffinati interpreti della vita pubblica italiana. Da ricordare anche Furio Cicogna, Alfredo Diana e, pi\u00f9 recentemente, Antonio D\u2019Amato, che ha portato pi\u00f9 di tutti una visione pi\u00f9 internazionale e competitiva. A parte loro, si sono succedute presidenze educate e perbene, ma sostanzialmente ininfluenti, al punto che, nelle grandi consultazioni durante le crisi di governo, i Cavalieri del Lavoro, semplicemente, non sono pervenuti. L\u2019attuale presidente, Ugo Salerno, tra associazioni, advisory board e comitati vari, sembra recitare lo stesso discorso a ripetizione, con effetti talvolta bizzarri. Del resto, l\u2019azienda che rappresenta, Rina, \u00e8 una realt\u00e0 rispettabile, ma non si pu\u00f2 certo definirla un campione dell\u2019imprenditorialit\u00e0 industriale. Indimenticabile resta la sfuriata, molti anni fa, di un grande imprenditore come Emilio Riva in un\u2019assemblea di Confindustria: \u00abNelle prime file siedono tutti i nemici dell\u2019impresa \u2013 magistrati, sindacalisti, politici e burocrati \u2013 mentre i Cavalieri del Lavoro sono parcheggiati dalla decima fila in poi\u00bb. Ed \u00e8 un peccato. Perch\u00e9 questa associazione potrebbe essere una formidabile riserva di competenze al servizio delle istituzioni e una vera sponda per la politica industriale del Paese, mentre oggi il titolo di Cavaliere \u00e8 diventato quasi un premio alla carriera. La domanda, allora, \u00e8 inevitabile: il Cavalierato del Lavoro vuole continuare a celebrare il merito del Novecento o imparare a riconoscere quello del XXI secolo? Pratica da rinviare alla prossima legislatura. E, conoscendo i tempi, forse anche a quella dopo.<\/p>\n\n\n\n<p>Luigi Bisignani<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cavalieri\u2026 in cavalleria. Se Elon Musk, Bill Gates o Steve Jobs fossero stati cittadini italiani, sarebbero mai potuti diventare Cavalieri del Lavoro? La risposta \u00e8 no. E per una semplice ragione: la legge non lo avrebbe consentito. 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