{"id":1000032689,"date":"2026-06-28T01:26:59","date_gmt":"2026-06-28T04:26:59","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032689"},"modified":"2026-06-28T01:27:01","modified_gmt":"2026-06-28T04:27:01","slug":"non-siamo-a-islamabad-e-la-danimarca-di-sinistra-spegne-il-muezzin","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032689","title":{"rendered":"\u201cNon siamo a Islamabad\u201d. E la Danimarca (di sinistra) spegne il muezzin"},"content":{"rendered":"\n<p>La lezione pi\u00f9 scomoda per la sinistra italiana arriva ancora una volta dalla Scandinavia. Non da un governo sovranista, ma dalla Danimarca socialdemocratica di Mette Frederiksen, che sui temi dell\u2019immigrazione e dell\u2019integrazione ha scelto da tempo una linea molto pi\u00f9 pragmatica di quella seguita dai progressisti del Sud Europa. L\u2019ultima iniziativa riguarda il richiamo islamico alla preghiera. Il ministro dell\u2019Integrazione Morten B\u00f8dskov ha annunciato la volont\u00e0 di vietarlo con parole inequivocabili: \u201cL\u2019appello alla preghiera non dovrebbe risuonare sopra i tetti danesi\u201d. E ha aggiunto che il richiamo \u201cnon ha posto in Danimarca, e non si dovrebbe avere alcun dubbio sul fatto di essere finiti in un sobborgo di Islamabad quando si cammina per la Danimarca\u201d. Provate a immaginare frasi simili pronunciate da un ministro del Partito democratico. Partirebbero immediatamente le accuse di razzismo, le scomuniche degli intellettuali e i comunicati indignati delle associazioni. In Danimarca, invece, si discute del problema: fino a che punto una societ\u00e0 pu\u00f2 arretrare nello spazio pubblico senza perdere la propria identit\u00e0? B\u00f8dskov ha parlato apertamente anche di una strisciante \u201cislamizzazione\u201d che starebbe \u201coccupando troppo spazio pubblico\u201d. Il timore \u00e8 che simboli e consuetudini estranei alla tradizione locale finiscano per comprimere la cultura danese e indebolire la coesione sociale. La libert\u00e0 religiosa non \u00e8 in discussione. Pregare \u00e8 un diritto. Trasformare progressivamente lo spazio comune di un Paese \u00e8 un\u2019altra cosa. La Danimarca traccia proprio questo confine: chi arriva pu\u00f2 praticare la propria fede, ma deve accettare che il Paese ospitante possiede una storia, regole e tradizioni che non possono essere cancellate per timore di offendere qualcuno. Il punto non riguarda soltanto Copenaghen. Tutto il mondo scandinavo sta reagendo. Svezia e Norvegia, pur con politiche diverse, stanno rivedendo molte delle certezze che avevano accompagnato decenni di apertura migratoria. Dopo avere sperimentato quartieri separati, comunit\u00e0 parallele e difficolt\u00e0 crescenti nell\u2019integrazione, i governi nordici hanno capito che il multiculturalismo non produce automaticamente una societ\u00e0 coesa. Il modello scandinavo vive infatti di fiducia, rispetto delle regole e appartenenza comune. Il welfare regge perch\u00e9 i cittadini si riconoscono nella stessa comunit\u00e0 e accettano di finanziarla. Quando questa fiducia si indebolisce, entra in crisi anche il sistema sociale che la sinistra europea indica da sempre come esempio. La Danimarca lo ha capito prima degli altri. Ha adottato politiche migratorie severe, ha contrastato la concentrazione degli immigrati nei quartieri pi\u00f9 problematici e ha trasformato l\u2019integrazione da slogan morale a obbligo concreto. Mette Frederiksen non si \u00e8 spostata a destra per moda. Ha semplicemente compreso che, quando la sinistra ignora i problemi reali delle classi popolari, quelle classi cercano altrove qualcuno disposto ad ascoltarle. Il costo della mancata integrazione non viene pagato nei salotti del centro, ma nelle periferie, nelle scuole e nei servizi pubblici. La differenza con la sinistra italiana \u00e8 evidente. Da noi si giudicano le politiche in base alle intenzioni dichiarate. In Scandinavia si cominciano finalmente a giudicare in base ai risultati. E quando i risultati non funzionano, si cambia strada. Il divieto del richiamo alla preghiera assume cos\u00ec un significato pi\u00f9 ampio. Non \u00e8 soltanto una questione di altoparlanti, ma il diritto di una nazione a stabilire quali simboli debbano caratterizzare il proprio spazio pubblico. La domanda resta semplice: chi deve integrarsi con chi? \u00c8 la societ\u00e0 ospitante a dover modificare continuamente le proprie abitudini, oppure \u00e8 chi arriva a dover rispettare la cultura del Paese che lo accoglie? La risposta danese \u00e8 chiara. Chi arriva \u00e8 benvenuto se accetta le regole della casa. La casa, per\u00f2, non viene demolita per farlo sentire pi\u00f9 a suo agio. La Scandinavia ha iniziato a reagire perch\u00e9 ha visto prima di noi dove pu\u00f2 condurre l\u2019accoglienza senza condizioni. La Danimarca \u00e8 in testa, e lo fa senza complessi, persino con un governo socialdemocratico. Una societ\u00e0 aperta, del resto, non deve per forza essere una societ\u00e0 disarmata.<\/p>\n\n\n\n<p>Massimo Balsamo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La lezione pi\u00f9 scomoda per la sinistra italiana arriva ancora una volta dalla Scandinavia. 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