{"id":1000032510,"date":"2026-06-22T11:09:20","date_gmt":"2026-06-22T14:09:20","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032510"},"modified":"2026-06-22T11:09:22","modified_gmt":"2026-06-22T14:09:22","slug":"trump-meloni-quello-che-in-europa-non-abbiamo-capito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032510","title":{"rendered":"Trump-Meloni: quello che in Europa non abbiamo capito"},"content":{"rendered":"\n<p>Alla fine, dietro il nuovo scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump, c\u2019\u00e8 una fotografia. O meglio: il racconto di una fotografia. Secondo il presidente americano, il premier italiano lo avrebbe implorato per ottenere uno scatto insieme durante il G7. Secondo Meloni, quella ricostruzione \u00e8 completamente inventata. La risposta di Palazzo Chigi \u00e8 stata netta: n\u00e9 Giorgia Meloni n\u00e9 l\u2019Italia implorano qualcuno. E cos\u00ec via, botta e risposta, tensioni, polemiche. Si pu\u00f2 discutere di tutto: della strategia diplomatica del governo, del rapporto costruito negli anni con il leader americano, dell\u2019opportunit\u00e0 di certi gesti e perfino dell\u2019eccessiva fiducia riposta nel rapporto personale tra i due. Ma su un punto non dovrebbe esserci discussione: quando il presidente degli Stati Uniti umilia pubblicamente il presidente del Consiglio italiano, la risposta non pu\u00f2 essere un sorriso diplomatico accompagnato dalla solita formula sulle \u201crelazioni solide e durature\u201d. Meloni ha fatto bene a reagire. Lo ha fatto non soltanto per difendere se stessa, ma perch\u00e9 le parole di Trump non riguardavano pi\u00f9 una relazione personale. Riguardavano il modo in cui il presidente americano considera l\u2019Italia: non un alleato con interessi propri, ma un Paese che dovrebbe mostrarsi riconoscente, allineato e possibilmente silenzioso. \u00c8 questa la vera materia dello scontro. Non il selfie, non il carattere dei due protagonisti e neppure il teatrino dei social network. Il problema \u00e8 che Trump sembra concepire l\u2019amicizia politica come un contratto di obbedienza. Sei mio amico finch\u00e9 mi dai ragione. Sei un alleato affidabile finch\u00e9 segui la linea di Washington. Quando esprimi una riserva, difendi un interesse nazionale differente o rifiuti di partecipare a un\u2019iniziativa giudicata rischiosa, diventi improvvisamente sleale. Ma un alleato non \u00e8 un dipendente. E soprattutto un presidente del Consiglio italiano non \u00e8 il portavoce europeo della Casa Bianca. Giorgia Meloni ha investito molto nel rapporto con Trump. Lo ha fatto apertamente, senza nascondersi dietro le ipocrisie di quella classe dirigente europea che per anni ha insultato il presidente americano e poi si \u00e8 precipitata a cercarne il favore appena \u00e8 tornato alla Casa Bianca. Il premier ha scelto una strada diversa: parlare con Trump, valorizzare le affinit\u00e0 politiche e culturali, costruire un canale diretto tra Roma e Washington e provare a trasformare l\u2019Italia in un ponte tra gli Stati Uniti e l\u2019Europa. Era una scelta legittima. Anzi, era una scelta intelligente. Per contare \u00e8 necessario usare bene le proprie carte: la posizione geografica, la stabilit\u00e0 politica, l\u2019appartenenza alla Nato, la presenza nel Mediterraneo e la capacit\u00e0 di dialogare con interlocutori diversi. Il rapporto con Trump era una di queste carte. Ma utilizzare una relazione non significa consegnarsi all\u2019interlocutore. Un ponte non \u00e8 un\u2019autostrada a senso unico. E il governo italiano non ha mai sottoscritto un impegno a seguire automaticamente Washington in ogni crisi internazionale. Il punto decisivo \u00e8 proprio questo: Meloni non ha rinnegato l\u2019alleanza atlantica. Ha rifiutato di confonderla con la subordinazione. Essere atlantisti non significa dire sempre s\u00ec agli Stati Uniti. Significa riconoscere che l\u2019alleanza con Washington resta essenziale per la sicurezza italiana ed europea, senza per questo rinunciare alla responsabilit\u00e0 di valutare, caso per caso, le conseguenze delle decisioni americane. \u00c8 una distinzione che una parte della sinistra italiana non ha mai compreso. Quando governano i democratici, ogni scelta americana viene celebrata come difesa dell\u2019ordine internazionale. Quando governa Trump, gli Stati Uniti diventano improvvisamente una potenza imperialista dalla quale prendere le distanze. Meloni ha tenuto una linea pi\u00f9 seria: l\u2019America \u00e8 un alleato indipendentemente dal presidente che occupa la Casa Bianca. Ma proprio perch\u00e9 \u00e8 un alleato, il rapporto deve fondarsi sul rispetto reciproco. Non \u00e8 antiamericanismo dire no a Trump. \u00c8 politica estera. E qui emerge la contraddizione del presidente americano. Trump ha costruito tutta la propria identit\u00e0 politica sulla sovranit\u00e0 nazionale. \u201cAmerica First\u201d significa che ogni decisione deve essere valutata sulla base dell\u2019interesse degli Stati Uniti. Perfetto. Ma allora perch\u00e9 \u201cItaly First\u201d dovrebbe essere considerato un tradimento? Perch\u00e9 gli americani possono perseguire il proprio interesse nazionale mentre gli italiani dovrebbero limitarsi a riconoscerlo? Il sovranismo non pu\u00f2 valere soltanto per il Paese pi\u00f9 forte. Quando Meloni difende gli accordi che regolano l\u2019impiego delle basi presenti sul territorio italiano, non volta le spalle all\u2019Occidente. Ricorda semplicemente che l\u2019Italia \u00e8 una nazione sovrana, con un Parlamento, una Costituzione, responsabilit\u00e0 internazionali e interessi che non sempre coincidono automaticamente con quelli americani. In questo senso, lo scontro con Trump non rappresenta il fallimento della politica estera di Meloni. Ne rappresenta, semmai, il momento della verit\u00e0. \u00c8 facile avere buoni rapporti con un presidente straniero quando si \u00e8 d\u2019accordo su tutto. La qualit\u00e0 di una relazione si misura quando nasce un dissenso. E proprio nel momento del dissenso Meloni ha mostrato di non considerare la vicinanza politica a Trump superiore al dovere di difendere la posizione italiana. Questo dovrebbe essere riconosciuto anche da chi non ha mai condiviso la sua strategia. Naturalmente, ora sono arrivati gli sciacalli della politica interna. Quelli che fino a ieri accusavano Meloni di essere troppo vicina a Trump oggi sostengono che avrebbe dovuto prevederne il comportamento. Quelli che la dipingevano come la cameriera di Washington adesso sembrano quasi dispiaciuti perch\u00e9 la cameriera ha alzato la testa. \u00c8 un gioco piuttosto scoperto. Se Meloni dialoga con Trump, \u00e8 subalterna. Se gli risponde, ha fallito. Se cerca un compromesso, si inginocchia. Se difende l\u2019autonomia italiana, mette a rischio l\u2019alleanza. Qualunque cosa faccia, la sentenza \u00e8 gi\u00e0 scritta. Ma la questione \u00e8 troppo seria per essere ridotta al piccolo cabotaggio dell\u2019opposizione. Perch\u00e9 Trump, con la sua aggressivit\u00e0 personale, sta portando all\u2019estremo un processo storico che non \u00e8 cominciato con lui e non finir\u00e0 con lui. Da anni gli Stati Uniti stanno ridefinendo il proprio ruolo nel mondo. Il cambiamento era iniziato con Barack Obama, \u00e8 proseguito con Joe Biden, nonostante una retorica pi\u00f9 tradizionale e rassicurante nei confronti degli alleati. Con Trump \u00e8 diventato esplicito, brutale e perfino commerciale. Washington non vuole pi\u00f9 sostenere da sola i costi dell\u2019ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra. Gli americani chiedono agli europei di spendere di pi\u00f9 per la propria difesa, di assumersi maggiori responsabilit\u00e0 nelle crisi regionali e di riequilibrare rapporti economici che considerano sfavorevoli. Trump formula queste richieste come un amministratore di condominio inferocito, convinto che tutti gli altri inquilini vivano alle sue spalle. Ma il tema esiste e continuer\u00e0 a esistere anche quando Trump non sar\u00e0 pi\u00f9 presidente. La potenza egemone, quando avverte che la propria superiorit\u00e0 relativa si sta riducendo, seleziona gli impegni, concentra le risorse, pretende di dividere i costi con gli alleati e diventa pi\u00f9 severa nel valutare ci\u00f2 che riceve in cambio della propria protezione. Non significa che gli Stati Uniti siano sull\u2019orlo del crollo. Restano la principale potenza militare, tecnologica e finanziaria dell\u2019Occidente. Significa per\u00f2 che non possono pi\u00f9 comportarsi come negli anni Novanta, quando dominavano un sistema internazionale privo di veri concorrenti. La Cina \u00e8 diventata il centro della competizione strategica. L\u2019Indo-Pacifico assorbe attenzione e risorse. L\u2019opinione pubblica americana \u00e8 sempre meno disponibile a pagare indefinitamente per la sicurezza di alleati ricchi. Il debito cresce e la politica interna spinge verso una maggiore selettivit\u00e0. Trump non ha creato tutto questo. Lo rappresenta nella forma pi\u00f9 esasperata. Ed \u00e8 qui che Meloni si trova in una posizione diversa rispetto a molti leader europei. Non ha mai coltivato l\u2019illusione che l\u2019America fosse irrilevante. Non ha costruito il proprio consenso sull\u2019antiamericanismo. Non ha immaginato un\u2019Europa equidistante tra Washington, Pechino e Mosca. Ha riconosciuto il valore dell\u2019alleanza occidentale, ma nello stesso tempo ha mostrato che l\u2019Italia non pu\u00f2 rinunciare a valutare autonomamente i propri interessi. Questa \u00e8 la considerazione che merita di essere approfondita: il vero atlantismo del futuro non sar\u00e0 quello dei governi che obbediscono sempre agli Stati Uniti, ma quello dei governi capaci di essere abbastanza forti da dire anche qualche no. Un alleato debole \u00e8 costretto a scegliere tra la sottomissione e la ribellione. Un alleato forte pu\u00f2 cooperare, dissentire, negoziare e infine ricomporre il rapporto. Meloni sta tentando di percorrere proprio questa strada: niente rotture ideologiche con Washington, niente fughe verso improbabili neutralismi, ma neppure assegni in bianco. \u00c8 una posizione difficile, perch\u00e9 l\u2019Italia resta profondamente dipendente dall\u2019ombrello militare americano. Ma \u00e8 l\u2019unica posizione adulta possibile. Il vero errore sarebbe credere che basti aspettare la fine di Trump per tornare alla rassicurante normalit\u00e0 degli anni Novanta. Quella normalit\u00e0 non esiste pi\u00f9. Dopo Trump potr\u00e0 arrivare un presidente pi\u00f9 educato. Potr\u00e0 usare un linguaggio meno offensivo, rispettare maggiormente i protocolli e non trasformare ogni divergenza in un regolamento di conti personale. Ma continuer\u00e0 a chiedere all\u2019Europa pi\u00f9 spesa militare, pi\u00f9 responsabilit\u00e0 e meno dipendenza dagli Stati Uniti. L\u2019Europa deve prepararsi, non indignarsi soltanto. E l\u2019Italia deve continuare a coltivare il rapporto con Washington, senza permettere che l\u2019amicizia con un presidente diventi una cambiale politica. Meloni, in questa vicenda, non ha tradito Trump. Ha ricordato a Trump che governa l\u2019Italia. Pu\u00f2 sembrare una distinzione elementare. Ma in un\u2019Europa abituata per decenni a delegare la propria sicurezza e a confondere l\u2019alleanza con la tutela, \u00e8 quasi una rivoluzione. Trump passer\u00e0. Il riequilibrio americano rester\u00e0. E quando la polvere di questa polemica si sar\u00e0 depositata, rester\u00e0 anche un fatto: nel momento in cui il rapporto personale \u00e8 entrato in conflitto con la dignit\u00e0 nazionale, Giorgia Meloni ha scelto la dignit\u00e0 nazionale. Esattamente ci\u00f2 che dovrebbe fare un presidente del Consiglio.<\/p>\n\n\n\n<p>Massimo Balsamo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alla fine, dietro il nuovo scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump, c\u2019\u00e8 una fotografia. O meglio: il racconto di una fotografia. Secondo il presidente americano, il premier italiano lo avrebbe implorato per ottenere uno scatto insieme durante il G7. Secondo Meloni, quella ricostruzione \u00e8 completamente inventata. 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