{"id":1000032370,"date":"2026-06-18T11:18:03","date_gmt":"2026-06-18T14:18:03","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032370"},"modified":"2026-06-18T11:18:05","modified_gmt":"2026-06-18T14:18:05","slug":"a-napoli-una-mostra-dedicata-a-alberto-biasi-uno-degli-artisti-piu-autorevoli-presenze-della-scena-internazionale-della-ricerca-percettiva-contemporanea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032370","title":{"rendered":"A Napoli una mostra dedicata a Alberto Biasi uno degli Artisti pi\u00f9 autorevoli presenze della scena internazionale della ricerca percettiva contemporanea"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 1 Agosto 2026 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Reale di Napoli \u2013 Sala del Belvedere la mostra dedicata a Alberto Biasi \u2013 \u2018Alberto Biasi e altre visioni delle superfici: Hsiao, Rotta Loria, Tornquist\u2019 a cura di Giovanni Granzotto. L\u2019esposizione \u00e8 promossa da Palazzo Reale di Napoli e dalla Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, ed \u00e8 organizzata da Il Cigno Arte in collaborazione con lo Studio d\u2019Arte GR. Il Percorso espositivo ripercorre la carriera di uno degli artisti pi\u00f9 significativi della sperimentazione visiva italiana del Novecento \u2013 presente con le sue opere nelle collezioni permanenti del Centre Pompidou di Parigi, del MoMa di New York, dell\u2019Ermitage di San Pietroburgo, della Galleria Nazionale d\u2019Arte Moderna e Contemporanea di Roma e di Ca\u2019 Pesaro a Venezia \u2013 mettendone la ricerca in relazione con le indagini sulla superficie, sul colore e sulla percezione sviluppate da Gilbert Hsiao, Claudio Rotta Loria e Jorrit Tornquist. Un corpus di 35 opere che ripercorre alcuni dei momenti pi\u00f9 rilevanti della sua ricerca. Tra queste spiccano due importanti installazioni ambientali, <em>Proiezione di luci e ombre n.2 <\/em>e <em>Light prism<\/em>, entrambe presentate in occasione della sua ultima grande mostra personale all\u2019Ara Pacis nel 2021. Due lavori che oltre ad essere opere-cardine della produzione di Biasi, sono esempi emblematici della capacit\u00e0 dell\u2019artista di coinvolgere attivamente lo spettatore, attivando fenomeni percettivi basati sulla luce, sul movimento e sull\u2019interazione visiva. Accanto a Biasi, la mostra mette in dialogo le ricerche di Gilbert Hsiao, Claudio Rotta Loria e Jorrit Tornquist, ciascuno presente con una selezione di cinque opere. Pur nelle differenze di linguaggio e approccio, i tre artisti condividono una riflessione comune sui rapporti tra superficie, forma e colore, sviluppata attraverso soluzioni che interrogano la percezione visiva e la mobilit\u00e0 retinica dello spettatore. Una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Alberto Biasi e sull\u2019arte Programmatica e Cinetica apro il mio saggio dicendo: L\u2019incontro con questo grande maestro per me stato significativo sotto tutti gli aspetti mai come questa volta non mi sono messo nei panni dello studioso ma in quelli dell\u2019osservatore, il quale pu\u00f2 utilizzare dei pulsanti da cui dipende la forma e il movimento . Con questo posso affermare che l\u2019arte e la psicologia possono risultare due ambiti di studio separati e lontani tra loro, a partire dagli anni \u201860 del Novecento, per\u00f2, queste due discipline vengono indagate simultaneamente riportando studi di ampio rilievo. Grande rilevanza, infatti, hanno gli studi di Ernst Gombrich che pubblica nel 1960 l\u2019opera Arte e illusione; con questo testo, come storico e critico d&#8217;arte, pone le basi per un dibattito sulla rappresentazione pittorica condotto con strumenti non solo storico-artistici ma anche filosofici e psicologici. Tale studio gombrichiano rester\u00e0 fondamentale e dar\u00e0 vita, con il passare del tempo, anche a ricerche in area filosofico-analitica. Rifacendosi a studi precedenti, Gombrich sostiene che fu George Berkeley, nel XVIII secolo, a fornire la base filosofica necessaria per una ritrovata concezione della visione e della rappresentazione. In particolare, Gombrich riportando gli studi condotti da Berkeley sostiene che: I sensi ci trasmettono sensazioni atomiche, di per s\u00e9 prive di significato, le quali si aggregano perch\u00e9 prodotte da esperienze ripetute pi\u00f9 volte o perch\u00e9 co-occorrenti e solo come aggregati vengono ad assumere significato. Successivamente anche Hermann von Helmholtz , medico, fisiologo e fisico tedesco, nel XIX secolo, parla di \u201cinferenza inconscia\u201d facendo riferimento a quelle conoscenze che si sono accumulate a livello preconscio a seguito di esperienze passate. Gombrich, inoltre, nella sua ricerca in Arte e illusione si basa anche sul pensiero filosofico di Karl Popper . In particolare, per la sua storiografia dell\u2019arte, Gombrich ritiene fondamentale l\u2019utilizzo di tre regole che Popper elabora per la metodologia sociologica nel 1957 in Miseria dello storicismo: non esiste l\u2019arte, ma esistono solo gli artisti. Le immagini sono il prodotto di singoli artisti, sono dovute alle loro intenzioni individuali, dunque sono gli artisti a scegliere di quali mezzi stilistici avvalersi nella produzione della propria opera; la maggior parte delle opere d\u2019arte \u00e8 stata concepita nel contesto di una particolare occasione, che l\u2019artista aveva in mente nel momento in cui produsse l\u2019opera, perci\u00f2 le scelte degli artisti, bench\u00e9 libere, sono parzialmente condizionate dal motivo che spinge alla produzione dell\u2019opera; le opere sono tentativi di soluzione razionale ai problemi posti dagli artisti nel loro ambiente sociale. Ci\u00f2 comporta che le scelte stilistiche siano ulteriormente condizionate dal contesto di produzione dell\u2019opera, per esempio dai committenti. Inoltre, dal contesto dipende la gamma di scelte stilistiche, di abilit\u00e0 tecniche, di cui l\u2019artista dispone . Si comprende, dunque, che i cambiamenti di stile sono una condizione direttamente proporzionale ai cambiamenti nelle necessit\u00e0 della societ\u00e0 e che non dipendono da leggi di evoluzione della storia ma da scelte arbitrarie che lo storico dell\u2019arte deve studiare per conoscere a fondo la ragione di tali cambiamenti. Lo stesso Gombrich risulta molto legato agli studi di Popper, infatti analizza i temi popperiani riguardanti: congettura e confutazione e il problema dell&#8217;induzione; ossia la messa alla prova delle nostre teorie dai fatti che le possono falsificare. Si evidenzia, dunque, come Gombrich, partendo dagli studi di Popper per lo sviluppo della conoscenza scientifica, proponga gli stessi per lo sviluppo degli stili di rappresentazione. Popper, infatti, come visto in precedenza, ritiene che la conoscenza derivi dalla formulazione di ipotesi che vanno confrontate con dati esperienziali che saranno in grado di confermarle o smentirle. Gombrich, pertanto, consapevole degli studi della Gestaltpsychologie e dell\u2019influenza della teoria helmholtziana sulla rappresentazione della storia stilistica, ritiene che \u00abuna nuova teoria della rappresentazione avrebbe dovuto necessariamente fondarsi su una conoscenza pi\u00f9 approfondita del funzionamento del cervello visivo\u00bb . Fondamentale \u00e8 ricordare che nonostante le teorie di Karl Popper siano state alla base degli studi condotti da Gombrich lui non ne rimane fedele. Popper, al contrario di Gombrich, ricorre all\u2019innatismo, ossia la teoria psicologica secondo cui il comportamento non deriva dall&#8217;esperienza ma dal patrimonio genetico, e alla svalutazione del ruolo delle esperienze di osservazione diretta. Ulteriore fonte di rilevanza per Gombrich \u00e8 The Elements of Drawing scritto nel 1857 da John Ruskin , scrittore, pittore, poeta e critico d&#8217;arte britannico. Ruskin sostiene che il proprio ideale di rappresentazione realistica sia raggiungibile solo rinunciando a tutto ci\u00f2 che conosciamo del mondo visibile per ridurre il problema della pittura alla semplice resa del mondo tridimensionale su una superficie piana. Quest\u2019idea esemplifica il pensiero di Gombrich sulla psicologia della rappresentazione pittorica, \u00abuna psicologia della percezione visiva fondata sulla credenza della possibilit\u00e0 di accesso diretto ai sense data, i dati sensoriali, costituenti primari della percezione\u00bb. L\u2019idea di Ruskin, per\u00f2, si basa sulla tradizione artistica occidentale che considera l\u2019arte come imitazione della realt\u00e0, si deduce quindi che ci debba essere una somiglianza tra immagini e realt\u00e0 dipinta perch\u00e9 un\u2019opera d\u2019arte possa essere considerata accettabile. L\u2019origine di questa teoria mimetica dell\u2019arte si ritrova nei testi di Platone e Aristotele. In particolare, secondo Platone, filosofo dell\u2019Antica Grecia, la rappresentazione pittorica imita ci\u00f2 che \u00e8 presente nella realt\u00e0 riferendosi ad esempio ai colori presenti in natura. Platone, dunque, nella sua teoria mimetica della rappresentazione pittorica considera come elementi di somiglianza della realt\u00e0 non la prospettiva o l\u2019ombreggiatura ma gli elementi essenziali di un dato soggetto. Secondo il filosofo, quindi, ci\u00f2 che \u00e8 reale sono le idee che vengono considerate il modello da seguire per realizzare ogni rappresentazione della realt\u00e0. Per Platone, infatti, dal momento che non abbiamo accesso alla realt\u00e0 delle cose non si pu\u00f2 riprodurre un mondo esistente ma realizzare un\u2019alternativa che non tenti di spacciarsi per quello reale. Gombrich, quindi, per un certo verso si avvicina all\u2019idea di Platone e dall\u2019altro si distacca dall\u2019idea occidentale di somiglianza. Il critico d\u2019arte, infatti, constata che gli artisti non possono trascrivere allo stesso modo ci\u00f2 che \u00e8 presente nella realt\u00e0 anche sulla tela o in qualsiasi altro mezzo, altrimenti non ci sarebbe distinzione tra l\u2019originale e il suo prototipo. Si deduce, perci\u00f2, che l\u2019artista non pu\u00f2 compiere una riproduzione effettiva della realt\u00e0 ma la traduce o la evoca a seconda di ci\u00f2 che da lui viene percepito. La vista risulta quindi un ambito che apre strade a diversi studi e considerazioni che si sono protratte dall\u2019antichit\u00e0 ad oggi. Apparentemente il vedere pu\u00f2 sembrare un\u2019azione quotidiana alquanto scontata e semplice che permette non solo di orientarci ma anche di godere della realt\u00e0 nelle sue forme pi\u00f9 molteplici. Tale modo di operare del sistema visivo viene utilizzato in maniera ancora pi\u00f9 precisa e dettagliata dalla capacit\u00e0 dell\u2019artista di creare schemi che diano un\u2019interpretazione dell\u2019esperienza attraverso forme organizzate. Infine, analizzando le fonti di riferimento di Gombrich si comprende come, nel corso del tempo, si siano evolute le considerazioni della rappresentazione pittorica dall\u2019antichit\u00e0 fino a giungere all\u2019epoca contemporanea. Penso che uno dei maggiori artisti italiani che emerse negli anni \u201860 durante il periodo dell\u2019arte cinetica \u00e8 stato senza dubbio Alberto Biasi, nasce a Padova il 2 giugno 1937. A causa della guerra si trasferisce dalla nonna paterna a Carrara San Giorgio, rimasto orfano di madre, alla fine del conflitto, ritorna a Padova dove frequenta le scuole elementari, medie e il Liceo Classico. La sua propensione verso le discipline artistiche emerge fin dalla scelta di conseguire un diploma di maturit\u00e0 artistica. Nel 1958 si iscrive all\u2019Istituto di Architettura a Venezia e nel 1962 al Corso Superiore di Disegno Industriale. Diventa insegnante di Disegno e Storia dell\u2019Arte presso la scuola pubblica e anche professore di Grafica Pubblicitaria all\u2019Istituto Professionale di Padova. La sua carriera artistica per\u00f2 inizia gi\u00e0 nel 1959 quando viene formato il famoso Gruppo N, un gruppo di studenti di Architettura con cui Biasi partecipa a diverse manifestazioni artistiche. Nel 1960 partecipa alle mostre della Galleria Azimut di Milano ed espone assieme a Manfredo Massironi, Piero Manzoni, Enrico Castellani e Heinz Mack (1931) nella mostra \u201cLa nuova concezione artistica\u201d. Grazie ai molteplici viaggi a Milano, crocevia di numerosi artisti, Biasi matura assieme a Massironi l\u2019idea di fondare il Gruppo N che, in breve tempo, diventa protagonista di molte esposizioni nazionali e internazionali riguardanti l\u2019arte cinetica. La sede del Gruppo \u00e8 a Padova ma espone anche a Zagabria, Venezia, Parigi entrando in contatto con altri sperimentatori europei. Biasi, assieme al Gruppo N, partecipa a diverse mostre di rilievo, come nel 1962 presso i Negozi Olivetti con Arte Programmata che si svolge non solo a Milano ma anche a Venezia, Roma e presso gallerie e musei londinesi e americani. Nel 1964 il Gruppo partecipa anche alla XXXII Biennale Internazionale di Venezia e nel 1965 alla famosa mostra del MoMA The Responsive Eye. La storia del gruppo si conclude nel 1966 ma Biasi, assieme a Landi e Massironi cerca di dare avvio al nuovo Gruppo N 65 senza ottenere grandi risultati. Al termine di tale esperienza Biasi prosegue le sue ricerche personali aggiornando i risultati raggiunti con nuove soluzioni espressive I suoi studi artistici si sono sempre rivolti \u00abverso l\u2019indagine percettiva, attraverso cicli di lavori che hanno indagato i problemi relativi alla percezione visiva e all\u2019interazione con l\u2019opera\u00bb. Molte delle sue opere come Trame e Rilievi ottico-dinamici generano effetti ottico-cinetici che \u00absolo con la partecipazione dello sguardo del fruitore queste opere sprigionano il loro dinamismo e la loro continua mutevolezza\u00bb. Anche attraverso Torsioni e Ambienti Biasi cerca di provocare e stimolare l\u2019occhio dell\u2019osservatore. Durante gli anni \u201870, l\u2019artista inizia ad elaborare un nuovo linguaggio personale attraverso altri ambienti come Eco o Io sono, tu sei, egli \u00e8 in cui il pubblico \u00e8 chiamato ad interagire direttamente con l\u2019installazione. Negli anni 90, \u00ababbina inserti pittorici a richiami figurali\u00bb e attorno al 2000, invece, coinvolge gli osservatori attraverso pi\u00f9 tele \u201cassemblate\u201d tra loro che trovano l\u2019equilibrio nel proprio \u201cpunto di rottura\u201d, tali opere sono conosciute come il ciclo degli Assemblaggi. La ricerca di Biasi prosegue tutt\u2019ora grazie anche alla rielaborazione di soluzioni formali che continuano ad offrire nuove chiavi di lettura della sua arte, \u00abun\u2019arte visiva che trasmette conoscenza e sapere attraverso gli occhi\u00bb . Per quanto riguarda le opere di maggiore interesse che Alberto Biasi realizza durante i suoi studi relativi all\u2019arte cinetica si pu\u00f2 innanzitutto individuare Strutturazione cinetica del 1964. Quest\u2019opera viene realizzata da Biasi attraverso pittura acrilica su dischi in PVC che ruotano per effetto di elettromotori. Quest\u2019opera \u00e8 commissionata da parte dell\u2019azienda italiana Magneti Marelli al Gruppo N in occasione della 42a Fiera Campionaria di Milano. Tale opera viene eseguita con l\u2019intento di \u00abmostrare la variazione cromatica nelle riprese con telecamera fissa a circuito chiuso a colori\u00bb . Nonostante l\u2019opera porti la dicitura \u201cGruppo N\u201d \u00e8 noto che l\u2019esecutore di tale lavoro \u00e8 Alberto Biasi che progetta quest\u2019opera cinetica \u00abcostituita da 19 dischi bicolori dipinti secondo il simbolo del Tao\u00bb. Inizialmente, i dischi, disposti sulla tavola dipinta di bianco, erano realizzati in ottone, ma ben presto si nota che il materiale \u00e8 troppo pesante per permettere un movimento costante e fluido. Per questo motivo, l\u2019opera viene modificata sempre nel 1964 in occasione della XXXII Biennale di Venezia \u00abcon inserti in PVC su un supporto ligneo dipinto di nero, l\u2019opera viene presentata con il titolo Struttura cinetica 2\u00bb . Nel 1983, infine, l\u2019opera viene restaurata da Biasi stesso riportando il fondo all\u2019originale colore bianco, come nella sua prima versione. Altra serie di opere che Biasi inizia ad indagare negli anni \u201860 del secolo scorso, ma che tutt\u2019oggi prosegue, \u00e8 Torsioni. Un esempio di tale serie di opere lo si pu\u00f2 riscontrare in Dinamica triangolare bianca , opera che l\u2019artista realizza tra il 1965 e il 1976. Le Torsioni sono la serie di opere che ha reso Biasi conosciuto e famoso, gi\u00e0 dal nome si comprendere il suo \u00abaspetto idealmente dinamico e fisicamente artigiano del manufatto\u00bb. In particolare, nell\u2019opera Dinamica triangolare bianca, che viene realizzata in acrilico e PVC su tavola di dimensioni 77 x 88 cm, anch\u2019essa esposta alla mostra Tuffo nell\u2019arcobaleno, si constata che \u00e8 \u00abnecessario che il punto di vista dello spettatore &#8211; e quindi lo spettatore stesso materialmente si sposti per ottenere quell\u2019effetto di pulsazione della superficie\u00bb. In questo caso, il concetto che la superficie torcendosi diventa un rilievo pone in campo anche la questione relativa alla tridimensionalit\u00e0 e alla profondit\u00e0, che da mimetica diventa reale, per ottenere un risultato di spiazzamento. In sostanza, quello che cerca di fare Biasi \u00e8 di coinvolgere in termini emotivi, sensoriali, psicologici l\u2019attivit\u00e0 percettiva dello spettatore con cui l\u2019artista intende tessere un dialogo serrato. La stessa volont\u00e0 di affascinare e stupire lo spettatore la si riscontra anche in opere come Rilievo ottico dinamico&nbsp; che fa parte di alcuni lavori ottico-cinetici realizzati a partire dal periodo del Gruppo N e proseguiti poi in tempi odierni. Quest\u2019opera, esposta al Museo dell\u2019Ara Pacis, ha dimensioni di 183 x 126 cm ed \u00e8 realizzata a rilievo in PVC su tavola. Si pu\u00f2 notare che dal punto di vista costruttivo si tratta di configurazioni lineari collocate su due piani sovrapposti, distanziati di pochi centimetri tra loro. Il piano sottostante \u00e8 dedicato al tracciato compositivo che risulta lineare e cromatico, mentre quello a rilievo \u00e8 costituito da una cascata di lamelle-fettucce in PVC capaci di produrre un inganno ottico che svia lo spettatore dalla forma originale. Quello che si percepisce \u00e8 il fatto che le strutture sono ad un unico livello che si muove, mentre tale illusione \u00e8 data dall\u2019interferenza dei due piani. Tutto questo porta il fruitore all\u2019individuazione e immaginazione di nuove realt\u00e0 formali. L\u2019idea di Biasi \u00e8 quindi quella di ricondurre chi osserva ad una sorta di dipendenza ipnotica. Infatti, l\u2019attrazione estetica che produce nell\u2019osservatore a causa delle sue mille trasformazioni e soluzioni dinamiche porta l\u2019opera, inevitabilmente, ad essere oggetto di fascino. Durante la sua ricerca ottico-cinetica Biasi realizza anche i primi Politipi che risalgono al 1965 e la cui indagine prosegue per oltre vent\u2019anni. Un esempio di tali opere lo si pu\u00f2 riscontrare in Politipo del 1969. Quest\u2019opera, presentata alla mostra Tuffo nell\u2019arcobaleno, \u00e8 un rilievo in PVC su tavola che misura 60 x 60 cm. In tale serie di opere Biasi combina \u00abgli elementi delle torsioni con le superfici piatte campite con colori timbrici\u00bb, per di pi\u00f9: sfrutta le propriet\u00e0 del PVC, materiale plastico flessibile che viene sottoposto a torsioni da una serie di elementi tensori che modificano la regolarit\u00e0 della disposizione verticale delle lamelle stesse, determinando configurazioni diverse e cangiantismi coloristici. Per concludere, si comprende che questa serie di opere, cos\u00ec come altre prodotte nella sua carriera, prevedono: una sorta di repertorio formale cui attingere per creare combinazioni sempre diverse, risultanti dall\u2019accostamento, dalla fusione e dalla sintesi di elementi \u201csemplici\u201d che hanno avviato l\u2019intero processo produttivo di Biasi. Altro importante esponente del Gruppo N \u00e8 Ennio Chiggio . Ennio Ludovico Chiggio, nome di battesimo, nasce a Napoli nel 1938. Fin da giovane compie studi tecnici e artistici a Venezia dove frequenta l\u2019Accademia e la Facolt\u00e0 di Architettura, seppur con una certa discontinuit\u00e0. Dal 1957 inizia a dipingere e tale attivit\u00e0 lo fa avvicinare maggiormente al mondo delle mostre come la Biennale o la Triennale, che prendono luogo a Venezia. \u00c8 proprio in questi anni, infatti, che Chiggio si lega al Gruppo N, un gruppo di giovani padovani. Chiggio, influenzato da questo nuovo modo di fare arte, \u00abinizia ad operare su spazi sequenziali e ripetitivi sviluppando la componente fenomenica dell\u2019atto artistico\u00bb. In questo periodo Chiggio \u00e8 sempre pi\u00f9 coinvolto dai lavori collettivi del Gruppo N, soprattutto per la capacit\u00e0 di creare opere in grado di dare nuovi stimoli alla fruizione artistica da parte dello spettatore. \u00c8 importante ricordare per\u00f2 che, nelle ricerche individuali di quegli anni, Chiggio s\u2019interessa di poesia visiva, fotografia e musica sperimentale, opere che vengono presentate alla mostra personale presso lo Studio Enne nel 1961. Inoltre, a partire dal 1964 prende avvio la collaborazione con Teresa Rampazzi compositrice, pianista e ricercatrice musicale, che porta, nell\u2019anno seguente alla fondazione del gruppo Fonologia sperimentale, NPS (Nuove Proposte Sonore) per la produzione di \u201coggetti sonori\u201d, in particolare Musica elettronica. Tali oggetti arricchiscono la produzione del Gruppo N e vengono esposti anche alla Biennale di Venezia del 1964. Nel 1965, per\u00f2, Chiggio si allontana dal Gruppo N per occuparsi di design e grafica, riuscendo ad aprire un suo studio e nel 1973 diventa membro del consiglio direttivo dell\u2019Associazione Disegno Industriale di Milano. Altri sono i ruoli autorevoli da lui intrapresi come, la cura della comunicazione d\u2019immagine di imprese nazionali ed estere protrattosi dal 1975 al 1991, e quello di docente di Progettazione ed Estetica industriale all\u2019Accademia di Belle Arti di Venezia dal 1978 al 1989. Oltre a queste incombenze istituzionali, il suo impegno si protrae anche nell\u2019ambito espositivo come curatore e artista fino al 2020. Si pu\u00f2 dire dunque che la sua arte ha suscitato meraviglia e ammirazione, soprattutto perch\u00e9 indaga le manifestazioni visibili del mondo e come l\u2019apparato sensibile dell\u2019uomo le coglie. Ennio Chiggio muore il 25 settembre 2020 a Padova, dove da tempo risiedeva. Per quanto riguarda le opere che Chiggio compie durante la sua carriera, di rilevante importanza \u00e8 sicuramente Interferenza e rifrazione luminosa di cui aveva gi\u00e0 prodotto pochi anni prima degli studi con Interferenza luminosa 1,2,3. Quest\u2019ultima versione della serie di oggetti di Interferenza luminosa viene prodotta da Chiggio nel 1961 per essere esposta al XII Premio Lissone. Ciascun elemento misura 24 x 24 x 22 cm ed \u00e8 oggi conservato presso l\u2019archivio Ennio L. Chiggio, a Padova. L\u2019opera in questione si compone di: scatole in legno nelle quali sorgenti luminose di diverso colore inviano un fascio di luce attraverso dei retini metallici. Il vetro anteriore disloca e accentua i fasci di luce, svolgendo una funzione diottrica. In queste quattro varianti Chiggio ha impiegato vetri a sola maglia quadrata, mentre in altre versioni dell\u2019opera ha utilizzato dei retini metallici di diverse tipologie, per capirne la potenzialit\u00e0 e \u201cgiocare\u201d con le varie forme di luce. Esistono infatti varianti con retini metallici con una trama a fori incrociati, altre a barre verticali, e altre a fori quadrati. In quest\u2019ultima versione l\u2019artista fornisce al fruitore un filtro ottico rosso\/verde che permette di osservare la texture di rete a fori quadrati. Inoltre, per la mostra \u201cArte programmata\u201d di Olivetti del 1962 Chiggio esegue l\u2019opera Bispazio instabile , anche se sotto il nome del Gruppo N. Tale opera misura 55 x 30 x 57 cm e anch\u2019essa viene conservata presso l\u2019archivio padovano Ennio L. Chiggio. La struttura di legno quadrangolare, di cui \u00e8 costituita l&#8217;opera, serve per tenere insieme tre pannelli di plexiglas in cui sono state create due zone interne comunicanti tra loro grazie a tre fori presenti nel diaframma centrale. In particolare, le piccole sfere di celluloide bianche e rosse collocate all\u2019interno della struttura in legno cambiano di disposizione ogni qualvolta vengono mosse dal fruitore che ruota la scatola. Attraverso tali spostamenti si dimostra come si possano ottenere svariate combinazioni cromatiche e formali. Inoltre, risulta interessante constatare come all\u2019inizio i due comparti contengono ciascuno sfere dello stesso colore, mentre poi con l\u2019intervento del fruitore tale condizione non si raggiunge pi\u00f9. Pertanto: Con questo progetto il Gruppo N mette in pratica la sua idea di \u201cprogrammazione\u201d, che consiste nel considerare come \u201cprogrammatore\u201d delle opere lo stesso spettatore, chiamato a riconfigurare l\u2019aspetto di un oggetto secondo la dialettica di programmazione e caso, logica e variabilit\u00e0. Struttura visiva fa parte delle opere che Chiggio realizza tra il 1964 e il 1965. Quest\u2019opera, conservata presso l\u2019archivio personale dell\u2019artista, misura 80 x 80 x 3 cm e viene realizzata con la tecnica dell\u2019acrilico su tavola. In questo periodo Chiggio risulta particolarmente interessato alle ricerche sui margini percettivi, utilizzando delle interferenze circolari ad anelli bianchi e neri crea la serie di Strutture visive. In questo caso particolare, si pu\u00f2 riscontrare come al centro della rappresentazione sia presente un quadrato con quattro semicerchi che si intrecciano perfettamente per forma e colore agli altri semicerchi adiacenti al quadrato. In questo modo, tale struttura fa diventare complementare anche figure apparentemente differenti. Altre ricerche dell\u2019artista, svolte negli anni \u201860, indagano non solo le interferenze circolari ma anche quelle lineari. Un esempio \u00e8 individuabile nell\u2019opera Interferenza lineare 13.3 del 1966. Tale opera viene realizzata attraverso una doppia lastra di plexigas aerografato con cornice di dimensioni 47 x 47 x 10 cm. Queste opere fanno parte di studi che Chiggio conduce relativamente all\u2019insieme di linee oscillanti che sembrano percorrere perpendicolarmente i raggi di un pattern radiale. Infatti: l\u2019illusione del movimento si ottiene ogni qualvolta una linea a spirale impegna un campo percettivo creando un vortice che dal fondo appare emergere alla superficie del piano di osservazione. Toni Costa&nbsp; \u00e8 un altro artista di grande spessore che negli anni 60 del secolo scorso ha preso parte al Gruppo N. Toni Costa, all\u2019anagrafe Giovanni Antonio Costa, nasce a Padova nel 1935. L\u2019artista \u00e8 infatti ampiamente conosciuto per essere uno dei cofondatori del Gruppo N di Padova, a cui la sua attivit\u00e0 artistica \u00e8 interamente legata. A seguito dello scioglimento del Gruppo, dopo pochi anni dalla sua formazione, Costa abbandona quasi completamente la carriera di operatore estetico. Prima di tale avvenimento, per\u00f2, l\u2019artista organizza assieme al Gruppo numerose opere collettive con intenti cinetico-visivi. Molteplici sono le partecipazioni di Costa alle esposizioni del collettivo. In particolare, oltre alle \u201cmostre a puntate\u201d del 1961 realizzata presso lo Studio Enne. L\u2019artista partecipa anche all\u2019esposizione Art Abstrait Constructif International allestita presso la Galleria Denise Ren\u00e9 di Parigi e alla Biennale di Zagabria. Altre mostre di rilevanza sono \u201cArte programmata\u201d, nelle sale espositive della Olivetti, o la celebre esposizione \u201cThe Responsive Eye\u201d al MoMA di New York. All\u2019artista vengono dedicate anche significative mostre personali presso la Wadden Gallery di New York nel 1969, la Galleria Barozzi di Venezia, nello stesso anno, e nel 1974 alla Galleria Lorenzelli di Milano. Nel corso degli anni 70, le opere di Costa diventano il \u201cmarchio distintivo\u201d del Gruppo N \u00abche partecipa alle esposizioni collettive con queste creazioni dinamiche, che giocano sulle sollecitazioni ottiche per generare un movimento virtuale\u00bb. A seconda del punto di vista dell\u2019osservatore tali opere, interferendo con la luce, danno vita a numerose forme. Nel nuovo millennio, a seguito della progressiva riscoperta della figura di Toni Costa e del Gruppo N, l\u2019artista partecipa a numerose esposizioni collettive dedicate all\u2019arte programmata e all\u2019 optical art. Toni Costa muore a Padova nel 2013. Nel corso degli anni 60 Costa, assieme ai diversi membri del Gruppo N, lavora assiduamente alla ricerca di dinamismo nelle opere. Tale ricerca la si riscontra in particolare in opere come Visione dinamica che progetta assieme ad Alberto Biasi. L\u2019opera \u00e8 caratterizzata da un supporto in legno dipinto di nero dove sono disposte delle lamelle in PVC \u00abche convergono verso il centro avvitandosi in una torsione\u00bb. Tale costruzione dell\u2019opera crea un dinamismo ottico che dipende dal punto di osservazione dello spettatore. Infatti, \u00abil movimento in questo caso non \u00e8 reale ma virtuale e dipende dalla percezione visiva di chi interagisce con l\u2019oggetto che ha di fronte\u00bb. Il seguente lavoro, quindi, corrisponde al principio dell\u2019\u201copera aperta\u201d \u00absecondo cui l\u2019immagine \u00e8 in continua trasformazione e non pu\u00f2 definirsi mai conclusa perch\u00e9 legata alla cultura visiva e alle esperienze percettive del singolo\u00bb. Risalendo ai documenti di Anversa, dove l\u2019opera \u00e8 stata esposta nel 1962 in occasione della mostra Anti peinture, presso la galleria G 58 Hessenhuis, si constata che in tale occasione l\u2019opera sia stata appesa tramite cavi sottili al soffitto e ruotata di 45 gradi rispetto alla disposizione con cui le Visioni dinamiche vengono solitamente esposte. Inoltre, l\u2019opera inizialmente \u00e8 attribuita all\u2019intero Gruppo N che solo in seguito ha deciso di assegnarla ai singoli esecutori. Sulla stessa impronta si ritrova anche Dinamica Visuale facente parte del ciclo delle Visioni dinamiche. Tale opera viene esposta alla XXXII Biennale di Venezia del 1964, presentata per\u00f2 il titolo Visione dinamica n.15. Durante l\u2019esposizione l\u2019opera viene assegnata all\u2019intero Gruppo N, quando per\u00f2, in quello stesso anno, il collettivo si scioglie viene riconosciuto formalmente come esecutore Toni Costa. Infatti, interviene sul cartiglio della Biennale aggiungendo, accanto alla dicitura \u201cGruppo Enne\u201d, anche il suo nome. Si presume che in tale contesto l\u2019autore abbia eliminato la numerazione \u201cn.15\u201d lasciando quindi all\u2019opera il solo titolo di Visione dinamica. L\u2019anno seguente, precisamente nel 1965, alla mostra newyorkese \u201cThe Responsive Eye\u201d viene esposta una Visual Dynamics di Toni Costa che cattura l\u2019interesse del proprietario della Waddell Gallery di New York, Richard Waddell. Nel 1966, quando il gallerista newyorkese si reca in Italia, entra in contatto con Costa che gli affida Visione dinamica, acquistata due anni dopo dalla stessa galleria. L\u2019opera \u00e8 rientrata in Italia solo nel 2020 ma fino ad allora \u00e8 stata esposta in territorio newyorkese. All\u2019interno del Gruppo N ulteriore personaggio di rilevanza \u00e8 Manfredo Massironi . L\u2019artista nasce a Padova nel 1937 e frequenta la Facolt\u00e0 di Architettura e il Corso Superiore di Disegno Industriale a Venezia. Quando nel 1959 prende avvio a Padova il Gruppo N, Massironi viene da subito considerato il pi\u00f9 autorevole interprete del rinnovamento del linguaggio artistico. In particolare: Questi svilupp\u00f2 fin dai primi anni \u201860 un interesse particolare nei confronti degli studi sulla psicologia della forma soprattutto dopo la lettura dei testi di Rudolf Arnheim Arte e percezione visiva e di Wolfgang K\u00f6hler La psicologia della gestalt, usciti nella traduzione italiana nel 1962, che diedero conferma teorica alle sue opere gi\u00e0 formalmente improntate alle ricerche gestaltiche svolta in ambito scientifico. Tali propensioni di Massironi si riscontrano quando nel 1959 partecipa al Premio San Fedele a Milano presso la sede dei Padri Gesuiti con l\u2019opera Momento n.2, un cartone ondulato \u00abdi una essenzialit\u00e0 che potremmo definire per forma e materiale anticipatrice di modalit\u00e0 minimaliste\u00bb. Tale opera scatena una polemica che coinvolge sia la stampa nazionale che i critici. Questa vicenda porta Piero Manzoni ad invitare Massironi all\u2019attivit\u00e0 espositiva della Galleria Azimut di Milano. Durante la sua presenza come fondatore e membro all\u2019interno del Gruppo N, Massironi \u00absi distingue per la coerenza teorica e sperimentale con la quale sviluppa le sue ricerche nel campo della percezione della forma\u00bb. Massironi, come referente del Gruppo N, gi\u00e0 a partire dai primi anni 70, entra in contatto con diversi artisti, critici e specialisti di musei italiani e stranieri. Al termine di tale periodo, invece, \u00absi dedica agli aspetti psicologici della percezione visiva e intraprende la carriera accademica, insegnando presso le Universit\u00e0 di Bologna, di Roma e infine di Verona\u00bb. Contemporaneamente all\u2019attivit\u00e0 accademica, Massironi prosegue con la sua ricerca artistica partecipando ad esposizioni in Italia e all\u2019estero. Grazie a tali studi Massironi partecipa a conferenze internazionali e intesse stretti rapporti con figure di rilevanza come Gaetano Kanizsa e altri importanti studiosi della psicologia della Gestalt. Manfredo Massironi muore a Padova nel 2011. Una delle prime opere di maggior interesse che riguarda l\u2019operato di Massironi \u00e8 senza dubbio Struttura poliriflessa&nbsp; o conosciuta anche come Cubo luminoso a struttura dinamica, realizzato nel 1961. Tale opera risulta \u00abun invito diretto all\u2019osservatore a verificare come muta la matrice delle riflessioni\u00bb. Struttura poliriflessa \u00e8 caratterizzata \u00abda una scatola cubica in legno con facce di vetro trasparente e sorgenti luminose disposte ai quattro angoli interni\u00bb. Al suo interno, la scatola \u00e8 composta da nove perni ognuno con tre specchi ad essi ancorati, disponibili alla rotazione. Tali quinte di specchio sono manovrabili liberamente dallo spettatore, riflettendo e combinando le luci provenienti dai quattro angoli all\u2019interno della scatola e, allo stesso tempo, catturando l\u2019immagine proveniente dall\u2019ambiente circostante. In questo modo: La variabilit\u00e0 degli esiti dipende dalle reciproche inclinazioni delle superfici ma anche dalla posizione dell\u2019osservatore e dell\u2019ambiente circostante che si offre alla riflessione e che si mette nella struttura, sia nei riflessi che negli spazi vuoti tra essi. Il risultato che si ottiene, quindi, \u00e8 una sorta di trappola ipnotica che riesce ad inglobare e far rimbalzare la luce all\u2019esterno. Ci\u00f2 che si pu\u00f2 dedurre \u00e8 che \u00abil tema fondamentale dell\u2019opera \u00e8 quindi quello di creare un continuo e costante dialogo con l\u2019ambiente e l\u2019osservatore\u00bb. Inoltre, anche Fotoriflessione variabile \u00e8 un ulteriore lavoro di Massironi che pone l\u2019accento su \u00abinvarianze e variazioni legate al mondo della riflessione\u00bb. A tal proposito, l\u2019osservatore avvicinandosi all\u2019opera spenta vede semplicemente una scatola di legno nero e uno specchio quadrato sulla parte frontale. Quando, per\u00f2, l\u2019opera viene messa in azione e l\u2019interruttore acceso si vedono configurazioni di puntini luminosi in movimento partendo da nove punti apicali, tali punti rimangono l\u2019unico elemento fermo di scie di punti che fluttuano verso l\u2019alto, il basso, destra e sinistra. Lo spettatore non comprende da dove ha origine il movimento e la dislocazione dei riflessi perch\u00e9 non ha modo di notare la presenza di due specchi basculanti interni. L\u2019osservatore pu\u00f2 per\u00f2 utilizzare dei pulsanti da cui dipende la forma del movimento e questo lo stimola a cercare di capire come si produce il fenomeno. Questa \u201cdanza di punti luminosi\u201d diventa dunque un meccanismo piuttosto intrigante per chi ne usufruisce. Il Trittico cerchi + quadrati \u00e8 un&#8217;altra opera che Massironi realizza nel 1963. Tali composizioni hanno l\u2019intento di creare \u00absuperfici vibranti dinamiche con margini di percezione instabili\u00bb. Per la creazione di tale opera, sono utilizzati settori circolari e quadrati concentrici, suddivisi in elementi regolari e rimontati insieme alternativamente in tre diverse procedure: ad intarsio cuneiforme, a fasce parallele, a mosaico di quadrati. Tali opere coinvolgono e rapiscono lo sguardo dell\u2019osservatore che cerca di destreggiarsi nell\u2019effetto ipnotico delle diverse linee e forme che si intersecano insieme. Per proseguire la ricerca nella fenomenologia della visione e creare opere d\u2019arte con l\u2019intento di studiare gli effetti visivi, Massironi realizza Struttura a quadrati rotati&nbsp; nel 1964. Tale struttura in cartone \u00e8 formata da una serie di quadrati concentrici di differenti dimensioni e progressivamente ruotati secondo un angolo costante. Si constata simmetria sia nei singoli elementi che a livello pi\u00f9 generale. Dal momento che l\u2019angolo di rotazione risulta piccolo i lati di quadrati diversi si organizzano secondo la loro buona continuazione. L\u2019osservatore \u00e8 perci\u00f2 portato a compiere uno sforzo per individuare i quadrati, tale sforzo per\u00f2 comporta un&#8217;interazione conoscitiva tra l\u2019opera e lo spettatore. Si nota inoltre come la presenza di contorni continui renda impossibile l\u2019individuazione di un\u2019altra struttura, per quanto sia nota la sua esistenza. Altro artista di grande fama, che si indirizza allo studio di opere cinetiche \u00e8 sicuramente Davide Boriani, rappresentante del Gruppo T. Davide Boriani&nbsp; nasce a Milano nel 1936 e a causa della guerra frequenta le scuole primarie in diverse localit\u00e0 come Milano, Bologna, Luino. Dopo essersi diplomato al liceo artistico nel 1956 inizia a frequentare la Scuola di Decorazione di Achille Funi, presso l\u2019Accademia di Brera. In questi anni inizia ad interessarsi alla problematica del Tempo e l\u2019intervento del Caso nelle arti visive. Per questo comincia a realizzare una serie di \u201copere in divenire\u201d, caratterizzate da materia che si modifica nel tempo in modo imprevedibile e autonomo. Ad eccezione delle due installazioni ambientali di Biasi, tutte le opere in mostra sono lavori a parete: superfici attive e dinamiche che si trasformano al mutare del punto di vista, generando effetti cangianti e instabili. Il percorso espositivo si configura cos\u00ec come un\u2019indagine coerente e articolata sulle possibilit\u00e0 percettive della superficie, intesa non come elemento statico ma come campo di relazione tra opera e osservatore. La mostra evidenzia il ruolo centrale di Biasi all\u2019interno di questa linea di ricerca, sottolineandone al contempo le risonanze e gli sviluppi nelle pratiche degli altri artisti. Ne emerge un dialogo intergenerazionale e internazionale che restituisce la vitalit\u00e0 e l\u2019attualit\u00e0 di una riflessione sull\u2019arte come esperienza percettiva.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:66.75330%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/Palazzo-Reale-Napoli_Alberto-Biasi-e-altre-visioni-delle-superfici_-Hsiao-Rotta-Loria-Tornquist_ph.-Marco-Baldassarre01818_1-scaled-1-1024x683.jpg?ssl=1\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000032376\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000032376\" 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Negli anni della guerra si trasferisce per un breve periodo dalla nonna paterna a Carrara San Giorgio, un piccolo paesino nel padovano. Orfano di madre, alla fine del conflitto bellico torna a Padova, dove frequenta le scuole elementari e medie, iscrivendosi successivamente al Liceo Classico.<strong>&nbsp;La sua attitudine verso le discipline artistiche<\/strong>&nbsp;lo spinge tuttavia a conseguire il diploma di maturit\u00e0 artistica e a iscriversi nel 1958 all\u2019Istituto d\u2019Architettura di Venezia e nel 1962 al Corso Superiore di Disegno Industriale. In questi anni&nbsp;<strong>insegna Disegno e Storia dell\u2019Arte nella scuola pubblica<\/strong>&nbsp;e, a partire dai primi anni Settanta e fino al&nbsp;<strong>1988<\/strong>, occupa la cattedra di Grafica Pubblicitaria all\u2019Istituto Professionale di Padova.&nbsp;<strong>La sua carriera artistica inizia gi\u00e0 nel 1959<\/strong>, anno che coincide con la formazione del Gruppo Ennea, un\u2019associazione di studenti di Architettura con cui Biasi partecipa a manifestazioni artistiche come la IV Biennale Giovanile d\u2019Arte di Cittadella, dove ottiene un premio conferitogli da Virgilio Guidi. Nel&nbsp;<strong>1960<\/strong>&nbsp;partecipa alla stagione espositiva della Galleria Azimut di Milano e con Enrico Castellani, Heinz Mack, Piero Manzoni e Manfredo Massironi espone nella mostra&nbsp;<strong><em>La nuova concezione artistica<\/em><\/strong>&nbsp;organizzata al Circolo del Pozzetto di Padova. Durante i frequenti viaggi verso Milano, a quel tempo crocevia di artisti di fama internazionale, Biasi e Massironi maturano l\u2019idea di fondare il&nbsp;<strong>Gruppo N<\/strong>&nbsp;che diventa in poco tempo protagonista delle principali esposizioni nazionali e internazionali sull\u2019arte cinetica. Oltre ad aprire una sede espositiva nella citt\u00e0 di Padova, il Gruppo N aderisce al movimento delle \u201cNuove Tendenze\u201d ed espone a Zagabria, Parigi e Venezia, entrando in contatto con altri sperimentatori europei. Nel&nbsp;<strong>1962<\/strong>&nbsp;il Gruppo N espone nella mostra itinerante&nbsp;<strong><em>Arte Programmata<\/em><\/strong>&nbsp;\u2013 titolo che si riferisce al software dei computer \u2013 organizzata da Bruno Munari e ospitata nei Negozi Olivetti di Milano, Roma, Venezia e in gallerie e musei londinesi e americani. Nel&nbsp;<strong>1964<\/strong>&nbsp;il Gruppo N \u00e8 invitato alla&nbsp;<strong>XXXII Biennale Internazionale di Venezia<\/strong>&nbsp;e l\u2019anno successivo al<strong>&nbsp;MoMA di New York<\/strong>&nbsp;per partecipare alla famosa mostra&nbsp;<em>The Responsive Eye<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Palazzo Reale di Napoli \u2013 Sala del Belvedere<\/p>\n\n\n\n<p>Alberto Biasi e altre visioni delle superfici: Hsiao, Rotta Loria, Tornquist<\/p>\n\n\n\n<p>dal 28 Maggio 2026 al 1 Agosto 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec alla Domenica dalle ore 9.00 alle ore 20.00<\/p>\n\n\n\n<p>Mercoled\u00ec Chiuso<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Alberto Biasi e altre visioni delle superfici: Hsiao, Rotta Loria, Tornquist, Palazzo Reale Napoli Ph. Marco Baldassarre<\/p>\n\n\n\n<p>Foto di Alberto Biasi<\/p>\n\n\n\n<p>Fonte: <strong>Ufficio stampa Spaini &amp; Partners<\/strong> <a href=\"https:\/\/nc1gw.r.a.d.sendibm1.com\/mk\/cl\/f\/sh\/SMK1E8tHeGEm81GBUKbzrLCEBHH7\/MY7PtRk3eQ2y\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">www.spaini.it<\/a> <a href=\"mailto:ufficiostampa@spaini.it\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">u<\/a><a href=\"mailto:ufficiostampa@spaini.it\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">fficiostampa@spaini.it<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 1 Agosto 2026 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Reale di Napoli \u2013 Sala del Belvedere la mostra dedicata a Alberto Biasi \u2013 \u2018Alberto Biasi e altre visioni delle superfici: Hsiao, Rotta Loria, Tornquist\u2019 a cura di Giovanni Granzotto. 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