{"id":1000032349,"date":"2026-06-17T18:10:00","date_gmt":"2026-06-17T21:10:00","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032349"},"modified":"2026-06-17T18:10:02","modified_gmt":"2026-06-17T21:10:02","slug":"arriva-il-piccolo-pride-come-strumentalizzare-i-bambini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032349","title":{"rendered":"Arriva il piccolo Pride, come strumentalizzare i bambini"},"content":{"rendered":"\n<p>In Emilia-Romagna, a pochi giorni di distanza, sono accaduti due fatti gravissimi. Al centro ci sono i bambini, il ruolo delle famiglie e il dovere delle istituzioni di non usare parole nobili \u2013 inclusione, pace, diritti, affettivit\u00e0 \u2013 per portare i pi\u00f9 piccoli dentro contenuti e battaglie che non sono adatti alla loro et\u00e0 e che i genitori spesso scoprono solo dopo. L\u2019ultimo episodio \u00e8 accaduto a Budrio, in provincia di Bologna. Un evento chiamato \u201cPiccolo Pride\u201d, aperto alle famiglie, ha ricevuto il patrocinio non oneroso del Comune. Nel programma comparivano un mercatino di \u201ceccellenze queer ed erotiche\u201d, un laboratorio di illustrazione erotica e un incontro sullo \u201cscardinamento dell\u2019eteronorma\u201d. \u00c8 giusto che un\u2019istituzione pubblica dia il proprio riconoscimento a un evento aperto anche alle famiglie, in cui compaiono contenuti legati all\u2019erotismo, alla sessualit\u00e0 e all\u2019identit\u00e0? Quando un Comune concede il patrocinio, anche senza spendere denaro pubblico, d\u00e0 comunque un riconoscimento istituzionale. Non presta soltanto un logo: dice che quell\u2019iniziativa ha un valore pubblico. Sono d\u2019accordo che nessuno debba essere discriminato e che ogni persona vada rispettata. Ma rispettare non significa confondere tutto. Ci sono temi e linguaggi che appartengono al mondo adulto e che non possono essere messi con leggerezza dentro contesti frequentati anche da bambini. Un conto \u00e8 educare al rispetto. Un altro conto \u00e8 esporre i pi\u00f9 piccoli a contenuti che non hanno gli strumenti per comprendere. Le istituzioni, prima di sostenere un\u2019iniziativa, devono chiedersi che messaggio stanno trasmettendo. Il secondo fatto \u00e8 accaduto la settimana scorsa a Modena. Un incontro con bambini delle scuole primarie e dell\u2019infanzia, nato come iniziativa sulla pace, ha visto la presenza del giornalista di Al Jazeera Wael Al-Dahdouh e del suo interprete Sulaiman Hijazi, che risulta indagato nell\u2019ambito di un\u2019inchiesta per promozione o finanziamento di associazioni con finalit\u00e0 di terrorismo. \u00c8 vero che un indagato non \u00e8 un condannato e che spetta alla magistratura accertare eventuali responsabilit\u00e0. Ma com\u2019\u00e8 possibile che una figura con un profilo cos\u00ec delicato sia finita in un incontro con bambini cos\u00ec piccoli? Quando si organizza un\u2019attivit\u00e0 educativa con bambini di sei, sette, otto anni, bisogna sapere chi entra, perch\u00e9 entra, con quale ruolo e con quali garanzie per le famiglie. Non si pu\u00f2 scoprirlo dopo. Non si pu\u00f2 dire dopo \u201cnon sapevamo\u201d, come ha fatto il sindaco di Modena. Non si pu\u00f2 lasciare che tutto finisca nel solito rimpallo di responsabilit\u00e0. La scuola non \u00e8 una sede di partito. Non \u00e8 il luogo in cui bambini piccoli possono essere messi davanti a messaggi politici che non hanno gli strumenti critici per comprendere. Educare alla pace \u00e8 giusto. Parlare del dolore delle guerre \u00e8 giusto. Ma una cosa \u00e8 educare alla pace, un\u2019altra \u00e8 trasformare un momento proposto a dei bambini in un messaggio politico unilaterale. Secondo quanto riportato dalla stampa, durante quell\u2019incontro alcuni bambini avrebbero persino intonato \u201cFree Free Palestine\u201d. I bambini non intonano slogan politici. Se accade un fatto di questo genere, vuol dire che esiste un contesto preparato da adulti che in qualche modo li ha orientati. Dinanzi a queste due storie si pu\u00f2 comprendere facilmente la posizione del ministro dell\u2019Istruzione rispetto all\u2019educazione sessuo-affettiva nelle scuole. La legge introdotta dal ministro Valditara, infatti, ha stabilito che nelle scuole dell\u2019infanzia e primarie non si svolgono corsi di educazione sessuo-affettiva e che nelle medie e nelle superiori le famiglie debbano essere informate prima delle attivit\u00e0 proposte per poter dare il proprio consenso. A me sembra buon senso. Non vuol dire impedire alla scuola di educare al rispetto, alle relazioni, alla scoperta di come siamo fatti. Non vuol dire censurare gli insegnanti. Vuol dire una cosa molto pi\u00f9 semplice: dare la possibilit\u00e0 ai genitori, che hanno la responsabilit\u00e0 ultima dell\u2019educazione dei figli, di sapere chi entra in classe, quali contenuti vengono proposti ai loro figli, quali materiali vengono usati e quali finalit\u00e0 pu\u00f2 avere un progetto di educazione sessuale e affettiva. La scuola educa, certo. Ma non educa da sola e non pu\u00f2 sostituirsi alla famiglia. Il patto educativo tra scuola e famiglia deve fondarsi sulla fiducia reciproca e sulla trasparenza. Per questo colpisce la reazione di tanti artisti, attori, musicisti e personaggi pubblici che hanno firmato una lettera contro il ddl Valditara. Gridano all\u2019arretramento culturale. Dicono che l\u2019educazione sessuo-affettiva \u00e8 un diritto. Sostengono che senza questi percorsi i ragazzi rischiano di restare soli davanti al web. Arrivano a sostenere che il consenso informato servirebbe, di fatto, a difendere una sola idea di famiglia, di relazioni, di maschile e di femminile. Ma questi artisti dovrebbero porsi una domanda: perch\u00e9 si \u00e8 arrivati al punto di dover introdurre il consenso informato? Forse perch\u00e9 in troppi casi le famiglie sono state informate poco o male. Forse perch\u00e9 alcune attivit\u00e0 sono state presentate come neutrali, quando neutrali non erano. Forse perch\u00e9 dietro parole importanti come inclusione, pace, diritti e affettivit\u00e0 sono passati anche contenuti politici, culturali o identitari che i genitori avevano il diritto di conoscere prima. Non basta dire \u201cinclusione\u201d per rendere adatto ai bambini qualunque contenuto. Non basta dire \u201cpace\u201d per giustificare qualunque messaggio politico. Non basta dire \u201caffettivit\u00e0\u201d per mettere da parte le famiglie. Strumentalizzare i bambini, sostituendosi ai genitori, non \u00e8 educazione. \u00c8 una forma di violenza sui pi\u00f9 piccoli, un modo per affermare un\u2019unica visione del mondo. Non possiamo lasciare che l\u2019Emilia-Romagna, terra fortemente politicizzata, diventi un laboratorio di sperimentazioni ideologiche sui minori. Io sto dalla parte di una scuola seria, libera, capace di educare senza trasformare i bambini in strumenti di battaglie culturali. Sto dalla parte degli insegnanti che ogni giorno lavorano con responsabilit\u00e0. Sto dalla parte delle famiglie, che devono essere coinvolte e non \u201craggirate\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Elena Ugolini<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In Emilia-Romagna, a pochi giorni di distanza, sono accaduti due fatti gravissimi. 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