{"id":1000032102,"date":"2026-06-08T11:49:51","date_gmt":"2026-06-08T14:49:51","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032102"},"modified":"2026-06-08T11:49:53","modified_gmt":"2026-06-08T14:49:53","slug":"e-morto-per-kiev-ma-litalia-era-pronta-a-incriminarlo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000032102","title":{"rendered":"\u00c8 morto per Kiev, ma l\u2019Italia era pronta a incriminarlo"},"content":{"rendered":"\n<p>Foreign fighter\u2026 contractor\u2026 mercenario\u2026 \u00e8 stata chiamata in tanti modi la scelta di vita di Alex Pineschi. Lui non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 e sapeva bene che se fosse tornato in Italia ad attenderlo, probabilmente, c\u2019era un avviso di garanzia. Un altro fascicolo come quello archiviato a seguito di indagini che portarono a stabilire che non aveva retribuzione come combattente in Kurdistan ma solo per l\u2019addestramento delle popolazioni locali. Alcune sere fa, in chat con mio figlio, poco prima del \u201cciao, buonanotte\u2026\u201d poche parole fulminanti \u201c\u00e8 moto Alex Pineschi. Ex collega, era andato volontario a combattere in Ucraina\u201d. Segue una foto e mi accorgo che \u00e8 quasi un suo coetaneo. Non \u00e8 il primo e qualcosa si incrina dentro. Chi era Alex Pineschi. Un militare di elevata caratura. Un passato in reparti d\u2019\u00e9lite: ex militare dell\u2019Ottavo Reggimento Alpini. Impegnato nella lotta al terrorismo in medio oriente. Aveva gi\u00e0 rischiato la vita in Iraq, a Kirkuk e Mosul, addestrando le forze locali contro la minaccia dell\u2019Isis. E adesso in Ucraina, con un contratto regolare nelle forze speciali e nella gestione di unit\u00e0 droni, cadendo sul campo a Liman. La legge italiana \u00e8 chiara e severa: un cittadino non pu\u00f2 combattere per un altro Stato senza autorizzazione, e chi lo fa rischia pene pesanti. \u00c8 una normativa anche oggi pi\u00f9 che mai viva dato che \u00e8 stata ricordata al Consolato Ucraino che, nel 2022, aveva proposto di reclutare volontari per la guerra, con un post sulla propria pagina Facebook. Il post fu poi cancellato: l\u2019iniziativa era in chiaro contrasto con il nostro ordinamento. Pare che alcune piattaforme offrano ancora questa possibilit\u00e0. Ma dentro quella cornice rigida ci sono persone reali, con storie, motivazioni, fragilit\u00e0. E quando uno di loro muore, ci poniamo tante domande. Improvvisamente, la guerra in Ucraina smette di essere solo una drammatica pagina di geopolitica e diventa la storia di un nostro ragazzo. Pineschi non \u00e8 il primo Italiano a cadere su quel fronte. Ognuno con storie diverse. E di questi ragazzi si deve dire qualcosa. \u00c8 importante scardinare i clich\u00e9, perch\u00e9 spesso, con ignoranza, vengono qualificati come mercenari. I mercenari che combattono per soldi. Alex non combatteva per soldi. Era una chiamata della coscienza, il rifiuto di guardare la storia scorrere da spettatori sul divano. Esiste un senso del dovere geometrico, l\u2019idea che certe minacce vadano fermate \u201cprima che bussino alle porte di casa nostra\u201d. La professionalit\u00e0 delle armi: Per molti ex militari, l\u2019addestramento e il combattimento sono una vocazione totalizzante. Lo stesso Pineschi, in un video sui social, ricordava lucidamente il difficile ritorno alla normalit\u00e0: \u201cNessuno ti insegna a ritornare da una guerra\u201d. Ma questo \u00e8 altro discorso. Come lui, anche altri sono partiti per combattere in Ucraina. Alcuni, come Antonio Omar Dridi (35 anni), Benjamin Giorgio Galli (27 anni), Luca Cecca (34 anni) sono andati e non sono pi\u00f9 tornati. E media e i canali istituzionali ucraini ricordano anche altri ragazzi come Manuel Mameli o Thomas D\u2019Alba, a conferma che quello dei volontari italiani a Kiev \u00e8 un filo rosso tragico ma costante. Ma i contratti con le forze armate ucraine o la difesa privata in teatro di guerra non arricchiscono; il rischio supera di gran lunga il guadagno materiale. Parliamo di compensi che, leggo, raramente raggiungono i 1.500 euro al mese. Cifre che accompagnano un rischio estremo. Li muove una causa morale, competenze che possono salvare vite, e l\u2019idea insopportabile di restare a guardare. Giovani uomini con un codice personale, spesso molto rigido, un senso di fratellanza verso chi combatte, un cuore enorme e una lucidit\u00e0 che pochi hanno. \u00c8 una morale che sentiamo vicina e pur tuttavia \u00e8 contraria alla legge. E proprio qui, il confine diviene sottile, la ratio stessa della norma sembra ritrarsi, come sovrastata dalla nostra coscienza. Perch\u00e9 le leggi che vietano ai cittadini italiani di arruolarsi sotto bandiere straniere nascono da un principio sacrosanto e assolutamente giusto: proteggere lo Stato. Queste disposizioni, in sostanza, sono volte a impedire che il gesto di un singolo individuo possa, di fatto, avere conseguenze per l\u2019intera nazione compromettendo i rapporti diplomatici o finanche portando a una guerra non dichiarata. \u00c8 una barriera giuridica a difesa della neutralit\u00e0 e della sicurezza collettiva. Oggi tuttavia questa barriera sembra scontrarsi continuamente con la realt\u00e0 geopolitica. Da febbraio 2022, l\u2019Italia firma l\u2019invio di armi a Kiev. Dunque politicamente e culturalmente, lo Stato Italiano ha decretato chi sia l\u2019aggredito e chi l\u2019aggressore. Abbiamo stabilito, come collettivit\u00e0, che la resistenza ucraina sia una causa giusta, una difesa dei valori occidentali. E la ratio legis vacilla. A livello logico e giuridico diviene difficile sostenere che, se lo Stato finanzia armamenti all\u2019Ucraina \u00e8 geopolitica, ma se un italiano decide di mettere la propria vita e la propria esperienza al servizio di quegli armamenti commette crimine. L\u2019ordinamento agisce con la freddezza del diritto: gli articoli 244 e 288 del codice penale sono&nbsp;&nbsp;chiarissimi. Ma la condotta astrattamente prevista nel codice perde in gran parte la connotazione riprovevole che solitamente accompagna la genesi delle norme penali. Alex Pineschi, nei fatti, stava traducendo in azione pratica la linea politica del paese. Questi giovani uomini non sono schegge impazzite sono espressione essi stessi di un paese che ha scelto da che parte stare. Ma il paese, se tornano vivi, \u00e8 pronto a processarli. Se non tornano, come Alex, Benjamin, Antonio o Luca, nessun onore viene loro tributato. Eppure sono caduti per una causa condivisa. Questo silenzio pu\u00f2 forse essere rotto senza rischiare l\u2019apologia di reato. La scelta di Alex Pineschi e dei suoi compagni non pu\u00f2 essere archiviata come un banale \u201cincidente di percorso\u201d di qualche idealista fuorilegge. \u00c8 extra ordinem? S\u00ec. Pu\u00f2 essere discutibile? S\u00ec, ma solo in astratto. Rimane una scelta di coraggio assoluto. Uomini che hanno rifiutato di applaudire la resistenza dal divano e hanno deciso di pagare il prezzo della coerenza con la vita. Di fronte al loro sacrificio, la rigidit\u00e0 dei codici si ferma. Resta il calcolo rigoroso di un dovere interiore. Resta il dolore delle famiglie, una foto nella chat, e la contezza che questi uomini, pur non essendo dalla parte del diritto, avevano gi\u00e0 scelto la parte giusta della storia. E chi \u00e8 andato dall\u2019altra parte? Chi ha scelto le fila dell\u2019esercito russo? Contro il diritto ma anche contro la politica. Anche tra questi c\u2019\u00e8 chi non \u00e8 tornato. Uomini come Edy Ongaro o Elia Putzolu, caduti nel Donbass con addosso le insegne filorusse. Se per Pineschi la ratio della legge vacilla per una spinta morale coerente con l\u2019Occidente, davanti a chi sceglie Mosca la legge dovrebbe ritornare granitica. Non c\u2019\u00e8 posto per il relativismo: chi indossa quella divisa si schiera con un paese che minaccia la nostra sicurezza. Una scelta capovolta. Forse il fascino tossico di un\u2019ideologia anti-occidentale o la ricerca di un banco di prova attraverso un idealismo distorto. Per i signori della guerra del Cremlino, quei ragazzi sono stati, e sono, solo carne da cannone utile alla propaganda. E in questo contesto, la legge italiana, con il suo divieto senza sconti, dimostra la sua ferrea lungimiranza e correttezza: evitare che i nostri cittadini diventino strumenti sacrificabili di una potenza ostile. La morte suscita sempre la stessa piet\u00e0 ma per il diritto la scelta rimane censurabile. Il dramma di vite spezzate esiste, ma resta anche una linea di confine netta, politica e morale, che non si pu\u00f2 superare. La loro memoria sar\u00e0 quindi diversa e ci costringe a un\u2019analisi spietata. Un paradosso. La scelta di arruolarsi con Mosca esprime apertamente la violazione della logica sottesa alla nostra legge e ai suoi divieti. Ma mi sento di fare anche una lettura diversa: questi ragazzi hanno avuto il tragico coraggio di pagare le proprie idee con il loro corpo. Ed \u00e8 impossibile non fare un paragone con quello che vediamo di continuo nelle nostre citt\u00e0: piazze che si riempiono di professionisti della protesta, militanti da salotto o teppisti da centro sociale che contestano lo Stato, attaccano le forze dell\u2019ordine e fanno violenza, ma sempre in un ambiente molto protetto. Lo fanno sapendo che rischiano al massimo una denuncia, difesi dalle garanzie di quella democrazia occidentale che dicono di odiare. Chi parte per il Donbass, anche dalla parte sbagliata, esce dal salotto. Abbandona l\u2019ipocrisia della guerriglia urbana da tastiera o da corteo autorizzato e va a verificare la solidit\u00e0 delle proprie ideologie nel fango vero, dove si muore sul serio. C\u2019\u00e8 un abisso tra la vilt\u00e0 protetta di chi sfascia una vetrina a Milano e il realismo tragico di chi finisce in una trincea sotto le bombe. Questo non rende la loro causa pi\u00f9 giusta. Rimane il tradimento del nostro diritto e della nostra sicurezza, ma rende la loro parabola umana infinitamente pi\u00f9 seria. La guerra non \u00e8 un gioco di ruolo per frustrati, \u00e8 un massacro che non fa sconti a nessuno. Morire non \u00e8 diverso tra le linee amiche o nemiche. Quando un giovane uomo decide di scambiare le comodit\u00e0 dell\u2019Occidente con la trincea, il freddo e il fuoco di una linea nel Donbass, merita quantomeno il rispetto del racconto e della memoria. Queste vite non meritano il silenzio, n\u00e9 il giudizio superficiale di chi la guerra l\u2019ha vista solo in televisione. La loro scelta non \u00e8 leggerezza, ma una spaventosa assunzione di responsabilit\u00e0. Buon viaggio Alex saranno in tanti a ricordarsi di te e fra tutti, oltre ai tuoi compagni di lotta Ucraini, anche i Peshmerga con i quali hai combattuto l\u2019Isis in Kurdistan, come volontario e non come mercenario. Addio Alex, conservo la tua foto nella chat con mio figlio, con ammirazione e con il rispetto che merita chi sceglie di scrivere la storia con la vita.<\/p>\n\n\n\n<p>Teresa Casamichela<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Foreign fighter\u2026 contractor\u2026 mercenario\u2026 \u00e8 stata chiamata in tanti modi la scelta di vita di Alex Pineschi. Lui non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 e sapeva bene che se fosse tornato in Italia ad attenderlo, probabilmente, c\u2019era un avviso di garanzia. 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