{"id":1000031938,"date":"2026-06-05T07:23:41","date_gmt":"2026-06-05T10:23:41","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000031938"},"modified":"2026-06-05T07:23:43","modified_gmt":"2026-06-05T10:23:43","slug":"lue-ci-da-flessibilita-ma-per-il-green-non-per-i-carburanti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000031938","title":{"rendered":"L\u2019Ue ci d\u00e0 flessibilit\u00e0. Ma per il green, non per i carburanti"},"content":{"rendered":"\n<p>Prima di stappare lo champagne, meglio leggere bene la nota in piccolo. Da Bruxelles arriva s\u00ec un\u2019apertura sul dossier energia, ma siamo lontani dalla svolta che qualcuno potrebbe vendere come un trionfo italiano. La Commissione Ue, dopo trattative e valutazioni andate avanti fino all\u2019ultimo, sarebbe orientata a concedere una \u201ccerta\u201d flessibilit\u00e0 sulle spese energetiche. Ma attenzione: non per tutto, non subito e non per mettere soldi freschi nelle bollette di famiglie e imprese. La porta si aprirebbe solo sugli investimenti green. Tradotto: se l\u2019Italia sperava in margini pi\u00f9 larghi per interventi immediati contro il caro-energia, dovr\u00e0 ridimensionare le aspettative. Bruxelles sembra pronta ad accogliere solo una parte della richiesta italiana, inserendo gli investimenti energetici dentro la clausola di salvaguardia gi\u00e0 prevista per derogare al Patto nel caso delle spese per la difesa. Una mezza apertura, insomma. O, se preferite, il solito compromesso europeo: abbastanza per dire che qualcosa si \u00e8 mosso, troppo poco per dire che il problema \u00e8 risolto. Il punto \u00e8 proprio questo. Il caro-energia \u00e8 un\u2019emergenza che morde adesso. Le imprese pagano adesso. Le famiglie pagano adesso. La competitivit\u00e0 italiana si gioca adesso. E invece la risposta rischia di essere ancora una volta spostata sul terreno degli investimenti futuri, dei programmi, delle linee europee, dei fondi da riprogrammare, delle solite architetture finanziarie che sembrano sempre imponenti sulla carta e poi, alla prova dei fatti, arrivano tardi o non arrivano affatto. Nei giorni scorsi i riflettori erano puntati anche sull\u2019ipotesi di una linea di credito specifica per l\u2019energia. Sarebbe stata una misura diversa dalla semplice possibilit\u00e0, gi\u00e0 evocata dall\u2019esecutivo Ue, di riprogrammare i fondi di Coesione verso il capitolo energetico. Ma al momento non \u00e8 chiaro se questa idea verr\u00e0 davvero confermata. E gi\u00e0 questo dice molto: quando l\u2019emergenza \u00e8 concreta, la risposta europea resta avvolta nel condizionale. A fine aprile Ursula von der Leyen aveva ricordato che nei vari programmi europei ci sarebbero 300 miliardi disponibili per investimenti in energia, di cui 95 miliardi non ancora investiti. Numeri enormi, come sempre. Poi per\u00f2 si scopre che gran parte di quelle risorse sono prestiti del Recovery, fondi di Coesione e Modernisation Fund. Quest\u2019ultimo, per inciso, non riguarda l\u2019Italia, essendo destinato ai Paesi con Pil pro capite inferiore al 75% della media Ue nel periodo di riferimento usato dalla direttiva Ets, cio\u00e8 il 2013. Non solo. Bruxelles starebbe pensando ad una flessibilit\u00e0 temporanea per il 2026 e 2027 dello 0,3%, ma solo per le spese legate agli investimenti per la decarbonizzazione e l\u2019efficientamento energetico. Flessibilit\u00e0 s\u00ec, insomma. Ma non per il taglio delle accuse. L\u2019Italia dovrebbe quindi attivare la clausola dell\u20191,5% per la Difesa e all\u2019interno di questo potrebbe utilizzare lo 0.3%, cio\u00e8 6,5-7 miliardi all\u2019anno, per l\u2019energia verde. Ecco allora il rischio: spacciare per grande risultato una soluzione che, nella migliore delle ipotesi, finanzia investimenti di medio-lungo periodo e, nella peggiore, diventa l\u2019ennesima castroneria green. Bellissima nei comunicati, inutile nel tamponare l\u2019emergenza. Perch\u00e9 una fabbrica che oggi paga energia a prezzi insostenibili non viene salvata da un piano che forse produrr\u00e0 effetti tra anni. E una famiglia con le bollette alte non si consola sapendo che da qualche parte, in qualche programma europeo, esistono miliardi teoricamente disponibili. La linea della Commissione, del resto, appare chiara: investimenti s\u00ec, sussidi no. Lo ha ribadito anche Valdis Dombrovskis, chiedendo che le misure contro il caro-energia siano \u201ctemporanee e mirate\u201d. Poi ha aggiunto: \u201cSi tratta di uno shock dell\u2019offerta e non si pu\u00f2 risolvere uno shock dell\u2019offerta stimolando la domanda\u201d. E ancora, bisogna considerare \u201canche delle esigenze di sostenibilit\u00e0 fiscale\u201d. Sul piano teorico, il ragionamento pu\u00f2 anche avere una sua logica. Ma la politica non pu\u00f2 vivere solo di teoria. Se il problema \u00e8 l\u2019offerta, allora servono pi\u00f9 produzione, pi\u00f9 infrastrutture, pi\u00f9 diversificazione, pi\u00f9 realismo energetico. Non bastano le formule rituali sulla transizione, n\u00e9 i soliti vincoli che finiscono per rendere l\u2019Europa bravissima a raccomandare prudenza e molto meno brava a garantire energia a prezzi competitivi. Nel frattempo l\u2019Italia resta sotto osservazione. Nel pacchetto di Primavera del Semestre Europeo dovrebbe essere confermata la procedura per deficit eccessivo, alla luce del deficit al 3,1% del Pil nel 2025. Eventuali miglioramenti saranno valutati in autunno. Bruxelles dovrebbe inoltre ribadire la raccomandazione al consolidamento dei conti e al rispetto del percorso di rientro concordato con il Consiglio il 21 gennaio 2025. Quel percorso stabilisce un limite massimo alla crescita della spesa pubblica netta: 1,3% nel 2025, 1,6% nel 2026, con una traiettoria gradualmente meno restrittiva man mano che il deficit si avvicina alla soglia del 3%. Il problema \u00e8 che i dati del Dfp mostrano per il 2025 una crescita della spesa netta dell\u20191,9%, quindi oltre il limite previsto. La Commissione dovr\u00e0 valutarlo, tenendo per\u00f2 conto anche dell\u2019accelerazione nell\u2019assorbimento dei fondi del Pnrr, che il quadro europeo consente di sottrarre dal calcolo. Non scatteranno comunque conseguenze automatiche. Le nuove regole prevedono un \u201cconto di controllo\u201d \u2014 il cosiddetto \u201ccontrol account\u201d \u2014 che registra gli scostamenti rispetto al percorso concordato. Una deviazione superiore allo 0,3% del Pil su base annua o allo 0,6% in termini cumulati pu\u00f2 aprire un esame formale. Ma anche qui Bruxelles precisa. \u201cNon c\u2019\u00e8 alcun automatismo che consenta di parlare di un margine di scostamento possibile dello 0,3%\u201d, spiega un funzionario europeo: \u201cLa Commissione deve comunque valutare se il Paese ha adottato misure efficaci per rispettare il percorso di aggiustamento concordato\u201d. Morale: l\u2019Italia ottiene forse un po\u2019 di spazio, ma dentro una gabbia che resta stretta. E sull\u2019energia la soluzione vera non pu\u00f2 essere l\u2019ennesimo giro di parole tra flessibilit\u00e0, clausole, investimenti e fondi da riallocare. Serve una risposta capace di incidere subito sui costi e, insieme, una strategia energetica meno ideologica. Per ora, invece, siamo al solito film europeo: grandi numeri, molta prudenza, poco ossigeno immediato. Altro che trionfo. Qui c\u2019\u00e8 da sperare che la toppa non sia peggiore del buco.<\/p>\n\n\n\n<p>Franco Lodige<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Prima di stappare lo champagne, meglio leggere bene la nota in piccolo. Da Bruxelles arriva s\u00ec un\u2019apertura sul dossier energia, ma siamo lontani dalla svolta che qualcuno potrebbe vendere come un trionfo italiano. La Commissione Ue, dopo trattative e valutazioni andate avanti fino all\u2019ultimo, sarebbe orientata a concedere una \u201ccerta\u201d flessibilit\u00e0 sulle spese energetiche. 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