{"id":1000031686,"date":"2026-05-29T07:03:06","date_gmt":"2026-05-29T10:03:06","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000031686"},"modified":"2026-05-29T07:03:08","modified_gmt":"2026-05-29T10:03:08","slug":"rimpiangere-i-vecchi-poteri-forti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000031686","title":{"rendered":"Rimpiangere i vecchi poteri forti"},"content":{"rendered":"\n<p>Finiremo perfino per rimpiangere i vecchi poteri forti: almeno avevano il pudore di non trasformare ogni disfatta in storytelling. Erano riconoscibili: avevano indirizzi, rituali, gerarchie e silenzi codificati. Si avanzava solo dopo una dura gavetta. C\u2019erano i cosiddetti \u201csalotti buoni\u201d: il circolo reale degli Agnelli, che Giulio Andreotti soprannominava ironicamente in romanesco \u201cdegli abbacchi\u201d, la Mediobanca di Enrico Cuccia \u2014 che pure di disastri ne ha fatti tanti \u2014 e poi i grandi partiti di massa, dalla Dc al Pci, la Cgil di Lama, i quotidiani che vendevano milioni di copie e direttori simbolo come Indro Montanelli ed Eugenio Scalfari, la Rai di Bernabei e Agnes, Bankitalia, Confindustria, la grande tradizione dei dirigenti delle aziende di Stato.&nbsp;&nbsp;Tre nomi su tutti: Beneduce invent\u00f2 l\u2019IRI, Mattei l\u2019ENI, Mattioli la Comit moderna e formarono poi una nidiata di fuoriclasse scelti non, come avviene soprattutto oggi, per fedelt\u00e0 politica. Si potevano criticare, sfidare, perfino detestare. Ma almeno si sapeva con chi prendersela. Oggi, invece, il potere non ha pi\u00f9 un volto: scorre nelle reti finanziarie, nelle piattaforme digitali, negli algoritmi, nelle tecnocrazie che governano attraverso server e codici. Ci si trincera dietro parole come policy, compliance, governance, pronunciate con aria salvifica e rigorosamente in inglese. Nessuno comanda davvero, tutti \u201ccoordinano\u201d. Perfino l\u2019educazione all\u2019AI trasformata nel business privato dei nuovi santoni dell\u2019etica: Luciano Floridi, da filosofo a imprenditore milionario della reputazione, usa il cappello della Fondazione Leonardo targata Roberto Cingolani per alimentare un circuito infinito di eventi. Nel frattempo, sono scomparse le scuole di formazione dei partiti; si sono progressivamente impoverite quelle delle grandi aziende, ormai dominate dagli \u201cimperatori delegati\u201d delle partecipate pubbliche, circondati da corti di consulenti senza memoria n\u00e9 cultura aziendale, mentre l\u2019alta dirigenza pubblica \u00e8 stata lentamente svuotata di autorevolezza e quella regionale continua ad espandersi senza misura. Ai vertici siedono figure sempre pi\u00f9 fragili, spesso impreparate, perennemente sospese fra crisi di nervi e smarrimento identitario. Ossessionate dall\u2019apparire, inseguono compulsivamente visibilit\u00e0 e reazioni che, immancabilmente, finiscono per ritorcersi contro di loro. Molti amministratori delegati, per insicurezza o convenienza, si circondano di \u201cstellette\u201d o di \u201cmandarini\u201d, convinti di blindarsi. Salvo poi scoprire che producono soprattutto rancori interni e silenziose vendette organizzative. Anche la politica indulge nello stesso vizio, nominando ex commis d\u2019\u00c9tat agli organi apicali delle aziende pubbliche. La Prima Repubblica, almeno, aveva il buon senso di controllare certi mondi senza trasformarli in manager per diritto di provenienza. Una riflessione che mi si \u00e8 ripresentata con forza seguendo il Festival dell\u2019Economia di Trento, ormai punto di riferimento del dibattito pubblico italiano, organizzato da Il Sole 24 Ore (360 eventi, 700 relatori). E leggendo due libri, solo apparentemente distanti, ma in realt\u00e0 complementari: Oligocrazia \u2013 Il potere sono io di Alfonso Celotto e Cinichilismo \u2013 Il nuovo paradigma del potere di Virginia Saba. Due neologismi che, in fondo, danno corpo a due facce della stessa decadenza. Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale, ci porta sul palcoscenico della politica italiana, fino alle stanze dei capi di gabinetto, con episodi vissuti irresistibili. Virginia Saba, invece, prova a dare un nome allo spirito del nostro tempo: un cinismo diffuso che svuota politica e societ\u00e0 di profondit\u00e0 e riduce tutto a un mero nichilismo da prestazione per un consenso effimero. Angolazioni molto diverse \u2014 il diritto costituzionale per lui, la filosofia sociale per lei \u2014 che per\u00f2 convergono nella stessa diagnosi: la crisi della democrazia contemporanea attraverso la metamorfosi del potere. Una democrazia che funziona male non perch\u00e9 qualcuno la saboti deliberatamente, ma perch\u00e9 si \u00e8 creato un equilibrio perverso tra classi dirigenti che preferiscono l\u2019immobilismo e societ\u00e0 che hanno smesso perfino di pretendere il cambiamento. Ma il potere non scompare mai: cambia forma, si adatta, si rende invisibile. Ogni epoca ha avuto la propria legittimazione del potere \u2014 divina, ideologica, economica \u2014 mentre oggi, nell\u2019epoca della sovraesposizione permanente, il paradosso \u00e8 questo: pi\u00f9 il potere diventa onnipresente mediaticamente, pi\u00f9 si sottrae alla responsabilit\u00e0 sostanziale. Dietro un algoritmo, nei feed dei social, nei podcast dove chiunque pretende di spiegare tutto, creando per di pi\u00f9 sbandamento nelle giovani generazioni che non sanno pi\u00f9 a chi ispirarsi. Nella Prima Repubblica esisteva almeno una struttura riconoscibile. Dietro il leader c\u2019era sempre un\u2019organizzazione che si riconosceva in lui. La Seconda Repubblica ha sostituito la struttura con la rappresentazione. Guy Debord parlava gi\u00e0 negli anni Sessanta di \u201csociet\u00e0 dello spettacolo\u201d: oggi il leader \u00e8 un intrattenitore permanente che presidia social e televisioni indicando continuamente un nemico di turno da additare. Ma proprio mentre il potere diventa pi\u00f9 visibile sul piano mediatico, diventa invisibile su quello reale. Lo aveva intuito anche Francesco Cossiga: il potere vero raramente coincide con quello visibile. Agisce nelle reti di influenza, negli apparati, nelle relazioni che sfuggono alla scena pubblica. Qui entra in scena il \u201ccinichilismo\u201d, nella fortunatissima definizione di Virginia Saba, non a caso docente di filosofia della comunicazione: un potere che non sente pi\u00f9 nemmeno il bisogno di apparire coerente con valori universali o verit\u00e0 condivise. Conta solo funzionare, occupare lo spazio pubblico, restare \u201cconnessi\u201d. Da questa trasformazione derivano mali che entrambi gli autori riconoscono con lucidit\u00e0: la crisi della rappresentanza \u2014 con il partito degli astensionisti ormai maggioritario \u2014, la concentrazione delle opportunit\u00e0 nelle mani di chi conosce i codici del sistema. E allora s\u00ec, forse finiremo davvero per rimpiangere perfino i vecchi poteri forti. Almeno avevano il pudore di esporsi e di assumersi una responsabilit\u00e0 storica. Oggi, invece, il potere preferisce nascondersi dietro la retorica della trasparenza assoluta, mentre rende tutto sempre pi\u00f9 opaco e manipolabile. \u00c8 una minore trasparenza nel nome di una democrazia sempre pi\u00f9 drogata dalla comunicazione permanente: una democrazia dove tutto viene raccontato, commentato e spettacolarizzato, ma sempre meno davvero governato. E forse il capolavoro del potere contemporaneo \u00e8 proprio questo: essere riuscito a diventare invisibile nel momento stesso in cui non smette mai di andare in onda.<\/p>\n\n\n\n<p>Luigi Bisignani<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Finiremo perfino per rimpiangere i vecchi poteri forti: almeno avevano il pudore di non trasformare ogni disfatta in storytelling. 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