{"id":1000031664,"date":"2026-05-29T06:47:55","date_gmt":"2026-05-29T09:47:55","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000031664"},"modified":"2026-05-29T06:47:57","modified_gmt":"2026-05-29T09:47:57","slug":"ci-voleva-del-talento-per-fare-una-ferrari-cosi-brutta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000031664","title":{"rendered":"Ci voleva del talento per fare una Ferrari cos\u00ec brutta"},"content":{"rendered":"\n<p>Ci voleva talento. Perch\u00e9 riuscire a dissipare in meno di vent\u2019anni un patrimonio economico, culturale, simbolico e popolare costruito dalla famiglia Agnelli in oltre un secolo sembrava impossibile. E invece John Elkann, con pazienza notarile e freddezza finanziaria, \u00e8 riuscito nella titanica impresa. L\u2019ultima fotografia di questo declino ha quattro ruote e un nome che sembra uscito da un brainstorming senz\u2019anima: \u201cFerrari Luce\u201d. Un prodotto che, per molti appassionati, rappresenta l\u2019esatto opposto di ci\u00f2 che Ferrari \u00e8 stata nella sua storia: visceralit\u00e0, ossessione meccanica, eleganza feroce, identit\u00e0 italiana. E non \u00e8 soltanto una questione estetica. \u00c8 la sensazione che anche l\u2019ultimo tempio rimasto intatto dell\u2019universo Agnelli stia diventando un marchio globale senz\u2019anima, progettato pi\u00f9 per gli algoritmi della finanza che per gli uomini che hanno il Cavallino nel sangue. Ed \u00e8 qui il punto: John Elkann non ha ereditato semplicemente delle aziende. Ha ereditato dei simboli. E i simboli non si amministrano come un fondo d\u2019investimento. La galassia costruita dagli Agnelli era piena di contraddizioni, certo. Ma possedeva una forza precisa: produceva identit\u00e0. Fiat era Torino. Ferrari era il mito italiano della velocit\u00e0. Lancia rappresentava l\u2019ingegneria raffinata e sperimentale. Alfa Romeo era passione meccanica e sportivit\u00e0 popolare. Juventus era insieme popolo, potere e ossessione per la vittoria. Persino Repubblica e La Stampa incarnavano un pezzo riconoscibile del dibattito culturale e politico italiano. Oggi basta guardare l\u2019elenco delle realt\u00e0 passate sotto la gestione Elkann per cogliere il senso di un declino generale: Fiat, Lancia, Alfa Romeo, Maserati, Magneti Marelli, Comau, Iveco, Juventus, Scuderia Ferrari, Repubblica, La Stampa. Realt\u00e0 diversissime tra loro, ma accomunate da una sensazione sempre pi\u00f9 evidente: perdita di identit\u00e0, ridimensionamento, alienazione dal proprio pubblico storico, smarrimento della propria funzione originaria. Come se tutto ci\u00f2 che tocca la galassia Elkann finisse lentamente trasformato in qualcosa di pi\u00f9 freddo, pi\u00f9 globale, pi\u00f9 finanziario e inevitabilmente pi\u00f9 vuoto. Il problema, per\u00f2, non \u00e8 soltanto economico. \u00c8 culturale. Gli Agnelli \u2014 con tutti i loro limiti \u2014 avevano un\u2019ambizione quasi monarchica: lasciare un segno nella storia italiana. Elkann sembra invece incarnare il paradigma del manager contemporaneo: minimizzare il rischio, internazionalizzare tutto, neutralizzare i conflitti, compiacere i mercati. Ma aziende come Ferrari o Juventus non possono essere gestite soltanto con la logica del rating e della governance. Perch\u00e9 vivono di passione, identit\u00e0, appartenenza. Ed \u00e8 infatti questo il sentimento sempre pi\u00f9 diffuso tra ex dipendenti, tifosi, appassionati e osservatori: alienazione. Ferrari non viene contestata perch\u00e9 evolve. Ferrari viene contestata quando sembra smettere di sapere cosa sia. \u00c8 una differenza enorme. Nessun ferrarista pretende di vivere nel 1975. Ma chi ama Ferrari pretende che il marchio continui a trasmettere ci\u00f2 che Enzo Ferrari aveva costruito: ossessione tecnica, brutalit\u00e0 competitiva, bellezza irripetibile. Quando invece il prodotto appare pensato soprattutto per soddisfare mercati, trend ESG, focus group e investitori internazionali, allora si rompe qualcosa. E il paradosso finale \u00e8 che John Elkann verr\u00e0 probabilmente celebrato dai mercati come un manager razionale, prudente, moderno. Bilanci, fusioni, valorizzazioni finanziarie, governance globale: tutto impeccabile. Ma la storia industriale non si misura soltanto con i report trimestrali. Si misura con ci\u00f2 che sopravvive nell\u2019immaginario collettivo. E, sotto questo aspetto, l\u2019impressione \u00e8 devastante: l\u2019uomo che avrebbe dovuto custodire l\u2019eredit\u00e0 Agnelli passer\u00e0 probabilmente alla storia come colui che l\u2019ha svuotata dall\u2019interno, lentamente, elegantemente, irreversibilmente.<\/p>\n\n\n\n<p>Salvatore Di Bartolo,<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci voleva talento. 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