{"id":1000030686,"date":"2026-04-27T06:46:50","date_gmt":"2026-04-27T09:46:50","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000030686"},"modified":"2026-04-27T06:46:52","modified_gmt":"2026-04-27T09:46:52","slug":"il-mito-della-liberazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000030686","title":{"rendered":"Il mito della Liberazione"},"content":{"rendered":"\n<p>C\u2019\u00e8 un\u2019eterna contraddizione che si ripresenta puntuale ogni anno, il 25 aprile, e che raramente viene affrontata con rigore e onest\u00e0 intellettuale. La narrazione dominante \u2014 soprattutto in una certa area politica \u2014 insiste su un\u2019immagine estremamente semplificata, quasi mitologica, della Liberazione: un popolo che si solleva, i partigiani che sconfiggono il nazifascismo, l\u2019Italia che rinasce grazie a una spinta autonoma e interna. \u00c8 certamente una narrazione potente, romantica, identitaria. Ma \u00e8, almeno in parte, una storia distorta. Nessuno nega il valore, il coraggio e il sacrificio della Resistenza. Sarebbe intellettualmente disonesto e moralmente miope. Tuttavia, trasformare quel contributo nella causa unica \u2014 o anche solo principale \u2014 della fine del nazifascismo in Italia significa ignorare il contesto reale in cui quegli eventi si sono svolti. La caduta del regime di Benito Mussolini e la fine dell\u2019occupazione tedesca non furono il prodotto esclusivo di una dinamica interna, ma il risultato di una guerra globale, decisa soprattutto dall\u2019avanzata degli eserciti alleati. Senza lo sbarco in Sicilia del 1943, senza la risalita della penisola da parte delle forze anglo-americane, senza il crollo militare del Terzo Reich, la Resistenza \u2014 per quanto eroica \u2014 non avrebbe potuto liberare il Paese. \u00c8 un dato storico, non un\u2019opinione. Eppure questo elemento viene spesso marginalizzato o trattato come un dettaglio secondario, quasi fosse un disturbo nella costruzione di una narrazione pi\u00f9 comoda. Il punto diventa ancora pi\u00f9 evidente se si guarda a ci\u00f2 che accade prima del 25 aprile 1945. Alla Conferenza di Yalta, nel febbraio di quell\u2019anno, le grandi potenze vincitrici \u2014 Stati Uniti, Unione Sovietica e Regno Unito \u2014 ridefiniscono gli equilibri del mondo postbellico. L\u2019Italia, gi\u00e0 occupata militarmente dagli Alleati, viene collocata nella sfera di influenza occidentale, guidata dagli Stati Uniti. Il suo destino geopolitico \u00e8, di fatto, gi\u00e0 deciso settimane prima che l\u2019insurrezione partigiana raggiunga il suo culmine. Questo non significa che il 25 aprile non abbia valore. Significa, per\u00f2, che il suo significato reale \u00e8 molto pi\u00f9 complesso di quanto spesso venga raccontato. Non fu semplicemente una \u201cliberazione\u201d, ma anche \u2014 e inevitabilmente \u2014 un passaggio: da un\u2019autocrazia interna a una collocazione internazionale, o se preferite sfera di influenza, determinata da equilibri di potere ben pi\u00f9 grandi dell\u2019Italia stessa. Ed \u00e8 qui che emerge l\u2019ipocrisia. Perch\u00e9 una parte della sinistra nostrana, la stessa che celebra la Liberazione come un atto di autodeterminazione popolare, \u00e8 spesso la prima a denunciare \u2014 oggi \u2014 la subordinazione dell\u2019Italia agli Stati Uniti. Si critica l\u2019influenza americana, si invoca autonomia strategica rispetto alle ingerenze di Washington, si parla di sovranit\u00e0 limitata. Ma si evita accuratamente di collegare questi temi alle condizioni storiche in cui quella collocazione \u00e8 nata. Non si possono avere entrambe le cose: non si pu\u00f2 celebrare il 25 aprile come una vittoria completamente autonoma e, allo stesso tempo, lamentare le conseguenze geopolitiche di un assetto, tuttora vigente, deciso anche \u2014 e soprattutto \u2014 dalle potenze vincitrici. Separare questi due piani \u00e8 un esercizio di comoda rimozione, una divisione artificiale della storia in compartimenti stagni. La realt\u00e0 \u00e8 ben diversa: la fine del nazifascismo in Italia fu il risultato di una convergenza tra fattori interni ed esterni, in cui il peso decisivo fu militare e internazionale. E la collocazione dell\u2019Italia nel blocco occidentale non \u00e8 una deriva recente, ma una scelta \u2014 o meglio, una conseguenza \u2014 radicata proprio in quei mesi del 1945. Festeggiare il 25 aprile ignorando tutto questo non \u00e8 solo una grossa semplificazione storica: \u00e8 una forma di autoassoluzione. Significa costruire una memoria selettiva, che esalta ci\u00f2 che \u00e8 utile all\u2019identit\u00e0 presente e rimuove ci\u00f2 che la complica. Ma una memoria cos\u00ec costruita non orienta il presente \u2014 lo deforma. Se davvero si vuole rendere onore alla storia, e non solo a una sua versione comoda, bisognerebbe accettarne anche le ambiguit\u00e0. Anche, e soprattutto, quelle che mettono in discussione le narrazioni pi\u00f9 care.<\/p>\n\n\n\n<p>Salvatore Di Bartolo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 un\u2019eterna contraddizione che si ripresenta puntuale ogni anno, il 25 aprile, e che raramente viene affrontata con rigore e onest\u00e0 intellettuale. 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