{"id":1000030317,"date":"2026-04-20T07:52:59","date_gmt":"2026-04-20T10:52:59","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000030317"},"modified":"2026-04-20T07:53:02","modified_gmt":"2026-04-20T10:53:02","slug":"a-roma-una-mostra-dedicata-ad-annabella-rossi-pioniera-dellantropologia-visiva-italiana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000030317","title":{"rendered":"A Roma una mostra dedicata ad Annabella Rossi : Pioniera dell\u2019antropologia visiva italiana"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 31 Maggio 2026 si potr\u00e0 ammirare al Museo di Roma in Trastevere la mostra antologica\u00a0 dedicata all\u2019antropologa Annabella Rossi \u2013 \u2018 Annabella Rossi. La Poetica della Realt\u00e0\u2019 a cura di\u00a0 Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi e Francesco Quaranta. L\u2019esposizione \u00e8 promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dall\u2019Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (ICPI) del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo delle Civilt\u00e0 (MuCIV). Il percorso espositivo ripercorre l\u2019attivit\u00e0 di Annabella Rossi figura centrale dell\u2019etnografia e dell\u2019antropologia, che ha trasformato la fotografia e il video in strumenti d&#8217;indagine scientifica e sociale, attraverso fotografie, spesso inedite, provenienti dal Fondo Annabella Rossi (ICPI-MuCIV). In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Annabella Rossi apro il mio saggio dicendo:\u00a0 Ho avuto il piacere di avere come insegnante di antropologia culturale all\u2019Universit\u00e0 Federico II di Napoli Amalia Signorelli da quel momento ho iniziato anni di studio sul tarantismo questo fenomeno mi ha sempre affascinato, nasce nella notte dei tempi si narra che chi balla la Taranta sia morso da un ragno questo avveniva quando uomini e donne lavorano nei campi. De Martino aveva elaborato dei concetti fondamentali per il tarantismo uno di questi \u00e8 l\u2019autonomia simbolica questo lo si evince dagli scorpioni che fanno parte di alcuni paesi del Salento vengono chiamati in dialetto aracnidi,\u00a0 \u00e8 una specie di lucertola che oggi vive ancora nelle terre salentine . Con questi studi iniziati da Ernesto De Martino sul tarantismo egli vuole evidenziare ha differenza del percorso medico &#8211; scientifico gi\u00e0 iniziato con Giorgio Baglivi nel 1695, attraverso i suoi studi etnografici le invasioni da parte dei mulsumani, avevano portato con loro l\u2019insetto, ovvero gli aracnidi che in parte avevano influenzato coloro che lavoravano i campi che erano gli uomini che nel contempo influenzavano le donne forse da quel momento nasceva \u2018Il Tarantismo\u2019 e i fenomeni dei tarantati questo viene descritto nel libro di Ernesto De Martino \u2018La Terra del Rimorso\u2019. Questi studi etnografici iniziati dal De Martino si sviluppano grazie ai suoi allievi ovvero : Amalia Signorelli, Clara Gallini, Placido Cherchi e Annabella Rossi come noi tutti ricordiamo egli fu libero docente presso l\u2019Universit\u00e0 La Sapienza di Roma ma per un periodo insegno all\u2019Universit\u00e0 di Cagliari li ci fu l\u2019incontro con Clara Gallini la quale scrisse : I Rituali dell\u2019 Argia da questo momento nasce il confronto con il tarantismo. Un fenomeno universalmente presente nel tempo e nel mondo \u00e8 sicuramente l\u2019azione coreutica. Svolta con fini differenti questa \u00e8 presente in ogni cultura; nella danza \u00e8 infatti rintracciabile l\u2019origine della musica strumentale e degli stessi strumenti musicali: originariamente musica e danza vivono in simbiosi gli uomini e le donne percuotono ritmicamente il loro corpo, battendo i piedi al suolo, le mani sul petto, facendo oscillare gli ornamenti. Mentre la danza accompagna da sempre anche numerosi rituali, sia iniziatici che di possessione o addirittura di corteggiamento. Nell\u2019Italia meridionale, ed in particolar modo in Puglia, \u00e8 il morso della tarantola ad essere curato tramite la danza. La malattia conseguente al morso del ragno \u00e8 il tarantismo: tradizionalmente, chi veniva colpito dal feroce aracnide che attaccava soprattutto nel periodo estivo iniziava a muoversi freneticamente accusando un dolore acuto. A ci\u00f2 seguiva una corsa in strada in cui il soggetto danzava forsennatamente; a lui si univano altri pizzicati dalla tarantola in precedenza, ma mai curati, o morsi nell\u2019immediato. Ad essere colpite per\u00f2 sono soprattutto le giovani donne, ma tutti possono essere pizzicati dal ragno. Usuale tra i tarantati era la tendenza all\u2019ubriachezza e la maniacale attrazione per i colori sgargianti. I soggetti infetti spesso danzavano per diversi giorni, alcuni addirittura per settimane; nel caso in cui non vi fosse disponibilit\u00e0 di musica e musicanti e, secondo la tradizione, il malato rischiava di morire in meno di ventiquattro ore. Il timore era comunque giustificato dal fatto che il movimento frenetico protratto per ore, insieme al caldo, poteva portare al collasso. Solo quando i pazienti cadevano stremati dalla folle danza potevano dirsi curati; nonostante ci\u00f2 il veleno permaneva all\u2019interno del loro corpo pronto a manifestarsi alla successiva calura estiva. Nonostante questa specie di ragno fosse presente in tutta Italia e probabilmente in buona parte dell\u2019Europa, nella maggior parte di questi territori veniva considerato innocuo. Solamente nel territorio pugliese la puntura di questo ragno provocava tali effetti; diversi sono i medici che, cercarono di tentarono di capire la causa di tale differenza che fu quasi sempre attribuita al caldo torrido della regione. Pochi, tra i medici interessati al fenomeno, compresero la natura psicologica del male, che spesso definirono come \u2018alienazione mentale\u2019. Tale pratica rituale \u00e8 presente nel Mezzogiorno italiano fin dal Medioevo ed \u00e8 giunta sino a noi solo in minima parte, corrotta da fenomeni quali la pressione del Cristianesimo cattolico, le rivoluzioni scientifica e tecnologica e la globalizzazione. Il Cristianesimo da parte sua ha svolto un\u2019azione distruttiva nei confronti di innumerevoli rituali e costumi tradizionali che sono stati da questo soppiantati grazie alla massiccia azione missionaria nel mondo. Fino agli anni \u201970 del Novecento, il Salento ha condiviso l\u2019arretratezza del meridione italiano, mantenendo un\u2019economia basata soprattutto sull\u2019agricoltura; ancora negli anni \u201960 vi era una meccanizzazione praticamente nulla, i pochi trattori presenti nell\u2019area venivano infatti noleggiati a giornate. L\u2019agricoltura risulta ancora oggi fondamentale data la grande produzione di olio d\u2019oliva e vini pregiati molto noti sono difatti i vini salentini. Inoltre, com\u2019\u00e8 tipico del meridione, il tasso di emigrazione \u00e8 sempre stato molto alto. Prima degli anni settanta solo una minima parte delle abitazioni presenti nel territorio godevano di acqua corrente e servizi igienici.\u00a0 Le attestazioni sul tarantismo salentino e pugliese in generale, sono molte, le fonti pi\u00f9 antiche forse risalgono all\u2019antichit\u00e0 classica. Ma della presenza del fenomeno in questione abbiamo notizie anche in altre aree del nostro paese quali ad esempio la Basilicata e la Campania, entrambe regioni dell\u2019Italia meridionale e la Sardegna. La differenza tra il trantismo e la tammurriata\u00a0 e che la tammurrita, \u00e8 unballo popolare campano\u00a0che si esegue al ritmo del tamburo, oppure della \u201ctammorra\u201d,\u00a0 ella fa parte della famiglia della\u00a0<strong>tarantella meridionale<\/strong>\u00a0e affonda le sue radici in epoca antica. E\u2019 una danza che nasce da una lunga tradizione e da fortissimi legami con la terra e con il mondo contadino, a cui \u00e8 indissolubilmente legata, e che tuttora attrae, coi canti e il suono incalzante della tammorra e della\u00a0castagnelle , un pubblico variegato e di ogni et\u00e0. La sua forza e un richiamo irresistibile verso la Madre Terra \u00e8 quello che si prova ascoltando il canto e la musica delle tammurriate e osservando il ritmo della danza che nasce dalla gestualit\u00e0 contadina nel lavoro dei campi, come il movimento del setaccio del grano da cui deriva uno dei gesti tipici \u201c<strong>do ball\u2019 ngopp \u2018o tambur\u201d. <\/strong>Le origini della danza campana si perdono in una storia dalle valenze magico-religiose di grande interesse. Ritornando al tarantismo la Basilicata essendo una regione situata tra la Puglia, la Campania e la Calabria \u00e8 caratterizzata da un territorio segnato da rilievi sia montuosi che collinari: la regione \u00e8 infatti attraversata dall\u2019Appennino Lucano. \u00c8 presente una sola grande pianura che prende il nome di Piana di Metaponto; la Basilicata \u00e8 bagnata da due diversi mari, lo Ionio e il Tirreno, con coste diverse tra loro: quelle ioniche sono sabbiose e piuttosto basse mentre, quelle tirreniche, sono alte e sabbiose. Il clima di tale regione \u00e8 molto variegato, con una zona costiera tipicamente mediterranea ma con temperature continentali contraddistinte da inverni particolarmente rigidi e umidi sui rilievi appenninici. Inoltre vi \u00e8 in questo territorio una grande diversit\u00e0 ambientale su cui incide particolarmente l\u2019altitudine. Anche la Basilicata si trova a fronteggiare i problemi comuni delle regioni del sud Italia, primo fra tutti l\u2019emigrazione dovuta alla generale carenza di impiego e servizi; ad oggi \u00e8 una delle regioni meno sviluppate del paese. Anche se l\u2019agricoltura riveste tuttora un ruolo fondamentale nell\u2019economia della regione, la vera risorsa si trova nel sottosuolo in cui sono stati ritrovati diversi giacimenti petroliferi. L\u2019industria \u00e8 basata sull\u2019 alimentare, il tessile sulla lavorazione del marmo; inoltre, nel territorio di Melfi, \u00e8 presente uno stabilimento Fiat che ha, alla sua apertura, generato una mobilitazione dovuta alla disponibilit\u00e0 di impiego. Possiamo dire che il tarantismo nasce anche da visione climatica e viene analizzato dai popoli che ci vivono e dalle differenze sostanziali che vi sono nel mediterraneo tra le sue coste, con clima mite nei mesi invernali e piuttosto caldo in quelli estivi, ed i rilievi, con inverni freddi ed estati miti. Anche il suo paesaggio \u00e8 caratterizzato dalla presenza di distese di ulivi tipici delle zone mediterranee; tali alberi rendono la regione la seconda produttrice di olio dopo la Puglia. Come la maggior parte delle regioni del Sud d\u2019Italia, anche la Calabria non ha goduto di particolare sviluppo industriale e, fino a tempi recenti, agricoltura e pastorizia sono state le uniche fonti di sussistenza. Un breve accenno al tarantismo in Calabria quando si fa riferimento ed indicando che gli avvelenati dalla tarantola necessitano della terapia musicale, prolungata anche nel tempo, al fine di riacquistare la sanit\u00e0. Nel XVIII secolo \u00e8 Catherine Grace Frances (Mrs. Gore) che scrive un breve racconto dall\u2019emblematico titolo \u2018La Tarantata\u2019, che si svolge in una cittadina calabrese; dove la scrittrice si occupa del tarantismo anche in un piccolo saggio descrivendo le modalit\u00e0 di cura dal morso del ragno. Ella denota la prevalenza femminile tra coloro che vengono attaccati dall\u2019aracnide; ci\u00f2 che descrive \u00e8, in primo luogo, la partecipazione al rito che consiste nella mera osservazione da parte degli amici e parenti del \u2018malato\u2019. Mrs. Gore prosegue narrando come, all\u2019inizio, il paziente si dimostri indifferente e distratto ma, in seguito, con il sostanziale aiuto della piccola orchestra e della musica adeguata, cominci a danzare andando dunque incontro alla guarigione.\u00a0 Mentre nel ventesimo secolo, qualche decennio prima della pubblicazione dell\u2019opera demartiniana, a interessarsi del tarantismo fu un calabrese che nella sua opera riport\u00f2 la tarantella utilizzata per guarire i tarantati.Mentre il tarantismo ha influnzato anche la Sardegna, grande isola situata ad ovest della penisola italiana, \u00e8 costituita in massima parte da zone collinari, con pochi rilievi montuosi d\u2019altezza elevata. Come le altre regioni italiane gi\u00e0 analizzate, anche il suo clima \u00e8 tipicamente mediterraneo, con estati molto calde e secche. Godendo di una posizione centrale nell\u2019area mediterranea, la Sardegna \u00e8 stata oggetto d\u2019attracco per chiunque volesse attraversare questo mare; in tal modo ha conosciuto molti popoli e molte tradizioni aventi natura diversa. Diversamente dalle regioni del Sud Italia, l\u2019economia sarda si svilupp\u00f2 a partire dagli anni posteriori alla seconda guerra mondiale, concentrandosi sul settore industriale e, negli ultimi decenni, sui servizi. Probabilmente per tale ragione, i riti connessi all\u2019<em>argia <\/em>e al tarantismo risultano gi\u00e0 negli anni \u201960 praticamente estinti. Fu l\u2019Istituto di Studi Storici diretto da De Martino ad intraprendere, tra gli anni \u201950 e \u201960, dei sondaggi finalizzati a rintracciare evidenze del rituale nell\u2019isola italiana. Ne risult\u00f2 che tale forma di tarantismo era in via d\u2019estinzione, se non del tutto scomparso; fortunatamente, il rituale esisteva ancora almeno nella memoria degli informatori quando, negli anni \u201960, Clara Gallini intraprese la sua ricerca. Il suo libro, <em>I rituali dell\u2019\u00e0rgia<\/em>, rappresenta la pi\u00f9 significativa testimonianza di questo rito e vanta una prefazione ad opera dello stesso De Martino. In questo testo viene sviscerato un rituale accostabile al tarantismo salentino, in cui i soggetti che vengono <em>spizzul\u00e0u\u2019e s\u2019argia<\/em>, ossia \u201cpizzicati dall\u2019argia\u201d vengono curati mediante una terapia coreutico-musicale, che pu\u00f2 coinvolgerli o meno. L\u2019<em>argia <\/em>\u00e8 il nome con cui vengono designate due specie animali assolutamente differenti: la mutilla, simile ad una formica ed in grado di mordere, ed il latrodectus, l\u2019aracnide a cui abbiamo gi\u00e0 accennato. Nonostante il morso dei due animali possa essere simile, la prima specie non risulta velenosa mentre la seconda s\u00ec. In base alla testimonianze raccolte dall\u2019autrice, non vi \u00e8 &#8211; tra l\u2019<em>argia <\/em>e le specie &#8211; una reale corrispondenza zoologica; l\u2019<em>argia <\/em>viene infatti descritta in molti modi differenti dalle varie vittime. Come la taranta, l\u2019<em>argia <\/em>punge durante i mesi caldi, soprattutto nel periodo della mietitura, quando i braccianti riposano nelle campagne. Nelle testimonianze riguardanti le punture recenti vi \u00e8 la presenza di una prima cura clinica con casi attestati di ricovero in strutture ospedaliere a cui per\u00f2\u00a0 viene accostata la pratica rituale tradizionale. In alcuni tra i casi analizzati dalla Gallini \u00e8 possibile risalire alla reale morsicatura del ragno velenoso; lo stato confusionale attestato dalla vittima all\u2019inizio della cura coincide con quello indotto dall\u2019intossicazione che causa anche forti dolori e stati di incoscienza. In alcuni argiati per\u00f2 la crisi \u00e8 data dalla sola visione dell\u2019animale, unita alle condizioni gi\u00e0 disagiate del contesto agricolo. In tutti i casi, la crisi viene modellata in base alla tradizione vigente nell\u2019area. Infatti, l\u2019argiato si comporta cos\u00ec come la comunit\u00e0 si aspetta da lui medesimo e la stessa comunit\u00e0 partecipa al dolore e, ovviamente, al rituale. L\u2019<em>argia<\/em>, che colpisce prettamente a caso, presenta caratteristiche molto varie poich\u00e9 viene antropomorfizzata: \u00e8 sempre di sesso femminile ma ha diverso stato civile, ed \u00e8 considerata estranea alla comunit\u00e0, una forestiera. L\u2019<em>argia <\/em>pu\u00f2 dunque essere bambina, vecchia, vedova, sposa, fidanzata, nubile o malata nella variet\u00e0 di stati d\u2019animo troviamo un richiamo al tarantismo. Chiaramente tali caratteristiche assumono un ruolo importante nella risoluzione del rituale, la cui vittima viene in alcune aree travestita come l\u2019<em>argia <\/em>che l\u2019 ha pizzicata. Il rituale \u00e8 molto eterogeneo e si presenta con caratteristiche differenti nelle diverse zone della Sardegna; nell\u2019area centroccidentale, che corrisponde alla citt\u00e0 di Oristano, l\u2019argiato pu\u00f2 cantare e ballare e comportarsi come se fosse posseduto dalla stessa <em>argia<\/em>. Durante la possessione, la vittima rappresenta la sua particolare <em>argia<\/em>, quella che lo ha pizzicato, connotata dal suo stato civile. Il rito quindi consiste di due momenti, nel primo dei quali si tenta di identificare il tipo di <em>argia <\/em>che, solo successivamente, viene placata e accontentata con la musica che pi\u00f9 le si conf\u00e0. Nel resto dell\u2019isola l\u2019argiato non ballava ma si comportava come se fosse in preda a dolori lancinanti: attorno a lui avveniva l\u2019azione coreutica sottoforma di ballo esorcistico. Questo variava molto a livello spaziale senza un\u2019attestata regola precisa. Abitualmente, come nel Salento, si ballava per pi\u00f9 giorni con o senza interruzioni notturne, in coppia o in gruppi. In alcune zone dell\u2019isola si ricorreva a dispositivi rituali accessori quali la culla, il forno, il seppellimento e la tinozza, che in alcune zone assumevano un ruolo centrale insieme alla pratica coreutica. Questi dispositivi vedevano del tutto passivo l\u2019argiato, che nonostante fosse il protagonista del rituale, non godeva di una partecipazione attiva. Il ruolo attivo, in questa \u2018interpretazione\u2019 del rituale, veniva assunto dal corpo esorcistico che insieme all\u2019argiato si identificava con l\u2019animale. Il rituale cos\u00ec presentato dimostra di avere non pochi punti in comune con il pi\u00f9 noto fenomeno salentino. Allo stesso modo, abbiamo visto come il fenomeno \u00e8 presente non solo in Puglia, ma anche in regioni quali la Calabria e la Basilicata che condividono il clima, la geografia, l\u2019economia basata fino a gran parte del secolo scorso sull\u2019agricoltura e, in parte, la storia. Ci accingeremo ha descrivere\u00a0 ad illustrare il ruolo fondamentale e le caratteristiche delle \u2018persone\u2019 coinvolte nella ritualit\u00e0 del fenomeno del tarantismo; tali personaggi risultano d\u2019estrema importanza per la corretta esecuzione del rito in s\u00e9. I protagonisti principali, se cos\u00ec vogliamo definirli, sono sicuramente il tarantato e la stessa taranta che innescano il rituale; a tali figure centrali si accostano il gruppo di musici &#8211; che attuano la cura e la comunit\u00e0 che partecipa in toto all\u2019azione rituale. La Taranta \u00e8 protagonista prima dell\u2019azione rituale \u00e8 sicuramente la taranta che, con il suo particolare morso, d\u00e0 avvio al fenomeno in analisi. Abbiamo gi\u00e0 tentato di seguire le fonti nella ricerca di un reale corrispettivo zoologico di tale animale, ma l\u2019indagine non si \u00e8 dimostrata fruttuosa, lasciando spazio per mere supposizioni. L\u2019animale, fautore del morso avvelenato, viene caricato talmente tanto di simbolismo da risultarne trasmutato ed antropomorfizzato; com\u2019\u00e8 gi\u00e0 detto, la taranta morde durante il periodo estivo, quando il ceto contadino si trova impegnato nell\u2019intenso lavoro dei campi questi ultimi erano anche il luogo in cui pi\u00f9 frequentemente gli aracnidi venivano avvistati. Ed \u00e8 proprio in tale contesto, che il ragno \u2018pizzica\u2019, solitamente mentre le possibili vittime riposano. Contrassegnato simbolicamente \u00e8 anche l\u2019orario in cui la taranta esercita il suo primo atto egemonico sull\u2019inconsapevole vittima: abitualmente si tratta di \u201cmezzogiorno\u201d, dell\u2019alba o del tramonto. In base alle testimonianze \u00e8 possibile affermare che tale animale predilige mordere le mani, i piedi o il pube; ma in taluni casi anche il petto. Alcuni sono i punti del corpo maggiormente esposti, ma altri hanno forte connotazione sessuale. La taranta (cos\u00ec come l\u2019argia sarda) \u00e8 sempre di sesso femminile e viene spesso identificata tramite un nome proprio di persona; ogni taranta ha un suo particolare comportamento che incide sul tarantato dal momento in cui questi entrano in contatto mediante il morso. \u201cE\u2019 certo che le tarante sono sensibili alla musica e, secondo la loro grandezza ed il loro colore, mostrano una mggiore o minore preferenza per questa o quella melodia , per questa o quella clausola armonica\u201d. Esistono tarante dall\u2019animo ballerino o canterino, altre lascive e altre ancora inducono a comportamenti depressi, come le tarante \u2018mute\u2019. La particolare taranta inoltre pu\u00f2 essere attratta da un preciso colore e disprezzarne un altro, allo stesso modo pu\u00f2 apprezzare in modo quasi ossessivo il suono di uno dato strumento. Cos\u00ec il tarantato, durante il periodo di crisi, manifesta comportamenti differenti a seconda del tipo di taranta da cui \u00e8 stato avvelenato: in questo modo, un individuo si pu\u00f2 dimostrare incline al canto o al ballo in misura variabile, oppure pu\u00f2 mimare atteggiamenti libertini in certi casi addirittura orgasmici chiaramente riconducibili alla sfera erotica. Ad ogni tipologia di ragno corrisponde un tipo di musica adeguato, stabilito attraverso varie prove effettuate dall\u2019orchestrina coinvolta; in particolare, alla taranta \u2018triste\u2019 corrispondono nenie o, in taluni casi, lamenti funebri. La taranta, inoltre, pu\u00f2 spingere la vittima a digiunare. Il fenomeno del tarantismo \u00e8 chiaramente collocabile nella sfera della sessualit\u00e0 femminile; secondo la stragrande maggioranza delle fonti, la quasi totalit\u00e0 dei soggetti tarantati \u00e8 di sesso femminile. La prevalenza di donne partecipanti al rituale \u00e8 attestata gi\u00e0 nel XV secolo e, ancora dopo cinquecento anni, De Martino conferma tale statistica: i tarantati da lui osservati nella cappella di Galatina, alle soglie degli anni \u201960, erano quasi nella loro totalit\u00e0 donne .Secondo De Martino, la minor partecipazione degli uomini al tarantismo non concordava con la loro presenza sui campi, di molto superiore a quella femminile. Molti studiosi mettono in evidenza\u00a0 attraverso la testimonianza di un arciprete vissuto insieme alle tarantate del Salento che il lavoro delle donne nei campi si svolgeva a stretto contatto con il terreno, poich\u00e9 si occupavano di raccogliere da terra le spighe che cadevano durante la mietitura; in questo modo le donne risultavano pi\u00f9 esposte, rispetto ai contadini, al morso della taranta. Inoltre,tale inclinazione potrebbe derivare dalla debolezza fisica delle donne di basso ceto. Nei secoli, ma soprattutto con l\u2019avvento del Positivismo e la conseguente identificazione del tarantismo come malattia, i ceti borghesi e la piccola nobilt\u00e0, presenti nei territori in cui il fenomeno aveva luogo, presero le distanze da tale manifestazione etichettandola come una superstizione. Per questo, il tarantismo risulta negli ultimi secoli un fenomeno ricollegabile esclusivamente alla realt\u00e0 contadina. Le tarantate dunque erano donne di bassa condizione sociale, con poche opportunit\u00e0 e costrette al lavoro nei campi. Molte tra le donne colpite dal \u2018primo morso\u2019 della taranta sono adolescenti, si trovano dunque ad affrontare un periodo psicofisico tormentato qual \u00e8 la pubert\u00e0. Nel contesto storico-culturale in cui ci muoviamo, la vita del ceto contadino era terribilmente disagiata, con turni di lavoro stremanti e pochi contatti sociali; tali condizioni d\u2019indigenza erano accentuate nella condizione femminile. La donna viveva dedicandosi interamente al lavoro agricolo, che la impegnava finanche dieci ore al giorno; il restante tempo era destinato alla cura della casa e dei figli: questi ultimi potevano essere molto numerosi e privare la donna del tempo da riservare a s\u00e9. Ed \u00e8 proprio durante le giornate di caldo intenso che la taranta attacca le sue vittime, spesso come abbiamo visto nei pochi momenti di riposo. Come sappiamo la popolazione contadina prediligesse la pratica coreutico-musicale della medicina tradizionale all\u2019intervento regolare della medicina considerata \u2018ufficiale\u2019. Fondamentale per la cura risulta allora l\u2019intervento musicale; all\u2019arrivo dell\u2019orchestrina, il tarantato o, pi\u00f9 spesso, la tarantata dava avvio alla parte centrale del rituale. Dalla posizione di riposo iniziava la danza convulsa che conduceva alla liberazione dal legame con la taranta e all\u2019uccisione di quest\u2019ultima. Mentre danza il tarantato trasmette quei valori propri della sua comunit\u00e0, condivisi sia da chi osserva che da chi partecipa in maniera attiva. Ogni gestocompiuto durante la danza viene plasmato in maniera ambivalente, ossia culturalmente ed in maniera individuale: da un parte \u00e8 il modello culturale ad esigere determinate movenze, dati oggetti del rito e comportamenti fortemente stereotipati; dall\u2019altra, questi stessi comportamenti ritenuti indotti dalla taranta, vengono reinterpretati in chiave strettamente personale dalla vittima e modellati in base alle proprie esperienze personali ed alle proprie emozioni ed esigenze. Cos\u00ec, durante lo svolgimento del rituale, il taranto assume il comportamento che la taranta gli trasmette mediante il morso ed il veleno. In base ai diversi \u2018caratteri\u2019 della taranta, la vittima interpreta diversi modi di fare: atteggiamenti a cui gi\u00e0 abbiamo accennato sono quelli a carattere erotico, che fungono da valvola di sfogo per le donne contadine che, soprattutto nella prima met\u00e0 del novecento, non godevano di un alcuna libert\u00e0 sessuale. Altri atteggiamenti gi\u00e0 annoverati richiamano alla sfera depressiva: il tarantato non gode di particolare dinamismo e predilige una musica pacata accostabile ai canti funebri. Vi sono poi tarante che inducono le vittime ad atteggiarsi a nobiluomini o nobildonne; in tale ambito subentrano nel rito numerosi oggetti quali ad esempio le spade, gli specchi, i gioielli ed i drappi colorati. Questi oggetti contribuiscono a rendere il rito dinamico, a riplasmarlo in base alle esperienze individuali del tarantato; cos\u00ec \u00e8 probabile che una tarantata zitella ambisca ad indossare un abito da sposa, essendo giustificata dal morso della taranta sposina. Similarmente al tarantismo cos\u00ec concepito si configura la danza kalela, descritta da Mitchell dopo averla osservata negli agglomerati urbani dello Zimbabwe del nord ancora Rhodesia, durante gli anni \u201950 dello secolo scorso. Secondo l\u2019autore, tale espressione culturale consiste in una pantomima della struttura sociale dei bianchi; in questo modo gli africani hanno la possibilit\u00e0 di partecipare a quei rapporti sociali che normalmente gli venivano preclusi. Nella pi\u00f9 antica forma della danza <em>kalela<\/em>, il <em>Mbeni<\/em>, chi danzava poteva anche dipingersi il volto di bianco. Nella kalelasi utilizzano abiti eleganti secondo i canoni europei, in grado di trasmettere efficacemente l\u2019idea di \u2018civilt\u00e0\u2019 e facilmentereperibili; inoltre, all\u2019interno della danza vengono introdotti personaggi ritenuti tipici della realt\u00e0 occidentale: l\u2019infermiera, il dottore o il re. In questo modo, il loro tendere verso un modello di totale alterit\u00e0 avviene -anche se in maniera fittizia sul piano della danza, ma tale trasformazione viene portata a compimento con quest\u2019ultima. Allo stesso modo, possiamo facilmente supporre che il ceto contadino del Salento facesse uso del momento coreutico per autorappresentarsi attraverso modelli che non gli appartenevano. Abbiamo dunque testimonianze di braccianti che interpretano il ruolo di guerrieri durante la danza con le spade e di contadine che raccolgono dal vicinato drappi e gioielli con cui si adornano; dimostrando, al pari dei danzatori africani, una sorta di ostilit\u00e0 nei confronti del gruppo dominante &#8211; ossia i coloni occidentali per gli africani dello Zimbabwe e, per lo sfruttato ceto contadino del Salento, la borghesia e la piccola nobilt\u00e0, o anche solo il mondo lontano delle citt\u00e0 con la loro cultura, la moda, gli scambi commerciali. Mostriamo di seguito il caso,\u00a0 che\u00a0 ritengo emblematico,\u00a0 Anna una contadina di Lecce era una tarantata, che ha intrattenuto una relazione epistolare con una la studiosa che ha fatto parte dell\u2019equipe demartiniana durante le ricerche a Galatina e precisamente Annabella Rossi. Anna nome fittizio usato dalla stessa autrice, sin dalla giovinezza \u00e8 vittima di crisi epilettiche che essa stessa, a seconda dei casi, riconduce al culto di San Donato protettore degli epilettici o a quello di S. Paolo che invece protegge i tarantati. All\u2019epoca dello scambio di lettere con la studiosa, Anna vive in povert\u00e0 e in solitudine, in una stanza priva di servizi igienici. La sua sopravvivenza \u00e8 garantita dalla pensione e da un terreno che coltiva a qualche chilometro dalla sua abitazione. La vita di Anna \u00e8 angosciata non solo dalla sua malattia quale l\u2019epilessia che si trasformava in tarantismo, ma nel contempo anche dall\u2019assenza di un sereno rapporto con il sesso opposto; inoltre, dalle epistole, i rapporti con la famiglia risultano scossi da liti aventi natura differente problemi legati all\u2019eredit\u00e0 o alle sue malattie.Ci\u00f2 che \u00e8 facilmente osservabile nelle diverse lettere sessantacinque in tutto \u00e8 la difficile e faticosa vita affrontata da Anna, considerata come simbolo del ceto contadino del Salento. Anna spesso racconta all\u2019autrice le lunghe giornate di lavoro che aveva trascorso in giovent\u00f9 nei campi; le ore di lavoro, sotto il sole cocente, erano tante ed il cibo era scarso soprattutto per lei, ultima di otto figli. La contadina racconta che, durante le giornate in campagna, il padre distribuiva la frisa una sorta di pane biscottato e lei veniva penalizzata nella quantit\u00e0 per via della giovane et\u00e0. Coerentemente con il toposanalizzato in precedenza, anche Anna venne pizzicata mentre lavorava i campi. Secondo il suo racconto, percep\u00ec pi\u00f9 volte un pizzicore nella gamba ma all\u2019inizio pens\u00f2 si potesse trattare di un\u2019innocua formica; quando per\u00f2 sollev\u00f2 la sua veste cap\u00ec di essere stata morsa da uno scorpione. L\u2019animale, che si trovava ancora in loco, le aveva lasciato un grosso buco all\u2019altezza del ginocchio sopra il quale si trovava una grossa ragnatela con un uovo; alla spaventata Anna accorse in soccorso il fratello che prese l\u2019uovo che si ruppe permettendo l\u2019uscita di altri piccoli animali. Anna non riusc\u00ec a lavorare e fu condotta in casa dove inizi\u00f2 a richiedere la tipica terapia coreutico-musicale. Anna venne anche portata a Galatina in occasione della festa di San Paolo, ma negli anni seguenti il padre si oppose a reiterare la cura per il tarantismo. Negli anni, Anna ha continuato a palesare i sintomi del tarantismo: ha sentito la taranta parlarle, ha perdurato il digiuno per lunghi periodi ed \u00e8 stata ossessionata dallo stesso animale che vedeva ovunque nei piatti e nei bicchieri in cui avrebbe dovuto mangiare, tra le lenzuola del suo letto, ecc.. In certi periodi il suo male raggiungeva particolari picchi che la costringevano alla danza rituale; inoltre il male s\u2019intensificava particolarmente nel mese di giugno, con l\u2019avvicinarsi della commemorazione di San Paolo. Dalle lettere di Anna emergono le storie di altre donne del suo paese pizzicate durante le lunghe ore di lavoro nei campi e curate attraverso la musica.La grande importanza della pratica coreutico-musicale \u00e8 gi\u00e0 stata evidenziata pi\u00f9 volte durante questa prima parte del nostro percorso. Questa pratica rappresenta il nucleo del rituale ed \u00e8 presente nella totalit\u00e0 di fonti a noi pervenute. Appare evidente dunque come nel tarantismo il ruolo dei musicanti non sia quello di meri fautori d\u2019arte, qual \u00e8 la musica, ma pi\u00f9 propriamente quello di \u2018medici\u2019 e guaritori. Anche nell\u2019analisi demartiniana del rituale del tarantismo assume rilevanza particolare la pratica coreutica e musicale approfondita ne <em>La Terra del Rimorso <\/em>dall\u2019etnomusicolo Diego Carpitella. Quest\u2019ultimo dota l\u2019opera demartiniana di una particolare attenzione specialistica sui moduli coreutico-musicali e sul rapporto di presunta reciprocit\u00e0 tra la crisi stessa ed il modellamento dei suoni da parte dei musici-medici: \u201cIl tarantato in crisi richiede \u2018i suoni\u2019 e dall\u2019altra parte \u2018i suoni\u2019possono far\u00a0 partecipare una crisi latente e immettere nella vicenda terapeutica\u201d. Tipicamente gli strumenti utilizzati per la produzione della cosiddetta tarantella sono molto diversi tra loro anche se le fonti ci documento una maggiore variabilit\u00e0 nel passato, possono essere: a fiato, a corde pizzicate, a prescussione, ecc; ad essere suonati sono soprattutto cetre, cornamuse, liuti, violini e tamburelli siciliani. Ancora negli anni \u201960 venivano utilizzati soprattutto violini, organetti e tamburelli. Durante l\u2019esecuzione frequente \u00e8 l\u2019uso dei semitoni, ma quello che compare pi\u00f9 assiduamente \u00e8 il tono \u2018frigio\u2019 che, insieme al dorico e al lidio, era peculiare della musica chiesastica. \u00c8 bene ricordare che la scelta degli strumenti e dei toni \u00e8 strettamente collegata e vincolata dalla personalit\u00e0 della taranta che soggioga il tarantato e dunque \u00e8 estremamente variabile. Nonostante ci\u00f2, nelle testimonianze ritorna con estrema frequenza l\u2019utilizzo dell\u2019ottava siciliana;quest\u2019ultima \u00e8 ritenuta l\u2019aria ideale per stimolare i tarantati e condurli alla terapia mediante la danza senza freni. Questo tipo di tarantella \u00e8 assolutamente differente da quella suonata e ballata durante le feste a natura profana, dove svolge il ruolo di incentivo alla socializzazione tra i giovani di sesso opposto; la tarantella rituale assume le sembianze di una liturgia che racconta e, al contempo, innesca la crisi e la sua risoluzione ed \u00e8 soggetta a cambi di ritmo. Tutta l\u2019azione \u00e8 guidata e vincolata dalla musica e da chi la produce; il primo ed imprescindibile compito dei musicanti \u00e8 quello di diagnosticare il male attraverso la gi\u00e0 citata esplorazione musicale. Nonostante la grande importanza attribuita ai musici, essi rimangono sullo sfondo dell\u2019azione rituale, a ridosso del perimetro della stessa. Ad attirare l\u2019attenzione sull\u2019orchestrina \u00e8 il tarantato su cui abitualmente si focalizza l\u2019interesse della comunit\u00e0 che esigendo determinati suoni si accosta ai musici instaurando un particolare legame con alcuni strumenti piuttosto che con altri. Abbiamo gi\u00e0 fatto accenni a una possibile macrodivisione della natura della taranta in \u2018ballerina\u2019 o \u2018canterina\u2019; e se la prima predilige una terapia pi\u00f9 propriamente connessa alla danza, la seconda articola la risoluzione della crisi attraverso il canto. I testi che completano l\u2019esecuzione musicale posseggono una natura varia; questi possono essere presenti o meno a seconda del tipo di taranta e possono essere inerenti agli argomenti pi\u00f9 svariati. Inoltre possono avere una struttura dialogica che comporta un gioco di domande e di risposte che coinvolgono la taranta o la vittima di quest\u2019ultima; in altri casi, il testo non contiene esplicite domande ma ha carattere pi\u00f9 individuale. Spesso, ma non obbligatoriamente, richiamano ai topoidel fenomeno del tarantismo:\u00a0 Si possono rivolgere alla taranta chiamandola per nome; Pu\u00f2 essere presente la domanda \u2018dove ti ha morso la taranta?\u2019 la cui risposta \u00e8 di frequente vaga o chiaramente allusiva ; Possono essere presenti accenni ad oggetti tipicamente riconducibili al rito fazzoletti colorati, altalene, pozze d\u2019acqua, ecc. ; Possono comparire riferimenti a San Paolo. Argomento molto presente nei testi \u00e8 quello dell\u2019eros precluso cui spesso le donne salentine sono costrette e a cui si accenner\u00e0 con maggiore attenzione in seguito. Molti testi poi trattano di amori infelici e romantici, mentre altri accennano a varie personalit\u00e0 religiose tra cui spicca ovviamente il santo protettore dei tarantati, il gi\u00e0 citato San Paolo; nelle strofe in cui vi \u00e8 un riferimento a quest\u2019ultimo, vi compaiono con frequenza maggiore esortazione e richieste di grazia e guarigione. Inoltre in alcuni testi San Paolo viene accostato alle tematiche erotiche, in cui ricorre il morso della taranta nei pressi degli organi sessuali sia femminili che maschili. Ma la taranta, come gi\u00e0 pi\u00f9 volte ricordato, pu\u00f2 anche essere triste e malinconica ed esigere una terapia musicale adeguata, spesso similare alle melodie funebri; in questo caso i testi non variano e vengono semplicemente adattati alla bassa velocit\u00e0 della musica. Molte sono le testimonianze riportate dalle fonti di musici che hanno partecipato alla terapia risolutiva del tarantismo; questi erano soprattutto uomini, ma in casi particolari compaiono anche delle donne, cantanti e suonatrici soprattutto di tamburello. Questi musicisti delle tarante, in epoca pi\u00f9 antica, svolgevano il loro lavoro in maniera itinerante: percorrevano le campagne durante il periodo di mietitura e durante la vendemmia, luoghi in cui aveva luogo il rito nella sua complessit\u00e0 originaria. Con il passaggio al rituale \u2018domestico\u2019, i musici venivano chiamati a svolgere il loro compito all\u2019interno della piccola dimora del tarantato. Frequentemente, i costi dell\u2019attivit\u00e0 musicale svolta dai musici incidevano in maniera ingente sulle finanze\u00a0 gi\u00e0 povere delle famiglie contadine del Salento. I musici richiedevano circa ottomila lire a testa per ogni giorno in cui suonavano, a cui andava aggiunto il vitto. Se necessario, tutta la comunit\u00e0 partecipava per pagare \u2018la cura\u2019.Considerato l\u2019emblema del musico-terapeuta \u00e8 sicuramente Luigi Stifani , di professione barbiere nel comune di Nard\u00f2, ma all\u2019occorrenza \u201csuonatore di tarantate\u201d. Stifani descrive il tarantismo, nella sua prospettiva da insider, come un fenomeno reale: n\u00e9 come una malattia, n\u00e9 come una forma di disagio, ma come effetto proprio del morso della tarantola e curabile esclusivamente mediante la musica e l\u2019intervento provvidenziale di San Paolo di Galatina. Inoltre, il suonatore accenna alla diminuzione della contrazione del tarantismo a partire dalla fine degli anni \u201960; Stifani riconduce tale evidente dato alla minore frequentazione delle campagne da parte della popolazione e alla presenza nei terreni di sostanze chimiche che ridurrebbero l\u2019effetto della morsicatura del ragno. Nell\u2019intervista fatta a Luigi Stifani il musicista racconta di aver suonato per quasi quaranta tarantati, differenti per et\u00e0, ceto sociale e sesso; poi si appresta a raccontare alcuni episodi ritenuti particolari: il caso di un bambino di pochi mesi colpito dalla taranta, presentato a dimostrazione della realt\u00e0 concreta del tarantismo e quello di una tarantata, appartenente ad un ceto pi\u00f9 elevato rispetto a quello contadino e per questo anomalo rispetto alla pratica consuetudinaria. Spesso Stifani veniva chiamato dalla famiglia del tarantato con lo scopo di effettuare un sopralluogo che precedeva l\u2019attivit\u00e0 musicale e consisteva in una vera e propria diagnosi atta alla comprensione dell\u2019entit\u00e0 del male della vittima: il musicista si assicurava che la vittima fosse realmente tarantata, prima di dare il via all\u2019azione coreutica-musicale. Per distinguere i tarantati, Stifani osservava i loro occhi che dovevano contenere le tracce del veleno ed i loro piedi che il tarantato non riusciva a tenere fermi; ultimo indizio era invece dato dalla costante eccitazione in cui il tarantato si trovava: \u201c Se a me non risultano queste cose \u00e8 inutile andare a suonare , sia perch\u00e9 facciamo risparmiare, sia per evitare altri provvedimenti\u201d. Anche il fratello di Luigi Stifani, Antonio, \u00e8 un musicista delle tarante; similarmente al fratello, questo tratta il fenomeno del tarantismo come assolutamente reale. Antonio attribuisce la maggior frequenza di tarantate di sesso femminile al loro tipo di abbigliamento, che le coprirebbe in maniera inferiore rispetto al vestiario tipico degli uomini. L\u2019importanza dei musicisti in un contesto rituale siffatto appare imprescindibile; la loro presenza infatti \u00e8 attestata da tutte le fonti, parallelamente all\u2019esistenza dello stesso fenomeno del tarantismo. Nonostante questi incidessero consistentemente nell\u2019economia del ceto contadino, le famiglie coinvolte nel rituale non potevano fare a meno del loro intervento sia diagnostico che terapeutico. \u00c8 possibile indicare un ulteriore protagonista dell\u2019azione rituale che consisterebbe proprio nella collettivit\u00e0; il suo compito primo consiste nello stringersi attorno alla vittima del morso, guidandola nei meandri della terapia stessa. Il tarantismo appare strettamente connesso alla comunit\u00e0 per il sol fatto di essere da questa prodotto e riplasmato ogni qual volta se ne presenta la necessit\u00e0. All\u2019interno della comunit\u00e0 nascono e prendono forma le pratiche rituali, che vengono da questa selezionate partendo da una spiazzante molteplicit\u00e0; Remotti descrive i rituali come risultato di uno sfrondamento delle possibilit\u00e0 esistenti, una drastica riduzione che risulta fondamentale alla stessa sopravvivenza della comunit\u00e0. La prospettiva di Remotti risulta in questa sede utile a comprendere l\u2019importanza del contesto sociale nel concepimento di un dato rituale da parte di una certa comunit\u00e0. La comunit\u00e0 contadina del Salento innanzi ad un fenomeno culturalmente denso com\u2019\u00e8 il tarantismo reagisce con estrema partecipazione che consiste, inprimis, nel riconoscimento della natura del male accusato dal tarantato. Tale riconoscimento avviene all\u2019interno della famiglia prima ed, in seguito, nel vicinato. Quest\u2019ultimo contesto assume un ruolo di particolare rilievo nel momento in cui le comari donne del vicinato contribuiscono alla costruzione del perimetro rituale e, spesso, mettono a disposizione oggetti di vario tipo come i fazzoletti ed i gioielli di cui si \u00e8 trattato in precedenza. Inoltre spesso le comari si occupano di preparare da mangiare ai musici durante l\u2019azione rituale e musicale, alleggerendo la famiglia del tarantato della spesa del vitto. La partecipazione della comunit\u00e0 tutta \u00e8 registrata dalle varie fonti soprattutto in quanto \u2018spettatrice\u2019 durante l\u2019azione coreutico-musicale. Ai bordi del perimetro rituale si accalca la folla che si riunisce ad osservare, giudicare ed entrare in contatto con il fenomeno stesso . Nella gi\u00e0 citata intervista a Luigi Stifani emerge l\u2019importanza della comunit\u00e0 nel suo racconto riguardante una tarantata, appartenente ad una famiglia piuttosto benestante, il cui padre non voleva che la gente del vicinato assistesse alla spudorata danza compiuta dalla figlia: \u201cAbbiamo cominciato a suonare e per tre fiorni non abbiamo mai smesso. Il padre della ragazza si vergognava della gente e la madava via; allora San Paolo disse alla figlia tarantata che lui non aveva bisogno del partafoglio, ma dell\u2019elemosina . Infatti dovetta aprire la porta , chimare la gente che aveva mandato via, e farla assistere al ballo\u201d. Nel brano citato l\u2019importanza del pubblico appartenente al vicinato \u00e8 accentuata dalla richiesta da parte del Santo; l\u2019ordine proviene dall\u2019altro come se fosse impossibile sottrarsi allo sguardo di pena e comprensione della comunit\u00e0. Le donne soprattutto, infatti, condividono il cordoglio della famiglia durante la danza del tarantato, il loro dispiacere \u00e8 sentito e condiviso dalla comunit\u00e0 anche se non mancano gli scettici. Questi ultimi sono attestati soprattutto nelle fonti dello scorso secolo ed interpretano il tarantismo come mera richiesta di attenzioni, come messa in scena teatrale o come chiara crisi di natura isterica. Nonostante ci\u00f2 la comunit\u00e0 \u00e8 sicuramente uno dei protagonisti pi\u00f9 coinvolti nella costruzione del fenomeno almeno in origine e nella partecipazione collaborativa o meno al rituale in s\u00e9, con l\u2019avvento del Cristianesimo e del Cattolicesimo in maniera particolare, ha condizionato ed alterato la ritualit\u00e0 tradizionale e tutta cultura salentina. Posso affermare che Annabella nasce a Roma nel 1931 da padre chimico e madre violinista. Conduce ricerche storiche, antropologiche e sociali sull&#8217;Italia meridionale, sulle tradizioni locali e gli aspetti folkloristici. La studiosa non sceglie il silenzio di fronte al genocidio che la cultura egemone ha perpetrato, in virt\u00f9 di un&#8217;omologazione culturale pi\u00f9 redditizia per il mercato. Annabella Rossi disse non appartengono alla cultura popolare, non appartengono a questa cultura molti spettacoli, feste, rassegne, programmi radiofonici e televisivi, che pure si richiamano al mondo popolare. Oggi il popolare \u00e8 \u201cdi moda\u201d con il nome ambiguo di folklore, \u00e8 divenuto oggetto di consumo, ricercato e quindi vendibile. Nell&#8217;area del Folklore si collocano innumerevoli complessi di musica o danza, prodotti artigianali, interi filoni della moda, manifesti turistici, cartoline illustrate. Questo modo di travisare il mondo Popolare presentandolo in forme addolcite, aggraziate, riducendolo a spettacolo o a passatempo \u00e8 un disegno preciso: rendere accettabile manipolandola una realt\u00e0 che nel corso della storia non \u00e8 mai stata piacevole, e anzi veniva volentieri occultata. Il mondo Popolare autentico non ha nulla in comune con le immagini che ce ne vengono offerte, \u00e9 qualcosa di vero, di pensato, che rispecchia una concezione della vita diversa in parte dalle nostra ma non per questo inferiore, \u00e9 una cultura dai contenuti umani profondi e coerenti. La sua carriera \u00e8 segnata dall&#8217;incontro con l&#8217;antropologo Ernesto De Martino, \u00e8 stata tra le prime utilizzatrici della fotografia e della ripresa video nella ricerca antropologica. Ha svolto il suo lavoro di antropologa culturale presso il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari di Roma: al suo interno, ha contribuito in maniera decisiva alla raccolta del materiale fotografico e video sul folklore storico italiano.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:74.68583%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030322\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000030322\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030322\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031.jpg?fit=2126%2C1434&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2126,1434\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;ANNABELLA ROSSI&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Pellegrinaggio alla Madonna dell&#039;Arco, provincia di Napoli&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;104716800&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;IMMAGINE SOGGETTA A COPYRIGHT&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;Archivio Fotografico Moderno (AFM) - ICCDe&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Archivio Fotografico Moderno (AFM) &amp;#8211; ICCDe\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"&lt;p&gt;Pellegrinaggio alla Madonna dell&amp;#8217;Arco, provincia di Napoli&lt;\/p&gt;\n\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031.jpg?fit=300%2C202&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031.jpg?fit=1024%2C691&amp;ssl=1\" data-attachment-id=\"1000030322\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030322\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031.jpg?fit=2126%2C1434&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2126,1434\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;ANNABELLA ROSSI&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Pellegrinaggio alla Madonna dell&#039;Arco, provincia di Napoli&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;104716800&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;IMMAGINE SOGGETTA A COPYRIGHT&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;Archivio Fotografico Moderno (AFM) - ICCDe&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Archivio Fotografico Moderno (AFM) &amp;#8211; ICCDe\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"&lt;p&gt;Pellegrinaggio alla Madonna dell&amp;#8217;Arco, provincia di Napoli&lt;\/p&gt;\n\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031.jpg?fit=300%2C202&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031.jpg?fit=1024%2C691&amp;ssl=1\" role=\"button\" tabindex=\"0\" aria-label=\"Abrir la imagen 1 de 6 en pantalla completa\"srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031-1024x691.jpg?strip=info&#038;w=600&#038;ssl=1 600w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031-1024x691.jpg?strip=info&#038;w=900&#038;ssl=1 900w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031-1024x691.jpg?strip=info&#038;w=1200&#038;ssl=1 1200w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031-1024x691.jpg?strip=info&#038;w=1500&#038;ssl=1 1500w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031-1024x691.jpg?strip=info&#038;w=1800&#038;ssl=1 1800w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031-1024x691.jpg?strip=info&#038;w=2000&#038;ssl=1 2000w\" alt=\"\" data-height=\"1434\" data-id=\"1000030322\" data-link=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030322\" data-url=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031-1024x691.jpg\" data-width=\"2126\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/06_Campania_Napoli-NA_Pellegrinaggio-alla-Madonna-dellArco_Napoli_1973_AFM-000025-031-1024x691.jpg?ssl=1\" data-amp-layout=\"responsive\"\/><\/a><\/figure><\/div><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:25.31417%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030321\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000030321\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030321\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03.jpg?fit=1181%2C1165&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"1181,1165\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;ANNABELLA ROSSI - PEDRETTI - RUS&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Spettacoli in piazza - 1958&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;IMMAGINE SOGGETTA A COPYRIGHT&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;Archivio Fotografico Moderno (AFM) - ICCDe&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Archivio Fotografico Moderno (AFM) &amp;#8211; ICCDe\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"&lt;p&gt;Spettacoli in piazza &amp;#8211; 1958&lt;\/p&gt;\n\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03.jpg?fit=300%2C296&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03.jpg?fit=1024%2C1010&amp;ssl=1\" data-attachment-id=\"1000030321\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030321\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03.jpg?fit=1181%2C1165&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"1181,1165\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;ANNABELLA ROSSI - PEDRETTI - RUS&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Spettacoli in piazza - 1958&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;IMMAGINE SOGGETTA A COPYRIGHT&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;Archivio Fotografico Moderno (AFM) - ICCDe&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Archivio Fotografico Moderno (AFM) &amp;#8211; ICCDe\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"&lt;p&gt;Spettacoli in piazza &amp;#8211; 1958&lt;\/p&gt;\n\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03.jpg?fit=300%2C296&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03.jpg?fit=1024%2C1010&amp;ssl=1\" role=\"button\" tabindex=\"0\" aria-label=\"Abrir la imagen 2 de 6 en pantalla completa\"srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03-1024x1010.jpg?strip=info&#038;w=600&#038;ssl=1 600w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03-1024x1010.jpg?strip=info&#038;w=900&#038;ssl=1 900w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03-1024x1010.jpg?strip=info&#038;w=1181&#038;ssl=1 1181w\" alt=\"\" data-height=\"1165\" data-id=\"1000030321\" data-link=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030321\" data-url=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03-1024x1010.jpg\" data-width=\"1181\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/03_Lazio_Roma-RM_Spettacoli-in-Piazza_1958_AFM-000087-03-1024x1010.jpg?ssl=1\" data-amp-layout=\"responsive\"\/><\/a><\/figure><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030320\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000030320\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030320\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960.jpg?fit=2126%2C2126&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2126,2126\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1648219830&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"01_Puglia_Nard\u00f2 (LE)_Il violinista Luigi Stifani durante la terapia coreutico-musicale domiciliare della tarantata Maria di Nard\u00f2_foto Annabella Rossi_ giugno 1960\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960.jpg?fit=300%2C300&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960.jpg?fit=1024%2C1024&amp;ssl=1\" data-attachment-id=\"1000030320\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030320\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960.jpg?fit=2126%2C2126&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2126,2126\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1648219830&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"01_Puglia_Nard\u00f2 (LE)_Il violinista Luigi Stifani durante la terapia coreutico-musicale domiciliare della tarantata Maria di Nard\u00f2_foto Annabella Rossi_ giugno 1960\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960.jpg?fit=300%2C300&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960.jpg?fit=1024%2C1024&amp;ssl=1\" role=\"button\" tabindex=\"0\" aria-label=\"Abrir la imagen 3 de 6 en pantalla completa\"srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960-1024x1024.jpg?strip=info&#038;w=600&#038;ssl=1 600w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960-1024x1024.jpg?strip=info&#038;w=900&#038;ssl=1 900w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960-1024x1024.jpg?strip=info&#038;w=1200&#038;ssl=1 1200w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960-1024x1024.jpg?strip=info&#038;w=1500&#038;ssl=1 1500w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960-1024x1024.jpg?strip=info&#038;w=1800&#038;ssl=1 1800w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960-1024x1024.jpg?strip=info&#038;w=2000&#038;ssl=1 2000w\" alt=\"\" data-height=\"2126\" data-id=\"1000030320\" data-link=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030320\" data-url=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960-1024x1024.jpg\" data-width=\"2126\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Puglia_Nardo-LE_Il-violinista-Luigi-Stifani-durante-la-terapia-coreutico-musicale-domiciliare-della-tarantata-Maria-di-Nardo_foto-Annabella-Rossi_-giugno-1960-1024x1024.jpg?ssl=1\" data-amp-layout=\"responsive\"\/><\/a><\/figure><\/div><\/div><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:36.10185%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030319\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000030319\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030319\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi.jpg?fit=2099%2C1396&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2099,1396\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Canon TS3300 series&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi.jpg?fit=300%2C200&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi.jpg?fit=1024%2C681&amp;ssl=1\" data-attachment-id=\"1000030319\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030319\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi.jpg?fit=2099%2C1396&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2099,1396\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Canon TS3300 series&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi.jpg?fit=300%2C200&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi.jpg?fit=1024%2C681&amp;ssl=1\" role=\"button\" tabindex=\"0\" aria-label=\"Abrir la imagen 4 de 6 en pantalla completa\"srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi-1024x681.jpg?strip=info&#038;w=600&#038;ssl=1 600w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi-1024x681.jpg?strip=info&#038;w=900&#038;ssl=1 900w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi-1024x681.jpg?strip=info&#038;w=1200&#038;ssl=1 1200w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi-1024x681.jpg?strip=info&#038;w=1500&#038;ssl=1 1500w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi-1024x681.jpg?strip=info&#038;w=1800&#038;ssl=1 1800w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi-1024x681.jpg?strip=info&#038;w=2000&#038;ssl=1 2000w\" alt=\"\" data-height=\"1396\" data-id=\"1000030319\" data-link=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030319\" data-url=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi-1024x681.jpg\" data-width=\"2099\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Roma-settembre-1969-MNATP-Archivio-privato-Rossi-1024x681.jpg?ssl=1\" data-amp-layout=\"responsive\"\/><\/a><\/figure><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030323\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000030323\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030323\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975.jpg?fit=1181%2C831&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"1181,831\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"09_Campania_Piazza di Pandola (AV)_Carnevale_Annabella Rossi_febbraio_1975\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975.jpg?fit=300%2C211&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975.jpg?fit=1024%2C721&amp;ssl=1\" data-attachment-id=\"1000030323\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030323\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975.jpg?fit=1181%2C831&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"1181,831\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"09_Campania_Piazza di Pandola (AV)_Carnevale_Annabella Rossi_febbraio_1975\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975.jpg?fit=300%2C211&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975.jpg?fit=1024%2C721&amp;ssl=1\" role=\"button\" tabindex=\"0\" aria-label=\"Abrir la imagen 5 de 6 en pantalla completa\"srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975-1024x721.jpg?strip=info&#038;w=600&#038;ssl=1 600w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975-1024x721.jpg?strip=info&#038;w=900&#038;ssl=1 900w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975-1024x721.jpg?strip=info&#038;w=1181&#038;ssl=1 1181w\" alt=\"\" data-height=\"831\" data-id=\"1000030323\" data-link=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030323\" data-url=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975-1024x721.jpg\" data-width=\"1181\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975-1024x721.jpg?ssl=1\" data-amp-layout=\"responsive\"\/><\/a><\/figure><\/div><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:63.89815%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030318\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000030318\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030318\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott.jpg?fit=1181%2C917&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"1181,917\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"01_Lombardia_Val Camonica_Roccia di Naquane_Dott\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott.jpg?fit=300%2C233&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott.jpg?fit=1024%2C795&amp;ssl=1\" data-attachment-id=\"1000030318\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030318\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott.jpg?fit=1181%2C917&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"1181,917\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Expression 12000XL&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"01_Lombardia_Val Camonica_Roccia di Naquane_Dott\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott.jpg?fit=300%2C233&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott.jpg?fit=1024%2C795&amp;ssl=1\" role=\"button\" tabindex=\"0\" aria-label=\"Abrir la imagen 6 de 6 en pantalla completa\"srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott-1024x795.jpg?strip=info&#038;w=600&#038;ssl=1 600w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott-1024x795.jpg?strip=info&#038;w=900&#038;ssl=1 900w,https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott-1024x795.jpg?strip=info&#038;w=1181&#038;ssl=1 1181w\" alt=\"\" data-height=\"917\" data-id=\"1000030318\" data-link=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000030318\" data-url=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott-1024x795.jpg\" data-width=\"1181\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/01_Lombardia_Val-Camonica_Roccia-di-Naquane_Dott-1024x795.jpg?ssl=1\" data-amp-layout=\"responsive\"\/><\/a><\/figure><\/div><\/div><\/div><\/div><\/div>\n\n\n\n<p> Per il museo, cura mostre internazionali con il Ministero dei beni culturali e il Ministero degli esteri italiani. Collabora con Roberto De Simone, si occupa, come consulente o autrice dei testi, della realizzazione di documentari con Luigi Di Gianni, con il compagno Michele Gandin, e con Gianfranco Mingozzi. Ha insegnato presso l&#8217;Universit\u00e0 degli Studi di Salerno. Il 28 giugno del 1959 Annabella Rossi incontra Michela Margiotta, una donna tarantolata di Ruffano, in provincia di Lecce. La studiosa si trova insieme all&#8217;equipe di Ernesto De Martino nel Salento per studiare il Tarantismo. Con questa donna, la Michelamargiotta &#8211; cos\u00ec la chiamano i bambini, Annabella intrattiene una corrispondenza che dura ben sei anni. Michela, macara, tarantata vive accumulando elemosine elargite dai settemila abitanti del paese dove abita, coltivando la terra la donna racconta alla studiosa le forme di coinvolgimento ossessivo, in cui \u00e8 pienamente cosciente di essere implicata: il tarantismo ed il male di San Donato. Nel corso del tempo le visite, le lettere, i pacchi di doni, le cartoline scambiate tra Annabella e la donna del Salento, diventano un dialogo tra due mondi lontani culturalmente che in maniera ostinatamente caparbia decidono di comunicare. Le lettere inviate dalla donna diventano un libro nel 1970. Coinvolta da De Martino nella spedizione in Salento del 1959, Annabella Rossi aveva sin da subito cominciato a fotografare i volti delle persone incontrate, con spontaneit\u00e0 ed istinto come confessava essa stessa, dimostrando una sensibilit\u00e0 che la rende affine a Pasolini, che pure tanto amava. Con un carattere molto passionale, la studiosa aveva le idee chiare da un punto di vista politico, era fortemente persuasa della necessit\u00e0 di un&#8217;azione sociale correlata allo studio antropologico, si interrogava sulle tradizioni popolari ma anche sulle questioni epistemologiche della disciplina. La studiosa romana ha compiuto altri importanti studi sul fenomeno del tarantismo nella provincia di Salerno, in una zona conosciuta con il nome di Cilento, dove in numerosi paesi rintraccia molte persone che hanno ricordi e raccoglie circa cinquanta testimonianze relative a queste pratiche. La ricerca sul tema del tarantismo non \u00e8 conclusa. I materiali raccolti ed analizzati dalla studiosa, morta prematuramente nel 1984, lasciano in sospeso molti interrogativi. E&#8217; un patrimonio prezioso quello raccolto da Annabella Rossi, grazie al suo sguardo ancora oggi interessante. Bisogna rendergli onore, la taranta oltre ad affollare lo scaffale del supermercato questo simbolo \u00e8 svenduto in nome di un paese-cartolina dove invece in questo momento, ora, vige miseria, povert\u00e0, emigrazione &#8211; dovrebbe rappresentare l&#8217;oggetto di studi approfonditi delle tradizioni popolari. Il tarantismo, attraverso le opere di Annabella Rossi, cos\u00ec come quelle stesse persone tarantolate, non deve essere dimenticato. Il suo ricordo appartiene alla nostra cultura in maniera profonda, un passato che \u00e8 capace di restituirci, tutto d&#8217;un colpo, lo stupore orrifico del vivere umano. Annabella Rossi in realt\u00e0 declinava a modo suo l\u2019impegno politico di de Martino, senza soffermarsi troppo sulle sue basi teoriche, ma radicalizzando le posizioni di vicinanza sociale e politica con i subalterni. Ci\u00f2 premesso, l\u2019asserzione della validit\u00e0 dell\u2019impegno politico nella ricerca sociale \u00e8 oggi valida pi\u00f9 che mai. Naturalmente sono cambiate molte cose. Anche una teoria antropologica basata sulla nozione stessa di classe, rischia di essere oggi inadeguata a cogliere e interpretare la realt\u00e0. Ma smascherare gli ordini gerarchici e costrittivi dentro i quali \u00e8 oggi relegata la vita di tutti e, in particolare, dei meno abbienti, degli immigrati, delle minoranze, delle donne, resta a mio avviso, lezione che oggi Annabella darebbe se fosse ancora viva era nata nel 1933, potrebbe essere ancora una lucida novantenne, se il destino non fosse stato cinico e baro. Personalmente custodisco un\u2019idea dell\u2019impegno dello studioso di scienze sociali, che ho certamente formato sugli esempi concreti di Rossi e di Lombardi Satriani, ma che oggi declino in modo diverso. Questo impegno non pu\u00f2 essere soltanto di militanza sul terreno, di testimonianza solidale (tanto, a chi interessa che lo studioso sia con un gruppo umano sofferente od oppresso, oggi che il neocapitalismo autoritario non cerca pi\u00f9 un consenso che sembra appartenergli di diritto?). Deve divenire anche, e soprattutto direi, impegno per la costruzione di teorie sociali che sappiano prefigurare modelli alternativi. Nella crisi delle grandi narrazioni della Storia che abbiamo vissuto, e andiamo vivendo, contribuire a elaborare modelli di vita sociale diversi e renderli noti, deve costituire, a mio avviso, l\u2019impegno principale dell\u2019antropologo, del sociologo, dell\u2019economista o dello studioso di politica. Il contadino di Rossi aveva ben chiara l\u2019ingiustizia sociale ed era in grado di ipotizzare anche come se ne potesse venire fuori; il compito dello studioso era maieutico e la sua vicinanza fisica, sul terreno, una condizione importante per l\u2019emancipazione collettiva. Il giovane precario di oggi, il rider delle periferie milanesi, l\u2019immigrato sottopagato dell\u2019agro pontino, il pensionato che sopravvive negli slums del Tufello o della Cecchignola, uomini e donne persi nelle immense banlieue che il capitalismo ha disseminato ovunque, non hanno affatto chiara la dinamica della propria dipendenza e non hanno modelli cui affidarsi per uscirne. Vi \u00e8, poi, un\u2019ulteriorit\u00e0 che investe quell\u2019ambito visivo in cui Annabella Rossi ha dedicato molta attivit\u00e0 pratica, anche se poca attenzione teorica. La condizione sociale complessiva oggi transita attraverso la sua rappresentazione. Si sta bene o male perch\u00e9 la percezione mediata dai mass media e dai social media inesorabilmente lo sancisce, al di l\u00e0 delle effettive situazioni economiche e sociali. Ci\u00f2 vuol dire che impegno oggi significa anche saper smascherare le false rappresentazioni della vita collettiva che alimentano il populismo e le derive dispotiche. Negli anni Sessanta Rossi effettua nel sud Italia ricerche sul campo corredandole di documentazione fotografica e sonora. Le ricerche riguardano la religiosit\u00e0 popolare e la cultura materiale. Secondo te, con lei principia l\u2019antropologia visiva in Italia ovvero l\u2019immagine-documento? Del resto ella stessa afferma: \u00abUna intera pagina non riesce n\u00e9 a documentare, n\u00e9 a trasmettere ci\u00f2 che pu\u00f2 una sola immagine\u00bb. Ho una certa perplessit\u00e0 rispetto all\u2019affermazione che tu ricordi, personale elaborazione di Annabella, del resto, di un imperante luogo comune, \u201cun\u2019immagine vale pi\u00f9 di mille parole\u201d. A un\u2019immagine si deve certamente dare credito, superando il pregiudizio crociano invalso nell\u2019alta cultura italiana, della sua flebilit\u00e0 e ingannevolezza nell\u2019espressione del pensiero e del pensiero critico in particolare. L\u2019immagine va posta sullo stesso piano della parola, tra gli strumenti che consentono informazione, riflessione, comunicazione. Ma un\u2019immagine di per s\u00e9 non \u00e8 detto che \u201cdocumenti o trasmetta\u201d pi\u00f9 di una determinata scrittura. Dipende dalla qualit\u00e0 dell\u2019immagine e dalla qualit\u00e0 della scrittura; dipende dai differenti carichi di responsabilit\u00e0 che loro si assegnano nell\u2019organizzazione della narrazione e degli spazi discorsivi. Questo ordine di riflessioni era abbastanza distante da Annabella, a mio avviso, che aveva in effetti una certa fiducia \u201cmessianica\u201d nella forza contro-informativa dell\u2019immagine (in questo pienamente Sessantottina). Con Annabella poi, non nasce certo l\u2019etnografia visiva italiana, se con tale locuzione vogliamo designare la prassi di raccogliere informazioni etnografiche e antropologiche con i mezzi audiovisivi. Come sai, fu de Martino a essere considerato, a torto o a ragione, il fondatore dell\u2019etnografia visiva da noi. Ed egli fu, indubbiamente, un promotore e un innovatore in questo campo, che per\u00f2 altri prima di lui avevano praticato e alacremente dissodato. Sia pur in modi e forme diversi, i mezzi audiovisivi, e in particolare la fotografia, sono stati impiegati, nel contesto antropologico nazionale, analogamente con quanto accadeva in altre tradizioni di studio, sin dagli esordi. Anche qui, pur se con tratti peculiari, le vicende (e le storiografie) della disciplina e del mezzo si sono intrecciate, dentro quell\u2019orizzonte coloniale e imperialista che le ha entrambe distinte, come molti studiosi hanno sottolineato. Rossi, per\u00f2, che aveva nel momento d\u2019inizio della sua avventura antropologica, gi\u00e0 una notevole esperienza di fotografa, come attestano le produzioni giovanili presenti nel suo archivio familiare, fu in effetti la prima persona che riassunse in s\u00e9 i ruoli di antropologa e fotografa. In questo direi che la sua vicenda \u00e8 stata realmente pionieristica. Prima di Rossi, de Martino si portava appresso, come un\u2019appendice, il documentatore, con l\u2019inevitabile scollamento, strabismo, disallineamento che ne conseguivano. L\u2019occhio di antropologa di Annabella coincide, invece, con il suo occhio di fotografa (e di videomaker), inaugurando una prassi che, per quel che concerne il contesto nazionale, avr\u00e0 un seguito duraturo nella seconda met\u00e0 del Novecento e oltre. Ci\u00f2 che va segnalato ancora, per\u00f2, \u00e8 una peculiarit\u00e0 della ricerca di Rossi, per lo meno al suo tempo: una ricerca che, anche per il suo collocarsi in una prestigiosa sede di carattere nazionale (il museo che ho prima ricordato), ha saputo coniugare la documentazione audio visiva con la concreta raccolta dei manufatti sul campo, dei documenti cartacei loro connessi e con la loro schedatura, in un tutto organico che conferisce a questa esperienza etnografico-visiva, museologica e archivistica un tratto assolutamente innovativo. Annabella Rossi indaga la realt\u00e0 subalterna nel Salento con approccio gramsciano alla struttura festa e al folclore considerato fino ad allora elemento \u2018pittoresco\u2019 e \u2018spettacolare\u2019. Basti pensare che con Lettere da una tarantata (1970) il fenomeno \u00e8 studiato per la prima volta con lo \u2018sguardo dall\u2019interno\u2019. Volume imperniato sulle dinamiche interazionali tra antropologo e interlocutori. Sguardo lontano da revival e spettacolarizzazioni in atto come \u2018La notte della taranta\u2019. Cosa pensi in merito a ci\u00f2? Preferisco soprassedere sull\u2019argomento \u201cnotte della taranta\u201d, non soltanto per la mia personale diffidenza verso l\u2019oggetto, ma anche perch\u00e9 penso additi un quadro complesso del tutto distante dalle problematiche di Rossi. La tua domanda, comunque, pone due questioni diverse. Il gramscianesimo di Rossi e l\u2019innovativit\u00e0 dell\u2019opera del 1970 che ricordi. Riguardo alla prima questione, Rossi non partecip\u00f2 in prima persona al dibattito teorico che impegn\u00f2 parte dell\u2019antropologia italiana coeva, riguardo alle tesi gramsciane sul folklore, dibattito che impegn\u00f2 lo stesso de Martino e poi Lombardi Satriani, Alberto M. Cirese ma anche Tullio Seppilli, Amalia Signorelli, Clara Gallini, per qualche verso Vittorio Lanternari. Rossi, che aveva una certa idiosincrasia, come forse gi\u00e0 traspare da quanto prima ti ho detto, per la dimensione teorica e la prassi speculativa, attu\u00f2 invece sul terreno una ricerca improntata a tratti marxisti, cos\u00ec come le erano stati trasmessi e mediati da de Martino il cui gramscianesimo, come sai, era caratterizzato da una larga autonomia e da tratti a volte contraddittori. Ma, forse ancor pi\u00f9, una ricerca improntata a un nuovo \u201cumanesimo etnografico\u201d (per chiosare ancora de Martino), solidale e partecipativo, empatico e pragmatico. Noi non disponiamo ancora di una dettagliata conoscenza delle carte private di Rossi, per lungo tempo fuori Italia, da poco rientrate presso il Museo delle Civilt\u00e0 e ancora non consultabili (che ci potrebbero dare chiss\u00e0 quali esiti), ma per i documenti pubblici e privati ad oggi disponibili, la sua etnografia, come ho accennato, ebbe tratti molto marcati, certamente trascendenti gli stessi insegnamenti demartiniani. E si caratterizz\u00f2 in modo originale rispetto a molte delle esperienze coeve. Tra le carte non note di Rossi, potrebbero esservi corrispondenze con gli interlocutori privilegiati, a esempio, che potrebbero offrirci un quadro pi\u00f9 chiaro circa il suo pensiero etnografico. Che io ho avuto poco modo di vedere all\u2019opera, malgrado amicizia e frequentazione, perch\u00e9 le mie dislocazioni spaziali (ma anche temporali) molto raramente hanno coinciso con le sue. Vi sono testimoni autorevoli, per\u00f2, per questo aspetto, coloro che hanno lavorato sul campo a stretto contatto con Annabella, da Roberto De Simone, a Paolo Apolito, Marialba Russo, Patrizia Ciambelli, Luciano Blasco. La questione dei carteggi mi porta sul secondo aspetto che tu evocavi, quello dell\u2019innovativit\u00e0 di Lettere da una tarantata. Si tratta di un\u2019opera che, al di l\u00e0 del suo oggi quasi canonico riconoscimento \u201criflessivo\u201d, presenta caratteri realmente nuovi. De Martino si fermava, in qualche misura, sulle soglie cerimoniali e rituali del tarantismo e della sua terapia. I rilievi sociologici compiuti sulle tarantate, confluiti ne\u2019 La terra del rimorso, sono piuttosto esterni, concepiti secondo le logiche regolamentari del questionario, e con una metodologia piuttosto arcaica. Oltre al volume stesso ci\u00f2 si evince anche attraverso la pubblicazione, che dobbiamo a Signorelli e Valerio Panza, dei materiali relativi alla spedizione in Salento del 1959. Annabella sente il bisogno di varcare quelle soglie, ritornando nei luoghi della ricerca. Comprende bene che la storia delle tarantate non finisce il giorno della guarigione sul sacer limen della cappella di san Paolo a Galatina. Va loro incontro nei loro luoghi, si confronta con i loro mestieri e con la loro vita privata. Mette in gioco se stessa in un primo esperimento di solidariet\u00e0 femminile interclassista e trasversale. Si affida a uno strumento di comunicazione, la scrittura epistolare, che sa essere pressappoco estraneo per i soggetti nativi che incontra ma che, se condiviso, pu\u00f2 consentire a questi ultimi di uscire fuori dagli schemi canonici del rapporto ricercatore-informatore. Pone al servizio dell\u2019indagine la sua profonda e viscerale partecipazione e la sua carica emotiva. Dedica attenzione al linguaggio con il quale una determinata condizione viene partecipata e, per meglio analizzarlo, si affida alla lettura di un linguista del calibro di Tullio De Mauro. Insomma, pi\u00f9 che una lettura dall\u2019interno del fenomeno indagato, come tu dici, un rovesciamento del concetto stesso di lettura. Sulla relativa vicinanza di Rossi e di Lewis, ti ho gi\u00e0 detto qualcosa, anche se va tenuto presente che l\u2019orizzonte politico in cui la prima si muoveva era ben diverso da quello in cui si muoveva il secondo. Ovviamente, la visione oleografica del mondo subalterno non appartiene pi\u00f9 a Rossi. Del resto, malgrado i ritardi presenti, qua e l\u00e0, anche nel contesto accademico, malgrado l\u2019incidenza di studi e di studiosi ancora legati alla radice demologica (magari rielaborata secondo direttive gramsciane), dopo de Martino, tale visione \u00e8 totalmente superata. Vi \u00e8 per\u00f2 un elemento interessante nell\u2019etnografia e nell\u2019antropologia di Annabella, nella sua fotografia etnografica, su cui mi sono soffermato altre volte e che mi sembra utile qui richiamare. L\u2019elemento in questione riguarda un certo tratto che definirei \u201corientalista\u201d. Vi \u00e8, in realt\u00e0, un atteggiamento orientalista della ricerca relativa al Mezzogiorno nell\u2019antropologia italiana del secondo Dopoguerra, ed esso \u00e8 presente anche nel lavoro di Rossi, malgrado la sua notevole capacit\u00e0 di svecchiamento e di reinvenzione delle pratiche. L\u2019\u201cOriente\u201d di Rossi per\u00f2, in omaggio al vento caraibico e andino che soffiava impetuoso sull\u2019Italia di quegli anni, \u00e8 latino-americano: i suoi poveri, persi nelle fenditure di culti marginali o nelle volute di violenti carnevali, somigliano ai messicani figli di Sanchez, agli Indios di lingua Quechua, agli innumerevoli pobrecitos delle sierras equadoregne o boliviane. Un mondo esotico, insomma, involontariamente plasmato dalla passione umana e politica di Annabella. Un esotismo che rinviava a quella parte del globo in cui un concreto evento rivoluzionario (Cuba), un forte vento di libert\u00e0, un\u2019endemica guerriglia, una teologia della liberazione, sembravano concorrere a mutare il corso immobile della storia capitalista e post-coloniale. Ricordo l\u2019ammirazione che Rossi aveva per le fotografie scattate nel Sud da un bravissimo fotografo, che ebbe a collaborare con lei in pi\u00f9 occasioni, Vittorugo Contino. Fotografie a colori, legate a manifestazioni della religiosit\u00e0 popolare, a eventi cerimoniali e rituali, a sperduti villaggi e contrade di montagna, che apparivano quasi indistinguibili da quelle che avrebbe potuto realizzare in America latina. All\u2019inizio degli anni Settanta, durante la docenza di Antropologia Culturale all\u2019universit\u00e0 di Salerno, Annabella conosce Roberto De Simone, con cui avvia ricerche in Campania con documentazione fotografica, sonora e filmica. I risultati di tali lavori si ritrovano nei saggi Immagini della Madonna dell\u2019Arco\u00a0 del 1974 e Carnevale si chiamava Vincenzo 1977. Entrambi contrapponevano alla ricerca accademica, astratta e da tavolino, l\u2019indagine sul campo. Annabella, infatti, spesso indirizzava battute dissacranti a docenti di scienze antropologiche. \u00c8 stata una figura composita ed eretica, per niente omologata all\u2019ambito universitario. Roberto De Simone \u00e8 testimone del lavoro di Annabella Rossi, egli \u00e8 stato colui che ha saputo introdurre Rossi nel mondo napoletano e campano, con la sua straordinaria conoscenza del contesto e dei regimi scenici che lo caratterizzavano. Annabella era romana; l\u2019amore e l\u2019interesse per la Campania erano accompagnati da una personale cultura antropologica ben diversa. Ma Roberto De Simone \u00e8 stato colui che l\u2019ha condotta all\u2019interno dell\u2019universo sonoro, vocale, mimico, gestuale, teatrale, rituale e cerimoniale del Carnevale campano. Senza di lui, che del resto \u00e8 coautore, Carnevale si chiamava Vincenzo non credo sarebbe potuto esistere o, se fosse esistito, avrebbe avuto diversa fisionomia. La ricerca accademica, poi, per Annabella semplicemente non esisteva, se non per l\u2019aspetto didattico, per il coinvolgimento dei suoi studenti dell\u2019Universit\u00e0 di Salerno nel lavoro sul campo, cui lei dedicava molta attenzione e molte energie. Rispetto all\u2019accademia era certamente irriverente, ostile, beffarda e ci\u00f2 era del resto ricambiato. Le istituzioni si servirono di lei e della sua straordinaria intelligenza, pagandola il meno possibile: a Salerno era una semplice incaricata e la cattedra non le fu mai chiamata, presso il museo aveva la qualifica, di cui si vantava, di operaia. Sovente, nei suoi tentativi di avere un posto meno precario nell\u2019Universit\u00e0, si trov\u00f2 la strada sbarrata da ostilit\u00e0, diffidenze, pregiudizi, sgambetti ed egoistiche concorrenze. Di questa situazione ella, sia pur con personale sofferenza, si fece una ragione attraverso la sua cultura politica e attraverso la militanza che largamente suppliva alla scarsa considerazione accademica. Si, Annabella, \u00e8 stata una figura eretica, una donna poliedrica, curiosa, aperta al nuovo, che percepiva bene la sua diversit\u00e0 femminile, pur non avendo assunto atteggiamenti e posture da militante femminista. Il percorso espositivo delinea un\u2019indagine corale che parte dalla spedizione in Salento del 1959 con il famoso antropologo e filosofo Ernesto de Martino per approdare alle grandi inchieste nel Mezzogiorno dedicate alla religiosit\u00e0 popolare e alle feste tradizionali, tra le quali spicca l\u2019imponente ricerca sul Carnevale. Quest&#8217;ultima, condotta tra il 1972 e il 1976, ha visto la partecipazione attiva degli studenti del suo corso di Antropologia Culturale all\u2019Universit\u00e0 di Salerno, trasformando il lavoro sul campo in un\u2019esperienza di didattica collettiva. Lo sguardo di Annabella Rossi si posa con la stessa intensit\u00e0 sulla Roma periferica della fine degli anni \u201850 e sulla vita quotidiana di Trastevere, documentando gli aspetti delle culture marginali e popolari. Annabella Rossi ha cos\u00ec restituito dignit\u00e0 a un\u2019umanit\u00e0 segnata dalla fatica, ma illuminata da una profonda innocenza che emerge con forza nei ritratti fotografici dove la partecipazione emotiva trasforma il documento in arte. Ad arricchire l&#8217;esperienza sensoriale, il percorso ospita il film fotoritmico \u00abSerenata d\u2019arte varia\u00bb di Francesco De Melis: una musicalizzazione per voce e pianoforte delle sequenze di strada della studiosa, che trasforma l&#8217;immagine statica in un flusso vitale, restituendo il ritmo di una \u00abvita anteriore\u00bb fatta di artisti di strada e numeri d&#8217;arte varia.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Biografia di Annabella Rossi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Etnologa e fotografa, Annabella Rossi \u00e8 stata una figura di rottura nel panorama dell\u2019antropologia italiana del secondo Novecento. Allieva e stretta collaboratrice di Ernesto de Martino, ha partecipato nel 1959 alla storica spedizione in Salento per lo studio del tarantismo, un\u2019esperienza che ha segnato profondamente la sua metodologia di ricerca sul campo. Il suo lavoro, svolto nell\u2019ambito del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari dove lavor\u00f2 a partire dal 1961, si \u00e8 distinto per l&#8217;uso pionieristico dei mezzi audiovisivi \u2013 fotografia, registrazioni sonore e videotape \u2013 intesi non come semplici sussidi, ma come strumenti primari e complementari dell\u2019indagine scientifica. Al centro delle sue ricerche, condotte per circa un ventennio nell\u2019Italia centro-meridionale, vi \u00e8 la cosiddetta \u00abcultura della miseria\u00bb: Annabella Rossi ha documentato con sguardo militante la religiosit\u00e0 e le credenze, il tarantismo, il lavoro e la quotidianit\u00e0, denunciando lo stigma della povert\u00e0 di un\u2019umanit\u00e0 marginalizzata dal boom economico. Tra le sue opere fondamentali si annoverano \u00abLe feste dei poveri\u00bb (1969), Lettere da una tarantata (1970) e \u00abCarnevale si chiamava Vincenzo\u00bb (1977), quest\u2019ultimo frutto di una vasta ricerca in Campania realizzata con Roberto De Simone e con il coinvolgimento degli studenti dell&#8217;Universit\u00e0 di Salerno, dove ha insegnato Antropologia Culturale dal 1971. La sua eredit\u00e0 \u00e8 oggi custodita nel Fondo Annabella Rossi presso l\u2019Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (ICPI) e il Museo delle Civilt\u00e0 (MuCIV) di Roma.<\/p>\n\n\n\n<p>Museo di Roma in Trastevere<\/p>\n\n\n\n<p>Annabella Rossi. La Poetica della Realt\u00e0<\/p>\n\n\n\n<p>dal 2 Aprile 2026 al 31 Maggio 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Marted\u00ec alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00<\/p>\n\n\n\n<p>Luned\u00ec Chiuso<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Annabella Rossi, Roma settembre 1969 (Archivio privato Rossi)<\/p>\n\n\n\n<p>Annabella Rossi, Val Camonica, Roccia di Naquane<\/p>\n\n\n\n<p>Annabella Rossi, Spettacoli in piazza, Roma<\/p>\n\n\n\n<p>Annabella Rossi, Carnevale, Piazza di Pandola (Avellino)<\/p>\n\n\n\n<p>Annabella Rossi Campania Napoli Pellegrinaggio della Madonna dell\u2019Arco 1973<\/p>\n\n\n\n<p>Puglia Nard\u00f2, Lecce Il Violista Luigi Stifani durante la terapia coreutico- musicale domiciliare della tarantata Maria Nard\u00f2 foto Annabella Rossi,&nbsp; giugno 1960<\/p>\n\n\n\n<p>Fonte :&nbsp; Ufficio Stampa Z\u00e8tema Progetto Cultura Simone Fattori \u2013 s.fattori@zetema.it<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 31 Maggio 2026 si potr\u00e0 ammirare al Museo di Roma in Trastevere la mostra antologica\u00a0 dedicata all\u2019antropologa Annabella Rossi \u2013 \u2018 Annabella Rossi. La Poetica della Realt\u00e0\u2019 a cura di\u00a0 Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi e Francesco Quaranta. L\u2019esposizione \u00e8 promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1000030323,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"content-type":"","_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"jnews-multi-image_gallery":[],"jnews_single_post":{"format":"standard"},"jnews_primary_category":[],"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","default_image_id":0,"font":"","enabled":false},"version":2}},"categories":[3,5],"tags":[47,48],"class_list":{"0":"post-1000030317","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-arte","8":"category-giovanni-cardone","9":"tag-arte","10":"tag-giovanni-cardone"},"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/09_Campania_Piazza-di-Pandola-AV_Carnevale_Annabella-Rossi_febbraio_1975.jpg?fit=1181%2C831&ssl=1","jetpack_likes_enabled":true,"jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1000030317","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1000030317"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1000030317\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1000030324,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1000030317\/revisions\/1000030324"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/1000030323"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1000030317"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1000030317"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1000030317"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}