{"id":1000029580,"date":"2026-03-30T09:17:05","date_gmt":"2026-03-30T12:17:05","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000029580"},"modified":"2026-03-30T09:17:06","modified_gmt":"2026-03-30T12:17:06","slug":"a-rovigo-una-mostra-dedicata-a-federico-zandomeneghi-e-edgar-degas-impressionismo-tra-firenze-e-parigi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000029580","title":{"rendered":"A Rovigo una mostra dedicata a Federico\u00a0 Zandomeneghi e Edgar Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 28 Giugno 2026 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Roverella di Rovigo la mostra dedicata Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi a cura Francesca Dini. L\u2019esposizione \u00e8 promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l\u2019Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e prodotta da Silvana Editoriale.&nbsp; Una mostra che per la prima volta mette insieme un protagonista dell\u2019arte italiana dell\u2019Ottocento e uno dei nomi pi\u00f9 incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi&nbsp; ed Edgar Degas . Nel contempo si ricostruisce il rapporto intenso talvolta spigoloso, sempre fecondo che un\u00ec i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina. Il percorso espositivo illumina affinit\u00e0, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno e de reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualit\u00e0, provenienti da importanti musei e collezioni. La storiografia dell\u2019epoca descrive Zandomeneghi e Degas come due personalit\u00e0 dal carattere non facile, ma accomunate da una profonda stima reciproca. Degas fu per Zand\u00f2 un maestro e un mentore e il pittore italiano definiva il collega \u201cl\u2019artista il pi\u00f9 nobile e il pi\u00f9 indipendente dell\u2019epoca nostra\u201d, mentre Degas lo chiamava, con leggero sarcasmo affettuoso, \u201cle v\u00e9netien\u201d, alludendo all\u2019orgoglio con cui il collega difendeva la propria identit\u00e0 italiana all\u2019interno dell\u2019ambiente impressionista. La mostra indaga in modo puntuale gli scambi, le influenze e gli arricchimenti che, in questo confronto costante, alimentarono l\u2019opera di entrambi. Una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Federico Zandomeneghi e quella di Edgar Degas&nbsp; apro il mio saggio dicendo: Federico Zandomeneghi nato in una colta famiglia di artisti, in cui padre, nonno e zio erano scultori di ascendenza canoviana \u00e8 facile indovinare che il bagaglio formativo del giovane si dovesse caratterizzare per una spiccata cura per la forma e che in seguito, pur rifuggendo ogni accademia, il disegno rimanesse sempre per lui un mezzo per indagare il reale. La fortuna critica di Zandomeneghi ha seguito ciononostante un destino complesso, presto dimenticato in Italia e oscurato nella variegata, ma ingombrante compagine impressionista di cui egli entr\u00f2 a far parte a Parigi. Frequent\u00f2 l\u2019Accademia di belle arti di Venezia tra il 1857 e il 1859, allievo di Callisto Zanotti, Carlo Astori, Federico Moja e Michelangelo Grigoletti. Insofferente del clima veneziano, e sempre pi\u00f9 coinvolto nelle vicende risorgimentali, nel 1859 part\u00ec per raggiungere a Modena i contingenti toscani di volontari, incontrandovi Diego Martelli, Odoardo Borrani, Telemaco Signorini, Adriano Cecioni e Nino Costa. Con il trattato di Villafranca e il Veneto in mano austriaca, Zandomeneghi divenne esule e part\u00ec per la Sicilia nell\u2019estate del 1860 con le truppe garibaldine, dopo essersi iscritto a maggio all\u2019Accademia di Brera (dove segu\u00ec al rientro i corsi di Raffaele Casnedi e Luigi Bisi). Nel 1862 giunse a Firenze, indirizzato dal padre allo scultore Giovanni Dupr\u00e9. In amicizia con Giuseppe Abbati, frequent\u00f2 il gruppo macchiaiolo del caff\u00e8 Michelangelo&nbsp; stabilendo importanti legami, primo fra tutti quello con Martelli. Lo studio del vero e degli effetti di luce divenne anche per lui il nucleo della rivoluzione pittorica antiaccademica: fu cos\u00ec tra i firmatari dello&nbsp;<em>Statuto della Societ\u00e0 promotrice di belle arti costituita in seno della Fratellanza artigiana di Firenze<\/em>&nbsp;e di una polemica lettera aperta al direttore dell\u2019Accademia Ligustica, Tammar Luxoro. Dagli studi condotti con Abbati sulle architetture storiche fiorentine nacque&nbsp;<em>Palazzo Pretorio a Firenze&nbsp;<\/em>che coniuga studio di luce e ambientazione medievale con quel garbato tratto narrativo che gi\u00e0 si mostra come sua cifra personale. Nel 1865, con Abbati e Martelli, prese in affitto un appartamento nella zona di San Marco Vecchio, fuori porta S. Gallo. Transitando attraverso luoghi ed esperienze della vicenda macchiaiola, a Piagentina assorb\u00ec l\u2019atmosfera pacata delle dimore borghesi nella campagna fiorentina, come testimonia il perfetto equilibrio tra fedelt\u00e0 al reale, quotidianit\u00e0 della scena e semplicit\u00e0 compositiva quattrocentesca di un\u2019opera come&nbsp;<em>Gli innamorati<\/em>&nbsp;. Nello stesso anno soggiorn\u00f2 con gli amici a Castiglioncello ospite di Martelli, di cui ritrasse la compagna Teresa Fabbrini in un dipinto di luminosa semplicit\u00e0. Questi due dipinti furono esposti alla Promotrice veneziana del 1866, in una sorta di dittico che combinava stimoli fiorentini e veneziani. Negli stessi anni si aggiorn\u00f2 sulla pittura internazionale frequentando a Bellosguardo la villa dell\u2019Ombrellino del francese Marcellin Desboutin. Nel maggio del 1866 part\u00ec volontario con Abbati per la terza guerra d\u2019indipendenza. Nell\u2019agosto fece rientro a Venezia e vi si trattenne per sostenere la famiglia dopo l\u2019improvvisa morte del padre. La citt\u00e0 era rimasta indifferente ai fermenti che scuotevano le accademie, e Zandomeneghi vi port\u00f2 lo studio della luce e del vero, cos\u00ec come del carattere locale con i suoi tipi e le sue tradizioni. Vi si trattenne tra il 1867 e il 1868 ritrovando un compagno di studi, Guglielmo Ciardi. Morto improvvisamente Abbati nel febbraio del 1868, si leg\u00f2 epistolarmente sempre pi\u00f9 agli amici fiorentini, Martelli e Signorini in particolare. Strinse amicizia con Michele Cammarano, anch\u2019egli presente in laguna per esporre alla Promotrice veneziana del 1868 tele dal drammatico carattere sociale, cui Zandomeneghi si ispir\u00f2 per&nbsp;<em>Spazzaturai in riposo<\/em>esposto alla Promotrice fiorentina del 1869, dove suscit\u00f2 il plauso di Martelli. Torn\u00f2 a Firenze e dipinse il&nbsp;<em>Ritratto di Diego Martelli<\/em>&nbsp;in cui figura e spazio si armonizzano e rispecchiano indole e interessi del soggetto, testimoniando la confidenza tra i due amici. Nel 1869 fu a Treviso con Ciardi e dipinse&nbsp;<em>Bastimento allo scalo,<\/em>&nbsp;la veduta chiara e bilanciata rende con esattezza luce e spazi della laguna, e trova un\u2019eco nella produzione contemporanea dell\u2019amico appena rientrato in Veneto dopo un viaggio che lo aveva portato a conoscere i macchiaioli proprio per il tramite di Zandomeneghi. Nel 1871 torn\u00f2 a esporre all\u2019Accademia di Venezia, suscitando l\u2019interesse di Camillo Boito. Al soggiorno romano compiuto nel 1872 con l\u2019amico Vincenzo Cabianca risalgono invece&nbsp;<em>Impressioni di Roma,<\/em>&nbsp;le opere presentate all\u2019Esposizione nazionale di Milano e acquistate dal ministero della Pubblica Istruzione. La pungente osservazione del vero che coglieva il contrasto tra la folla di mendicanti e l\u2019imponenza delle vestigia di S. Gregorio al Celio suscit\u00f2 vivaci dibattiti; il dipinto fu premiato l\u2019anno successivo all\u2019Esposizione universale di Vienna. A questo momento e a queste riflessioni appartengono anche&nbsp;<em>Preparativi per la processione<\/em>&nbsp; in cui la resa del tema quotidiano e la luce di ascendenza macchiaiola si associano alla morbidezza di trapassi cromatici di tradizione veneta. Nel 1874, durante un soggiorno a Castiglioncello, esegu\u00ec&nbsp;<em>La portatrice<\/em>&nbsp;che risente della solennit\u00e0 delle figure di Giovanni Fattori cos\u00ec come della contemporanea pittura francese a soggetto campestre; questa fu tra le ultime opere italiane di Zandomeneghi, che nel giugno dello stesso anno decise repentinamente di partire per Parigi, intenzionato a soggiornarvi per visitare il Salon, ma destinato a non fare pi\u00f9 ritorno in Italia. Di questo momento, di cui \u00e8 difficile tracciare la produzione, \u00e8 anche&nbsp;<em>La pittrice<\/em>&nbsp; gentile contraltare alla fiera e statuaria&nbsp;<em>Portatrice<\/em><em>.<\/em> A Parigi recuper\u00f2 i contatti con Desboutin, che lo introdusse nel giro del Caf\u00e9 Nouvelle Ath\u00e8nes, dove conobbe e frequent\u00f2 letterati e artisti: da \u00c9mile Zola a Edmond Duranty, Edgar Degas, \u00c9douard Manet, Camille Pissarro, Paul Gauguin. Si dedic\u00f2 presto alla produzione di ritratti su commissione e affitt\u00f2 uno studio del 1875 \u00e8 l\u2019<em>Autoritratto<\/em> condotto con pennellata libera e raffinata definizione psicologica. Ciononostante, sprovvisto del carattere intraprendente degli italiani a Parigi, insofferente nei confronti della pittura da Salon come delle novit\u00e0 impressioniste, da lui gi\u00e0 sperimentate a Firenze, e pi\u00f9 vicino al realismo pacato di Jules Breton, Jules Bastien-Lepage o Carolus-Duran, stent\u00f2 a trovarsi una collocazione sociale e professionale. Tra il 1876 e il 1877, spinto dalla necessit\u00e0, inizi\u00f2 a lavorare, controvoglia e quasi in segreto, come disegnatore e figurinista per un giornale di moda: uno dei pochi esiti noti di tale produzione \u00e8 il bozzetto del manifesto per il dramma&nbsp;<em>Rome vaincue<\/em>&nbsp;di Alexandre Parodi. Si collocano sulla via di una graduale ma evidente apertura verso modi e temi parigini dipinti come&nbsp;<em>Luna di miele<\/em>&nbsp; dall\u2019ordinata partitura macchiaiola e dal tono garbatamente ironico,&nbsp;<em>Strada a Parigi con passanti che bevono a una fontana \u2018Wallace\u2019<\/em><em>&nbsp;e&nbsp;Le Moulin de la Galette<\/em>&nbsp; opera, quest\u2019ultima, in sintonia con i modi di Degas per il recupero di fughe prospettiche rinascimentali, arditi tagli fotografici e un tratto abbreviato quasi caricaturale, in un connubio che influenz\u00f2 il giovane Henri de Toulouse-Lautrec pochi anni dopo. Nel 1879 si fece raggiungere dalla madre e dalla sorella interrompendo i rapporti con Venezia, mentre quelli con Firenze continuarono per via epistolare, divenendo Zandomeneghi un punto di riferimento per gli amici che si recavano a Parigi: Fattori, Francesco Gioli, Niccol\u00f2 Cannicci ed Egisto Ferroni nel 1875, Martelli nel 1878. Il soggiorno di quest\u2019ultimo a Parigi tra il 1878 e il 1879 rinsald\u00f2 l\u2019amicizia tra i due: Diego cercava di mitigare il terribile carattere di Federico avvicinandolo agli artisti cui di fatto era affine (Pissarro, Degas, Manet, Jean-Baptiste Guillaumin), e valorizzando quegli elementi di continuit\u00e0 tra ricerca impressionista e macchiaiola che furono poi oggetto della conferenza tenuta al Circolo filologico di Livorno; Zandomeneghi si trov\u00f2 a incarnare quella continuit\u00e0 in occasione della Promotrice fiorentina del 1878, cui invi\u00f2&nbsp;<em>A letto<\/em>, una sorta di intima istantanea sul mondo femminile, e&nbsp;<em>Luna di miele&nbsp;<\/em>(1878; entrambi entrati in collezione Martelli e da l\u00ec, per donazione, alla Galleria d\u2019arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze). Del resto alla quarta collettiva impressionista, cui fu invitato da Degas, present\u00f2 opere dipinte in Italia e a Parigi:&nbsp;<em>Un canal de Venise<\/em><em>,&nbsp;Une industrie v\u00e9nitienne,&nbsp;Violettes d\u2019hiver,&nbsp;Ritratto di Diego Martelli con il berretto rosso<\/em>&nbsp;.Tra i legami pi\u00f9 importanti stabiliti a Parigi vi fu proprio quello con Degas, alimentato dalla comune amicizia con Pissarro e dall\u2019interesse per il pensiero di Hippolyte Taine, gi\u00e0 noto a Zandomeneghi grazie ad Abbati. Cos\u00ec come per l\u2019amico, la figura femminile, colta nel quotidiano e lontana dalla seduzione delle donne boldiniane, fu sempre al centro dei suoi interessi, in una sorta di mediazione tra i tagli compositivi di Degas e la morbida stesura pittorica di Pierre-Auguste Renoir; madre e sorella furono tra le modelle preferite, ritratte in momenti d\u2019intimit\u00e0 domestica. L\u2019attenzione alla resa di forma e spazio fu la cifra stilistica della corrente impressionista dei cosiddetti&nbsp;<em>dessinateurs<\/em><em>,<\/em> entro cui si inser\u00ec Zandomeneghi che cerc\u00f2 sempre l\u2019eleganza del gesto e la gentilezza delle forme, oltre alla cura del disegno condivisa con l\u2019amico Degas (influenzato a sua volta da un cruciale soggiorno fiorentino nel 1858) e alla definizione psicologica dei personaggi. Nel 1880 partecip\u00f2 alla quinta collettiva impressionista con una serie di ventagli e quattro dipinti, tra cui&nbsp;<em>M\u00e8re et fille<\/em>&nbsp;e il ritratto di Paul Alexis. Alla sesta collettiva impressionista, nel 1881, present\u00f2 cinque dipinti, tra cui&nbsp;<em>Place d\u2019Anvers a Parigi<\/em>la cui prospettiva scorciata rivela sempre ascendenze quattrocentesche, mentre la pennellata veloce e il tema del parco cittadino denunciano l\u2019adesione alle novit\u00e0 impressioniste. A met\u00e0 degli anni Ottanta frequent\u00f2 il giovane Toulouse-Lautrec, su cui esercit\u00f2 un importante influsso in termini di attenzione alla luce e di scelte compositive. Abitarono insieme tra il 1884 e il 1886, nello stesso stabile di Suzanne Valadon, che fu la modella per&nbsp;<em>Al Caff\u00e8 Nouvelle Ath\u00e8nes<\/em>&nbsp;e&nbsp;<em>La roussotte<\/em>&nbsp; del 1886.&nbsp;<em>Al Caff\u00e8 Nouvelle Ath\u00e8nes<\/em>, dalla vibrante e minuta pennellata a rendere il tremolio della luce nello specchio, fu esposto insieme a una serie di nudi femminili all\u2019ottava mostra impressionista del 1886. Del 1885 \u00e8 invece&nbsp;<em>Al Caff\u00e8&nbsp;<\/em>, uno dei primi esperimenti a pastello, tecnica impiegata sempre pi\u00f9 spesso da Zandomeneghi per scene di&nbsp;<em>toilette<\/em>&nbsp;o figure di cicliste. Si rec\u00f2 nell\u2019ottobre del 1886 nella valle di Chevreuse, poco fuori Parigi, dove lavor\u00f2 a paesaggi e scene di campagna. Come era successo a Castiglioncello, il contatto con una natura luminosa produsse un nuovo modo di rendere la luce con una pennellata frantumata e mobile, seppur impiegata in un\u2019immagine statica, come per esempio&nbsp;<em>La le\u00e7on de chant<\/em>&nbsp;, secondo le ricerche puntiniste condivise con i giovani Georges Seurat e Paul Signac, legati a Guillaumin. Nelle lettere a Martelli, Zandomeneghi continuava a sviluppare riflessioni sulle sperimentazioni che andava conducendo, trovando nell\u2019amico la sponda ideale, e offrendogli al contempo un vivace e divertito spaccato della vita artistica e sociale della Parigi&nbsp;<em>fin de si\u00e8cle<\/em>. Martelli, dal canto suo, tentava ancora di condividere con gli amici italiani le somiglianze tra ricerche macchiaiole e impressioniste, ma senza gran successo. Alcuni dei pi\u00f9 giovani si recarono comunque a Parigi e fecero visita a Zandomeneghi: Arturo Faldi, Marco Calderini, Ulvi Liegi, Alfredo M\u00fcller. Le scene quotidiane femminili acquisirono una garbata e ironica capacit\u00e0 seduttiva in direzione neosettecentesca, tanto da suggerire l\u2019associazione con Jean-Honor\u00e9 Fragonard o Fran\u00e7ois Boucher in opere come&nbsp;<em>Femme qui s\u2019\u00e9tire&nbsp;<\/em>, esposta nel 1893 alla prima personale di Zandomeneghi alla galleria di Paul Durand-Ruel, che gli dedic\u00f2 altre due personali nel 1897 e nel 1903. Nel 1894 il mercante parigino propose infatti a Zandomeneghi un contratto, consentendogli di abbandonare il mal sopportato lavoro di figurinista. La sua produzione increment\u00f2 notevolmente, non sempre fu di altissima qualit\u00e0 e non gener\u00f2 purtroppo introiti adeguati, ma le premesse maturate nei decenni precedenti sfociarono in una pittura elegante, sempre dedicata alla figura femminile ritratta nei luoghi canonici della vita parigina o nello studio del pittore. Si vedano anche opere dall\u2019orchestrazione pi\u00f9 complessa come&nbsp;<em>Au th\u00e9atre<\/em>&nbsp;. Il contratto con Durand-Ruel mut\u00f2 i rapporti di Zandomeneghi con la compagine impressionista e caus\u00f2 un raffreddamento di alcune amicizie, in particolare di quella con Degas. Nel 1909 Zandomeneghi espose nella sede di Durand-Ruel a New York. Si apr\u00ec un varco per lui nel fronte compatto della critica italiana, che ormai lo ignorava, con la sala a lui dedicata alla XI Biennale di Venezia del 1914, grazie all\u2019intervento di critici come Vittorio Pica e Ugo Ojetti, che ne misero in luce la capacit\u00e0, da italiano, di interagire con le correnti innovatrici della pittura francese, senza cedere alle civetterie che lusingavano il mercato. Ma il pittore, orgoglioso e solitario, forse immaginando la tiepida accoglienza che in effetti gli fu riservata, non presenzi\u00f2 e si limit\u00f2 a inviare le opere. Pica introdusse la pittura del veneziano ai connazionali, celebrandone la prodigiosa \u00abperpetua giovinezza estetica\u00bb, le \u00abdoti di colorista vivace e gradevole e di disegnatore preciso e nervoso\u00bb, ma riconoscendolo anche come \u00abanalizzatore non comune della fisionomia umana\u00bb e \u00abdescrittore delicato delle scene di campagna sotto il vario giuoco della luce e dietro il velo avvolgente dell\u2019atmosfera nonch\u00e9 di osservatore chiaroveggente ed esatto e di rievocatore agile disinvolto ed accorto della vita movimentata delle grandi citt\u00e0 moderne\u00bb, in questo vicino agli impressionisti francesi ma sempre dotato di una sua cifra personale. Mor\u00ec il 30 dicembre 1917 a Parigi nella casa di rue Tourlaque, a pochi mesi di distanza dall\u2019amico Degas. Mentre Edgar Degas \u00e8 nato a Parigi nel 1834, dopo un viaggio in Italia e in America a New Orleans, dove torna definitivamente nella sua citt\u00e0 dove entra a far parte del gruppo dei pittori impressionisti. Dal 1860 frequenta il teatro dell&#8217;Op\u00e9ra di Parigi, e passa molto tempo nel foyer (ossia il luogo dove si riunisce il pubblico negli intervalli) e soprattutto dietro le quinte, dove scopre un mondo di nuovi soggetti. Degas \u00e8 di casa anche nelle classi dei cosiddetti&nbsp;<em>petit rats<\/em>&nbsp;(\u00abtopolini\u00bb), gli allievi del primo anno della scuola di danza. Uno dei suoi primi dipinti sul tema delle ballerine \u00e8&nbsp;<em>Lezione di danza<\/em>&nbsp;(1863), che mostra una classe di aspiranti ballerine attorno al maestro.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel quadro l&#8217;<em>\u00c9toile<\/em>\u00a0(la \u00abstella\u00bb), cio\u00e8 la prima ballerina, la figura \u00e8 colta, come in una foto istantanea, nella posizione dell&#8217;<em>arabesque<\/em>\u00a0(\u00abarabesco\u00bb), ossia in equilibrio su una gamba mentre l&#8217;altra si solleva dietro, con le braccia alzate e i veli mossi del tut\u00f9. Se la danza \u00e8 espressione del movimento, Degas ne vuole cogliere l&#8217;essenza. Racconta lo scrittore Edmond de Goncourt che il pittore di tanto in tanto commentava i suoi quadri \u00abmimando un passaggio coreografico, imitando, nel linguaggio delle danzatrici, uno dei loro arabeschi\u00bb. E doveva essere molto divertente vederlo \u00absulle punte con le braccia a cerchio\u00bb, mentre faceva discorsi dotti sulla pittura. Posso dire che giovanissimo Degas si affaccia alla vita l\u2019arte in Francia sta cambiando volto . Dagli anni trenta si nota un lento ma costante processo di allontanamento dagli schemi promossi dalla scuola di Belle Arti, l\u2019istituzione che a Parigi era il corrispondente dell\u2019Accademia di Belle Arti in Italia, e una altrettanto costante crescita di libert\u00e0 espressiva nello stile e nei soggetti. La regola classicista, in vigore anche nell\u2019Accademia Reale di Belle Arti di Napoli, secondo cui il \u201cbel disegno\u201d deve costruire l\u2019opera e certificare la precisione riproduttiva, comincia a essere sentita vuota di senso e non corrispondente alla funzione dell\u2019arte, che ora taluni coraggiosi propongono come mezzo di rappresentazione cromatica della verosimiglianza oggettiva. Un momento di crisi istituzionale si ha in occasione del Salon l\u2019esposizione organizzata periodicamente dalle Belle Arti del 1824, cui partecipano anche paesaggisti innovatori come l\u2019inglese John Constable, promotore di una tecnica pi\u00f9 rispettosa del dato naturale. All\u2019avanguardia si collocano i pittori della scuola di Barbizon\u00a0 dal nome del villaggio ai margini della foresta di Fontainebleau\u00a0 che praticano la pittura all\u2019aria aperta, metodo fino ad allora usato per abbozzare il lavoro. Tra il 1830 e il 1840 si afferma in Francia il positivismo, che investe i vari campi del sapere e dell\u2019espressione artistica, introducendo in letteratura e nelle arti figurative la nuova estetica del realismo: l\u2019arte si volge al dato reale, al fenomeno osservabile, privilegiando l\u2019ambiente contemporaneo . I giovani pittori che aderiranno all\u2019 Impressionismo appartengono per la maggior parte alla buona borghesia. Nati fra il 1830 e il 1841 nella capitale, o qui trasferitisi in giovane et\u00e0 si incontrano all\u2019Ecole des Beaux \u2013 Arts e insieme si recano al Louvre per copiarne i capolavori. Sono di casa al Louvre soprattutto Manet, Degas e la Morisot. Prima di Barbizon e degli impressionisti, il primato indiscusso \u00e8 appartenuto alla pittura di soggetto storico o mitologico sancito dall\u2019arte ufficiale delle accademie. Tutto questo viene messo in discussione, attaccato e posto definitivamente in crisi da Gustave Courbet (\u201c \u00e8leve de la nature \u201c come ama definirsi ), con la sua fede nel realismo e la sua vocazione ideologica, di concerto con letterati quali Baudelaire, Champfleury e Proudhon. E\u2019 ancora fresco il ricordo del Pavillon du Realism allestito dall\u2019artista all\u2019esterno dell\u2019esposizione universale, in aperta polemica con opere quali \u201cl\u2019atelier del pittore\u201d e \u201cFunerale a Ornans\u201d.Nello stesso tempo, Corot- altro grande maestro per i futuri impressionisti, tanto da spingere Pissarro a firmarsi anche \u201callievo di Corot \u201c scrive nel suo carnet: &#8211; \u201c Il bello dell\u2019arte \u00e8 la verit\u00e0 bagnata nell\u2019impressione che abbiamo ricevuto di fronte alla natura\u201d. Com\u2019\u00e8 Parigi nella prima met\u00e0 dell\u2019800 ? E\u2019 una citt\u00e0 che si avvia a diventare metropoli, governata da Napoleone III, nipote di Bonaparte, eletto prima presidente della seconda repubblica e poi, con il colpo di stato del 2 dicembre 1852, proclamato imperatore. L\u2019anno seguente Napoleone III chiama alla prefettura della Senna il barone Georges \u2013 Eug\u00e8ne Haussmann, e lo incarica di trasformare in moderna metropoli la capitale che ancora ha molto del volto medievale, in pi\u00f9 \u00e8 afflitta da lacerazioni sociali, focolai di ribellioni , epidemie i moti del \u201930, il colera del \u201932 . Cos\u00ec, Haussman ha mano libera per reinventare- con l\u2019aiuto di ingegneri, preferiti agli architetti- lo scacchiere urbanistico, attraverso la spettacolare rete dei\u201d boulevards\u201d: ampi viali sistemati secondo arditi giochi prospettici, spesso congiungendosi a \u201c V \u201c, accompagnati dal verde degli alberi, su cui si affacciano caff\u00e8, ristoranti, negozi, eleganti appartamenti signorili\u00a0 le \u201cmaison rapport\u201d, le case a pi\u00f9 piani . L\u2019Op\u00e8ra, progettata dall\u2019ingegnere Garnier, viene concepita come parte integrante di tale complesso; perno di tutto il sistema \u00e8 l\u2019Ile de la Cit\u00e8, completamente trasformata. I \u201cgrand travaux\u201d comprendono anche l\u2019immensa ricostruzione fognaria. I boulevard, che mettono in comunicazione diretta il centro e la periferia, facilitano inoltre i movimenti di materiali e manodopera necessari alla nuova rete ferroviaria, gia in costruzione dal 1840.Parigi pian piano si va trasformando nella \u201c Ville Lumi\u00e8re\u201d.Tale si presenta pi\u00f9 tardi all\u2019Esposizione Universale dell\u201989 con la prima illuminazione pubblica a gas esistente , in occasione della quale viene eretta la Tour Eiffel. Intanto dal 1876 si sta costruendo la chiesa del Sacr\u00e8-Coeur edificio al centro di tutto un quartiere spesso frequentato dagli impressionisti, Montmartre .Molto diversa risulta la situazione napoletana di inizio Ottocento, questa differenza \u00e8 dovuta in parte alla situazione storico-politica di grave deficit finanziario, eterno problema del regno di Francesco I . Nel 1821 le truppe austriache stanziano a Napoli, solo nel 1827 il Re ne ottiene il ritiro. Il loro mantenimento ha inciso in modo notevole sul bilancio statale. Dopo la partenza degli austriaci la sicurezza del regno resta affidata all\u2019esercito napoletano del quale Francesco I, per quanto ha visto nel passato, non pu\u00f2 fare sicuro affidamento per cui tratta l\u2019arruolamento di regimi svizzeri mercenari. Dopo i disastrosi moti del 1820 qualche fiammata di libert\u00e0 si accende di tanto in tanto nel regno ma sono guizzi sporadici e isolati, subito repressi, come quello del 1828 nel comune di Bosco, in provincia di Salerno. Qui il canonico De Luca solleva la popolazione chiedendo la Costituzione ma il moto viene subito soffocato e il castigo terribile, non si fa attendere: il comune viene bruciato e 26 persone, tra le quali il canonico De Luca, vengono mandate al supplizio. Durante il regno di Francesco I di Borbone Napoli, bench\u00e9 politicamente statica, progredisce, sia pure di poco, nel campo industriale. Diverse aziende aumentano la loro attivit\u00e0 ed altre, anche se non di grande struttura vengono impiantate. C\u2019\u00e8 una buona produzione di lana, seta e cotone, la crescita di fonderie, stamperie, concerie, tintorie, fabbriche di saponi, di candele, di cappelli, di mobili e altre piccole industrie. Non \u00e8 un gran che per il regno di Napoli che ha bisogno di una radicale ristruttura economica per risanare le rovinose finanze, eppure nonostante la situazione non rosea Napoli pu\u00f2 vantare due primati: la prima nave a vapore, la \u201c Ferdinando I\u201d, salpata il 27 settembre 1818 per il viaggio inaugurale Napoli \u2013 Genova, la prima compagnia di navigazione del Mediterraneo, fondata nel 1823 con il nome di Societ\u00e0 Napoletana delle Due Sicilie. Per quanto riguarda la situazione delle Arti non ci sono pi\u00f9 i vividi ingegni del secolo precedente, perch\u00e9 agli esuli del 1799 si sono aggiunti quelli dei moti del 1820, si pu\u00f2 dire solo di Anton Pitloo, pittore di origine olandese iniziatore della \u201cscuola di Posillipo\u201d e di Giacinto Gigante, continuatore della suddetta scuola ma prettamente napoletano, che \u00e8 da annoverare tra i maggiori paesaggisti moderni. Le regie scuole del Disegno sono state migliorate nei riguardi dell\u2019inquadramento dei docenti e nella coordinazione degli insegnamenti, arricchite di specializzazioni e rette da norme didattiche ed amministrative, codificate razionalmente, ci\u00f2 a partire dal 1815-1816 circa. Dal 1820 si vagheggia una riforma e un rinnovamento delle arti senza aver nulla di fatto concretato. Nel 1822 le Regie Scuole del Disegno sono unificate sotto un\u2019 unica denominazione, nasce cos\u00ec la Reale Accademia delle Arti. Analogamente nello stesso anno viene varata una riforma approvata con R.D. 2 marzo 1822, rester\u00e0 in vigore, con lievi modificazioni, per circa un quarantennio. La fotografia, si afferma in pochi decenni come la pi\u00f9 popolare tra le arti visive del secolo. Nel 1849, appena dieci anni dopo l\u2019invenzione di Daguerre, gi\u00e0 centomila stampe fotografiche sono state vendute nella sola Parigi, e il pessimistico commento fatto nel 1850 dal pittore accademico Paul Delaroche \u201c da oggi la pittura \u00e8 morta \u201c, sembra a molti un giusto pronostico. Fra le prime vittime vi sono i pittori specializzati in ritratti in miniatura, che scompaiono dalla scena artistica fino a che, all\u2019inizio del nuovo secolo, l\u2019eccessiva popolarit\u00e0 dei ritratti fotografici non \u00e8 tale da riportarli nuovamente alla ribalta. Ma la fotografia ha ormai sollevato l\u2019arte da uno dei suoi compiti pi\u00f9 limitanti, quello della pura riproduzione. Ora che il realismo \u00e8 assicurato dall\u2019apparecchio fotografico, che non mente nel documentare persone e luoghi, i pittori possono perseguire i loro scopi personali &#8211; come fanno gli impressionisti \u2013 con una nuova libert\u00e0 .E per questo utilizzano anche la stessa fotografia. Se Degas ne fa un ampio e dichiarato uso, anche Corot, Bazille, Monet e Cezanne se ne servono spesso seppure sono riluttanti ad ammetterlo. La macchina fotografica influisce a vari livelli sul modo di guardare le cose. Degas parla della sua\u00a0 \u201cmagica istantaneit\u00e0 \u201c, qualit\u00e0 avvalorata dall\u2019introduzione nel 1880 della prima macchina istantanea della Kodak. Anche Zola ne \u00e8 un particolare estimatore e ne possiede una. Il funerale a Ornans di Courbet viene criticato per la sua somiglianza a un \u201c dagherrotipo sbagliato \u201c, mentre l\u2019atelier riproduce la posa di molte foto di nudi diffuse a Parigi in quegli anni. Gli effetti determinati dalla fotografia sulla generale sensibilit\u00e0 visiva dell\u2019epoca, in particolare su quella impressionista, vanno ben al di l\u00e0 dell\u2019uso che ne fanno i singoli artisti. Nonostante i progressi nelle tecniche dell\u2019incisione, fino all\u2019avvento della fotografia e poi della mezzatinta che permette alle immagini fotografiche di essere riprodotte in serie in giornali e riviste, nessuno ha un\u2019idea precisa dell\u2019aspetto della gente e dei luoghi che esulano dalla diretta esperienza personale. La fotografia produce una nuova consapevolezza visiva e un certo scetticismo sulle immagini idealizzate dell\u2019arte accademica. Chi ha visto, per esempio, le foto di nudo di Julien Villeneuve non pu\u00f2 pi\u00f9 dare lo stesso valore ai nudi di Bouguereau, comincia seppure riluttante a chiedere ai pittori qualcosa di quel realismo che \u00e8 dichiarata intenzione degli impressionisti esprimere. Ma la fotografia da anche un pi\u00f9 specifico contributo operativo. Prima della sua invenzione, le opere d\u2019arte del passato o di un diverso ambito geografico sono conosciute solo attraverso incisioni di livello pi\u00f9 o meno buono. Tutto cambia con l\u2019avvento di ditte specializzate, come gli Alinari di Firenze, che offrono eccellenti stampe fotografiche in bianco e nero di pitture e monumenti, ampliando cos\u00ec notevolmente la conoscenza dell\u2019arte. In Francia il ruolo degli Alinari viene svolto da Adolphe Braun , che ottiene l\u2019esclusiva per riprodurre i quadri del Louvre, fotografa anche l\u2019arte contemporanea, scegliendo generalmente fra le opere ammesse al Salon. Alla fine del secolo dispone di novemila foto di opere moderne, fra cui molte di Millet, Corot, Puvis de Chavannes, una di Manet, due di Monet e cinque di Degas . Degas prima di servirsi della fotografia per i suoi dipinti, possedendo egli stesso un apparecchio fotografico di cui va particolarmente fiero, conosce attraverso Felix Braquemond incisore ,le stampe giapponesi , introdotte dallo stesso a Parigi nel 1856. Queste gli sono di grande impulso per l\u2019elaborazione di uno spazio figurativo non convenzionale, sganciato dalla prospettiva centrale della tradizione pittorica occidentale. Degas si serve della neonata fotografia prima attraverso il dagherrotipo poi attraverso l\u2019istantanea .In particolare si interessa agli studi fotografici sui cavalli in corsa realizzati da Eadweard Muybridge,traendone spunti per le sue celebri composizioni dedicate agli ippodromi. Sperimenta lui stesso la fotografia,sulla quale talvolta interviene direttamente, sovrapponendo la pittura all\u2019immagine. L\u2019originale taglio che Degas costituisce per molti dei suoi dipinti, rivela l\u2019intenzione di offrire un\u2019immagine istantanea della realt\u00e0, libera da schemi razionali, siano essi estetici o narrativi. L\u2019immagine si presenta come una visione casuale, in cui le figure e le cose si distribuiscono nello spazio senza un\u2019ordinata composizione prospettica o simmetrica. Tale scelta \u00e8 evidente in alcuni dipinti degli anni settanta, come l\u2019Orchestra all\u2019Op\u00e8ra del 1869, dove l\u2019inquadratura ravvicinata della scena taglia la figura all\u2019estrema destra e addirittura le teste delle ballerine sullo sfondo. La fotografia rappresenta il terzo occhio di Degas, infatti la competenza del pittore inizia dove comincia la \u201c visione \u201c. Ma ci\u00f2 che vede \u00e8 in diretta dipendenza da \u201c come si vede \u201c, e quest\u2019ultimo \u00e8 il risultato sia di un progetto che di un fenomeno contingente. Tuttavia perfino la casualit\u00e0 pu\u00f2 essere attesa e perseguita: tutto consiste nel volerla o meno assumere come dato di conoscenza del mondo, come termine che contribuisce alla sua immagine o invece ne disturba i contorni. Mettere insieme la \u201c totalit\u00e0 \u201c antica con la \u201cframmentariet\u00e0\u201d moderna \u00e8 stato uno dei ruoli che Degas ha imposto al proprio lavoro. In un simile contesto non pu\u00f2 rimanere ai margini la tecnica fotografica, che si propone alla ribalta con la forza e l\u2019invadenza delle tecnologie pi\u00f9 avanzate. Per di pi\u00f9 essa amplia la visione, ne entra a far parte con la sua specificit\u00e0, ne propone uno sviluppo parallelo e allo stesso tempo diverso da quello dei linguaggi tradizionali. E\u2019 perfino inutile soffermarsi sul fatto che Degas \u00e8 in ogni caso ben conscio della prassi operativa fotografica e del funzionamento dell\u2019obiettivo. Un dipinto come Giovanna e Giulia Bellelli del 1865, \u00e8 significativo proprio in rapporto a quest\u2019ultimo argomento: Giovanna appare infatti nel \u201cfuoco\u201d della lente, mentre Giulia si offre ad un campo sfuocato che la trasporta in uno stato di presenza assenza, impreciso e svaporato. La nuova musa \u00e8 per lui un modo di vedere e come tale va sperimentata. Non smette di \u201cperseguitarla\u201d, almeno fino alla met\u00e0 degli anni Ottanta. Nella storia della fotografia Degas occupa una posizione centrale: non fosse altro perch\u00e9, mentre gli strumenti avanzano verso un uso facile e meccanico, \u00e8 il primo ad ammonire di non perdere le origini, di esaminare il mezzo nella sua specificit\u00e0, di essere fotografi-fotografi e non fotografi &#8211; pittori, di lavorare sulla struttura della tecnica ricavando da l\u00ec le origini dell\u2019opera. O meglio ancora, sapr\u00e0 estrarre dalla tecnica il linguaggio. Lo sguardo di Zo\u00e8 Closier alle spalle di un Degas assorto in una riflessione che si prolunga fuori campo, il ritratto di Mallarm\u00e8 e Renoir, Louise sognante, la danza di luce e nella luce della danseuse del corpo di ballo e le altre immagini dell\u2019itinerario della maturit\u00e0 di Degas sono una riconferma che il suo \u201cterzo occhio\u201d \u00e8 costruito per sottrarre l\u2019effimero alla dispersione , essendo nato per veder coincidere nella specificit\u00e0 dei materiali e delle tecniche creative ci\u00f2 che sta al di qua e al di l\u00e0 dello sguardo stesso. E ci\u00f2 vale sia per la pittura, sia per la scultura e la fotografia . Il ruolo della fotografia nella cultura napoletana, non appare sicuramente secondario alla Francia infatti sin dalla sua comparsa sulla scena europea ci si rende conto della svolta che si sta realizzando nei percorsi formativi degli artisti europei gi\u00e0 a partire dal 1855. In questa data Paul Nibelle critico francese scrive una recensione sulla rivista \u201cLa Lumi\u00e8re\u201d a proposito dell\u2019Esposizione Universale di Parigi che si tiene lo stesso anno. Nibelle conclude con la diagnosi di un mondo che per effetto dell\u2019industrializzazione sta cambiando e auspica un ritorno, magari per stanchezza alle bellezze della natura che da sempre hanno ispirato l\u2019arte. In effetti la sua diagnosi non \u00e8 poi cos\u00ec peregrina. Ad attirare sempre pi\u00f9 gli artisti \u00e8 il ruolo di Parigi in quanto metropoli moderna, connesse a questo ruolo, tutte le diavolerie della moderna societ\u00e0 industriale, compresi gli apparati tecnici del settore grafico, la fotografia, le novit\u00e0 delle arti applicate in generale e il tempio dove tutto questo si pu\u00f2 ammirare, ossia le Esposizioni Universali. Cos\u00ec, si verifica tutto ci\u00f2 che Nibelle ha constatato: dall\u2019Italia partono precocemente i segnali di artisti e scienziati che desiderano aggiornarsi sui modelli francesi, mentre contemporaneamente, dalla Francia soprattutto i fotografi scendono in Italia per incamerare nel proprio repertorio quelle immagini di antica tradizione , famose fino a diventare in taluni casi stereotipi, del patrimonio artistico e paesaggistico italiano , segnatamente meridionale. Tra i fotografi di mezza Europa continua a persistere il mito dell\u2019Italia come meta del Grand Tour e fra le tappe italiane pi\u00f9 significative Napoli riveste un ruolo principale. Alcuni viaggiatori \u2013 fotografi documentano le aree archeologiche, gli oggetti d\u2019arte e i monumenti della citt\u00e0. Altri si stabiliscono a Napoli impiantandovi il loro atelier e i propri uffici commerciali. Notevole \u00e8 l\u2019interesse che manifestano nei confronti della fotografia gli artisti napoletani. Gli scambi tra arte e fotografia nel corso dell\u2019Ottocento sono fittissimi. La fotografia dei professionisti risente di schemi visivi diffusi da incisori e pittori, viene presa ad esempio per Napoli, la famosissima immagine del golfo presa da Posillipo con la quinta laterale del pino che passa pressoch\u00e9 inalterata dalle incisioni del primo Ottocento ai pittori della scuola di Posillipo al repertorio fotografico di molte ditte napoletane, fino alle cartoline. Artisti che utilizzano il mezzo fotografico lasciandosene influenzare sono Celentano, Palizzi, Morelli,Cammarano. Dai loro epistolari apprendiamo che fra di loro c\u2019\u00e8 un giro vorticoso di immagini fotografiche relative alla loro produzione: sono scambi con altri artisti di foto con dediche della propria citt\u00e0, come ricordo affettuoso oppure al fine di ottenere un parere, un giudizio o ancora con la speranza di una mediazione mercantile. Si sono accertati scambi in tal senso con Mos\u00e8 Bianchi , gli Induno e i Macchiaioli. Morelli e Celentano cercano di procurarsi foto \u201c a qualunque prezzo\u201d di dipinti soprattutto stranieri per studiarli, desiderano la riproduzione della Santa Cecilia portata al sepolcro di Bouguereau, di cui ha parlato loro Vertunni e danno l\u2019incarico a Caneva noto pittore e fotografo romano, di eseguirla. Senza dubbio l\u2019uso pi\u00f9 interessante che costoro fanno della fotografia \u00e8 quello in relazione diretta con la loro produzione pittorica e scultorea. Non \u00e8 facile accertare con sicurezza il ricorso all\u2019immagine fotografica all\u2019interno del processo creativo, anche per la ritrosia di molti artisti ad ammetterlo; tuttavia alcune testimonianze inequivocabili ci sono. La pi\u00f9 antica riguarda l\u2019uso da parte di Filippo Palizzi del clich\u00e9 verre , una tecnica eliotipica a met\u00e0 fra l\u2019incisione e la fotografia , appresa in Francia nell\u2019ambiente della scuola di Barbizon durante il suo primo viaggio nel 1855. Insieme al fratello Giuseppe stringe amicizia con Nadar, come risulta da alcune sue lettere conservate nei suoi manoscritti. Per Bernardo Celentano la fotografia costituisce una tappa nella costruzione dell\u2019opera, con un ruolo simile a quello svolto dallo schizzo preparatorio, dallo studio di un particolare o ancora dallo studio delle luci. Nel 1870 nelle memorie dell\u2019ormai anziano scultore Tito Angelini leggiamo una vera e propria esaltazione del mezzo fotografico. Questa memoria viene letta presso la Reale Accademia di Archeologia Lettere e Belle Arti, in cui rivela senza ritrosie il suo personale uso di questo ausilio ed i vantaggi che ne derivano allo scultore: \u201cBench\u00e9 l\u2019artista parla sempre meglio dell\u2019arte propria, che delle arti sorelle, io dir\u00f2 nondimeno, come dalla fotografia traessi vantaggio, perch\u00e9 nella statuaria grandemente mi sono giovato, e mi giovo della fotografia, cercher\u00f2 di dimostrare, come con fotografie tratte da diversi punti d\u2019una stessa figura, o d\u2019un medesimo ritratto, io abbia potuto raggiungere la somiglianza, per modo che meglio non avrei potuto, se ne avessi tenuto lungamente a modello il vivente originale. La fotografia d\u00e0 la sicurezza del contorno, perch\u00e9 vi presenta quello della natura stessa. Inoltre la spontanea movenza, e quella spigliata verit\u00e0 dei capelli, che secondo l\u2019et\u00e0 si veggono pi\u00f9 o meno morbidi allo sguardo del ritraente, non si possono ottenere modellando dal vero, dal perch\u00e9 in quelle poche ore, che si concedono alle sedute, onde ritrarre il busto di una persona, l\u2019artista \u00e8 ragionevolmente pi\u00f9 intento a rendere l\u2019insieme, che i particolari delle pieghe, dei capelli, e di quanto infine riguarda gli accessori,che formar debbono un armonico complesso. L\u2019artista finisce cos\u00ec per eseguire la cosa pi\u00f9 difficile in arte, vale a dire i capelli,intagliandoli quasi sempre come di pratica: per modo che nella scultura di una epoca non lontana si veggono resi i capelli d\u2019un vecchio nel modo stesso di quelli d\u2019un giovane, e i capelli bianchi figurati come i neri, senza por mente, che il colore anche nella scultura si ravvisa per mezzo del delicato tocco dello scalpello, e per la diversit\u00e0 della intelligente esecuzione\u201d . Per De Nittis la fotografia al pari di Degas, \u00e8 uno stimolo ad ammodernare il taglio della composizione, per Michetti dopo essere stata alleata della pittura\u00a0 e soprattutto nella documentazione di eventi folklorici da lui osservati- comincia a costituire un\u2019alternativa. Questo si verifica quando viene meno la fiducia nelle possibilit\u00e0 comunicative della pittura all\u2019interno di un discorso realistico. E\u2019 proprio la fotografia, a dispetto della sua fama di strumento mimetico per eccellenza, ad indicare la via verso una frammentazione ed un\u2019analisi quasi ossessiva della realt\u00e0 fino ai limiti dell\u2019astrazione .Le origini della famiglia De Gas risalgono al 1500. Il nome De Gas si rintraccia in antichi documenti in \u201cDe Gast\u201d,\u201dDe Guast\u201d, \u201cDe Gas\u201d; dopo la Rivoluzione Francese viene riunito in\u201d Degas\u201d come sempre l\u2019ha utilizzato Edgar. La sua famiglia \u00e8 originaria della bassa Langue D\u2019oc, della citt\u00e0 di Bagnols. I De Gas erano proprietari terrieri e signori proprio di questa citt\u00e0 con il soprannome De Gast de Bagnols, che rester\u00e0 soprattutto al ramo cadetto di questa famiglia. Questo si trasferisce agli inizi del Cinquecento nella citt\u00e0 di Orl\u00e8ans dove un antenato di Edgar , Gabriel de Gast insegna giurisprudenza all\u2019universit\u00e0. Gi\u00e0 a partire dal 1576 i De Gast solevano riunire il cognome in una sola parola Degast come risulta da un\u2019iscrizione latina:- \u201cGabrielis Degast Antecessoris Aurelii commentari in Duos Tit.- De impuberum et aliis substitutionibus-De sententiis quae pro eo quod interest proferentur\u201d. Sotto il regno di Luigi XIV, quando dallo stesso monarca \u00e8 istituito l\u2019obbligo di registrazione di tutte le famiglie nobili, i De Gas si mettono in regola. La famiglia De Gas mantiene cos\u00ec il suo antico ceppo nobiliare, registrato l\u20198 novembre 1670 presso la diocesi d\u2019Uz\u00e8s citt\u00e0 del dipartimento di Gard, \u00e8 riportata nel Catalogo dei Gentiluomini della provincia della Langue D\u2019oc, il cui originale si trova nell\u2019archivio di Montpellier. Altri antenati di Edgar, un canonico della cattedrale d\u2019Uz\u00e8s, Paul De Gas, un capitano del reggimento d\u2019 Ornac,Giuseppe De Gas, fanno registrare le armi di famiglia nell\u2019\u201dArmorial G\u00e8n\u00e8rale\u201d de l\u2019ann\u00e8e 1696, nel \u201c R\u00e8gistre de la G\u00e8n\u00e8ralit\u00e8 de Montpellier\u201d al foglio 537. Il simbolo araldico della famiglia De Gas \u00e8 un istrice sovrapposto alle armi di famiglia al centro di uno scudo, rappresenta l\u2019antico ordine cavalleresco dei duchi d\u2019Orl\u00e8ans. Ci\u00f2 sta a dimostrare gli stretti rapporti dei De Gas con il casato degli Orl\u00e8ans. Questo spiega perch\u00e9 nel 1730 i discendenti di Gabriel, Seigneur De St. Gervaise,lasciano la Langue D\u2019oc per l\u2019Orl\u00e8ans. I De Gas, nobili e cavalieri si dedicano come tutti i loro concittadini alla vita sociale e culturale del tempo, non restano inoperosi, si occupano di economia e finanza dando origine ai primi istituti di credito. E\u2019 questa nuova attivit\u00e0 economica di bancari che li tiene lontani dalla politica del momento, sar\u00e0 salutare per loro in quanto li salver\u00e0 dalla grande Rivoluzione del 1789. Pietro De Gas e sua moglie Anna Hul vivono nel periodo rivoluzionario a Meung piccola citt\u00e0 della provincia d\u2019 Orl\u00e8ans, avranno una numerosa figliolanza. Si conoscono di quei figli solo i nomi di Ren\u00e8 Hilaire, di Augustin, di Marie. Riescono a superare incolumi l\u2019 \u201cann\u00e8e terrible\u201d. Non si conosce con esattezza la ragione per cui Ren\u00e8 Hilaire \u00e8 a Parigi durante la Rivoluzione. E\u2019 il capostipite della famiglia nonch\u00e9 nonno di Edgar, nato ad Orl\u00e8ans nel 1769 \u00e8 il pi\u00f9 intelligente e attivo, dal piglio manageriale. A Parigi \u00e8 in pericolo di vita per un gesto di coraggio e spavalderia giovanile durante il Terrore,raccontato da lui stesso al nipote Edgar che a sua volta lo riporter\u00e0 cos\u00ec all\u2019amico Paul Val\u00e8ry:-\u201cIl ventotto luglio 1904, Degas, in vena di ricordi, mi parla di suo nonno, che ha conosciuto e di cui ha fatto il ritratto a Napoli. Questo nonno durante la rivoluzione faceva aggiotaggio sulle granaglie. Un giorno, nel 1793, mentre stava lavorando alla Borsa dei grani che allora si teneva a Palazzo Reale, un amico passa alle sue spalle e gli mormora: \u201c Taglia la corda! Mettiti in salvo ! Sono a casa tua !\u201d. Non perde tempo, prende tutti gli assegnati che pu\u00f2 procurarsi, lascia immediatamente Parigi, sfinisce due cavalli, raggiunge Bordeaux, si imbarca su una nave in partenza. La nave tocca Marsiglia. La stessa nave, secondo il racconto di Degas ( che mi guardo bene dall\u2019interrompere ), a Marsiglia carica della pietra pomice, cosa che mi pare inverosimile\u2026 Che andasse a cercare zolfo in Sicilia ? Monsieur De Gas arriva infine a Napoli, dove si stabilisce. Era un uomo cos\u00ec capace e onesto che, due anni dopo il suo arrivo, riceve l\u2019incarico di creare il Gran libro del debito pubblico della Repubblica Partenopea, recente invenzione di Cambon . Sposa una giovane nobile di Genova, una Freppa, e mette su famiglia. Questo nonno con la minaccia del patibolo, che fugge cos\u00ec rapidamente dal Mercato dei grani, era stato iscritto nella lista dei sospetti per essere stato segnalato quale fidanzato di una di quelle famose \u201cJeunes vierges de Verdun\u201d; molte pagarono con la vita l\u2019accoglienza che avevano fatto, nel 1792, all\u2019esercito prussiano entrato in Francia per ristabilire la Monarchia. Avevano ricevuto infatti con fiori e bandiere bianche queste truppe straniere, nemiche per gli uni, alleate e liberatrici per gli altri\u201d. Dopo essersi salvato dal Tribunale rivoluzionario, Ren\u00e8 Hilaire De Gas , chiede protezione al governo napoletano e la ottiene subito, anche se gli stranieri di nazionalit\u00e0 francese non vengono visti di buon occhio dalla corte napoletana perch\u00e9 portatori di nuove idee rivoluzionarie sovvertitrici della monarchia. Le speranze di un giovane emigrato sono tante, ha dalla sua parte il suo essere nobile e aristocratico soprattutto nell\u2019animo, possiede una grande capacit\u00e0 di adattamento alle varie situazioni, una notevole esperienza nonostante la giovane et\u00e0 in affari economici, una volont\u00e0 di ferro che lo accompagner\u00e0 per tutta la vita. Non sono certo facili i suoi primi anni a Napoli. Ma si lega nonostante gli ostacoli profondamente a questa citt\u00e0 che lo ha accolto a braccia aperte nel suo seno, vi si stabilisce considerandola come una sua seconda patria, anche se conserver\u00e0 per sempre la cittadinanza francese e l\u2019attaccamento alla sua terra d\u2019origine; \u201c Per sentimento e \u2013 forse anche per convenienza tattica della sua vita in paese straniero, durante un\u2019epoca in cui la societ\u00e0 umana era in sovvertimento ovunque\u201d. Ren\u00e8 Hilaire resta sempre lontano e al di fuori da ogni coinvolgimento politico, dedicandosi esclusivamente alle sue attivit\u00e0 economiche e finanziarie. La sua \u00e8 una saggezza di vita, determinata dai vari mutamenti politici e di regime che saranno frequenti anche a Napoli. Ren\u00e8 Hilaire nei suoi primi commerci a Napoli, conosce una famiglia genovese, quella dei Freppa. \u201c Facevano parte di una colonia di mercanti attivissimi della Repubblica di Genova, il cui quartiere sito verso gli approdi del mare era infatti chiamato \u201c Loggia di Genova\u201d. La colonia era tanto numerosa che aveva fissato ancora un altro quartiere nel centro della citt\u00e0, nei pressi dell\u2019antica piazza del Castello che si chiamava \u201c Genova la piccola\u201d. Il nome indicava la grande importanza di quel raggruppamento etnico di famiglie tutte appartenenti ad un\u2019altra \u201cnazionalit\u00e0\u201d le quali straniere in Napoli, amavano vivere in localit\u00e0 a s\u00e9 stante, per comodit\u00e0 di rapporti e per darsi all\u2019occorrenza reciproco aiuto e protezione. I Freppa invece pur essendo di nobile famiglia genovese si naturalizzarono napoletani registrandosi nelle chiese della Diocesi Arcivescovile di Napoli, in quanto da tempo avevano fissato in quella citt\u00e0 la loro dimora.\u201d Il membro pi\u00f9 importante di questa famiglia \u00e8 un teologo, Don Antonio Freppa , parroco della chiesa di S. Anna dei Lombardi, nei pressi del monastero di Monteoliveto. Ren\u00e8 Hilaire dopo il suo sbarco napoletano avvenuto nel 1793, trova lavoro presso il suo connazionale Bourguignon il quale \u00e8 in rapporti di affari con Lorenzo Freppa, fratello di Don Antonio, conquistandone ben presto la fiducia e l\u2019affetto. \u201c Casa Freppa era una importante casa di affari con doppia sede in Napoli e a Livorno. Ed a Livorno era nata precisamente Giovanna Aurora Teresa Freppa figlia di Lorenzo e di Rosa Aurisicchio, napoletana, che Ren\u00e8 Hilaire De Gas spos\u00f2 poi nel 1804\u201d. Solo la sorella Marie seguir\u00e0 il fratello Ren\u00e8 Hilaire a Napoli, dove sposer\u00e0 uno svizzero, Carlo Jean. A Parigi, per tutta la vita rimarr\u00e0 il fratello Augustin, mentre il vecchio padre Pietro De Gas rester\u00e0 nella sua Orl\u00e8ans insieme agli altri figli. Sono sempre affettuosi i rapporti tra Ren\u00e8 Hilaire e Augustin, che gli far\u00e0 da tramite nella divisione dell\u2019asse ereditario paterno e sar\u00e0 il suo fidato corrispondente in Francia nelle transazioni economiche e commerciali. \u201c Le lettere dei due fratelli si conservarono per circa un secolo e mezzo in casa De Gas a Napoli, ma dopo il bombardamento, che nell\u2019ultima guerra colp\u00ec gravemente il palazzo De Gas in Napoli alla Calata Trinit\u00e0 Maggiore n. 53 se ne sono ritrovate tra le macerie ben poche. Ne trascrivo i passi pi\u00f9 salienti, dai quali traspare uno stile pieno di spirito. Dalla lettera datata Paris le 10 Fdor An 12 di Augustin\u00a0 si rileva che Ren\u00e8 Hilaire si era recato in Francia per regolarizzare i suoi rapporti d\u2019interesse con la famiglia d\u2019origine prima di distaccarsene per sempre. Augustin si congratula col fratello, ancora impiegato presso il compatriota Bourguignon, negoziante in Napoli del suo prossimo cambiamento di posizione sociale, preannunziatogli dallo stesso Ren\u00e8 Hilaire\u201d. Le lettere di Augustin portano la data del calendario rivoluzionario fino al 21 Frimaio dell\u2019anno quattordicesimo, corrispondente al 12 dicembre del 1805, dal 7 gennaio 1806 riprende il calendario gregoriano ripristinato da Napoleone. Il 2 settembre del 1804 viene celebrato il matrimonio nella chiesa di S. Anna dei Lombardi , di Ren\u00e8 Hilaire con una giovanissima Aurora Freppa . Il Celebrante \u00e8 lo zio della sposa don Antonio Freppa. In una lettera di congratulazioni per il matrimonio del fratello, Augustin annuncia anche il suo fidanzamento. La lettera \u00e8 indirizzata alla \u201c Maison de Mr Laurent Freppa Negt Naples\u201d. Da ci\u00f2 risulta evidente la convivenza dei due novelli sposi in casa del padre di lei. Dalla loro unione nasceranno sette figli, quattro maschi e tre femmine. Una vera manna dal cielo, come \u00e8 considerata agli inizi dell\u2019Ottocento, una famiglia numerosa specificatamente meridionale. Il fratello Augustin che intrattiene con Ren\u00e8 Hilaire una fitta corrispondenza lo prende in giro paragonandolo ad un fittavolo di campagna:-\u201cTe voil\u00e0, ma foi, comme un fermier, mon cher Hilaire, une demoiselle et deux garcons, le deuxi\u00e8me est sans doute venu malgr\u00e8 la fraude\u201d. Ma dopo il terzo figlio, seguiranno altre quattro nascite. Ren\u00e8 Hilaire diventa per i suoi parenti parigini \u201c le petit napolitain\u201d. Alla primogenita viene dato il nome della nonna materna: Rosa. E\u2019 battezzata dallo zio Don Antonio Freppa, nella chiesa dei Santi Giuseppe e Cristoforo. Il secondogenito Auguste , nato a Napoli nel 1807 \u00e8 il padre di Edgar Degas.Anche lui risulta battezzato nella stessa chiesa. Il 22 aprile del 1809 nasce il terzogenito: Enrico. Quarto figlio \u00e8 Edoardo, seguono poi Achille e altre due femmine Laurette e Fanny. Rispettivamente tutti nati a Napoli il 1805,1809, 1811, 1812,le ultime due il 1814 e il 1819. Tutta questa numerosa prole vive la sua esistenza a Napoli, moriranno nella stessa e saranno sepolti, i figli maschi nella cappella gentilizia della Famiglia Degas, che si trova tuttora nel Cimitero di Poggioreale. Viene fatta costruire da Ren\u00e8 Hilaire, su un suolo acquistato dal Municipio di Napoli nel 1841, per s\u00e9 e per i suoi. Nello stesso anno, vi fa apporre la scritta in lettere di marmo bianco a rilievo \u201c Famille Degas\u201d e il millesimo in cifre romane. Delle tre figlie , Rosa sposa il duca Giuseppe Morbilli di S. Angelo della piccola nobilt\u00e0 locale, muore a Napoli il 25 marzo del 1879. E\u2019 sepolta nella tomba del marito, nel cimitero di Poggioreale. La segner\u00e0 per tutta la vita il dolore per la perdita del giovane figlio ventenne, il duca Gustavo Morbilli, durante le barricate del 1848. Laurette sposa il 31 agosto del 1842 il barone e avvocato Gennaro Bellelli, muore nel 1897. E\u2019 sepolta a Napoli nella tomba dei Bellelli. Fanny l\u2019ultimogenita sposa il marchese Carafa di Cicerale, duca di Montejasi. Muore nel 1901. E\u2019 sepolta nella tomba di famiglia del marito nella congrega dei nobili a Montecalvario. Il barone Bellelli \u00e8 il protagonista del quadro \u201c La famiglia Bellelli\u201d insieme alla zia Laura e alle figlie dipinto da Edgar a Firenze dove lo zio Bellelli si trover\u00e0 esiliato insieme alla famiglia , per motivi politici. Zia Fanny con le sue due figlie, Elena e Camilla, sar\u00e0 ritratta da Edgar nel dipinto conosciuto con il nome \u201cLa duchessa di Montejasi\u201d. Fanny \u00e8 una donna generosa, pia e caritatevole, dedita al volontariato come scrive un giornale cittadino :-\u201cI poveri accorrevano a lei perch\u00e9 conoscevano il suo animo sempre pronto a lenire le miserie\u201d. Dei quattro figli maschi , solo Auguste sposa una francese, vivr\u00e0 in Francia alternando visite al padre Ren\u00e8 Hilaire a Napoli. A lui si associa il fratello celibe Achille fondano insieme \u201c Casa De Gas a Parigi\u201d. Gli altri due fratelli fondano col padre la societ\u00e0 \u201cDe Gas Padre e Figli\u201d, dopo la morte del padre:-\u201cDe Gas Fr\u00e8res\u201d. L\u2019uno Edoardo Enrico rimarr\u00e0 celibe, l\u2019altro Giovanni Odoardo sposer\u00e0 una nobile napoletana Candida Primicile Carafa . Auguste in Francia apprende la lingua francese, perch\u00e9 parla solo il napoletano. E\u2019 apprendista in una banca di Parigi senza stipendio. Compie studi economici e commerciali in una scuola locale. Inizia la sua professione di bancario, non dimenticando mai di scrivere alla sua famiglia rimasta a Napoli. Intanto Ren\u00e8 Hilaire pu\u00f2 definirsi un uomo molto ricco, ne \u00e8 passato di tempo dal suo sbarco a Napoli e dalla sua prima nomina ad agente di cambio,ora possiede una vera fortuna in beni immobili, terreni, collezioni d\u2019arte, una ricchissima biblioteca,con testi di Voltaire, Diderot, Rousseau, dipinti di Smargiassi e di Palizzi. E\u2019 un uomo colto e sensibile alle manifestazioni dell\u2019arte e del pensiero umano. Il suo acquisto pi\u00f9 importante \u00e8 quello del palazzo del principe Pignatelli di Monteleone sito in Calata Trinit\u00e0 maggiore, n.53, nei pressi della piazza del Ges\u00f9 nuovo. Questo palazzo settecentesco costruito e progettato dall\u2019architetto napoletano Ferdinando Sanfelice diventa la residenza della famiglia Degas. Altra residenza di importanza notevole \u00e8 villa San Rocco di Capodimonte, dove il nipote Edgar pi\u00f9 volte passer\u00e0 l\u2019estate. Ritornando a palazzo Pignatelli, Ren\u00e8 Hilaire lo acquista nel 1832 definitivamente dopo lentezze amministrative, dal principe don Diego Pignatelli. E\u2019 un palazzo ampio, dotato di un maestoso portale dove si alternano decori in piperno e fregi in marmo bianco: il cortile \u00e8 spazioso, la scala principale tutta in piperno, le stanze sono grandi e luminose. Sulla facciata principale, al lato destro del portale, in alto vi \u00e8 una lapide celebrativa in memoria di Edgar Degas, il grande artista che visse e torn\u00f2 pi\u00f9 volte in quella dimora.\u00a0 Una parte di questo palazzo verr\u00e0 ereditata da Edgar e da sua cugina Lucie. \u201c Si \u00e8 gi\u00e0 notata la variet\u00e0 dell\u2019ortografia del cognome di questa famiglia anche in antichi documenti. Ma la persecuzione in Francia contro gli aristocratici durante la rivoluzione aveva consigliato tutti i componenti di casa \u201cDe Gas\u201d di riunire ancora una volta le due particelle del loro cognome e chiamarsi \u201cDegas\u201d. Gli avvenimenti politici ai quali Renato Ilario aveva assistito in Napoli, nel 1798-99, gli consigliarono mantenere cos\u00ec riunito il suo cognome: ingenua per non dire puerile precauzione, al certo inutile e superflua, in Napoli. Non fu quindi il pittore Edgar a cambiare per primo l\u2019ortografia del cognome. Quel che \u00e8 strano \u00e8 l\u2019uso promiscuo, che della diversa ortografia del cognome fecero poi, in una o due sillabe staccate sia Renato Ilario che i suoi figli e nipoti Ilario De Gas ripristin\u00f2 in due sillabe questa ortografia in due sole circostanze:- in occasione della nascita del figlio maschio Giovanni Edoardo quartogenito, mentre per tutti gli altri sei, us\u00f2 il cognome con le due sillabe riunite, \u201cDegas\u201d; ed un\u2019altra volta nell\u2019acquisto di vari fondi rustici nel quale si costitu\u00ec e firm\u00f2 De Gas. Furono i figli di Auguste, Achille e Ren\u00e8 a ripristinarlo in New Orleans: \u201cDe Gas Brothers\u201d, come si apprende dal fratello Edgar che nella sua lettera a Diha 11 nov. 1872, da New Orleans si serv\u00ec della carta cos\u00ec ad essi intestata. Ma egli, Edgar, firm\u00f2 sempre \u201cDegas\u201d. Degas nelle cui vene scorre un quarto di sangue napoletano, conserver\u00e0 legami familiari stretti a Napoli , dove si recher\u00e0 spesso dalla giovinezza alla maturit\u00e0. Ricorda Paul Valery:-\u201c Durante uno di questi viaggi fu vittima di un furto in treno. Sosteneva che mentre dormiva, gli avevano fatto un\u2019iniezione di una potente sostanza narcotica e che gli avevano sottratto il portafoglio contando su quel sonno profondo. Conservava di Napoli impressioni e ricordi su cui amava tornare. Parlava napoletano con la scioltezza e l\u2019accento pi\u00f9 autentici, a volte canticchiava brani di canzoni popolari, come se ne cantano laggi\u00f9 agli angoli delle strade\u201d.\u00a0 Ed \u00e8 soprattutto a Napoli prima di ogni altro luogo in Italia, che scopre gli splendori del Rinascimento e i tesori dell\u2019Antichit\u00e0. Conoscer\u00e0 ogni cosa di questa citt\u00e0, mosso da una curiosit\u00e0 insaziabile e da una ricerca inesauribile. Napoli con la sua luce \u00e8 tutto, con i suoi odori e i suoi suoni, la sua gente triste e allegra, i suoi colori, i mille gesti quotidiani, non potranno renderlo insensibile. La loquacit\u00e0, ma anche la povert\u00e0 del ceto pi\u00f9 umile lo colpiranno profondamente. A volte si sentir\u00e0 uno di loro. Il giovane Edgar vive a Parigi con il padre in un appartamento al n. 4 di Rue Mondov\u00ec. Una stanza diviene il suo primo atelier. Conosce Soutzo, amico del padre che gli insegna la tecnica dell\u2019aquaforte. Ha come amici dai tempi del liceo Ludovic Hal\u00e9vy, futuro scrittore, e Paul Valpincons, il cui padre collezionista e uomo di cultura possiede la famosa Bagnante di Ingres. Ha dissidi con il padre in quanto abbandona gli studi di Diritto. Inizia a frequentare l\u2019atelier di Lamothe, che gli suggerisce di iscriversi all\u2019Ecole de Beaux-Arts e gli trasmette la passione per Ingres. Degas soprassieder\u00e0 a questo suggerimento prendendosi una pausa di riflessione. Ha dei problemi in famiglia che cercher\u00e0 di risolvere:-\u201cFin dalla prima adolescenza Edgar Degas aveva mostrato una chiara, netta, predisposizione al disegno, e, giovinetto ancora, un\u2019 avversione profonda agli studi preparatori ad una vita che dovesse dedicarsi essenzialmente ed intensamente agli affari di finanza, di cui era saturo l\u2019ambiente di casa sua. Malgrado tutto complet\u00f2 i suoi studi presso il liceo parigino \u201cLouis le Grand\u201d di Parigi\u2026 si iscrisse pure nella Facolt\u00e0 di Giurisprudenza, che per\u00f2 non frequent\u00f2 per nulla, insistendo invece con fermezza, presso suo padre, perch\u00e9 gli avesse consentito di dedicarsi esclusivamente all\u2019 Arte\u201d . Dietro questa insistenza del figlio, il padre uomo colto e comprensivo non pu\u00f2 che cedergli, anche nonno Hilaire da Napoli appogger\u00e0 questa decisione del nipote. \u201c Suo nonno il saggio Ren\u00e8 Hilaire intervenne ancora una volta presso suo padre e pur deridendo la sua aspirazione- da lui uomo d\u2019affari affatto incompresa- disse con la sua autorit\u00e0 la parola decisiva, che segn\u00f2 l\u2019avvenire di Edgar\u201d. Nel 1854, compie il suo primo viaggio a Napoli. Allogger\u00e0 in casa di nonno Hilaire che avr\u00e0 per lui un affetto particolare. \u201cCos\u00ec, nel 1854, Edgar si trattenne pi\u00f9 a lungo in Napoli, in casa del nonno, e frequent\u00f2 anche il \u201cReale Istituto di Belle arti\u201d di Napoli, che fin dal 1822 aveva riunite riordinandole- tutte le varie preesistenti scuole pubbliche di disegno e di arti napoletane\u201d. \u201cEdgar Degas apprese, infatti, a Napoli le prime nozioni di disegno e di pittura sotto la guida di maestri napoletani. Nell\u2019epoca, fra gli altri, vi insegnavano Giuseppe Mancinelli disegno; Camillo Guerra pittura; Tito Angelini scultura; e Gabriele Smargiassi paesaggio. \u201cIrrequieto e insoddisfatto Edgar Degas volle per\u00f2 ritornare a Parigi, ove si iscrisse nel 1855 all\u2019Ecole des beaux Arts. Insofferente ancora, appena l\u2019anno dopo, nel 1856, abbandon\u00f2 la scuola di Parigi e si mise in viaggio per l\u2019Italia : fu di nuovo a Napoli e poi a Roma ed a Firenze, per attingere dai capolavori dell\u2019arte classica italiana insegnamento ed ispirazione\u201d. Il Grand Tour italiano \u00e8 molto importante per Degas al pari di altri artisti stranieri, anche perch\u00e9 il graduale abbandono delle tradizioni dell\u2019apprendistato lo rende indispensabile per gli artisti amanti della tecnica, ansiosi di appagare il loro desiderio di espressione con una qualit\u00e0 formale che ne fortifichi la portata. In Degas l\u2019istinto \u00e8 troppo precocemente controllato per non condurlo a cercare prima una forma espressiva, un metodo. Fin dalla prima giovinezza si esercita a dominare una tecnica ancora primordiale. In questo periodo \u201cLe copie fatte, seguendo i maestri sembrano non aver avuto il solo scopo di divenire pi\u00f9 abile nel disegno o nella composizione, o di elevare il suo stile, ma di acquisire gli elementi di un mestiere che mancava sia a lui sia ai contemporanei e agli immediati predecessori\u201d. Per questo i viaggi in Italia sono dei pellegrinaggi alle fonti. Certamente la condizione sociale della famiglia Degas e la presenza nella penisola dei suoi membri lo favoriscono notevolmente. A Napoli fin dal 1854, quando sta per giungere a casa di suo nonno, il suo occhio si risveglia dinanzi allo spettacolo della natura:- \u201cLasciando Civitavecchia il mare \u00e8 azzurro, poi \u00e8 mezzogiorno, e diventa verde mela con tocchi di indaco al lontano orizzonte: all\u2019orizzonte una fila di barche a vela latina sembra un nugolo di gabbiani o di gavine per tono e forma il mare un po\u2019 agitato era di un grigio verdastro, la schiuma argentea delle onde, il mare si dissolveva in un vapore il cielo era grigio. Il Castel dell\u2019Ovo si elevava in una massa dorata. Le barche sulla sabbia erano macchie color seppia scura. Il grigio non era quello freddo della Manica ma piuttosto simile alla gola di un piccione\u201d. Note asciutte non letterarie, prive di sensazioni ma precise e tali da individuare esattamente il luogo. Degas in alcuni rari paesaggi preferir\u00e0 l\u2019impressione immediata , ma questa si fonda su una sicura conoscenza di dati reali. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:66.77637%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/DSC_5747-1024x683.jpg?ssl=1\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000029585\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000029585\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/DSC_5747-scaled.jpg?fit=2560%2C1706&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2560,1706\" data-comments-opened=\"0\" 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In questa citt\u00e0, Degas trova degli esempi che analizzer\u00e0. Ci ha lasciato un elenco di dipinti che l\u2019hanno colpito particolarmente. \u201cLa vergine dalla lunga gamba\u201d di Giulio Romano, \u201cPapa Paolo III\u201d di Tiziano, \u201cSanta Caterina\u201d di Correggio, \u201cLeone X\u201d di Andrea del Sarto, un dipinto di Claude Lorrain scelta curiosa che non s\u2019inserisce molto logicamente nell\u2019estetica successiva e per il quale Degas commenta:-\u201c Il pi\u00f9 bello che si possa vedere, il cielo \u00e8 d\u2019argento gli alberi sono parlanti\u201d.Amer\u00e0 con trasporto l\u2019arte antica, \u201c l\u2019arte pi\u00f9 forte e pi\u00f9 incantevole\u201d. Degas nei suoi carnet, non d\u00e0 alcuna indicazione degli aspetti reali e anche curiosi della Napoli all\u2019epoca dei suoi primi viaggi. Forse per pudore , disconoscimento di taluni aspetti della vita. Nessun altra et\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 adatta per goderne, Napoli citt\u00e0 favolosa e \u201ccorrotta\u201d non offre alcun piacere a questo giovane irrigidito nella sua dignit\u00e0?. Gustave Coquiot se ne stupisce:- \u201c A quell\u2019epoca, 1856, nessun esercito della salvezza, nessuno scandalo aveva ridotto la brulicante prostituzione della citt\u00e0 sudiciona. Il sesso folleggiava in piena esultanza\u201d. Un romanziere viaggiatore, Flaubert, annota nella sua corrispondenza:-\u201cNapoli \u00e8 un soggiorno delizioso (frammento di una lettera alla madre del 1851). Le donne escono senza cappello in vettura, con dei fiori nei capelli e hanno tutte l\u2019aria sfrontata. Ma non \u00e8 che l\u2019aria. A Chiaia (Chiaia \u00e8 una grande passeggiata fiancheggiata da castagni verdi, in riva al mare, alberi a pergolato e mormorio di flutti) le venditrici di violette vi mettono a forza i mazzetti all\u2019occhiello. Bisogna maltrattarle perch\u00e9 vi lascino tranquillo\u201d. Un altro viaggiatore ottocentesco Louis Bouhilet dichiara:-\u201c Napoli \u00e8 incantevole per il numero di donne che vi si trovano\u201d. Tutto un quartiere \u00e8 pieno di prostitute che stanno sulla porta di casa . E\u2019 l\u2019antica vera Suburra. Quando si passa per la strada sollevano i vestiti fino alle ascelle per avere due o tre soldi. Vi inseguono in questa posizione. E\u2019 ci\u00f2 che ho visto di pi\u00f9 incredibile in materia di prostituzione e cinismo. Anche il sole \u00e8 innamorato. Tutto \u00e8 lieto e facile. I cavalli portano ciuffi di penne di pavone alle orecchie\u201d. Tutta questa canaglia non interessa Degas che persegue il suo itinerario culturale. E un altro insigne viaggiatore Guy de Maupassant ricorda della pittoresca mobilit\u00e0 del popolo napoletano:- \u201cNapoli si sveglia sotto un sole sfolgorante, Per le sue strade comincia a brulicare la popolazione che si muove, gesticola, grida, sempre eccitata e febbrile, rendendo unica questa citt\u00e0 cos\u00ec gaia. Lungo i moli le donne, le ragazze, vestite di abiti rosa o verde, il cui orlo bigio \u00e8 limato al contatto con i marciapiedi , il seno avvolto in sciarpe rosse, azzurre, di tutti i colori pi\u00f9 stridenti e pi\u00f9 inattesi, chiamano il passante per offrirgli ostriche fresche, ricci e frutti di mare, bibite di ogni sorta e arance, nespole del Giappone, ciliegie\u201d. E ancora Flaubert, che alloggia all\u2019 Hotel G\u00e8neve, in via Medina, trascorre gran parte del suo tempo tra le \u201ccitt\u00e0 morte\u201d della zona vesuviana e il Museo Nazionale, prima di affrontare una gita a Capri durante la quale rischia di naufragare, lascia la citt\u00e0 traboccante di entusiasmo:- \u201cBisogna andare a Napoli per ritemprarsi di giovinezza, per amare la vita. Lo stesso sole se n\u2019\u00e8 innamorato\u201d. Degas sperimenta varie tecniche miste. Spesso impiega la tecnica del monotipo, ossia la stampa in un unico esemplare. L&#8217;artista dipinge con pittura a inchiostro direttamente su una lastra di metallo. Poi pressa la lastra sul foglio e cos\u00ec ottiene una o due stampate, che utilizza come base da rifinire a pastello. Questa tecnica \u00e8 la preferita dall&#8217;artista specialmente quando la sua vista incomincia a indebolirsi gravemente. Mentre per tutta la vita Edouard Manet \u00e8 costretto a lottare per imporre la sua visione della pittura e della missione del pittore. A modo suo \u00e8 un realista, il suo programma \u2013 tracciato con grande lucidit\u00e0 nei primi anni di studio \u2013 \u00e8 \u201cessere del proprio tempo e dipingere ci\u00f2 che si vede, senza lasciarsi turbare dalla moda\u201d. Manet si vanta di aver \u201cdipinto la Parigi moderna quando Degas dipingeva ancora Semiramide\u201d; ama infatti dipingere i contemporanei, le figure che vede e conosce, gli eroi delle storie che lo incuriosiscono e lo attraggono mentre, brillante\u00a0<em>flaneur<\/em>, passeggia per le strade di Parigi. Appassionato frequentatore di musei, inizialmente prende a modello la pittura spagnola e veneziana. Il primo successo, un\u00a0<em>Chitarrista spagnolo<\/em>, ora al Metropolitan Museum di New York, \u00e8 un dipinto molto lontano dallo storicismo\u00a0<em>pompier<\/em>\u00a0del suo maestro Thomas Couture e viene premiato con una menzione d\u2019onore al Salon del 1861. Portato dall\u2019istinto verso una pittura di forti contrasti chiaroscurali, Manet immagina la Spagna che non conosce come un paese aspro, immerso nelle ombre, soffuso di tinte scure e drammatiche. Per realizzare questa sua visione, elimina dalla tavolozza tutti i toni medi e conserva, ai due estremi, gli scuri profondi e qualche raro tocco di bianco purissimo sullo sfondo neutro di un grigio intenso e vibrante di sottili sfumature. Proiettato alla ribalta della vita intellettuale parigina, Manet diviene amico di Baudelaire, di Gautier, di Sainte-Beuve, e i pittori pi\u00f9 giovani lo proclamano \u201cnuovo Vel\u00e1zquez\u201d. Egli preferisce per\u00f2 la compagnia di Degas, come lui ricco e un po\u2019 dandy. Di battuta pronta e pungente, Manet tratta con ironico distacco tutti quelli che non considera all\u2019altezza del suo livello sociale. Ferocissimo nella difesa delle proprie idee, non ama essere contraddetto e si stupisce che la sua arte sia considerata rivoluzionaria. A ogni costo vuole affermarsi sul terreno dominato dai potenti membri dell\u2019Accademia: \u201cil Salon dice \u00e8 il vero campo di battaglia. \u00c8 l\u00e0 che bisogna misurarsi\u201d; cos\u00ec il rifiuto della giuria di accogliere le sue opere al Salon lo sconcerta. Fino al termine della sua vita, con testardo accanimento, Manet continua a sottoporsi alla pratica umiliante del giudizio dell\u2019accademia. Rifiuta, invece, di esporre con i giovani pittori gli impressionisti (Monet, Degas, Renoir, Pissarro, Sisley)\u00a0 che, rispettosi e ammirati, lo proclamano capo e maestro del gruppo. Nel 1863 presenta al Salon des Refus\u00e9s una tela di grande formato,\u00a0<em>Le d\u00e9jeuner sur l\u2019herbe<\/em>, in cui una ragazza nuda si intrattiene amabilmente, su un prato, con due giovanotti vestiti di tutto punto con i panni e gli accessori degli studenti parigini di met\u00e0 Ottocento: una disincantata scena della\u00a0<em>vie de boh\u00e8me<\/em>\u00a0in cui gli eroi di Murger, abbandonato per un giorno il quartiere latino, si godono un\u2019allegra e disinibita scampagnata sulle rive della Senna. Il dipinto suscita scalpore e indignazione. Napoleone III lo definisce indecente e il critico Hamerton, che pur lo considera \u201cun notevole dipinto della scuola realista\u201d, protesta per come un \u201cfelice pensiero di Giorgione\u201d venga tradotto \u201cnegli orribili costumi moderni\u201d. Nello stesso anno, Manet dipinge un quadro,\u00a0<em>Olympia<\/em>, che considera il suo capolavoro e che presenta al Salon del 1865. L\u2019esito \u00e8 ancora una volta disastroso. Tutti ne parlano male, anche i critici e gli artisti che Manet considera amici, ma tutti oggi conoscono il pallido, pigro, sensuale idolo nudo, ricoperto solo da un bracciale d\u2019oro e da un sottile collare di velluto nero che regge una scintillante goccia di perla. Il nome del dipinto \u00e8 suggerito da Zacharie Astruc, in un mediocre poemetto ispirato da questa \u201cfiglia delle isole\u201d. Il vero soggetto non \u00e8 tuttavia la letteraria figura dell\u2019\u201cImpura per eccellenza\u201d, ibrido esotico in cui si mescolano il profumo dell\u2019harem con quello di un lupanare del secondo Impero. Il soggetto \u00e8 il colore della carne nuda, delicata nota di pallido rosa all\u2019interno dell\u2019ampia fascia chiara che campisce la parte centrale della tela. La donna nuda non ha per\u00f2 una carica erotica aggressiva e conturbante; a Manet non interessa la fisicit\u00e0 della carne, ma la sua qualit\u00e0 di colore rosato, da raccordare \u2013 come nella\u00a0<em>Venere di Urbino<\/em>\u00a0di Tiziano \u2013 con il bianco dei cuscini e dei lenzuoli, con il grigio perla dello scialle ricamato, con il cangiante avorio della veste della serva negra. Questo primo piano di sfumature chiare e luminose sembra galleggiare sullo sfondo fatto di terra bruciata e di verde cupo su cui si staglia, punto interrogativo finale, l\u2019arcuata sagoma del gatto nero. A un critico che gli chiede spiegazioni su una delle sue opere fitte di simboli Gauguin risponde: \u201c\u00c8 un poema musicale, non c\u2019\u00e8 bisogno di un libretto\u201d. L\u2019<em>Olympia<\/em>\u00a0\u00e8 un poema visivo che non ha bisogno di libretto. Al principio aristocratico dell\u2019<em>art pour l\u2019art<\/em>, al principio didascalico dell\u2019arte sociale del realismo, Manet oppone la sua prassi della \u201cpittura per la pittura\u201d: una tecnica che si fa poesia. Manet, dice Lionello Venturi, non inventa una nuova mitologia, crea delle nuove immagini. E le sue immagini non rimandano a una natura perfetta da imitare, non sono il veicolo di nobili contenuti etici: sono i puri segni di un alfabeto visivo. Una pittura restituita alla primordiale funzione di inventare immagini, icone icastiche e indimenticabili, come l\u2019<em>Olympia<\/em>. Nel 1865 Manet visita finalmente la Spagna. L\u2019artista rimane folgorato da Vel\u00e1zquez, che definisce \u201cpittore dei pittori\u201d, e si rende subito conto che il suo \u00e8 uno spagnolismo fantasioso. Vista dal vero, la Spagna non \u00e8 un paese romantico, immerso nelle ombre di un \u201cnero assoluto\u201d (Val\u00e9ry) come la pittura dell\u2019ultimo Goya; \u00e8 una terra ricca s\u00ec di contrasti violenti, illuminata per\u00f2 da una luce abbacinante e dominata da colori chiari e squillanti. Ritornato a Parigi Manet dipinge ancora, quasi per forza d\u2019abitudine e d\u2019inerzia, alcune scene di corrida. Quello che \u00e8 stato definito da Paul Mantz lo \u201cspagnolo di Parigi\u201d si \u00e8 ormai liberato dall\u2019ossessione di uno spagnolismo pi\u00f9 visionario che realistico, nel momento in cui ha conosciuto la Spagna dal vero e non tramite le fonti letterarie e figurative accessibili a Parigi. <em>Madame Manet al piano<\/em>\u00a0(1867-1868), oggi al Mus\u00e9e d\u2019Orsay di Parigi, \u00e8 un esempio di una diversa maniera di dipingere, di una nuova tavolozza basata sui contrasti dei verdi metallici stampati sui grigio-azzurri. In un articolo scritto proprio nel 1867, Zola descrive questa tecnica come \u201cun insieme di macchie precise e delicate che, da lontano, danno al dipinto un rilievo gradevole\u201d; l\u2019occhio dell\u2019artista, dice lo scrittore, \u201cvede biondo e per masse\u201d, osservazione molto acuta che individua la svolta dell\u2019artista che prima vedeva bruno e per macchie scure contrapposte. Manet ora \u201cdipinge biondo\u201d ed eliminata la preparazione scura della tela, l\u2019imprimitura tipica della pittura accademica, dipinge con toni chiari applicati su un sottofondo chiaro. Dopo il 1865 nella pittura di Manet affiora anche l\u2019influsso dell\u2019arte orientale, delle stampe giapponesi che da alcuni anni colleziona. Il pittore trascura la profondit\u00e0 spaziale, elimina il modellato e taglia le figure ai margini della tela, mentre le masse compatte tendono ad avanzare verso lo spettatore, instaurando con esso un\u2019insinuante complicit\u00e0 spaziale e psicologica.\u00a0<em>La lettura<\/em>\u00a0(1865), un altro stupendo ritratto della moglie, iniziato nel 1865 e completato qualche anno dopo con la figura del figliastro \u2013 o figlio, questione enigmatica nella vita dell\u2019artista \u2013 \u00e8 una delle prove pi\u00f9 alte della fulminea capacit\u00e0 di sintesi raggiunta da Manet, della sua pittura secca e rigorosa, ridotta alle linee e ai colori essenziali: in questo caso, una vera sinfonia di bianchi e di verdi. Il virtuosismo del suo pennello \u00e8 stupefacente. Secondo C\u00e9zanne: \u201cManet i toni li sputa sulla tela\u201d; questo pennello che non sbaglia mai rinnega infatti il tratteggio metodico e continuo per un insieme sprezzante di rapidi tocchi sicuri, appoggiati con \u201cquella grazia suprema che d\u00e0 l\u2019apparenza della facilit\u00e0\u201d, come afferma Jamot, e che \u00e8, invece, frutto di un\u2019applicazione testarda e meticolosa. Manet si distingue dai suoi amici impressionisti per la divisione dei dipinti in grandi zone chiare e scure, come nell\u2019<em>Olympia<\/em>, oppure in zone pi\u00f9 o meno scure, come nella\u00a0<em>Colazione nello studio<\/em>\u00a0del 1868, ora alla Neue Pinakothek di Monaco. Verso gli ultimi anni della sua vita Manet dice all\u2019amico Antonin Proust: \u201cUna volta Courbet diede una risposta superba a Daubigny che lo complimentava per uno studio di marina: Questo non \u00e8 uno studio di marina, rappresenta un\u2019ora. Ecco quello che la gente non capisce ancora: non si dipinge un paesaggio, una marina, una figura; si dipinge l\u2019impressione di un\u2019ora del giorno\u201d. Con questa frase l\u2019artista riprende un concetto caro a Monet e lo adatta alla sua personale visione dell\u2019impressionismo: per Manet la pittura \u00e8 registrazione immediata, flagrante, non tanto di un\u2019esperienza visiva, quanto di un\u2019esperienza di vita. L\u2019opera d\u2019arte \u00e8 trascrizione di una sensazione a contatto con la realt\u00e0, una sensazione determinata dalle condizioni del luogo e del momento, non dai parametri culturali forniti dalla tradizione e dai canoni classici di trascrizione del reale. All\u2019artista moderno si offre una gamma di soggetti senza limiti e senza prescrizioni, rappresentata dagli eventi della vita moderna che avvengono nel momento in cui il pittore li fissa sulla tela e la cronaca diventa storia. Manet tratta ormai esclusivamente soggetti di vita moderna, quella vita che nella metropoli si vive per le strade, nei parchi, negli ippodromi oppure, fuori citt\u00e0, nelle stazioni balneari, nei luoghi suburbani di svago e di sport. Gi\u00e0 nel 1862, in pieno periodo spagnolo, si cimenta in una composizione con molte figure all\u2019aperto, come dimostra il dipinto\u00a0<em>Musica alle Tuileries<\/em>\u00a0(1862), un precoce esempio di pittura di vita moderna\u00a0<em>en plein air<\/em>, anche se ricostruita in atelier in base agli appunti presi alle Tuileries. L\u2019opera denuncia l\u2019impaccio a dominare il rapporto tra le stilizzate figure, rigidi manichini impacciati, e l\u2019ambiente circostante. I soggetti di vita parigina, gi\u00e0 affrontati e diffusi da Gavarni e Guys in piccole incisioni e disegni, si diffondono grazie alle illustrazioni delle riviste di costume e di moda che accordano largo risalto alla vita di societ\u00e0 del secondo Impero. Diverso \u00e8 per\u00f2 il formato delle opere di Manet e l\u2019enfasi che accorda a questi soggetti popolari e quotidiani, trattati con gli stessi mezzi espressivi della grande pittura di storia. Un critico del tempo, Jules Marthold, spiega con acume che \u201cil grande delitto di Manet non \u00e8 tanto quello di dipingere la vita moderna, quanto di dipingerla a grandezza naturale\u201d; un soggetto di questo tipo, in sostanza, pu\u00f2 essere tollerato solo nelle piccole dimensioni e nella pi\u00f9 innocua categoria della pittura di genere o di costume. Edouard Manet non solo vuole cantare, come Baudelaire prescrive, \u201cla poesia e la meraviglia della vita moderna\u201d, ma vuole anche essere un testimone attento e curioso del suo tempo, uno studioso che s\u2019interessa dell\u2019oggetto del suo studio con il giusto distacco critico, senza farsi coinvolgere da un punto di vista emotivo; una cosa \u00e8 la vita vissuta, sembra dire Manet, un\u2019altra la vita dipinta. I frammenti di vita contemporanea sono quindi ritagliati dal contesto naturale come\u00a0<em>tranches de vie<\/em>. Nei suoi bar, nei suoi bistrot e nei suoi caff\u00e8-concerto, non s\u2019avverte mai un tono letterario, aneddotico o il filtro del reportage mondano; la realt\u00e0 quotidiana della vita parigina del secondo Impero \u00e8 rappresentata per se stessa, come pura registrazione di un fatto di cronaca. Th\u00e9ophile Thor\u00e9-B\u00fcrger nel 1865 scrive che \u201cla missione dell\u2019arte consiste nel creare forme plastiche adeguate alle idee e ai costumi di ciascuna epoca\u201d e proprio Manet ha il privilegio di creare, per primo, le forme plastiche della vita moderna. Nel 1874, anno della prima mostra collettiva degli impressionisti, Manet trascorre l\u2019estate ad Argenteuil, in compagnia di Monet e di Renoir. A fianco degli amici, dipinge alcuni capolavori\u00a0<em>en plein air<\/em>, come la\u00a0<em>Coppia in tenuta da canottaggio. Argenteuil<\/em>\u00a0oppure\u00a0<em>Claude Monet con la moglie Camille sul suo studio galleggiante<\/em>, anche se Manet non crede sino in fondo \u2013 sino alle estreme conseguenze cui la porta Monet \u2013 alla teoria e alla tecnica del\u00a0<em>plein air<\/em>. Alcuni anni addietro, vedendo per la prima volta un paesaggio di Monet esposto nella vetrina di un corniciaio, esclama: \u201cMa guardate questo giovanotto che tenta di dipingere all\u2019aperto! Come se agli antichi fosse mai venuta in mente una cosa simile!\u201d. Dal tempo di questo sprezzante giudizio Manet ha modo di ricredersi sul valore di Monet, che aiuta nei momenti pi\u00f9 duri della sua vita e della sua carriera. Ma l\u2019adesione di Manet al\u00a0<em>plein air<\/em>\u00a0rimane un episodio di partecipazione a un entusiasmo collettivo, un entusiasmo che solo per pochi anni coinvolge tutti i protagonisti della pittura francese degli anni Settanta. In realt\u00e0 Manet non mette mai il pennello al servizio di un rigoroso luminismo fenomenico e, anche quando dipinge all\u2019aperto e il colore si accende di splendori inusitati per la sua tavolozza, la forma rimane saldamente ancorata al contorno, senza disgregarsi nella luce, come succede ai veri impressionisti. Negli anni che seguono il suo soggiorno ad Argenteuil, Manet usa le nuove conquiste come brillante scrittura corsiva, per continuare a raccontare le stesse storie di sempre: le storie delle sue amiche \u201ccocottine\u201d e degli stravaganti frequentatori dei bar parigini, le corse dei cavalli, le riunioni mondane e gli incontri galanti, come pure le feste in costume, le gite fuori citt\u00e0, gli sport alla moda. Quando, sui cinquant\u2019anni, un\u2019atroce forma di atassia cinetica lo blocca a casa, Manet continua a dipingere la sua straordinaria galleria di ritratti femminili. Victorine Meurent, Berthe Morisot, M\u00e9ry Laurent, la \u201cragazza della prugna\u201d, Nina de Callias sono le sue modelle predilette e corrispondono tutte allo stesso tipo di donna libera, spregiudicata ed emancipata che si afferma con una nuova personalit\u00e0 nella metropoli moderna. Nell\u2019autunno del 1882 Manet rimane bloccato a letto. La paralisi degenera poi in cancrena e nell\u2019aprile del 1883 i medici decidono di amputargli la gamba sinistra. L\u2019intervento per\u00f2 non serve a nulla: il pittore muore il 30 aprile. Profondamente commosso, Degas commenta: \u201cEra pi\u00f9 grande di quanto pensassimo\u201d. Poco prima di morire, Manet dice ad Albert Wollf, onnipotente critico di \u201cLe Figaro\u201d; \u201cNon mi dispiacerebbe leggere finalmente, mentre sono ancora vivo, il meraviglioso articolo che mi dedicherete non appena sar\u00f2 morto\u201d. Nel necrologio, Wollf scrive: \u201cMorire a cinquant\u2019anni, lasciando due opere eccellenti che meritano di essere ammesse tra le espressioni dell\u2019arte francese, \u00e8 per un artista gloria sufficiente\u201d; ma non sappiamo quali sono, secondo il critico, le \u201cdue opere eccellenti\u201d di Manet degne di entrare al Louvre. Manet \u00e8 in realt\u00e0 molto pi\u00f9 grande e pi\u00f9 geniale di quanto non pensassero i contemporanei, \u00e8 l\u2019inventore della pittura di vita moderna: una vita al di sotto del mito e della storia, la vita dell\u2019uomo moderno nella citt\u00e0 moderna. \u00a0Il racconto prende avvio a Firenze, citt\u00e0 in cui i due artisti \u2013 seppur in momenti diversi \u2013 maturarono parte della loro formazione. Degas vi giunse nel 1858 e trov\u00f2 nel Caff\u00e8 Michelangelo un luogo di dialogo creativo con i giovani pittori toscani. Qui approfond\u00ec lo studio della pittura rinascimentale e affin\u00f2 il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della \u201cmacchia\u201d, come Vincenzo Cabianca. \u00a0Il soggiorno fiorentino port\u00f2 Degas verso una pittura attenta alla vita contemporanea, e fu in questo contesto che prese forma il suo capolavoro giovanile, <em>La famiglia Bellelli<\/em>: proviene dal museo Ordrupgaard di Copenaghen il prezioso quadro preparatorio, per la prima volta esposto in Italia, evento davvero straordinario anche per la delicatezzadella tecnica a pastello che ne ha fin qui sempre scoraggiato il prestito. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di <em>Th\u00e9r\u00e8se de Gas<\/em> e di<em>Hilaire de Gas<\/em>, prestito eccellente del Mus\u00e9e d\u2019Orsay, trovano spazio confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui <em>Cucitrici di camicie rosse<\/em> di Odoardo Borrani, il <em>Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli<\/em> di Giovanni Fattori, e <em>Dalla soffitta<\/em> di Giovanni Boldini. La seconda sezione mette al centro gli anni italiani di Zandomeneghi, profondamente legato a figure come Giuseppe Abbati \u2013 di cui viene esposto il restaurato <em>Monaco al coro<\/em>(Museo e Real Bosco di Capodimonte) \u2013 e lo stesso Cabianca, rappresentato con studi di ciociare strettamente connessi al dipinto dei poveri che mangiano la zuppa sulla scalinata di una chiesa romana. \u00c8 questo infatti il periodo in cui Zand\u00f2 realizza l\u2019opera che Manet ammir\u00f2 a Brera: una testimonianza dell\u2019energia creativa che precede la sua definitiva svolta parigina. La mostra segue poi la conversione di Zandomeneghi all\u2019impressionismo, avvenuta dopo il trasferimento a Parigi. Opere come <em>A letto<\/em> (Gallerie degli Uffizi \u2013 Palazzo Pitti) e <em>Le Moulin de la Galette<\/em> (courtesy Fondazione Enrico Piceni) mostrano un artista che assimila suggerimenti della modernit\u00e0 visiva di Degas \u2013 la spontaneit\u00e0 dell\u2019attimo, l\u2019impianto tagliente dell\u2019inquadratura, la gestualit\u00e0 sospesa \u2013 ma li rielabora secondo una sensibilit\u00e0 personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana. Centrale, in questa fase, il confronto con dipinti come <em>Dans un caf\u00e9<\/em> di Degas(Mus\u00e9e d\u2019Orsay), celebre rappresentazione della bevitrice d\u2019assenzio. Entrato nel vivace ambiente del Caff\u00e8 Nouvelle Ath\u00e8nes, Zandomeneghi si ritrova parte di un gruppo affiatato di artisti e intellettuali: Mary Cassatt, Forain, Rouart, Tillot, Madame Bracquemond, Raffaelli. Nel 1878 lo raggiunge l\u2019amico critico Diego Martelli, che favorisce nuovi scambi con Degas, Duranty e Pissarro. L\u2019anno successivo, Zand\u00f2 espone alla quarta mostra impressionista, in avenue de l\u2019Op\u00e9ra, dove Martelli viene ritratto sia da Degas sia dallo stesso Zandomeneghi. Gli anni Ottanta, illustrati nella quarta sezione, segnano una stagione di piena maturit\u00e0 per l\u2019artista veneziano. Opere come <em>M\u00e8re et fille<\/em>, <em>Il dottore<\/em>, <em>Le madri<\/em>, <em>Visita in camerino<\/em>, <em>Al caff\u00e8 Nouvelle Ath\u00e8nes<\/em> testimoniano una partecipazione convinta al percorso impressionista, pur in dialogo costante con una ricerca personale. In mostra queste opere si confrontano con lavori di Degas quali <em>Lezione di danza<\/em> e con la celebre scultura della <em>Piccola danzatrice di quattordici anni,<\/em> proveniente dall\u2019Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, prestito eccezionale che sar\u00e0 accompagnato da un saggio in catalogo (Silvana Editoriale) relativo al recente restauro cui l\u2019opera \u00e8 stata sottoposta. Il percorso si chiude con l\u2019anno 1886, ultima collettiva del gruppo impressionista, che segna una svolta: Zandomeneghi, pur rimanendo vicino ai compagni di stagione, evolve verso una sintesi pi\u00f9 autonoma. La morbidezza della forma, la compostezza classica e un nuovo equilibrio narrativo caratterizzano dipinti come <em>Sul divano<\/em>, Il giubbetto rosso, La conversation, Latasse de th\u00e9, Bambina dai capelli rossi,Fanciulla in azzurro di spalle e Hommage \u00e0 Toulouse-Lautrec. \u00c8 l\u2019esito di un percorso personale e coerente, che offre una lettura limpida e al tempo stesso sorprendente del contributo italiano alla modernit\u00e0 europea. Questa mostra non solo illumina un rapporto artistico di straordinaria vitalit\u00e0, ma restituisce la complessit\u00e0 di un\u2019epoca in cui Firenze e Parigi, la tradizione e l\u2019avanguardia, la macchia e l\u2019impressione, dialogavano in un intreccio serrato che continua a parlarci con forza.<\/p>\n\n\n\n<p>Palazzo Roverella di Rovigo<\/p>\n\n\n\n<p>Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi<\/p>\n\n\n\n<p>dal 27 Febbraio 2026 al 28 Giugno 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec al Venerd\u00ec dalle ore 9.00 alle ore 19.00<\/p>\n\n\n\n<p>Sabato e Domenica dalle ore 9.00 alle ore 20.00<\/p>\n\n\n\n<p>Installation view Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi, 2026 Palazzo Roverella di Rovigo. Courtesy&nbsp; Fondazione &nbsp;Cariparo &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Fonte :&nbsp; Ufficio stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo<\/p>\n\n\n\n<p>+39 049 663499<\/p>\n\n\n\n<p>Ref. Simone Raddi simone@studioesseci.net<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 28 Giugno 2026 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Roverella di Rovigo la mostra dedicata Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi a cura Francesca Dini. 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