{"id":1000028828,"date":"2026-03-13T11:45:07","date_gmt":"2026-03-13T14:45:07","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000028828"},"modified":"2026-03-13T11:45:09","modified_gmt":"2026-03-13T14:45:09","slug":"a-firenze-una-mostra-dedicata-a-ottone-rosai-poeta-innanzitutto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000028828","title":{"rendered":"A Firenze una mostra dedicata a Ottone Rosai. Poeta innanzitutto\u00a0"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 4 Ottobre 2026 si potr\u00e0 ammirare al Museo del Novecento di Firenze la\u00a0 mostra dedicata ad Ottone Rasai \u2013 \u2018Ottone Rosai. Poeta innanzitutto\u2019 a cura di Sergio Risaliti.\u00a0 L\u2019 esposizione prende avvio dal confronto tra i dipinti del Lascito Rosai e le opere dell\u2019artista provenienti dalla Collezione Alberto Della Ragione, riunite per la prima volta in un percorso unitario. Articolata in due ambienti distinti, l\u2019esposizione consente di indagare le figure e i luoghi cari a Ottone Rosai restituendo un\u2019immagine complessa del pittore e del suo rapporto con la propria citt\u00e0 e gli intellettuali del suo tempo. Completa l\u2019esposizione una selezione di documenti provenienti dal Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux, Archivio Contemporaneo Alessandro Bonsanti. La mostra costituisce inoltre un importante tassello di raccordo tra le collezioni civiche fiorentine e la figura di Georg Baselitz, a breve protagonista di una grande mostra al Museo Novecento. Baselitz \u00e8 infatti un grande estimatore di Ottone Rosai, che ebbe modo di scoprire le opere dell\u2019artista fiorentino durante il suo primo soggiorno a Firenze nel 1965. \u201cFin dal 2018, quando sono arrivato a dirigere questo museo, ho avuto sempre in mente di valorizzare le opere di Ottone Rosai appartenenti alle collezioni civiche. \u2013 ha detto Sergio Risaliti direttore del Museo Novecento &#8211; In prima battuta era per me importante rispettare l\u2019accordo fra gli eredi e l\u2019amministrazione, che si basava sulla necessit\u00e0 di esporre in modo permanente le opere donate al Comune di Firenze e oggi parte delle collezioni civiche del Novecento: cos\u00ec \u00e8 stato fatto, attraverso l\u2019allestimento, al terzo piano, di una sala riservata esclusivamente a questa Raccolta. Un altro punto fondamentale del mio lavoro \u00e8 consistito nel valorizzare alcune delle bellissime opere di questo importante artista appartenute ad Alberto Della Ragione, esponendole al secondo piano nell\u2019ambito di un rinnovato progetto museologico. Terzo punto: attendevo l\u2019occasione giusta per riunire in una sola mostra i due corpi, quello della Collezione Della Ragione e quello delle opere conservate nello studio dell\u2019artista al momento della sua morte e generosamente donate al Comune dagli eredi, al fin di esaltare questo cospicuo patrimonio. Finalmente l\u2019occasione \u00e8 arrivata. \u00c8 un\u2019occasione di assoluta importanza perch\u00e9 inauguriamo questa esposizione oggi, pochi giorni prima dell\u2019apertura della straordinaria mostra di Georg Baselitz, uno dei pi\u00f9 grandi artisti a livello mondiale degli ultimi sessant\u2019anni, che da sempre ha manifestato un grande interesse per le poesie visuali e pittoriche di Rosai, artista \u201cmaledetto\u201d, \u201cteppista\u201d, sensibile fino alla brutalit\u00e0. Fu in un ristorante che il maestro Baselitz scopr\u00ec Ottone Rosai come ha ricordato in una recente intervista: <em>\u2018<\/em>Se in quel locale avevo in mano una foto o un catalogo di Rosai, il cameriere veniva e diceva: \u201cOh, Ottone Rosai\u201d. Tutti conoscevano Ottone Rosai; fuori dalla citt\u00e0, invece, nessuno.\u2019 Questo fa chiarezza su una pratica museale come quella messa in campo al Museo Novecento, che sa bene accoppiare conservazione e valorizzazione. In caso contrario, ogni collezione, in mancanza di una connessione con il presente, \u00e8 un feticcio che langue in penombra e asfissia, come un pesce fuori dall\u2019acqua: la contemporaneit\u00e0 non ha pi\u00f9 ossigeno, non respira pi\u00f9. Analizzando poi le circa 70 opere esposte in mostra, noteremo due filoni principali nella ricerca poetica di Rosai. Uno sono i celebri luoghi fiorentini, tra vie cittadine e campagne circostanti: riconosceremo le sublimi architetture del Brunelleschi e di Arnolfo, la Cupola e Palazzo Vecchio, le chiese del Carmine, di Santa Maria Novella e di Santo Spirito, e la celeberrima via di San Leonardo, dove Rosai aveva il suo studio. Ci sono poi gli scorci di paesaggi che sembrano non essere intaccati dal passare dei secoli, e neppure delle stagioni: vigne e uliveti che sono moderni per la qualit\u00e0 della pittura e antichissimi per la qualit\u00e0 dell\u2019aria. E poi ecco l\u2019altro filone: ci sono tutti gli amici di Rosai, quella grande comunit\u00e0 di poeti, scrittori, intellettuali, pittori, artisti e storici dell\u2019arte che hanno tenuto in vita, anche nella prima met\u00e0 del Novecento, l\u2019aurea miniera del Rinascimento. Una stagione che ha lasciato frutti preziosi, il cui succo non era patrimonio di pochi eletti, ma impregnava di vitalit\u00e0 creativa la citt\u00e0 e tutto il suo tessuto.\u201d In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Ottone Rosai apro il mio saggio dicendo:\u00a0 Come molti sanno le prime opere di Ottone Rasai risalgono al 1906 ovvero i suoi primi disegni di paesaggio e di figura. Sfiorite le prime curiosit\u00e0, la vita scolastica apparve insopportabile all\u2019adolescente rivoltoso e ricco di autonomi interessi, che preferiva spingersi nascostamente in solitarie passeggiate, cos\u00ec come nelle bettole, nei locali dove si giocava a carte e a biliardo, nelle botteghe, per disegnare e prendere appunti dal vero. Espulso dall\u2019Istituto, si iscrisse all\u2019Accademia di belle arti sotto il maestro Arturo Calosci, rimanendo attratto piuttosto dalla scuola libera del nudo e poi dalla scuola libera di incisione di Celestino Celestini. Nel 1912, a seguito di un grave diverbio insorto con Calosci, venne espulso anche dall\u2019Accademia. Malgrado questo, l\u2019anno successivo, a Pistoia, in una mostra organizzata da Celestini per i suoi allievi, espose le sue incisioni all\u2019acquaforte. Si trattava di visioni inquiete, raffiguranti piazze e monumenti fiorentini, che evidenziarono suggestioni dagli scenari teatrali che Edward Gordon Craig aveva disegnato a Firenze fra il 1908 e il 1913, e nondimeno anche dalle morsure forti e dai neri profondi del maestro Celestini. A conclusione della mostra, il giovane volle visitare Siena, dove rimase affascinato dalle opere dei \u2018primitivi\u2019, in particolare da Duccio e dai fratelli Lorenzetti. Fu in quel periodo che si dedic\u00f2 alla lettura, scoprendo Charles Baudelaire, St\u00e9phane Mallarm\u00e9, Rudyard Kipling, F\u00ebdor Dostoevskij, Oscar Wilde. Dopo aver preso studio con Berto Lotti, espose quindici dipinti e due sculture in una saletta in via Cavour, nel novembre-dicembre 1913, in coincidenza con l\u2019esposizione futurista di\u00a0<em>Lacerba<\/em>\u00a0aperta nella vicina saletta del libraio Gonnelli. Grazie a Giovanni Papini, la mostra venne visitata dai futuristi: \u00abMi vollero tutti conoscere, mi fecero elogi, che ricevetti come enormi ricompense e mi invitarono a unirmi a loro\u00a0\u00bb. Con il 1914 si avvi\u00f2 l\u2019anno futurista di Rosai, alimentato dai fuochi interventisti degli intellettuali di\u00a0<em>Lacerba<\/em>\u00a0e inaugurato dall\u2019olio su cartone\u00a0<em>Dinamismo bar S. Marco,<\/em>\u00a0poi dall\u2019olio su tela con collage\u00a0<em>Scomposizione di una strada<\/em>. Fra aprile e maggio l\u2019artista venne invitato a partecipare all\u2019Esposizione libera futurista a Roma, presso la galleria Sprovieri. Iniziarono in questa temperie le frequentazioni di Ardengo Soffici, che andava indicando al pi\u00f9 giovane amico le possibilit\u00e0 della scomposizione cubo-futurista e del collage, ma soprattutto le amate esperienze francesi, da Paul C\u00e9zanne a Pablo Picasso, dai pittori impressionisti al Doganiere Rousseau. Allo scoppio della prima guerra mondiale part\u00ec soldato e venne inviato al confine italoaustriaco, nei pressi di Gorizia, dove si distinse per le eroiche prodezze, tanto da essere decorato e poi accolto nel reparto di assalto degli arditi che combatt\u00e9 sul monte Grappa. Al fronte nacquero dipinti che, pur attingendo alla sintesi futurista, accolsero nuovi spunti dal linguaggio del Doganiere. La cruciale esperienza della guerra venne raccontata da Rosai ne\u00a0<em>Il libro di un teppista<\/em>, del 1919, poi nel libro\u00a0<em>Dentro la guerra<\/em>, del 1934. In questa prima stagione della sua ricerca artistica gi\u00e0 emersero il temperamento insofferente, eversivo, e la latente inquietudine del giovane, alla ricerca di un linguaggio inedito, di forte disprezzo per le convenzioni. All\u2019indomani della guerra, con un gruppo di nature morte del 1919, seguite da alcuni paesaggi toscani e dalle prime originali composizioni di figure in interno, imbocc\u00f2 con straordinaria concentrazione la propria linea di ricerca e inaugur\u00f2 un decennio ricco di capolavori. Nacquero quadri di piccolo formato che avevano elaborato l\u2019essenzialit\u00e0 geometrica del cubismo, ora declinata partendo dallo studio del vero, con originali assonanze metafisiche, per la silente astratta concentrazione, malinconica a tratti, che avvolgeva figure e cose, oltre che per la qualit\u00e0 della luce, metallica e ferma. Erano indicazioni che parimenti provenivano da Soffici, il quale si accostava a\u00a0<em>Valori plastici<\/em>\u00a0di Mario Broglio e proclamava il ritorno alla classicit\u00e0 e allo studio del vero, in una sorta di realismo purificato che traeva le sue basi dall\u2019asciutta semplicit\u00e0 giottesca. Nel novembre-dicembre del 1920 allest\u00ec la sua prima personale a Firenze nelle stanze di palazzo Capponi, in via de\u2019 Bardi, introdotta in catalogo dall\u2019amico Soffici. Soffici nell\u2019occasione apprezz\u00f2 \u00abla spontaneit\u00e0 di visione\u00bb, \u00abla profondit\u00e0 del linguaggio pittorico\u00bb, \u00abla schiettezza e sincerit\u00e0\u00bb, \u00abla vigoria\u00bb cos\u00ec come \u00abla sottolineatura di certo grottesco\u00bb, \u00abnon disgiunto da una poeticit\u00e0 e bellezza recondite e sui generis\u00bb. Nel 1921 conobbe Francesca Fei, una giovane impiegata del quotidiano\u00a0<em>La Nazione<\/em>, che divenne sua moglie l\u2019anno successivo, in un periodo altamente drammatico per Rosai, a causa della morte suicida del padre, oppresso dai debiti, che ricaddero conseguentemente sulle spalle di Ottone. In gesto d\u2019aiuto gli amici realizzarono una piccola mostra alla saletta Gonnelli, con catalogo Vallecchi introdotto da Soffici. A questa mostra fece seguito, alla fine del 1922, la personale romana alla galleria Bragaglia, con oltre cinquanta dipinti, fra i quali\u00a0<em>Trattoria Lacerba<\/em>\u00a0(1921) e, in particolare,\u00a0<em>Via Toscanella<\/em>\u00a0(1922), purissima e tersa come una predella trecentesca. Ma entrambe le proposte non portarono la gratificazione economica attesa dall\u2019artista, desolato dall\u2019indigenza e dalle incomprensioni, e costretto dagli impegni della bottega paterna che lo distolsero a lungo dall\u2019amata pittura fra il 1923 e il 1926. Si riaffacci\u00f2 alla vita artistica dal 1927, partecipando alla prima mostra del gruppo del Selvaggio, a Firenze, in un periodo segnato dalle frequentazioni nell\u2019ambito di strapaese e dalle nuove amicizie con i giovani scrittori Romano Bilenchi e Vasco Pratolini. Una gita nella campagna senese conferm\u00f2 all\u2019artista il suo amore per la terra dei \u00abprimitivi\u00bb. Nacquero in questi tardi anni Venti nuovi capolavori di alta espressivit\u00e0, in particolare\u00a0<em>Suonatori<\/em>\u00a0(1928), la grande versione dei\u00a0<em>Giocatori di toppa<\/em>\u00a0del 1929, alcune vedute urbane di masaccesca severit\u00e0, vari ritratti. I personaggi rosaiani, in particolare, palesavano una radice plebea dichiaratamente toscana e insieme risentimenti anarchici, umori patetici e rivoltosi, oltre la cronaca: omini seduti all\u2019osteria, in piedi o appoggiati a un muro, erano per l\u2019artista modelli di una umanit\u00e0 barbarica, fuori dal tempo sebbene ambientata nei vicoli pi\u00f9 umili di Firenze fra il Carmine, Santo Spirito, San Frediano o nelle prode di Villamagna, condotti con sconcertante essenzialit\u00e0, aspro realismo, tavolozza terrosa e asciutta. Con questi esiti l\u2019artista si present\u00f2 nel 1928 alla I Mostra d\u2019arte regionale toscana e alla XVI Biennale di Venezia, mentre s\u2019interrompeva il sodalizio con\u00a0<em>Il Selvaggio<\/em>. Nel 1929 Rosai inizi\u00f2 a collaborare alle riviste\u00a0<em>Il Bargello<\/em>\u00a0e\u00a0<em>Il Frontespizio<\/em>, in un momento di drammatica crisi dell\u2019amicizia con Soffici, attestata dall\u2019opuscolo violentemente polemico\u00a0<em>Alla ditta Soffici-Papini &amp; compagni<\/em>, del 1931. Dopo la pubblicazione per le edizioni Vallecchi del libro intitolato\u00a0<em>Via Toscanella<\/em>, nel 1930, espose al Kursaal di Viareggio con i pittori Lorenzo Viani e Mario Marcucci; quindi nella personale milanese presso la galleria Il Milione, che tuttavia si risolse in un insuccesso, tanto da produrre in lui l\u2019abbandono della pittura per un anno. Fu in questo periodo, tra il 1928 e il 1931, che l\u2019artista lavor\u00f2 alla propria monografia Hoepli con Giovanni Scheiwiller e al suo libro\u00a0<em>Dentro la guerra<\/em>, che, rifiutato dal ministero per la Stampa e la Propaganda, non pass\u00f2 inosservato a Giuseppe Ungaretti, il quale volle pubblicarlo a puntate sulla sua rivista\u00a0<em>Vita nuova<\/em>, prima della versione integrale uscita nel 1934 per i tipi di Novissima (Roma). Dal 1931 collabor\u00f2 alla rivista\u00a0<em>L\u2019Universale<\/em>, diretta da Berto Ricci e quindi da Romano Bilenchi, e nata con lo scopo di diffondere la pittura rosaiana e difendere le ragioni di un moderno realismo. Verso la fine del 1931 abbandon\u00f2 l\u2019attivit\u00e0 di falegname per dedicarsi integralmente alla pittura, malgrado le precarie condizioni economiche. La sua pittura divenne pi\u00f9 chiara nei colori, e pi\u00f9 leggera e vibrante nel rinnovato contatto con lo studio del vero, mentre l\u2019artista accoglieva in bottega due allievi, Dino Caponi e Sergio Donnini: il frutto del nuovo corso delle ricerche apparve nella grande mostra personale presso la galleria di palazzo Ferroni, a Firenze, gestita dall\u2019antiquario Luigi Bellini, e si rivel\u00f2 il primo successo. Dopo la mostra personale tenuta nel 1933 a Milano presso la galleria delle Tre Arti e curata da Edoardo Persico, nel 1934 espose sette suoi quadri alla Biennale di Venezia, mentre si trasferiva nel nuovo studio di via S. Leonardo, dove sarebbe rimasto definitivamente. Parallelamente alla collaborazione con\u00a0<em>Il Frontespizio<\/em>, venne dato alla stampa nel 1935 il volume di Mario Tinti\u00a0<em>L\u2019architettura delle case coloniche in Toscana<\/em>, illustrato da trentadue disegni di Rosai. Nello stesso anno dipinse i due grandi pannelli raffiguranti\u00a0<em>Paesaggi toscani<\/em>\u00a0per la sala ristoro della nuova stazione ferroviaria di Firenze, progettata da Giovanni Michelucci. Le mostre ufficiali cominciarono ad accogliere con consenso le opere rosaiane, come attest\u00f2 l\u2019invito alla II Quadriennale nazionale d\u2019arte di Roma, poi alla Mostra d\u2019arte italiana contemporanea a Varsavia, e quindi nuovamente alla Biennale di Venezia, mentre la pittura dell\u2019artista si avviava verso una stagione pi\u00f9 pacata, che sarebbe durata sino al 1938. Nella primavera del 1936 si tenne frattanto a Firenze la mostra personale di Rosai al Lyceum, inaugurata con la pubblica lettura di una conferenza che lo stesso artista aveva intitolato\u00a0<em>Difesa<\/em>\u00a0e che era parallelamente uscita sul\u00a0<em>Frontespizio<\/em>. Qui denunci\u00f2 apertamente i suoi detrattori: \u00abSi \u00e8 detto che non so disegnare, che manco di colore, che non ho tecnica, che la mia arte \u00e8 popolaresca, che i miei quadri sono una stornellata\u00bb. Di fronte a tali accuse, rivendic\u00f2 la propria ricerca pittorica: \u00abCh\u2019io non sappia disegnare mi sembra un\u2019affermazione troppo grossa, dal momento che in me la passione d\u2019esprimere \u00e8 cos\u00ec forte, che un dato oggetto, prima ancora di averlo disegnato, lo avverto gi\u00e0 vivere nelle sue forme, realizzate nella mia mente e nei nervi, da sentirmelo quasi uscire dalla punta delle dita\u00bb; l\u2019arringa continuava, in difesa di una poetica ormai pienamente consapevole: \u00abRelativamente al colore, confesser\u00f2 che punto o poco m\u2019attrae il colorismo, ovvero il cromatismo alla spagnuola . Il contrario matematico dei toscani, dei nostri grandi maestri toscani, tutta secchezza, sobriet\u00e0 ed essenzialit\u00e0\u00bb. E ancora: \u00abChe importa a me che un malleolo sia ben lisciato, ben fatto? . Io voglio scoprire l\u2019anima della mia creatura, il suo viso interno: voglio trovare il suo dramma: essere quella santit\u00e0 di luce e di spazio dipinti in cui si esala il suo grido\u00bb. Nel 1939 venne nominato per chiara fama docente del Reale liceo artistico di Firenze, poi nel 1942 docente di pittura presso l\u2019Accademia di belle arti, mentre si moltiplicavano le soddisfazioni espositive, la fortuna critica, i riconoscimenti. Nel tempo della seconda guerra mondiale affront\u00f2 nuovi soggetti religiosi, mentre la sua casa di via de\u2019 Benci diveniva rifugio per i gappisti della Resistenza. Sebbene la sua adesione al fascismo fosse stata scettica, anche a causa della discriminazione subita per motivi personali (nello specifico, la sua omosessualit\u00e0) pur mai apertamente dichiarati, conclusa la guerra dovette subire l\u2019ostracismo della nuova classe dirigente, che chiedeva l\u2019espulsione dall\u2019insegnamento di chi aveva rappresentato il regime. Furono momenti drammatici di solitudine, delusione e amarezza. La ricerca artistica di Rosai nel secondo dopoguerra tuttavia non si ferm\u00f2, mentre i poeti ermetici del\u00a0<em>Frontespizio<\/em>\u00a0si stringevano intorno all\u2019artista e al suo seguito, trovando nella neonata galleria Il Fiore, in via Portinari, un nuovo punto di aggregazione. La sua pittura, in quei frangenti, si decant\u00f2, si fece pi\u00f9 scandita e rarefatta nelle vedute urbane; le figure pi\u00f9 isolate e intense nella loro espressivit\u00e0; i nudi virili chiusi da un pesante contorno nero che li isolava da un fondo neutro, intriso e livido. Il dopoguerra port\u00f2 a Rosai vari inviti e riconoscimenti internazionali, a New York, al Cairo, a Parigi, a Zurigo, a Londra, alla Biennale di Venezia, in varie citt\u00e0 tedesche. Nel 1951 usc\u00ec per le edizioni Vallecchi, con prefazione di Carlo Bo, il volume\u00a0<em>Vecchio autoritratto<\/em>, che raccolse tutti gli scritti pi\u00f9 noti di Rosai, il quale parallelamente vinceva il premio del Fiorino e si vedeva tributato nel 1952 l\u2019onore di un\u2019ampia retrospettiva, a cura di Alessandro Parronchi, nell\u2019ambito della XXVI Biennale di Venezia. Grazie a Carlo Ludovico Ragghianti, Firenze gli tribut\u00f2 il proprio riconoscimento con la personale presso la neonata galleria La Strozzina, in palazzo Strozzi, nel 1953. Nel clima del dopoguerra, la scuola rosaiana si era ormai affermata divenendo un baluardo delle ricerche figurative, in contrasto con quelle astratte e neoavanguardiste che vedevano nel maestro un ostacolo alla modernit\u00e0 di segno internazionale, un modello oleografico e superato di toscanit\u00e0, che parallelamente andava producendo copie e imitazioni. Mentre si affacciava lo spettro di una grave cardiopatia, fra successi e perduranti ostracismi, nel 1957 venne organizzata da Pier Carlo Santini una mostra storica a lui dedicata nel Centro culturale Olivetti di Ivrea. Questa volta il consenso fu unanime. Rosai part\u00ec in auto per Ivrea per allestire la mostra ma, colpito da infarto, mor\u00ec improvvisamente il 13 maggio presso l\u2019albergo Dora. Al suo funerale accorsero gli amici di una vita \u2013 poeti, artisti, compagni di strada, allievi \u2013 in una citt\u00e0 distante e straniera. Da Firenze il poeta Carlo Betocchi pubblicava\u00a0<em>Lamento per Ottone Rosai nella sera della sua morte<\/em>: \u00abUna grande stagione di poesia \u00e8 finita. E la\u00a0morte di Rosai \u00e8 una di quelle a cui si addirebbe il lamento di Lorca per la morte del torero\u00bb. E concludeva, riconoscendo in quella scomparsa l\u2019epilogo di una generazione: \u00abMentre viene la nuova estate e Ottone non c\u2019\u00e8 pi\u00f9, e scomparso il suo fluire, anche noi, come l\u2019acqua del fiume, ci andiamo adagio adagio adagio arenando tra i sassi\u00bb. Nel 1982, la Galleria Pananti,con un saggio introduttivo di Ales sandro Parronchi, ricord\u00f2 i venticinque anni della scomparsa di Ottone Rosai (alla vigilia della grande antologica che gli aveva curato Pier Carlo Santini) nel catalogo della mostra, costruita, pour cause, con sole opere appartenute agli amici (da Betocchi a Bilenchi, da Contri a Giampieri, da Par ronchi a Vallecchi ed altri). Sono passati altri venticinque anni, ma Rosai non ha avuto ancora quella giustizia dalla critica d\u2019arte, come scriveva appunto Parronchi che il Beaubourg non abbia incluso Rosai nella rappresentanza italiana del periodo del Realismo novecentesco. Vuol dire che Rosai avr\u00e0 in quell\u2019occasione condiviso con Scipione la sorte riservata a chi, quel periodo, soffr\u00ec pi\u00f9 duramente e tese a redimere opponendogli la violenza del segno e quella dell\u2019immaginazione sfrenata. Ed \u00e8 anche un destino che l\u2019opera grafica di questi due, che furono a mio vedere, assieme a Morandi, i pi\u00f9 grandi disegnatori italiani della prima met\u00e0 del nostro secolo, non sia stata conservata e pubblicata, ma invece sparpagliata e di spersa\u201d. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:66.75328%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/1_DSC_7852_Ph-Leonardo-Morfini-1024x683-1.jpg?ssl=1\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000028835\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000028835\" 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con altri e nemmeno con quel Francis Bacon, suggerito da alcuni quale possibile compagno di viaggio. E bisogna pur far cenno alla \u201cstroncatura\u201d di Cesare Brandi che, con la consueta frettolosa protervia che talvolta diventava in lui irrefrenabile, delle opere di Rosai ebbe a dire del \u201cchiaroscuro riempitivo e pleonastico, inquinato da falsa atmosfera di Soffici, sicch\u00e9 ha aggiunto all\u2019equivoco di un plasticismo descrittivo e non ritmico, quello di un presupposto atmosferico del tutto estraneo ai dati dell\u2019immagine\u201d. Pier Carlo Santini, nella sua monumentale monografia sul maestro \u00a0del 1960 ebbe a sfiorare l\u2019argo mento con molto garbo, minimizzando l\u2019episodio ed ipotizzando che Brandi non conoscesse a fondo Rosai e la sua opera. \u201cNoi sospettiamo\u00a0 scriveva Santini che l\u2019eminente studioso non conoscesse Rosai; non lo conoscesse a fondo, non amandolo. Ed \u00e8 del resto da aggiungere che nel 1947, quand\u2019egli scriveva, la conoscenza dell\u2019artista era per tutti piuttosto imperfetta, e lacunosissima, certo anche per coloro che lo avevano in un periodo o nell\u2019altro seguito da vicino \u2013 Brandi, tra l\u2019altro, non era stato di questi \u2013 mancando la possibilit\u00e0 di una qualsiasi pro spettiva di fronte ad un catalogo interamente da rivedere, da sistemare, da completare di opere fon damentali. Come avrebbe potuto scrivere altri menti, Brandi che \u2018dopo una breve risonanza futurista e cubista, che era un modo di mettersi provvisoriamente \u00e0 la page, ma non di conquistarsi un\u2019autonomia di cultura, Rosai sub\u00ec l\u2019attrazione della cosiddetta arte popolare, ma come simili attrazioni subiscono gli intellettuali, sicch\u00e9 ne venne fuori una specie di Barbanera contaminato da C\u00e9zanne, da Carr\u00e0 e in seguito da Soffici\u201d? Come avrebbe potuto sostenere che Rosai \u00e8 come un intellettuale \u201cche guarda il popolo con repulsione e nostalgia\u2026\u201d? Non \u00e8 questione di apprezzare o respinge re i risultati per la loro intrinseca qualit\u00e0: a prescindere da quella incompatibilit\u00e0 che dimostra nei confronti dell\u2019arte di Rosai, Brandi equivoca sui caratteri basici dell\u2019artista, si ostina a non volerne anzitutto riconoscere la sorgivit\u00e0 e il temperamento anti-intellettuale per eccellenza, a non riconoscere ad esempio come il futurismo di Rosai non risponde al desiderio di essere \u00e0 la page, ma soltanto alla necessit\u00e0 di trovare, in quelle particolare circostanze in cui si determin\u00f2 la sua adesione, una via, un modo di crearsi un linguaggio, con la concorrenza di tutti quei fattori che abbiamo cercato di chiarire\u201d. Brandi, non dimentichiamo, era gi\u00e0 allora \u201cuomo di potere ministeriale\u201d che, salvo qualche eccezione, ce l\u2019aveva con l\u2019ambiente fiorentino, come ha poi dimostrato per tutta intera la sua vita, prima alle \u201cBelle Arti\u201d, poi all\u2019Universit\u00e0. Non sarebbe stata n\u00e9 la prima n\u00e9 l\u2019ultima volta che Brandi giudicava con fretta e, soprattutto, senza vedere le opere, basandosi solo su sommarie riproduzioni: lo avrebbe fatto pi\u00f9 tardi col ricovero delle formelle di Donatello del Pulpito di Prato, e con \u201cmammozzi\u201d dei falsi Modigliani del Black &amp; Deker. Dunque, nessuna paura, ora che quella ge nerazione se ne \u00e8 andata, esauriti i rispetti reverenziali per il potere che non mancava di esercitare da quel \u201cConsiglio superiore delle Belle Arti\u201d (\u201cConsiglio Inferiorissimo\u201d, come lo definiva Piero San paolesi, i cui membri conosceva benissimo), \u00e8 ora di dire, il pi\u00f9 definitivamente possibile delle palesi contraddizioni critiche brandiane. Ci\u00f2 lo dobbiamo, anche per onorare la discrezione dell\u2019amico Santini. \u201cL\u2019existentialisme est-il un humanisme\u201d? ci si chiedeva a proposito di Sartre: un interrogativo la cui valenza potrebbe valere benissimo anche per Rosai. Ed anche quel suo sfogo, la cui essenza si ritrova in tante di quelle lettere diligentemente raccolte da Vittoria Corti. E allora non sorprenda se si vuol tornare su uno dei soprassalti rosaiani giudicati esagerati e intollerabili.\u00a0 \u201cL\u2019arte metafisica l\u2019ho inventata io\u201d!: per ch\u00e9 se metafisica in generale\u00a0 \u00e8 l\u2019oltrepassamento dell\u2019esperienza sensibile; se, pi\u00f9 specificamente, in arte si vuol accettare per espressione qualcosa che prescinde dalla realt\u00e0 della natura per crearne un\u2019altra, fuori dall\u2019ambiente consueto o perch\u00e9 ac costato al di fuori di ogni logica realistica acquistando nuovo e suggestivo significato, ci\u00f2, allora, pu\u00f2 valere benissimo per la \u201cVia Toscanella\u201d del 1922, fino a \u201cvia San Leonardo\u201d del 1935. Del resto, se la pittura metafisica fu anche una reazione al futurismo che vede brevissimamente presente Rosai, con il suo \u201cDinamismo Bar San Marco\u201d del 1914, anche se Rosai ha le carte in regola. Certo, la metafisica di De Chirico \u00e8 popolata da accostamenti inconsueti, di oggetti e persone e manichini che evocano miti antichi in piazze deserte e rarefatte; ma la metafisica di Carr\u00e0 fu altra cosa, perch\u00e9 gi\u00e0 nel momento sorgivo portava i sintomi di quelle forme pure e di quella diversa ricerca che lo avrebbe portato verso il movimento dei \u201cvalori plastici\u201d. Ecco, a suo modo, forse, anche Rosai ha un suo autonomo percorso che lo accompagna alla sua vigor\u00eca espressiva \u2013 epica e popolare \u2013, che si \u00e8 vo luto chiamare \u201crealismo rosaiano\u201d o, per l\u2019appunto, \u201crealismo esistenzialistico\u201d, dal destino tragico e non redimibile. Ma Rosai \u00e8 un maestro del disegno italiano del Novecento secondo Luigi Baldacci, il maggiore: ne sono convinti tutti, da Russoli a Cavallo, da Parron chi a Ragghianti. \u201cE proprio nei disegni scriver\u00e0 Franco Russoli nel 1966 \u00e8 dato cogliere e verificare in ogni sua fase il procedimento di formulazione dell\u2019immagine, dal suo proporsi con e oggetto reale espunto necessario ad ogni interpretazione poetica\u2013dato di vita, sempre, e termine ineliminabile di un rapporto che non pu\u00f2 essere altro che un rapporto \u2018realistico\u2019, alla sua trasposizione in termini di linguaggio e di cultura \u00a0che saranno, sempre, scandagli del suo complesso significato di simbolo privato, dei suoi echi psichici e morali, Nel disegno di Rosai avviene subito la definizione essenziale di quei caratteri fondamentali, dalla enucleazione del l\u2019elemento realistico particolare alla impaginazione d\u2019uno spazio che ha valore di collocazione emotiva e fantastica, che saranno la base di variazioni sottili, e sempre rispondenti a stati d\u2019animo, a situazioni soggettive, nelle diverse traduzioni pittoriche del lo stesso tema\u201d. \u201cNell\u2019arte disadorna e spietata di Rosai\u00a0 dir\u00e0 Vittoria Corti\u00a0 il disegno sta al principio: tutto nasce da l\u00ec. I disegni di Rosai possono essere di soggetti guardati direttamente e rapidamente: figure solitarie o aggruppate, strade di citt\u00e0 o campagne, cose che son sparse degne di attenzione e di cui l\u2019artista ha voluto fermare i connotati per poi ripensarci, a distanza. Ma, per quanto veloce sia stato l\u2019occhio nell\u2019afferrare gli elementi primari, per quanto abbreviata sia stata la resa sulla carta, nel disegno sono confluiti attraverso i meandri misteriosi per cui passa la creazione artistica momenti di vita diversi da quelli che l\u2019artista stava vivendo: su di noi incombe la presenza dell\u2019artista. Il di segno \u00e8 l\u2019anima della pittura di Rosai: non solo perch\u00e9 la pittura prende di l\u00ec il suo avvio, ma perch\u00e9 resta nella pittura come parte integrante, \u00e8 il robusto scheletro che la regge\u201d. Raffaele Monti ha parlato di una stereometria rosaiana, ed ha sicuramente ragione, a condizione che questa ottica e questo ricondurre la produzione artistica rosaiana la si lasci integra e libera da vin coli. Il suo \u201crealismo esistenziale\u201d non \u00e8 mai una restituzione pittorica o grafica del soggetto (figura, paesaggio od oggetti che siano): \u00e8 sempre e comunque ricerca, scavo. Che cosa sia scaturito dal realismo rosaiano \u00e8, per pi\u00f9 aspetti, paradossalmente, ancora da indagare; a meno che non si voglia riprendere in considerazione la riflessione di Baldacci, a misurarsi, forse, con Bacon (e oggi aggiungerei con Freud). Baldacci, parlando di Carluccio ebbe a dire: \u201c in una mostra di Bacon che si fece a Tori no alla Galleria civica d\u2019Arte Moderna , intuiva un rapporto che mi sembra testimoniare in modo su premo la sua acutezza e soprattutto la sua libert\u00e0 mentale: il rapporto, dico, tra i dannati di Bacon e le figure \u00a0i nudi, i ritratti e soprattutto gli autoritratti di Rosai, che per Carluccio era il solo pittore che in mezzo secolo d\u2019arte italiana avesse avuto il coraggio della sgradevolezza\u201d (1984). Ma la con ferma di un asse di interesse e quindi, di coincidenza , \u00e8 stata data da Giovanni Faccenda, che ebbe a rilevare, in una intervista di Bacon alla BBC, l\u2019affermazione secondo cui, degli artisti italiani l\u2019unico da lui guardato con interesse sarebbe stato Rosai. Questo, in s\u00e9, non aggiungerebbe nulla all\u2019artista toscano, ma potrebbe semmai servire a chi da sempre si \u00e8 dimostrato pregiudizialmente ostile alla sua pittura. \u00a0Il percorso della mostra mette in evidenza due poli inscindibili della ricerca dell\u2019artista: i volti degli amici e le figure della quotidianit\u00e0 e Firenze, vissuta come paesaggio interiore e teatro di un\u2019esperienza condivisa. Per Rosai, l\u2019amicizia con letterati, poeti, editori e artisti non \u00e8 un semplice sfondo biografico, ma un vero spazio di confronto e formazione, che incide direttamente sulla sua visione del mondo e sulla concezione dell\u2019arte come esercizio di sincerit\u00e0. Nei suoi ritratti, le persone care emergono come presenze silenziose, cariche di affetti e tensioni morali, portatrici di una verit\u00e0 profonda, spesso velata di malinconia. Anche le lettere dell\u2019artista rivelano legami vissuti come necessari, talvolta salvifici, talvolta dolorosi. I luoghi dipinti da Rosai non sono semplici vedute: le strade, le colline, i monumenti e le case isolate di Firenze diventano spazi interiori, organismi vivi con cui l\u2019artista intreccia un rapporto fisico e morale. Via di San Leonardo, le grandi chiese, Palazzo Vecchio e i margini urbani raccontano una citt\u00e0 lontana dall\u2019idealizzazione, carica di misura, gravit\u00e0 e resistenza. Anche le immagini apparentemente semplici rivelano tensioni tra luce e ombra, stabilit\u00e0 e precariet\u00e0, appartenenza e solitudine. I luoghi di Rosai sono inseparabili dalle persone che li hanno attraversati e dalle parole che li hanno raccontati: scrittori, poeti e amici condividono con lui una stessa geografia affettiva, fatta di camminate notturne, incontri nei caff\u00e8, stanze di lavoro e periferie osservate senza indulgenza. La fitta rete di relazioni rivelata dai dipinti e dai documenti d\u2019archivio restituisce un\u2019immagine della Firenze di met\u00e0 Novecento come tessuto vivo, in cui Rosai si muove come interprete al tempo stesso centrale e irregolare. Capace di devozione assoluta e di rotture radicali, l\u2019artista apre il suo sguardo sul dramma dell\u2019esistenza, sempre guidato da un\u2019idea etica dell\u2019arte. Le sue figure evocano una comunit\u00e0 inquieta, che condivide un\u2019umanit\u00e0 segnata dalla fatica di esistere e dalla necessit\u00e0 di credere ancora nella poesia.<\/p>\n\n\n\n<p>Museo del Novecento di Firenze<\/p>\n\n\n\n<p>Ottone Rosai. Poeta innanzitutto<\/p>\n\n\n\n<p>dal 7 Marzo 2026 al 4 Ottobre 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec alla Domenica dalle ore 11.00 alle ore 20.00<\/p>\n\n\n\n<p>Gioved\u00ec Chiuso<\/p>\n\n\n\n<p>Foto dell\u2019 Allestimento della mostra Ottone Rosai. Poeta innanzitutto dal 7 Marzo 2026 al 4 Ottobre 2026 Museo del Novecento di Firenze&nbsp; credit \u00a9 Leonardo Morfini<\/p>\n\n\n\n<p>Fonte :&nbsp; Museo Novecento &nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Tel. +39 055 286132 \/ <a href=\"mailto:info@musefirenze.it\">info@musefirenze.it<\/a><br>Piazza di Santa Maria Novella, 10 \u2013 Firenze&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><a href=\"http:\/\/www.museonovecento.it\">www.museonovecento.it<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>Ufficio Stampa Museo Novecento Firenze<\/p>\n\n\n\n<p>Camilla Fatticcioni<br>T. +39 3342561755<br>E. <a href=\"mailto:pressmuseonovecento@musefirenze.it\">pressmuseonovecento@musefirenze.it<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 4 Ottobre 2026 si potr\u00e0 ammirare al Museo del Novecento di Firenze la\u00a0 mostra dedicata ad Ottone Rasai \u2013 \u2018Ottone Rosai. 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