{"id":1000028785,"date":"2026-03-13T11:12:46","date_gmt":"2026-03-13T14:12:46","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000028785"},"modified":"2026-03-13T11:12:49","modified_gmt":"2026-03-13T14:12:49","slug":"a-bologna-una-mostra-dedicata-a-ruth-orkin-una-delle-personalita-piu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000028785","title":{"rendered":"A Bologna una mostra dedicata a Ruth Orkin una delle personalit\u00e0 pi\u00f9"},"content":{"rendered":"\n<p>importanti della fotografia del Novecento<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 19 Luglio 2026\u00a0 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Pallavicini Bologna la mostra antologica dedicata a Ruth Orkin &#8211; \u00a0\u2018Ruth Orkin. <a>The Illusion of Time\u2019<\/a> a cura di Anne Morin. L\u2019esposizione\u00a0 promossa da Pallavicini srl di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci con il coordinamento testi di Francesca Bogliolo, in collaborazione con di ChromaPhotography, patrocinata dal Comune di Bologna, dalla FIAF Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e AIRF Associazione Italiana Reporters Fotografi. La mostra presenta <a>187 fotografie, due macchine fotografiche e alcuni importanti documenti, che ripercorrono la traiettoria di una delle personalit\u00e0 pi\u00f9 importanti della fotografia del Novecento<\/a>e ne considerano il ruolo cruciale nella storia di questo genere espressivo. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Ruth Orkin apro il mio saggio dicendo : Posso dire che <strong>Ruth Orkin<\/strong>\u00a0 \u00e8 stata una famosa fotoreporter e cineasta, figlia unica di Mary Ruby attrice di film muti e di Samuel Orkin\u00a0 produttore delle barchette giocattolo note come Orkin Craft. Cresce nella Hollywood degli anni \u201920 e \u201930, il periodo di massimo splendore, e all\u2019et\u00e0 di 10 anni riceve in regalo la sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, con cui esegue i suoi primi scatti ritraendo amici e insegnanti di scuola. All\u2019et\u00e0 di 17 anni intraprende un viaggio in bicicletta attraverso gli Stati Uniti, da Los Angeles a New York, per assistere all\u2019esposizione universale del 1939. Durante l\u2019intero tragitto non smette di scattare e trasforma questa prima sequenza fotografica in una sorta di reportage cinematografico. Per un periodo relativamente breve, nel 1940, studia fotogiornalismo presso il Los Angeles City College, lavorando anche alla Metro Goldwyn Mayer, con la prospettiva di lanciarsi nella carriera di regista. Purtroppo, per\u00f2, la giovane donna si trova a dover affrontare un ostacolo che non aveva previsto: le donne non sono ammesse all\u2019esercizio di questa professione. Il suo sogno va in frantumi. Nel 1943 si trasferisce a New York, dove lavora come fotografa di nightclub, e in quegli stessi anni diventa membro della Photo League. Negli anni \u201940 lavora inoltre per tutte le principali riviste come\u00a0<em>LIFE, Look, Ladies\u2019 Home Journal,<\/em>\u00a0ecc. La sua carriera prende slancio. Ruth Orkin \u00e8 ormai conosciuta nell\u2019ambiente della stampa e della fotografia come una delle firme femminili del momento. Nel 1951 si reca in Israele al seguito della Israeli Philarmonic Orchestra per conto della rivista\u00a0LIFE\u00a0e dopo qualche settimana parte alla volta dell\u2019Italia. A Firenze incontra Nina Lee Craig, studentessa d\u2019arte e sua connazionale, che diventa il soggetto di\u00a0American Girl in Italy.\u00a0Questa fotografia inizialmente faceva parte di una serie intitolata\u00a0Don\u2019t be afraid to travel alone\u00a0(Non aver paura di viaggiare da sola), che documentava ci\u00f2 che le due donne avevano vissuto viaggiando da sole nell\u2019Europa del dopoguerra. Tornata a New York, Ruth Orkin sposa il fotografo e regista Morris Engel. Insieme realizzano due lungometraggi, tra cui il classico\u00a0<em>Il piccolo fuggitivo<\/em><strong>,<\/strong>\u00a0candidato all\u2019Oscar nel 1953. Dal loro appartamento di New York con vista su Central Park, l\u2019artista fotografa maratone, sfilate, concerti, manifestazioni, e la bellezza del susseguirsi delle stagioni. Questi scatti sono stati raccolti in due libri acclamati dalla stampa e dal pubblico,\u00a0<strong>Un mondo attraverso la mia finestra<\/strong><em><strong>\u00a0<\/strong><\/em>e\u00a0<em>Tutte le foto dalla mia finestra<\/em><strong>.<\/strong> Dopo una lunga battaglia contro il cancro, Ruth Orkin si spegne nel suo appartamento di New York nel 1985, all\u2019apice della sua carriera. A volte, basta solo una fotografia per dire che l\u2019ingiustizia non pu\u00f2 nulla quando la bellezza insorge sui marciapiedi della terra. Ruth Orkin \u00e8 appunto, una fotografa che ha usato la macchina fotografica come strumento di bellezza, di accoglienza e condivisione sociale. E anche se nessuno pu\u00f2 correggere l\u2019ingiustizia di Dio e degli uomini, questa dolce signora americana ha mostrato che il sonno della ragione pu\u00f2 essere scosso o acceso soltanto dal sorriso di un bambino. Un\u2019annotazione a margine. Ruth Orkin era l\u2019unica figlia di Mary Rubi, attrice del cinema muto, e di Samuel Orkin. L\u2019infanzia\u00a0 la passa a Los Angeles. A soli 10 anni le fu regalata la prima macchina fotografica e un paio di anni dopo era abile a sviluppare e stampare le proprie fotografie. L\u2019altra passione della Orkin era il cinema. Come tante bambine americane collezionava autografi degli attori pi\u00f9 famosi e a 21 anni cominci\u00f2 a lavorare per gli studi della MGM. La cosa fin\u00ec subito, perch\u00e9 l\u2019unione cinematografica hollywoodiana non accettava donne a fare lavori che sembrava dovessero competere solo agli uomini. Nel 1943 la Orkin si trasferisce a New York. La notte fotografa nei locali notturni nei bar nelle strade delle periferie il giorno lavora sulla ritrattistica infantile e inizia a collaborare con giornali e riviste come\u00a0<em>Life,\u00a0Look,\u00a0Horizon\u00a0o\u00a0Ladies Home Journal <\/em>si avvicina con sempre pi\u00f9 tenerezza al ritratto e le sue immagini di musicisti esprimono non solo la possibile commissione ma anche la fascinazione della diversit\u00e0 che si trascolora in poetica dell\u2019eversione, alla maniera dei migliori film noir americani. Ne citiamo solo uno,<em>\u00a0La sanguinaria\u00a0(Deadly Is the Female\u00a0o\u00a0Gun Crazy, 1950<\/em>) di Joseph H. Lewis, un piccolo capolavoro del B-movie. Uno degli sceneggiatori era Dalton Trumbo, costretto a firmare la sceneggiatura (insieme a MacKinlay Kantor) con lo pseudonimo di Millard Kaufman, perch\u00e9 ritenuto dalla Commissione per le attivit\u00e0 antiamericane un \u201cpericoloso\u201d comunista e condannato a 11 mesi di carcere. Trumbo ha vinto (sempre sotto pseudonimo) due volte il premio Oscar per il miglior soggetto, con\u00a0<em>Vacanze romane<\/em>, 1954 e\u00a0<em>La pi\u00f9 grande corrida,<\/em> 1956. (L\u2019appellativo di Anarchico \u00e8 l\u2019insulto pi\u00f9 lusinghiero che si possa rivolgere a un uomo o a un popolo). La Orkin prende a viaggiare Israele, Italia porta la sua fotocamera in giro per l\u2019Europa nel 1953 firma il montaggio di\u00a0<em>The Little Fugitive<\/em>, scritto da Ray Ashley, Joseph Burstyn, Morris Engel, Ruth Orkin e diretto dal fotografo Engel, che sposer\u00e0 poco dopo. Sar\u00e0 una collaboratrice preziosa di Engel anche per\u00a0<em>Lovers and Lollipops<\/em>\u00a0(1955). Hanno due figli Andy e Mary. La bella americana non entrer\u00e0 mai dentro il mercantilizio della fotografia e anche quando ha meno opportunit\u00e0 di fare le fotografie che voleva, riusc\u00ec a cogliere grandi immagini del quotidiano dalla finestra della sua casa di New York, pubblicate in due libri importanti, A\u00a0<em>World Through My Window<\/em>\u00a0(1978) e\u00a0<em>More Pictures From My Window<\/em>(1983). Per ci\u00f2 che valgono certi riconoscimenti, le sue note dicono che nel 1959 la Orkin fu nominata da\u00a0<em>Professional Photographers of America<\/em>\u00a0tra \u201cThe Ten Top Women Photographers in the U.S\u201d. Nel 1985 muore di cancro nel suo appartamento di New York. Ruth Orkin \u00e8 stata un\u2019interprete eccezionale della fotografia sociale e documentaria, fece parte di quel coraggioso gruppo di fotografi che dette vita alla \u201cPhoto League\u201d, un\u2019organizzazione nata a New York, che dal 1936 al 1951 si \u00e8 battuta per educare e diffondere i valori etici ed estetici della fotografia d\u2019impegno civile. Tra quanti non temerono di mettere il loro nome e la loro creativit\u00e0 al servizio della verit\u00e0 non prostituita ai lacci del potere, ricordiamo (e non poche le donne-fotografo che fecero l\u2019impresa)\u00a0 Berenice Abbott, Alexander Alland, Marynn Ausubel, Nancy Bulkeley, Rudy Burckhardt, Vivian Cherry, Bernard Cole, Ann Cooper, Robert Disraeli, Arnold Eagle, Eliot Elisofon, Morris Engel, Harold Feinstein, George Gilbert, Sid Grossman, Lewis W. Hine, Morris Huberland, Consuelo Kanaga, Seymour Kattelson, Sid Kerner, Arthur Leipzig, Gabriella Langendorf, Rebecca Lepkoff, Jack Lessinger, Sol Libsohn, Jerome Liebling, Sam Mahl, Barbara Morgan, Ruth Orkin, Marion Palfi, Bea Pancoast, David Robbins, Walter Rosenblum, Rae Russell, Joe Schwartz, Ann Zane Shanks, Lee Sievan, Aaron Siskind, W. Eugene Smith, Louis Stettner, Erika Stone, Lou Stoumen, Elizabeth Timberman, Weegee (Arthur Fellig), Dan Weiner, Sandra Weiner, Bill Witt, Ida Wyman, Max Yavno tutti sapevano che per poter afferrare il futuro occorreva denudare il presente delle proprie imposture e simulazioni politiche le loro opere chiedevano il diritto alla liberta, che \u00e8 semplicemente avere il diritto di essere uomini in mezzo agli uomini. <\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:47.06845%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/WhatsApp-Image-2026-03-03-at-09.39.44-1-1024x576.jpeg?ssl=1\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000028790\" 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No, nessuno \u00e8 libero dove si nasconde, ma soltanto l\u00e0 dove dice la mia parola \u00e8 no!, qualunque sia la ragione per la quale qualcuno si erge a depositario della verit\u00e0 unica. La visione della realt\u00e0 della Orkin emerge anche dalla pregevole fotografia scattata a Firenze nel 1951,\u00a0<em>American Girl in Italy<\/em>, e divenuta uno dei poster pi\u00f9 ricercati da appendere nei salotti borghesi e proletari di tutto il mondo l\u2019immagine-icona della Orkin \u00e8 una \u201cricostruzione\u201d perfetta del reale, tuttavia siamo nei pressi del \u201cframmento di costume\u201d e non nell\u2019imperfezione della tragicit\u00e0 o della banalit\u00e0 calpestata dell\u2019esistenza. I poeti orfici scendono fino agli inferi per cercare la propria anima, lo fanno solo per amore e se ne fregano dei demoni e dei mercanti di ogni mondo sono loro che lasciano le tracce di un\u2019umanit\u00e0\u0300 smarrita e anche una fotografia non eccelsa come \u201c<em>American Girl in Italy\u201d<\/em> pu\u00f2 contenere la sapienza e l\u2019intima felicita di un tempo cercato ai confini della vita e della morte la fotografia \u00e8 memoria che ci d\u00e0 sostegno e ricordo che ci spaventa, e fuori dall\u2019et\u00e0 dell\u2019acconsentimento solo gli spiriti liberi prenderanno coscienza della propria nudit\u00e0 e della propria bellezza. La grandezza espressiva della Orkin la troviamo nella gaiezza dell\u2019infanzia liberata nelle strade e perfino nel grande ritratto di Robert \u201cBob\u201d Capa, un po\u2019 \u201cavvinazzato\u201d al bancone di un bar le sue immagini esprimono una vitalit\u00e0 del segno e contengono sempre un dolore o un \u201cprofumo\u201d d\u2019oblio sono iconografie sognanti, buttate l\u00ec, sul volto della storia, a mostrare quando lo sguardo si fa parola, dialogo e diviene passaggio verso l\u2019accoglienza, la dignit\u00e0, il rispetto di un uomo e quindi di un popolo. Non sono tanto le sue fotografie di \u201cstelle dello spettacolo\u201d (Marlon Brando, Orson Welles, Spencer Tracy, Lana Turner, Kirk Douglas, Doris Day, Humphrey Bogart, Alfred Hitchcock) che ci attanagliano alla gola, quanto la bellezza malinconica, struggente, segreta delle immagini di New York (anche a colori) riprese dalla sua finestra e pi\u00f9 ancora la singolarit\u00e0, tutta al femminile, dell\u2019eidetica infantilei bambini, specie le bambine, fotografati dalla Orkin, sono icone di bellezza incontaminata e i loro corpi, i loro sorrisi, i loro gesti sono un coagulo di verit\u00e0 e liberta, inconcepibili l\u2019una senza l\u2019altra. Sono fiori di uno stesso amore. Le scritture fotografiche della Orkin crescono dietro il muro dell\u2019incomprensione e della cultura mercantile, per coglierle e amarle occorre rompere le pietre dell\u2019indifferenza. Il fare-fotografia della Orkin segna una contaminazione col mondo e siccome ciascuna immagine \u00e8 unica e irripetibile, si richiama all\u2019essenza della vita e rifiuta l\u2019ereditariet\u00e0\u0300 del destino imposto. Le sue fotografie aiutano a ritrovare la strada verso la bellezza, per non morire d\u2019ingiustizia. Fotografare significa non conoscere altro che la sacralit\u00e0 delle passioni del cuore e la verit\u00e0 dell\u2019immaginazione. Invidiamo coloro che trovano la fine del dolore e il riconoscimento della loro arte, tuttavia restiamo accanto a chi non ha incontrato n\u00e9 l\u2019una n\u00e9 l\u2019altro. La mostra affronta il suo lavoro da una prospettiva completamente nuova, all&#8217;incrocio tra l&#8217;immagine fissa e l\u2019immagine in movimento. Affascinata dal cinema, Ruth Orkin sognava infatti di diventare una regista, grazie anche all\u2019influenza della madre, Mary Ruby, attrice di film muti, che la port\u00f2 a frequentare le quinte della Hollywood degli anni Venti e Trenta del Novecento. Nella prima met\u00e0 del secolo scorso, tuttavia, per una donna la strada per intraprendere questa carriera era disseminata di ostacoli. Ruth Orkin dovette quindi rinunciare al sogno di diventare cineastao perlomeno dovette reinventarlo e trasformarlo; complice il regalo della sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, si avvicin\u00f2 alla fotografia, ma senza mai trascurare il fascino del cinema. Proprio l\u2019appuntamento mancato con la sua vocazione, la costringer\u00e0 a inventare un linguaggio alla confluenza tra queste due arti sorelle, tra l&#8217;immagine fissa e l&#8217;illusione dell&#8217;immagine in movimento, un linguaggio che induceva una corrispondenza costante tra due temporalit\u00e0 non parallele. Attraverso un&#8217;analisi molto specifica dell&#8217;opera di Orkin, la rassegna permette di capire i meccanismi messi in atto per evocare il fantasma del cinema nel suo lavoro. Come avviene nel suo primo Road Movie del 1939, quando attravers\u00f2 in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York. In quell\u2019occasione, Ruth Ork intenne un diario che divent\u00f2 una sequenza cinematografica, un reportage che raccontava questo viaggio e la cui linearit\u00e0 temporale si svolge in ordine cronologico. Ispirandosi ai taccuini e agli album in cui la madre documentava le riprese dei suoi film, e utilizzando lo stesso tipo di didascalie scritte a mano, l\u2019artista inseriva l\u2019immagine fotografica in una narrazione che riprendeva lo schema della progressione cinematografica, come se le fotografie fossero immagini fisse di un film mai girato e di cui vengono esposte 22 pagine. Il percorso propone inoltre lavori come I giocatori di carte o Jimmy racconta una storia, del 1947, in cui Ruth Orkin usa la macchina fotografica per filmare, o meglio, per fissare dei momenti, lasciando allo sguardo dello spettatore il compito di comporre la scena e riprodurre il movimento, ma anche le immagini e il film Little fugitive(1953), candidato al Premio Oscar per la migliore storia cinematografica e vincitore del Leone d&#8217;argento alla Mostra del Cinema di Venezia, che racconta la storia di un bambino di sette anni di nome Joey (Richie Andrusco) che fugge a Coney Island dopo essere stato indotto con l&#8217;inganno a credere di aver ucciso suo fratello maggiore Lennie e che Fran\u00e7ois Truffaut riteneva di fondamentale importanza per la nascita della Nouvelle vague<em>.<\/em> Nei primi anni Quaranta, Ruth Orkin si trasferisce a New York, dove diventa membro della Photo League, cooperativa di fotografi newyorkesi, e instaura prestigiose collaborazioni con importanti riviste, tanto da diventare una delle firme femminili del momento. \u00c8 in questo periodo che realizza alcuni degli scatti pi\u00f9 interessanti della sua carriera. Con Dall\u2019alto Orkin cattura perpendicolarmente da una finestra gli avvenimenti che si svolgono per strada, riprendendo alcune persone del tutto ignare di essere oggetto del suo sguardo fotografico: un gruppo di signore che danno da mangiare ai gatti di strada; un padre che, acquistata una fetta di anguria, la porge alla figlia davanti al chiosco del venditore ambulante; due poliziotti che fanno cordone attorno a un materasso logoro abbandonato per strada; due bambine che giocano a farsi volteggiare l\u2019un l\u2019altra; un gruppo di marinai che incedono speditamente e che divengono riconoscibili per i loro cappelli che si stagliano come dischi bianchi sul fondale grigio dell\u2019asfalto. A molti anni di distanza, torn\u00f2 a questo genere di scatti: da una finestra con vista Central Park, l\u2019artista riproponeva lo stesso gesto e la stessa inquadratura, nelle diverse stagioni, registrando la fisionomia degli alberi, la tonalit\u00e0 delle loro foglie: il soggetto \u00e8 proprio il tempo e il suo scorrere, sotto forma di una sequenza che parla dell\u2019elasticit\u00e0 del tempo filmico. Per Ruth Orkin, la narrazione visiva si costruisce attraverso una successione dinamica di immagini, che prende ispirazione dal cinema, disciplina da cui fu sempre affascinata. Ruth Orkin sognava infatti di diventare una regista, grazie anche all\u2019influenza della madre, Mary Ruby, attrice di film muti, che la port\u00f2 a frequentare le quinte della Hollywood degli anni Venti e Trenta del Novecento. Nella prima met\u00e0 del secolo scorso, tuttavia, per una donna la strada per intraprendere questa carriera era disseminata di ostacoli. Ruth Orkin dovette quindi rinunciare al sogno di divenire cineasta o perlomeno dovette reinventarlo e trasformarlo; complice il regalo della sua prima macchina fotografica, una Univex da 39 centesimi, si avvicin\u00f2 alla fotografia, ma senza mai trascurare il fascino del cinema. Proprio l\u2019appuntamento mancato con la sua vocazione, la costringer\u00e0 a inventare un linguaggio che mediasse tra queste due arti sorelle, tra l&#8217;immagine fissa e l&#8217;illusione dell&#8217;immagine in movimento. Come avviene in <strong><em>Road Movie<\/em><\/strong> del 1939, quando attravers\u00f2 in bicicletta gli Stati Uniti da Los Angeles a New York. In quell\u2019occasione, Ruth Orkin tenne un diario che divent\u00f2 una sequenza cinematografica, un reportage che raccontava questo viaggio e la cui linearit\u00e0 temporale si svolge in ordine cronologico. Ispirandosi ai taccuini e agli album in cui la madre documentava le riprese dei suoi film, e utilizzando lo stesso tipo di didascalie scritte a mano, l\u2019artista inseriva l\u2019immagine fotografica in una narrazione che riprendeva lo schema della progressione cinematografica. L\u2019influenza della settima arte \u00e8 altrettanto evidente nella serie <strong><em>Dall\u2019alto<\/em><\/strong>, nella quale Orkin osserva e cattura la vita quotidiana dalla finestra, trasformando la strada in un palcoscenico spontaneo. I soggetti, inconsapevoli del proprio ruolo, diventano protagonisti di un racconto scandito da alternanze di movimento e immobilit\u00e0, conferendo allo stesso una fluidit\u00e0 magnetica. Completa la rassegna una selezione di ritratti di personalit\u00e0 celebri come <strong><em>Albert Einstein, Marlon Brando, Robert Capa<\/em><\/strong>, <strong><em>Alfred Hitchcock, Orson Welles<\/em><\/strong>, che mostrano in modo emblematico la sua capacit\u00e0 di narrare persone e ambienti con grande immediatezza ed efficacia espressiva. Catalogo edito da Pallavicini srl, con prefazionedi Mary Engel, direttrice dell\u2019Archivio Fotografico Ruth Orkin.<\/p>\n\n\n\n<p>Palazzo Pallavicini Bologna<\/p>\n\n\n\n<p>Ruth Orkin. The Illusion of Time<\/p>\n\n\n\n<p>dal 5 Marzo 2026 al 19 Luglio 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Gioved\u00ec alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 20.00 \u2013 Luned\u00ec al Mercoled\u00ec Chiuso<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Allestimento della Mostra<\/p>\n\n\n\n<p>Ruth Orkin. The Illusion of Time\u00bb Bologna, Palazzo Pallavicini, installation view<\/p>\n\n\n\n<p>Fonte : Ufficio stampa<br>CLP Relazioni PubblicheIlenia Rubino | M.&nbsp;<a href=\"tel:+393332238560\">+39 333 2238560<\/a>&nbsp;| E.&nbsp;<a href=\"mailto:ilenia.rubino@clp1968.it\">ilenia.rubino@clp1968.it<\/a><br>T.&nbsp;<a href=\"tel:+390236755700\">+39 02 36755700<\/a>&nbsp;|&nbsp;<a href=\"http:\/\/www.clp1968.it\/\">www.clp1968.it<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>importanti della fotografia del Novecento Fino al 19 Luglio 2026\u00a0 si potr\u00e0 ammirare a Palazzo Pallavicini Bologna la mostra antologica dedicata a Ruth Orkin &#8211; \u00a0\u2018Ruth Orkin. The Illusion of Time\u2019 a cura di Anne Morin. 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