{"id":1000028745,"date":"2026-03-11T08:22:33","date_gmt":"2026-03-11T11:22:33","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000028745"},"modified":"2026-03-11T08:22:35","modified_gmt":"2026-03-11T11:22:35","slug":"iran-perche-giorgia-meloni-non-puo-permettersi-di-restare-ferma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000028745","title":{"rendered":"Iran: perch\u00e9 Giorgia Meloni non pu\u00f2 permettersi di restare ferma"},"content":{"rendered":"\n<p>C\u2019\u00e8 un rischio che nella politica italiana ritorna ciclicamente: quello di limitarsi a osservare le crisi internazionali aspettando che siano altri a dettare la linea. \u00c8 un atteggiamento prudente, talvolta comprensibile, ma che nel lungo periodo finisce per ridurre il peso politico dell\u2019Italia proprio nelle aree in cui potrebbe contare di pi\u00f9. La crisi iraniana \u00e8 uno di quei momenti in cui l\u2019Italia dovrebbe evitare questa postura passiva. Roma possiede infatti una risorsa geopolitica spesso sottovalutata: la sua posizione strategica nel Mediterraneo e la sua storica capacit\u00e0 di dialogo con il mondo arabo e mediorientale. Nel corso dei decenni la diplomazia italiana ha costruito canali con Paesi e attori regionali che altri partner occidentali faticano a mantenere con la stessa continuit\u00e0. \u00c8 un capitale politico che non andrebbe disperso. Per questo il governo guidato da Giorgia Meloni dovrebbe tentare una strada pi\u00f9 ambiziosa: proporsi come interlocutore privilegiato tra l\u2019Occidente a guida statunitense e il mondo arabo, lavorando per mantenere aperti i canali diplomatici e contribuire a evitare un\u2019escalation regionale. Tutto questo, naturalmente, senza mettere in discussione la collocazione internazionale dell\u2019Italia e la sua fedelt\u00e0 al patto atlantico. Anche restando saldamente dentro quell\u2019alleanza, Roma potrebbe per\u00f2 far valere con maggiore decisione il proprio ruolo specifico nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, offrendo all\u2019Occidente una capacit\u00e0 di dialogo che altri partner spesso non possiedono. Non si tratta di ambizioni da grande potenza, ma di realismo strategico. In una crisi come quella iraniana il Mediterraneo torna a essere uno spazio politico centrale. E l\u2019Italia, pi\u00f9 di molti altri Paesi europei, possiede la credibilit\u00e0 e la prossimit\u00e0 geografica necessarie per provare a giocare un ruolo di mediazione, o almeno di ponte. C\u2019\u00e8 poi un elemento storico che merita di essere ricordato. Nei rapporti tra Italia e Iran esiste una tradizione di relazioni generalmente positive. Nel corso del Novecento, e anche dopo la rivoluzione del 1979, l\u2019Italia \u00e8 stata spesso percepita a Teheran come un interlocutore europeo pragmatico e meno ideologizzato rispetto ad altri Paesi occidentali. Non \u00e8 raro, ancora oggi, trovare tra i persiani una certa considerazione per l\u2019Italia e per gli italiani: un patrimonio di fiducia diplomatica che sarebbe un errore non valorizzare. Accanto alla dimensione internazionale ce n\u2019\u00e8 poi un\u2019altra, molto pi\u00f9 concreta: la politica interna. Se la crisi dovesse prolungarsi \u2013 come \u00e8 plausibile \u2013 i suoi effetti economici arriverebbero rapidamente anche nelle tasche degli italiani. Aumenti del prezzo della benzina, rincari delle materie prime, nuove tensioni sull\u2019energia: dinamiche gi\u00e0 viste, che l\u2019opinione pubblica collega immediatamente alla stabilit\u00e0 internazionale. Quando la geopolitica entra nella vita quotidiana sotto forma di inflazione o bollette pi\u00f9 alte, il costo politico per chi governa diventa inevitabile. In questo scenario il rischio per la leadership della Meloni non \u00e8 teorico. Un conflitto lungo e destabilizzante potrebbe erodere il consenso, soprattutto se l\u2019Italia apparisse spettatrice pi\u00f9 che protagonista nella gestione della crisi. La percezione di impotenza internazionale finisce spesso per tradursi in sfiducia domestica. Persino appuntamenti politici apparentemente lontani dalla politica estera \u2013 come un referendum \u2013 possono trasformarsi in occasioni di voto di protesta contro il governo in carica. La storia italiana \u00e8 piena di consultazioni che gli elettori hanno trasformato in un giudizio generale sull\u2019esecutivo del momento. Una crisi internazionale mal gestita, o semplicemente subita passivamente, potrebbe alimentare proprio questo tipo di dinamica.<\/p>\n\n\n\n<p>La posta in gioco, quindi, non \u00e8 solo diplomatica: \u00e8 anche politica.<\/p>\n\n\n\n<p>Mostrare iniziativa, tentare una mediazione, rafforzare un dialogo costruttivo con il mondo arabo: nessuna di queste mosse garantisce il successo, ma tutte segnalano leadership. E in politica estera, spesso, la percezione di leadership conta quasi quanto i risultati. Per l\u2019Italia potrebbe essere l\u2019occasione per tornare a essere qualcosa di pi\u00f9 di un semplice spettatore nel Mediterraneo. Per Giorgia Meloni, invece, potrebbe diventare l\u2019opportunit\u00e0 di trasformare una crisi potenzialmente destabilizzante in un banco di prova della propria statura internazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Salvatore di Bartolo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 un rischio che nella politica italiana ritorna ciclicamente: quello di limitarsi a osservare le crisi internazionali aspettando che siano altri a dettare la linea. \u00c8 un atteggiamento prudente, talvolta comprensibile, ma che nel lungo periodo finisce per ridurre il peso politico dell\u2019Italia proprio nelle aree in cui potrebbe contare di pi\u00f9. 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