{"id":1000028724,"date":"2026-03-11T08:06:28","date_gmt":"2026-03-11T11:06:28","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000028724"},"modified":"2026-03-11T08:06:29","modified_gmt":"2026-03-11T11:06:29","slug":"perche-il-conflitto-con-liran-potrebbe-durare-piu-a-lungo-del-previsto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000028724","title":{"rendered":"Perch\u00e9 il conflitto con l\u2019Iran potrebbe durare pi\u00f9 a lungo del previsto"},"content":{"rendered":"\n<p>L\u2019esito della guerra che si sta delineando in Medio Oriente viene spesso descritto come quasi scontato. Da un lato vi sarebbero gli Stati Uniti e Israele, potenze militari e tecnologiche di prim\u2019ordine, dall\u2019altro l\u2019Iran, sottoposto da anni a sanzioni economiche e diplomaticamente semi-isolato. In una lettura superficiale, il rapporto di forze sembrerebbe lasciare pochi dubbi. Eppure, osservando pi\u00f9 attentamente le dinamiche strategiche, politiche e tecnologiche della regione, questa conclusione appare tutt\u2019altro che scritta. Anzi, esistono molte ragioni per ritenere che il conflitto possa rivelarsi lungo, complesso e altamente incerto. Il primo elemento da considerare \u00e8 che l\u2019Iran non \u00e8 affatto un attore impreparato. Da anni la leadership della Repubblica islamica si prepara alla possibilit\u00e0 di uno scontro diretto o indiretto con Israele e con gli Stati Uniti. La strategia iraniana non si fonda sulla ricerca della superiorit\u00e0 convenzionale \u2014 obiettivo irrealistico \u2014 ma sulla costruzione di una rete di deterrenza asimmetrica. Questa rete comprende milizie alleate, capacit\u00e0 missilistiche diffuse e, soprattutto, tecnologie relativamente economiche ma efficaci come i droni. L\u2019uso massiccio di velivoli senza pilota rappresenta uno dei punti di forza della strategia iraniana. Sistemi come quelli prodotti e diffusi dall\u2019industria militare di Teheran \u2014 tra cui i noti droni Shahed \u2014 costano una frazione dei sistemi di difesa aerea necessari per in-tercettarli. Un drone pu\u00f2 costare poche decine di migliaia di dollari; il missile intercettore utilizzato per abbatterlo pu\u00f2 arrivare a costare centinaia di migliaia, se non milioni. Questo squilibrio economico genera una dinamica logorante: l\u2019attaccante pu\u00f2 saturare le difese dell\u2019avversario con ondate relativamente economiche, costringendo il difensore a sostenere costi enormemente superiori. \u00c8 una forma moderna di guerra di attrito tecnologico. Accanto alla dimensione tecnologica vi \u00e8 poi quella geopolitica. L\u2019Iran non combatte da solo. Negli ultimi due decenni ha costruito un sistema di alleanze e relazioni che spesso viene definito \u201casse della resistenza\u201d. In questo sistema rientrano attori statali e non statali: dal movimento libanese Hezbollah alle varie milizie sciite presenti in Iraq e Siria, fino agli Houthi nello Yemen. Questo network, sebbene parecchio indebolito rispetto al recente passato, consente comunque a Teheran di esercitare pressione su pi\u00f9 fronti contemporaneamente, complicando enormemente la risposta militare dei suoi avversari. In parallelo, la tensione rischia di trascinare nel conflitto anche le monarchie del Golfo. Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si trovano in una posizione delicata: da un lato condividono con Israele e con Washington la preoccupazione per l\u2019espansione dell\u2019influenza iraniana; dall\u2019altro sono estremamente vulnerabili agli attacchi missilistici e ai droni provenienti dalla regione. L\u2019esperienza degli attacchi alle infrastrutture petrolifere saudite nel 2019 ha dimostrato quanto questi sistemi possano colpire obiettivi strategici con costi relativamente ridotti. Un allargamento del conflitto al Golfo trasformerebbe rapidamente la crisi in una guerra regionale con forti implicazioni economiche globali \u2014 cosa che Teheran, di fatto, sembra cercare di provocare fin dall\u2019inizio della crisi. Un altro fattore spesso sottovalutato riguarda la stabilit\u00e0 interna del regime iraniano. In Occidente si tende a interpretare ogni ondata di proteste come il preludio a un imminente collasso politico. In realt\u00e0, nonostante tensioni sociali e profonde fratture generazionali, il sistema politico iraniano ha dimostrato negli anni una notevole capacit\u00e0 di resilienza. Le strutture di potere \u2014 dai Pasdaran all\u2019apparato religioso \u2014 restano solide e coese nei momenti di crisi esterna. Anzi, la percezione di una minaccia militare straniera tende spesso a rafforzare la mobilitazione nazionalista. In questo contesto, l\u2019ipotesi di un cambio di regime pilotato dall\u2019esterno appare poco realistica. Figure dell\u2019opposizione in esilio, come Reza Pahlavi, rappresentano per una par-te dell\u2019opinione pubblica occidentale una possibile alternativa politica. Tuttavia, all\u2019interno dell\u2019Iran la loro legittimit\u00e0 \u00e8 limitata. L\u2019eredit\u00e0 della monarchia rovesciata dalla Rivoluzione islamica del 1979 continua a essere controversa e l\u2019immagine di un leader percepito come troppo vicino all\u2019Occidente difficilmente potrebbe catalizzare un consenso nazionale sufficiente in un contesto di guerra. A tutto ci\u00f2 si aggiunge una dimensione globale spesso trascurata nel dibattito europeo: la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Washington considera la rivalit\u00e0 con Pechino la sfida geopolitica centrale del XXI secolo. In questa prospettiva, la stabilit\u00e0 delle rotte energetiche che alimentano l\u2019economia cine-se assume un valore strategico fondamentale. Gran parte delle importazioni energetiche della Cina proviene infatti dal Medio Oriente e transita attraverso choke point su vie marittime vulnerabili. Una crisi prolungata nella regione potrebbe dunque avere l\u2019effetto di mettere sotto pressione l\u2019approvvigionamento energetico cinese. Senza arrivare necessariamente a un blocco completo, l\u2019instabilit\u00e0 cronica dei prezzi e delle forniture rappresenterebbe comunque un fattore di rischio per Pechino. Da questo punto di vista, per gli Stati Uniti una crisi lunga e gestibile potrebbe risultare pi\u00f9 funzionale ai loro interessi strategici rispetto a una rapida normalizzazione. Se si mettono insieme questi elementi \u2014 la preparazione strategica iraniana, la guerra asimmetrica basata su droni e missili, la rete di alleanze regionali, la resilienza interna del regime e il quadro della competizione globale tra grandi potenze \u2014 emerge un quadro molto diverso da quello di una guerra dall\u2019esito rapido e scontato. Soprattutto se paesi come la Cina dovessero intervenire, anche solo indirettamente, for-nendo assistenza finanziaria, tecnologica o di intelligence all\u2019Iran. Piuttosto che un conflitto breve e risolutivo, \u00e8 dunque plausibile immaginare una lunga fase di confronto a bassa o media intensit\u00e0, fatta di escalation limitate, guerre per procura e pressione economica. In altre parole, la vera posta in gioco non \u00e8 tanto la vittoria militare immediata di una delle parti, quanto la capacit\u00e0 di sostenere nel tempo un confronto logorante. Ed \u00e8 proprio su questo terreno \u2014 quello della durata, della resilienza e dell\u2019asimmetria \u2014 che l\u2019Iran ha costruito la propria strategia negli ultimi anni. Per questo motivo, la convinzione diffusa che si possa giungere in tempi brevi a un esito finale gi\u00e0 scritto rischia di rivelarsi una pericolosa illusione. Nella storia delle guerre, le previsioni basate esclusivamente sulla superiorit\u00e0 militare iniziale si sono spesso dimostrate fallaci. Il Medio Oriente, con le sue dinamiche politiche profonde e le sue rivalit\u00e0 stratificate, potrebbe ancora una volta ricordarcelo.<\/p>\n\n\n\n<p>Salvatore di Bartolo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019esito della guerra che si sta delineando in Medio Oriente viene spesso descritto come quasi scontato. 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