{"id":1000027772,"date":"2026-02-13T18:26:35","date_gmt":"2026-02-13T21:26:35","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000027772"},"modified":"2026-02-13T18:26:37","modified_gmt":"2026-02-13T21:26:37","slug":"lue-si-svegli-se-non-vuole-essere-inglobata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000027772","title":{"rendered":"L\u2019Ue si svegli se non vuole essere inglobata"},"content":{"rendered":"\n<p>Ogni dichiarazione di Trump meriterebbe di essere accompagnata da una rilettura dei documenti strategici ufficiali degli Stati Uniti. Non per assolverlo, ma per capire il vero spirito di America First. Restiamo colpiti, spesso sbigottiti, dai toni violenti, dalle narrazioni infantili e binarie che riducono problemi complessi a slogan da social, dalla comunicazione iperbolica costruita per catturare attenzione pi\u00f9 che per spiegare. Ma l\u2019improvvisazione \u00e8 solo apparente. Quando si passa dalla parola detta alla parola scritta, emerge una coerenza che mal si concilia con l\u2019idea del Trump estemporaneo e caotico. Il riferimento \u00e8, in particolare, alla National Defense Strategy del Dipartimento della Difesa americano: un documento che precede Trump, ma che sotto la sua presidenza viene applicato con brutale determinazione. In quelle pagine i nemici strategici sono indicati senza giri di parole: Cina, Russia, Iran, Corea del Nord. Niente ambiguit\u00e0 lessicali, niente diplomazia cosmetica. \u00c8 davvero cos\u00ec scandaloso chiamarli con il loro nome? Sono forse interlocutori affidabili dell\u2019ordine internazionale liberale? Trump non inventa un fronte: lo rende esplicito. Dice a voce alta ci\u00f2 che per anni \u00e8 stato solo sussurrato, rompendo una tradizione occidentale che ha spesso preferito l\u2019ipocrisia alla chiarezza. La sua retorica \u00e8 rozza, ma l\u2019impianto strategico \u00e8 lineare: competizione tra grandi potenze, fine dell\u2019illusione post-storica, ritorno della forza come elemento strutturale delle relazioni internazionali, deterrenza come grammatica del potere. Hard power is back. La sua insistenza \u2013 percepita in Ue come ostilit\u00e0 \u2013 sulla necessit\u00e0 di un\u2019Europa rafforzata militarmente e politicamente \u00e8 quasi molesta. Ma \u00e8 davvero un affronto o piuttosto uno specchio impietoso? Non dovremmo essere noi, per primi, a volere un\u2019Europa capace di difendersi, di contare, di non vivere permanentemente sotto l\u2019ombrello altrui? Trump non ci umilia: ci costringe a guardare quello che siamo diventati. In questo senso, le sue parole risuonano in modo sorprendentemente parallelo e asimmetrico a quelle di Mario Draghi, che da tempo invita l\u2019Europa a \u201csvegliarsi\u201d, a superare la logica della mera confederazione debole e ad assumere i tratti di una vera federazione politica, economica e strategica. Due stili opposti, due linguaggi incompatibili, un obiettivo che converge: scuotere un\u2019Europa anestetizzata. Entrambi \u201cmenano\u201d per ottenere una reazione. Ma mentre i rapporti di Draghi, per quanto autorevoli, rischiano di rimanere nei cassetti di Bruxelles, Trump ha tutti gli strumenti per mettere in atto ci\u00f2 che dice. Paradossalmente, ci\u00f2 che viene spesso letto come antitesi \u00e8 in realt\u00e0 complementarit\u00e0. Un\u2019Europa forte non \u00e8 una minaccia per gli Stati Uniti, ma un moltiplicatore di potenza. Se l\u2019Europa resta debole, Washington avr\u00e0 un alleato debole; se l\u2019Europa cresce, gli Stati Uniti avranno un alleato solido. L\u2019alleanza atlantica non \u00e8 in discussione per Trump: \u00e8 in discussione l\u2019asimmetria passiva con cui l\u2019Europa vi partecipa. Nel Pacifico, intanto, gli Stati Uniti stanno costruendo una vasta architettura politico-militare volta a contenere Pechino, di cui potr\u00e0 beneficiare anche l\u2019Europa a condizione che sappia \u201cfare i compiti\u201d. L\u2019asse strategico globale si sta spostando verso l\u2019Indo-Pacifico, nuovo centro di gravit\u00e0 economico e tecnologico mondiale, anche grazie ad un ambiente regolatorio pi\u00f9 flessibile di quello europeo. Ignorarlo equivale ad accettare l\u2019irrilevanza. Sul fronte russo, la strategia americana appare pi\u00f9 sofisticata di quanto si voglia ammettere. All\u2019Europa spetta il ruolo del bad cop, anche perch\u00e9 \u00e8 l\u2019Europa a pagare i costi diretti della deterrenza, mentre gli Stati Uniti mantengono aperti canali di dialogo. Non \u00e8 ambiguit\u00e0 morale, ma divisione dei ruoli. Parlare con il nemico non lo trasforma in amico: \u00e8 semplice realpolitik. In Medio Oriente, infine, l\u2019Iran resta l\u2019ultimo nodo irrisolto. Una volta sciolto \u201ccon le buone o le cattive\u201d, per dirla alla Trump, il controllo della regione potrebbe essere progressivamente delegato alle potenze sunnite, Arabia Saudita in testa, consentendo a Washington di concentrare definitivamente le proprie risorse altrove. Uno scenario possibile. In un contesto di grave crisi economica e di consenso interno ai minimi storici, l\u2019Ayatollah, secondo fonti riservate, deve fare i conti anche con una recidiva del tumore di cui soffre. Per questo la Guida suprema iraniana, che ha 86 anni, starebbe delegando parte del potere ai figli Masoud e Mojtaba, appoggiati da un nucleo ristretto di pasdaran, tra i pi\u00f9 duri nella repressione delle manifestazioni. Una decisione che ha innescato frizioni tra le diverse fazioni del regime tant\u2019\u00e8 che il generale Esmail Qaani, figura di primo piano delle Guardie della Rivoluzione e comandante della Forza Quds, ha chiesto un incontro con Khamenei, che per\u00f2 non gli \u00e9 stato accordato. Qaani, secondo fonti qualificate giunte all\u2019intelligence italiana, sarebbe sospettato di contatti indiretti con il Mossad per una mediazione sui circa 300 kg di uranio arricchito sotto controllo dei pasdaran, da destinare a usi civili ed escludere dal programma del missile Fatah, un\u2019arma devastante, soprattutto in uno scenario contro Israele. Con i regimi dei \u201cleader a vita\u201d \u2013 Putin, Xi Jiping, Khamenei, Kim Jong-un \u2013 \u00e8 comprensibile che la strategia americana assuma una natura profondamente \u201cfisica\u201d. Persino nell\u2019era dell\u2019intelligenza artificiale e delle reti digitali, gli Stati Uniti continuano a ragionare in termini di spazio, rotte, choke point, presenza materiale. \u00c8 una lezione che l\u2019Europa farebbe bene a interiorizzare (mentre la Russia e la Corea gi\u00e0 lo sanno): il potere, anche nel XXI secolo, resta ancorato alla geografia. E Trump \u00e8, in fondo, un acceleratore. Il sintomo rumoroso di una visione di lungo periodo che l\u2019America porta avanti da anni. Possiamo detestare il Trump\u2019s style, ma ignorarne la sostanza \u00e8 un errore che l\u2019Europa non pu\u00f2 pi\u00f9 permettersi. Al momento solo Giorgia Meloni tra i leader dell\u2019Ue sembra averlo capito, e si comporta di conseguenza. Il futuro dell\u2019alleanza transatlantica non dipende da Trump, n\u00e9 finir\u00e0 con lui. Dipende da una National Defense Strategy che vuole un\u2019Europa stabile e affidabile nel tempo: non necessariamente allineata, ma compatibile con la visione americana del mondo che verr\u00e0. Una cosa \u00e8 certa: il mondo sta cambiando, anzi \u00e8 gi\u00e0 cambiato, e l\u2019Europa dovr\u00e0 diventare finalmente adulta. Se non saremo in grado di farlo, Washington andr\u00e0 avanti comunque. Con noi, se possibile. Senza di noi, se necessario.<\/p>\n\n\n\n<p>Luigi Bisignani<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ogni dichiarazione di Trump meriterebbe di essere accompagnata da una rilettura dei documenti strategici ufficiali degli Stati Uniti. Non per assolverlo, ma per capire il vero spirito di America First. 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