{"id":1000027729,"date":"2026-02-11T12:38:10","date_gmt":"2026-02-11T15:38:10","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000027729"},"modified":"2026-02-11T12:38:12","modified_gmt":"2026-02-11T15:38:12","slug":"ad-asti-una-mostra-dedicata-a-paolo-conte-original","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000027729","title":{"rendered":"\u00a0Ad Asti una mostra dedicata a Paolo Conte . Original"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Giovanni Cardone<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Fino al 1 Marzo 2026 si potr\u00e0 ammirare Palazzo Mazzetti di Asti una mostra inedita e di grande fascino: \u201cPaolo Conte. Original\u201d, la prima grande mostra dedicata al grande poeta, cantautore e compositore italiano e alla sua espressione artistica nata ancora prima della musica: la pittura.&nbsp; La mostra \u00e8 curata da Manuela Furnari. L\u2019esposizione \u00e8 promossa con il contributo concesso dal Ministero della Cultura &#8211; Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali, \u00e8 realizzata dalla Fondazione Asti Musei, Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, Regione Piemonte, Citt\u00e0 di Asti, in collaborazione con Arthemisia con Fondazione Egle e Paolo Conte e REA Edizioni Musicali, con il contributo di Fondazione CRT, con il patrocinio della Provincia di Asti. Paolo Conte \u00e8 degli artisti pi\u00f9 amati del nostro tempo, icona indiscussa della storia della canzone d\u2019autore, acclamato dai pi\u00f9 prestigiosi palcoscenici internazionali, dal Blue Note di New York alla Philharmonie Berlin, dall\u2019Olympia di Parigi al Teatro alla Scala di Milano. Che si tratti della sua musica o dei versi delle sue canzoni o dei suoi disegni, alla base del suo processo creativo c\u2019\u00e8 un aspetto fondamentale e immediatamente riconoscibile: il suo stile unico, inconfondibile, fedele solo a se stesso. In questa direzione si muove la mostra, la pi\u00f9 ampia mai realizzata: 143 lavori su carta, eseguiti con tecniche diverse e in un arco di tempo di quasi settant&#8217;anni. Paolo Conte ha coltivato per tutta la vita una riservata passione per l\u2019arte visiva, formandosi come pittore e disegnatore. Dopo avere esposto nel 2000 al Barbican Hall di Londra e in diverse citt\u00e0 italiane fino al 2007, nel 2023 Paolo Conte \u00e8 invitato a esporre alla Galleria degli Uffizi, confermando il suo legame profondo con l\u2019immagine. I suoi lavori conducono lo spettatore al centro stesso della sua poetica: elegante, malinconica, jazzata e ironica. In mostra, opere mai esposte, tra cui Higginbotham del 1957, a tempera e inchiostro, dedicata a uno dei primi grandi trombonisti jazz. Altro nucleo importante della mostra \u00e8 costituito dalla selezione di tavole tratte dalle oltre 1800 di Razmataz, l\u2019opera interamente scritta, musicata e disegnata da Paolo Conte. Ambientata nella Parigi vitale e autunnale degli anni Venti, Razmataz celebra \u2013 dietro la misteriosa scomparsa di una ballerina \u2013 l\u2019attesa e l\u2019arrivo in Europa della bellezza della giovane musica americana, il jazz. Razmataz svela la capacit\u00e0 di Paolo Conte di fissare sulla carta atmosfere e personaggi, in una libert\u00e0 formale che richiama le avanguardie del primo Novecento, \u201cun periodo \u2013 afferma l\u2019artista \u2013 carico per me di sensualit\u00e0, di una immediata danzabilit\u00e0 che lo contraddistingue\u201d. Infine una terza sezione di opere su cartoncino nero in cui Paolo Conte si affida alla suggestione delle linee e dei colori in un omaggio garbato, talvolta venato di ironia, alla musica classica, al jazz, alla letteratura, all&#8217;arte. Specificit\u00e0 della mostra \u00e8 inoltre il percorso espositivo: le opere si susseguono secondo una scelta scrupolosa e sorprendente, espressione del suo universo poetico assolutamente singolare. E questo non poteva che avvenire sotto la guida stessa del Maestro Paolo Conte, e del suo sguardo autentico, inimitabile, original, con una sola avvertenza: \u201cLasciare al pubblico \u2013 riprendendo le sue parole \u2013 la possibilit\u00e0 di immaginare con libert\u00e0 massima\u201d. In una mia ricerca storiografica e scientifica sulla figura di Paolo Conte apro il mio saggio dicendo : Che musica e poesia siano in contrapposizione \u00e8 solo un luogo comune. Meglio parlare di un\u2019interazione \u2018metonimica\u2019 (nel senso che l\u2019una pu\u00f2 comprendere l\u2019altra, e viceversa) tra le due dimensioni artistiche, purch\u00e9 collocate nel sistema culturale in cui sono compresi i loro rispettivi e differenti valori. Sembra sovente uno scherzo concedere il riconoscimento di \u2018poeta\u2019 a un autore di canzoni, magari mai giunto a raccogliere (in una sede editoriale idonea) i suoi versi, facilmente reperibili in LP o podcast. Ma, di l\u00e0 dal desiderio di liberare la \u2018poesia\u2019 dalle teche elitarie della letteratura, si profila il rischio di un fraintendimento estetico, cui contribuisce senz\u2019altro l\u2019irrilevante presenza sul mercato della derelitta filiera della poesia come \u2018genere\u2019, a dispetto del processo inflattivo della sua categorizzazione visceral-emotiva (\u00e8 poesia una canzone, un film, un gol, un tramonto, un dolce ecc.). Probabilmente, questo vedere ovunque la poesia (cos\u00ec poco letta!), risponde anche a una strategia promozionale del mercato che, da un lato, garantisce al pubblico la precipua \u2018qualit\u00e0\u2019 della forma-canzone, ossia di un genere fruito e consumato sulla base di una legittimazione collettiva, e dall\u2019altro sollecita, nei sopravvissuti destinatari della forma-poesia, ango scianti interrogativi sul mandato plebiscitario dei loro autori di riferimento. Scrive a proposito Guido Mazzoni: \u00c8 emblematico che la musica rock e pop goda oggi di un mandato sociale plebiscitario, mentre la poesia moderna ha perduto da tempo ogni legittimazione collettiva. Dietro la voce del cantante e del poeta riecheggiano cori di consistenza diversa, uno formato da masse sterminate e planetarie, l\u2019altro da pochi intellettuali chiusi in un mondo separato. Hic saltus. Una delle pi\u00f9 importanti voci della poesia italiana di questi anni \u00e8 Umberto Fiori, gi\u00e0 autore dei testi degli Stormy Six: inutile do mandarsi quanta differenza \u2018poietica\u2019 vi sia tra i due tipi di testo che Fiori ha realizzato. Senza dubbio, si pu\u00f2 riconoscere nei testi della \u2018canzone d\u2019autore\u2019 (\u00e8 solo un caso che richiami il \u2018cinema d\u2019autore\u2019?) che sfrutta la dimensione cooperativa del genere musicale, valorizzando le diverse abilit\u00e0 dei componenti del gruppo, una minima vocazione letteraria. Ma ritengo che la questione vada posta a un altro livello: il cantautore non \u00e8 il cantante che ha in mente un testo da cantare sommessamente con una chitarra, ma uno che ha \u00abuna vena musicale\u00bb che va \u00aboltre i \u2018quattro accordi\u2019 rimproverati al chitarrismo primitivo della \u2018nuova canzone italiana\u2019 dei primi anni Settanta\u00bb, insomma \u00e8 prima di tutto \u00abun \u2018vero compositore\u2019\u00bb. Mi viene in mente la seducente armatura vuota dentro la quale si nasconde un \u2018cavaliere inesistente\u2019: personaggio affatto vero, nella misura in cui \u00e8 un\u2019ipotesi artistica, suffragabile con tanti esempi, anche molto diversi tra loro, affatto peculiari, originalissimi (come lo \u00e8 Paolo Conte), nella cui opera il testo verbale ha caratteristiche e qualit\u00e0 incomprensibili \u2013 o comprensibili fino a un certo punto egli prescinde dal testo musicale ed ha bisogno del disegno e della pittura per raccontare un\u2019altra parte dell\u2019artista Paolo Conte. Come dice Gianni Vattimo: \u201cSe le utopie della tradizione culturale occidentale devono il loro modello di ordine ideale, finale, unitario al fondamento oggettivo della metafisica, non hanno forse subito, come la metafisica, una dissoluzione nel senso heideggeriano della&nbsp;Verwindung&nbsp;? Nella misura in cui la nozione stessa di unit\u00e0, come quella di fondamento metafisico ultimo, rivela ormai la sua violenza e volont\u00e0 di dominio e poich\u00e9 a noi interessa invece pensare l&#8217;utopia come un &#8216;progetto di emancipazione&#8217;, l&#8217;autore propone di sostituire l&#8217;unit\u00e0 fino ad allora rappresentata caratteristico dell&#8217;utopia con una molteplicit\u00e0 che viene difesa come valore e non come fase di &#8216;confusione&#8217; da superare\u201d. Io penso che la differenza tra utopia e distopia \u00e8 il tipo di connessione spazio- temporale con la realt\u00e0 che le societ\u00e0 utopiche e distopiche adottano. L\u2019utopia non mantiene legami con la storia reale. Il luogo della realizzazione utopica \u00e8 lontanissimo, ignorato fino al momento della sua scoperta; gli utopisti infatti utilizzano spesso il racconto di un viaggio avventuroso per terre inesplorate, affinch\u00e9 il lungo percorso che \u00e8 stato necessario affrontare per arrivarci permetta al protagonista di lasciarsi alle spalle tutta l\u2019esperienza sociale e culturale del proprio mondo. Una netta frattura geografica e storica \u00e8 infatti necessaria per il protagonista affinch\u00e9 possa comprendere appieno la societ\u00e0, i costumi e le istituzioni che si sono creati in tale isolamento, radicalmente diversi da quelli contemporanei a lui noti. L\u2019utopia perci\u00f2 \u00e8 realmente un \u201cnon-luogo\u201d, in quanto non si colloca nella realt\u00e0 spazio-temporale. L\u2019utopista vuole inoltre proporre un ideale da raggiungere alla societ\u00e0 moderna, in modo che le persone si sentano in dovere di imprimere uno svolgimento diverso alla storia, proponendo processi alternativi per rispondere ad una situazione storica avvertita come dolorosa. Al contrario la distopia si pone in continuit\u00e0 con il processo storico. Essa accoglie la realt\u00e0 quale \u00e8, creando un possibile futuro mondo distorto, partendo da tendenze negative gi\u00e0 esistenti e operanti nel presente, ampliandole e ingigantendole. Lo scrittore di distopie presenta perci\u00f2 la societ\u00e0 ideale come l\u2019evoluzione di condizioni contemporanee negative, cercando di mettere in evidenza i pericoli a cui si andr\u00e0 incontro se si continuer\u00e0 la via attualmente intrapresa, che porterebbe alla realizzazione concreta del \u201cluogo-cattivo\u201d. Esistono vari termini per indicare ci\u00f2 che \u00e8 definito come un \u201cnon-luogo sede di una realt\u00e0 indesiderabile\u201d. Due sono utilizzati universalmente: il termine Antiutopia e il termine Distopia. Ma la differenza etimologica che fa del termine Distopia quello pi\u00f9 adatto \u00e8 il fatto che mentre Antiutopia indica uno stretto \u00abrapporto di opposizione e di dipendenza rispetto all\u2019utopia\u00bb , l\u2019altro ha un significato pi\u00f9 ampio e complesso. Il termine Distopia \u00e8 di derivazione greca. Essendo il termine opposto a eutopia, cos\u00ec \u00e8 chiamata l\u2019utopia da Tommaso Moro il prefisso greco dys- si oppone al prefisso positivo eu- che significa non-luogo, quindi mentre l\u2019Utopia rappresenta il luogo dove tutto \u00e8 ci\u00f2 che dovrebbe essere, quindi un terreno fertile dal punto vista sociale e culturale, la Distopia \u00e8 un luogo che rappresenta completamente il contrario. La stessa meticolosit\u00e0 con cui in gran parte dei racconti utopici vengono indicate anche le pi\u00f9 minute disposizioni circa i costumi, le abitudini, fino al modo di vestire, di mangiare, ecc., \u00e8 un indice del fatto che la costruzione utopica non vuole lasciare nulla al caso per garantire la validit\u00e0 del proprio disegno e la perpetuazione dei propri risultati. In una mia analisi su Walter Benjamin il quale ha dedicato pi\u00f9 di dieci anni della sua vita al tentativo di risvegliare un\u2019epoca dal proprio torpore egli riteneva che l\u2019esperienza onirica avesse molto in comune con la fase giovanile di una generazione. Egli, infatti, scriveva che \u201cogni epoca possiede questo lato incline ai sogni, il lato infantile\u201d. Il rapporto tra sogno e veglia, tra apparenza e verit\u00e0, doveva tuttavia essere completamente ripensato. Da un lato ogni immagine onirica, secondo il filosofo tedesco, trattiene in s\u00e9 una verit\u00e0. Il sogno perci\u00f2 non \u00e8 falsit\u00e0: mostra piuttosto un rapporto essenziale con la veglia e la via del risveglio. D\u2019altro canto bisogna svegliarsi per capire non solo di aver sognato, ma anche e soprattutto la verit\u00e0 adombrata dal sogno. La critica di Benjamin svelava piuttosto lo stretto rapporto che legava queste manifestazioni oniriche ai fatti di natura economica e politica. Il presupposto era che la stessa distanza che separava fenomeno e idea determinasse e scandisse il rapporto tra base economica e sovrastruttura, la quale permetteva alla coscienza collettiva di dare liberamente vita ai propri sogni. Quello che il filosofo categoricamente escluse era la sovrastruttura corrispondesse immediatamente alla struttura, poich\u00e9 la prima \u00e8 determinata dall\u2019immagine illusoria, distorta, con cui il materiale empirico e intellettuale giunge a conoscenza. La sovrastruttura corrisponde invece al materiale empirico espresso in una forma trasfigurata, come spiega Benjamin con la metafora delle ripercussioni del mal di stomaco sulla vita onirica. \u00abLe condizioni economiche che determinano l\u2019esistenza della societ\u00e0 giungono a espressione nella sovrastruttura; proprio come, nel caso del dormiente, un imbarazzo di stomaco trova nel contenuto del sogno per quanto possa determinarlo in senso causale non il proprio rispecchiamento, ma la propria espressione. Il collettivo esprime innanzi tutto le proprie condizioni di vita, che trovano nel sogno la loro espressione, e nel risveglio la loro interpretazione\u00bb . Sogno e risveglio, gi\u00e0 oggetto di uno studio giovanile del filosofo, diventano cos\u00ec fondamentali categorie critiche della conoscenza storica. Se l&#8217;arte del primo decennio del secolo scorso ha un orientamento genericamente \u201bmodernistico&#8217; in quanto mira a rispecchiare ed esaltare la nuova concezione del lavoro e del progresso, dal 1910 circa si determinano in vari paesi europei in fase di industrializzazione movimenti detti di \u201bavanguardia&#8217;, che vogliono fare dell&#8217;arte un incentivo alla trasformazione radicale della cultura e del costume sociale l&#8217;arte di avanguardia si propone di anticipare, con la trasformazione delle proprie strutture, la trasformazione della societ\u00e0. Pi\u00f9 precisamente, si propone di adeguare la sensibilit\u00e0 della societ\u00e0 al ritmo del lavoro industriale insegnandole a scorgere il lato estetico o creativo della cosiddetta \u201bcivilt\u00e0 delle macchine&#8217;.&nbsp; Posso affermare che alle correnti di avanguardia in questo momento storico si contrappongono quelle di segno opposto. Si delineano una forte distinzione tra due gruppi di correnti nel primo rientrano, il cubismo e alle avanguardie storiche tra cui il movimento olandese De Stijl <em>,&nbsp;<\/em>tutti i movimenti \u201bcostruttivisti&#8217; fino alle recenti ricerche programmate, cinetiche e visuali ovvero, la pittura metafisica, il dadaismo, il surrealismo e le loro derivazioni. Vi sono inoltre numerose personalit\u00e0 di artisti che, pur muovendosi su posizioni avanzate, non rientrano in alcuna corrente o passano dall&#8217;una all&#8217;altra tipica, in questo senso, la cosiddetta&nbsp;\u00e8cole de Paris che tra il 1910 e il 1940, \u00e8 stata il punto d&#8217;incontro degli artisti \u201bindipendenti&#8217; di tutto il mondo. Le correnti del primo gruppo, che implicano un giudizio sostanzialmente positivo sulla presente condizione del mondo, tendono a ricollegare l&#8217;arte alla societ\u00e0 non pi\u00f9 attraverso il mercato, ma attraverso l&#8217;apparato produttivo dell&#8217;industria, coordinando i procedimenti dell&#8217;ideazione formale con quelli della progettazione industriale. L&#8217;artista ricusa il mito dell&#8217;arte \u201bpura&#8217;, del mestiere \u201bsacro&#8217; o \u201bispirato&#8217;, rinuncia al rango di intellettuale, si trasforma in tecnico-progettista, utilizza la tecnologia industriale per produrre oggetti d&#8217;uso corrente, perfettamente funzionali ed aventi una loro qualit\u00e0 estetica. Questa non \u00e8 pi\u00f9 un valore aggiunto, ma integrato alla funzionalit\u00e0, che viene definita nella sua logica linearit\u00e0 fin dallo stadio del progetto. Non pi\u00f9 palazzi, edifici rappresentativi, statue, quadri, oggetti rari e preziosi, necessariamente riservati ai ceti pi\u00f9 ricchi ma case d&#8217;abitazione, fabbriche, scuole, ospedali, stadi, teatri, oggetti standardizzati e fabbricati in serie, destinati a tutti i ceti sociali. L&#8217;oggetto estetico non \u00e8 pi\u00f9 un oggetto di lusso, ma, per la sua nuda funzionalit\u00e0, l&#8217;oggetto pi\u00f9 economico come tale \u00e8 rappresentativo di una societ\u00e0 che riconosce come primaria ed egemone la funzione economica. L&#8217;insieme delle cose prodotte dall&#8217;industria in serie costituir\u00e0 l&#8217;ambiente materiale dell&#8217;esistenza sociale: questo ambiente sar\u00e0 negativo, alienante, cagione di nevrosi individuali e collettive nella misura in cui sar\u00e0 determinato da una produzione manovrata al fine del profitto, del potere, dello sfruttamento dell&#8217;uomo da parte dell&#8217;uomo; sar\u00e0 invece positivo e liberatorio, non alienante, aperto all&#8217;integrazione dell&#8217;individuo e del gruppo nel contesto, se sar\u00e0 determinato dalla societ\u00e0 stessa. Come disse lo studioso tedesco Lessing il quale porta avanti una teoria che vuole, per la prima volta, attraverso la distinzione fra le arti, rintracciare un sistema estetico e una guida tecnica \u201cbasati sul riconoscimento della \u2018pluralit\u00e0\u2019 dell\u2019esperienza estetica intesa come un processo cui fanno capo fattori eterogenei anche extrartistici o addirittura extralinguistici\u201d. L\u2019esperienza estetica, secondo Lessing, non pu\u00f2 pi\u00f9 limitarsi al mero concetto di bellezza, ma deve anche coinvolgere la conoscenza sensibile e il soggetto nella sua totalit\u00e0, vale a dire la conoscenza intellettuale. Non a caso nelle sue argomentazioni, rende partecipi tutti i sensi, dall\u2019olfatto al gusto, dalla vista al tatto, riuscendo perfino a parlare di \u2018estetica del brutto\u2019, categoria che dopo il <em>Laokoon&nbsp; <\/em>otterr\u00e0 diritto di cittadinanza nell\u2019estetica tedesca con esiti teorici, ma soprattutto artistici, di portata incalcolabile. Ma \u00e8 l\u2019aspetto \u2018semiotico\u2019 quello che pi\u00f9 ci interessa indagare il quale ci riporta immediatamente al sottotitolo del testo, che evidenzia gli aspetti pi\u00f9 innovativi dello studio di Lessing, <em>\u00dcber die Grenzen der Malerei und Poesie<\/em>: sono infatti i limiti, o meglio i \u2018confini\u2019, tra le due arti il vero <em>ductus <\/em>argomentativo dell\u2019indagine lessinghiana. Leggendo Lessing certamente si prende le distanze dall\u2019atteggiamento di coloro che hanno deliberatamente rintracciato negli scritti dei classici greci e latini \u2018dottrine\u2019 valide a supportare i propri fini estetici. Ma noi moderni abbiamo creduto in molti casi di averli di gran lunga superati, trasformando i loro angusti viottoli in strade maestre; per quanto anche le pi\u00f9 brevi e sicure strade maestre si possano ridurre in sentieri che conducono per luoghi incolti. La sfolgorante antitesi del Voltaire greco secondo cui la pittura \u00e8 una poesia muta e la poesia \u00e8 una pittura parlante, non stava certo in un trattato. Era una di quelle idee che venivano in mente spesso a Simonide, la cui verit\u00e0 \u00e8 talmente evidente che crediamo di dover trascurare l\u2019inesattezza e la falsit\u00e0 che l\u2019accompagnano. Nondimeno tutto ci\u00f2 non sfugg\u00ec agli antichi. Lessing diversamente da Winckelmann, non \u00e8 tanto interessato al complesso statuario e ai suoi aspetti archeologici egli piuttosto rivolge la sua attenzione a questioni di teoria della pittura. L\u2019arte di Paolo Conte ha la capacit\u00e0, la forza di suggestionare, in particolare di commuovere, di far insorgere sentimenti elevati. Sebbene per\u00f2 l\u2019origine di questa relazione sia antica, \u00e8 vero che il Novecento, e soprattutto gli ultimi decenni, \u00e8 stato protagonista di un rinnovato interesse ad indagare le dinamiche interartistiche tra le due arti. Posso affermare che la pittura di Paolo Conte oscilla vertiginosamente tra una sottile e raffinata astrazione e un informale materico fatto di energia, segno e gestualit\u00e0. Le opere dell\u2019artista&nbsp; sono una ridda ubriacante di ossimori, di coerenti contraddizioni: sono immobili tempeste, sono lampi fatti di materia spirituale, sono funambolici giochi tra disequilibrato e equilibrio, criptiche rivelazioni di un caos ordinato, superfici tridimensionali fatte di narrazioni contemporanee, ricche, colte e preziose. La forza primigenia e raffinata che promana da queste opere e che affascina il fruitore in maniera al tempo stesso sottile e prorompente deriva proprio dall\u2019innata capacit\u00e0 dell\u2019artista di conciliare gli opposti. Di fondere nel crogiolo incandescente della sua sapienza alchemica elementi opposti per dar vita ad opere d\u2019arte di sostanziale, corposa coerenza artistica ed eterea, originaria originalit\u00e0. Non \u00e8 poi casuale se molte opere di Paolo Conte si rifanno ad una visione poetica dell\u2019arte dove linguaggio della poesia-verbale ci appare evidente che ogni qual volta l\u2019opera viene costruita sull\u2019inquieto equilibrio tra Ordine e Caos, Forma e Materia, ebbene in tutti questi casi non \u00e8 possibile non pensare a risvolti di tipo cosmogonico. Anche se le opere di Paolo Conte ci fanno sempre pensare a quei momenti cruciali nella storia \u2018dell\u2019Universo\u2019 in cui la \u2018Luce\u2019 \u00e8&nbsp; stata separata dalle \u2018Tenebre\u2019,\u2018Le Terre dai Mari\u2019, le \u2018Forme viventi\u2019 dalla \u2018Materia inanimata\u2019. Momenti che mitologie e religioni di tutti i tempi e in tutti i luoghi hanno raccontato molto spesso con immagini ed espressioni molto simili e che forse rappresentano un comune retaggio profondo ed arcano \u2018archetipico\u2019 dell\u2019umana sapienza. Ma forse le opere di Paolo Conte non ci raccontano soltanto questo. Forse nel Macrocosmo si rispecchia il Microcosmo. Forse le cosmogonie raccontano, metaforicamente, soggettive, psicologiche ontogenesi. Forse dietro il conflitto tra il Cosmo e il Caos, si cela quello tra il Conscio e l\u2019Inconscio e la nascita del mondo simboleggia la nascita del soggetto. Ed allora possiamo interpretare sotto una diversa luce il difficile, complesso, conflittuale rapporto tra la Materia allo stato puro, indistinto, indifferenziato e la Forma che cerca disperatamente di emergere, di imporsi, di imporre il proprio sigillo di razionalit\u00e0 (o quanto meno di ragionevolezza) sull\u2019eterna rivale: un rapporto tanto dialettico e necessario quanto problematico e violento. Nello scontro ineluttabile tra la Forma e l\u2019Informe, spesso i confini tra aggressore ed aggredito si confondono, i ruoli si rovesciano a ripetizione, cos\u00ec rapidamente che talvolta capita di smarrirsi e di non distinguere pi\u00f9 l\u2019una cosa dall\u2019altra. Le opere di Paolo Conte raccontano anche questo: quanto labile sia il confine che separa il Soggetto dall\u2019Oggetto, l\u2019Uomo dal Mondo che lo circonda. E quanto difficile, e doloroso, e per nulla certo, sia il processo di auto-definizione. Le opere dell\u2019artista non ci mostrano l\u2019esito di questo titanico scontro, quanto piuttosto una fase, nel vivo del combattimento. Cos\u00ec colori e materiali che scompongono e ricompongono il piano narrativo appaiono come una vera e propria raffigurazione delle linee di forza e dei campi di energia che si sprigionano nel corso di questi eventi di autentica ontogenesi dell\u2019Io. Ontogenesi che rappresenta il primo, vero contenuto di queste opere. Quello a cui assistiamo, dunque, per quanto violento, brutale, o anche solo essenziale, possa sembrarci \u00e8, in definitiva, un lieto evento, nel senso comune della parola: vale a dire una nascita. La nascita di un Soggetto: sia esso un pensiero, un individuo, un personaggio o una creatura degli abissi della psiche. In altre parole si potrebbe descrivere tale processo creativo come un conflitto tra la Coscienza e l\u2019Inconscio: come l\u2019impellente (ma impossibile) tentativo della parte solare dell\u2019Io di rendere conto delle sue parti pi\u00f9 oscure e irriducibili. Ecco, proprio in questo \u00e8 il valore, l\u2019apporto di conoscenza, la scoperta dell\u2019Informe, dell\u2019impossibilit\u00e0 di piegare completamente l\u2019Irrazionale alle ragioni della Ragione. E viceversa. Perch\u00e9 se \u00e8 vero che \u201cil cuore ha delle ragioni che la ragione ignora\u201d \u00e8 altrettanto vero che spesso (quasi sempre) \u201cc\u2019\u00e8 del metodo nella nostra follia\u201d. Infine possiamo dire che la pittura di Paolo Conte attraverso i colori esprime quella Luce allo stato puro o meglio quella fusione tra Luce e colore. Il colore utilizzato dall\u2019artista con sapienza creando una stesura e una composizione sulla tela da sembrare altro, creando cos\u00ec una luce calda, pastosa, a tratti friabile, quasi tangibile. Una luce pulsante, che si irradia dal centro dell\u2019opera, che conquista, a fatica, irradiandosi, ogni centimetro quadrato della superficie, con pennellate fitte e modulate, inquiete, che sembrano vibrare di un afflato vitale, che a tratti si sfaldano, si addensano, si distendono. Ogni pennellata di colore \u00e8 un piccolo respiro trattenuto, in impercettibile fremito, un palpito appena accennato. Le opere di Paolo Conte, che si presentano quindi al nostro sguardo come un vero e proprio ciclo tematico, anche stilisticamente coerente. Tutto questo lo si pu\u00f2 definire l\u2019incontro- scontro tra essere e divenire dove il segno ed il colore per alcuni aspetti sono alle base del linguaggio dove l\u2019artista si rif\u00e0 principalmente al segno e al gesto che gli permettono di dare forza al suo messaggio. Le opere di Paolo Conte descrivono in pieno i contenuti dell\u2019artista che in parte si rif\u00e0 ad un percorso dove la materia narra il suo mondo che \u00e8 tormentato da pensieri e azioni che fanno parte di una societ\u00e0 dove regna l\u2019incertezza, l\u2019ambiguit\u00e0 dei significati che non sono fuorvianti, ma generano un seguito di suggestioni che costituiscono proprio la principale connotazione della sua&nbsp; ricerca. I lavori raccontano una nuova e interessante fase di semplificazione, o meglio di aggregazione descrittiva che suggerisce un pi\u00f9 ampio campo d\u2019ispirazione, tematiche contigue alle provocazioni visive,&nbsp; che narrano per alcuni aspetti il \u2018degrado\u2019 della nostra societ\u00e0 contemporanea . Sembrano infatti ricollegarsi a quelle esperienze fondamentali che fanno si che le composizioni evidenziano quelle eccedenze materiche che si attenuano per isolare spazi vuoti, fondali monocromi dalle evidenti allusioni astrali. Si direbbe che l\u2019artista, dopo tante calate nei recessi della coscienza individuale, si \u00e8 voluto interrogare sul&nbsp;cammino di ognuno e quindi saggiare panorami pi\u00f9 vasti di quelli introspettivi, porre in&nbsp;campo simboli di valore universale. Tutto questo fa parte del mondo ideato da Paolo Conte dove la metafora visiva di un mondo contemporaneo che rappresenta l\u2019artista che mette a nudo il proprio \u2018Io\u2019 ma nel contempo tende ha raccontare l\u2019uomo contemporaneo. Con le sue opere Paolo Conte ci ha voluto farci riflettere sul destino comune, ecco perch\u00e9 l\u2019artista vuole coinvolge il fruitore comunicando il proprio pensiero a chi lo riceve, oppure a chi \u00e8 disponibile a farlo divenire proprio.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La Mostra&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Original non \u00e8 solo il titolo della mostra, ma una dichiarazione di poetica. Paolo Conte \u00e8, da sempre, un artista al di fuori delle mode, capace di creare un paesaggio sonoro e visivo unico, popolato di personaggi, luoghi e colori che sfuggono a rigide classificazioni. Le opere pittoriche in mostra rivelano la stessa tensione lirica e la stessa libert\u00e0 formale che attraversano la sua musica.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il disegno<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Paolo Conte \u00e8 sempre stato affascinato dal disegno. Sotto la velocit\u00e0 del \u00absegno\u00bb sulla carta, si cela l\u2019ampio e molteplice orizzonte visivo di Paolo Conte. La superficie del foglio diventa luogo che segna il confine tra quello che l&#8217;artista mette davanti agli occhi e quello che lascia all\u2019immaginazione di chi osserva: \u00abNelle mie scelte pittoriche &#8211; dichiara- al di l\u00e0 delle suggestioni che mi d\u00e0 il colore, ho sempre fortemente cercato la capacit\u00e0 del disegno impressa nei quadri\u00bb. In questa direzione, la mostra, tra le oltre 140 opere presentate, molte delle quali mai esposte prima, propone una attenta selezione di alcuni disegni a grafite e a inchiostro che rivelano la straordinaria forza evocativa del tratto di Paolo Conte, come quello rapido e febbrile del Cugino del cavallo di Lady Godiva; o come il segno quasi caricaturale dei tre disegni dedicati a Jitterbug, termine con cui si indicavano negli Stati Uniti, tra la met\u00e0 degli anni Venti e gli anni Quaranta, gli assidui frequentatori delle sale da ballo che, a ritmo di swing, si scatenavano fino a perdere il controllo (Jitterbug con casqu\u00e9; Jitterbug con mutanda; Jitterbug finale). O, ancora, come le linee morbide e voluttuose delle mannequins &#8211; parola scritta rigorosamente, come vuole Paolo Conte, con la \u201cs\u201d &#8211; di Ancheggiano mannequins fanatiche\u2026 e Ancheggiano, si sporgono e poi sbandano\u2026. I due disegni a penna a inchiostro nero riprendono i versi della canzone Non sense, tratta dall\u2019album Aguaplano del 1987, il cui titolo \u00e8 una perfetta sintesi della sua poetica del \u201cdetto\u201d e, soprattutto, del \u201cnon detto\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il colore e la strada dei ricordi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cOgni tonalit\u00e0\u201d -afferma Paolo Conte- \u201cha un suo colore specifico. Qual \u00e8 il colore della tonalit\u00e0 di fa, di do? Ognuno risponderebbe in maniera diversissima. Per me esiste una tavolozza assolutamente precisa: do = bianco pallido re\u266d = nero re = marr\u00f2n chiaro mi\u266d = celestiale azzurro mi = verde fa = rosso fa# = marr\u00f2n scuro sol = bianco la\u266d = rosso veneziano la = lacca di garanza scura si\u266d = blu notte si = grigio scuro.\u201d Un aspetto che colpisce osservando molte delle opere in mostra \u00e8 il colore che conduce immediatamente al centro del suo universo: elegante, poetico, jazzato. C\u2019\u00e8 dentro l\u2019espressionismo tedesco, ma, pure, quello francese del pi\u00f9 raffinato dei pittori fauves, Matisse, il quale nei suoi scritti sosteneva la necessit\u00e0 che i rapporti di toni formassero \u201cun accordo vivente [&#8230;], un\u2019armonia analoga a quella di una composizione musicale\u201d. Lo stesso Paolo Conte, pi\u00f9 volte, nello spiegare il procedimento compositivo che \u00e8 alla base delle sue canzoni, ha impiegato l\u2019espressione \u201cimmaginario cromatico\u201d per indicare come a ogni tonalit\u00e0 musicale corrisponda un determinato colore; la musica che Paolo Conte compone al pianoforte, in uno straordinario quanto puntiglioso lavoro di scrittura musicale, ha in s\u00e9 una \u201cspecifica coloratura in cui\u201d -dichiara- \u201cambientare le parole\u201d. Ma non solo. Come per i grandi poeti del Novecento, nelle cui opere il colore acquista una funzione fortemente evocativa e simbolica, cos\u00ec il colore ricorre frequentemente nei testi delle sue canzoni: colori desueti, inusuali (il \u201ctinello marr\u00f2n\u201d dell\u2019uomo del Mocambo o la \u201cTopolino amaranto\u201d) oppure, al contrario, colori di uso quotidiano dove \u00e8 l\u2019accostamento a essere imprevedibile (\u201cl\u2019accappatoio azzurro\u201d di Via con me, \u201cl\u2019arancione\u201d della giornata trionfale di Bartali o l\u2019altrettanto celebre verso di Genova per noi, \u201cil sole \u00e8 un lampo giallo al parabrise\u201d). Il colore \u00e8 protagonista, in particolare, nelle opere pittoriche degli anni Settanta: nel caleidoscopico uomo-scoiattolo di Squirrel, uomo circo, in Meridiana girata al contrario come una clessidra, in Foulard aquilone e in Aquilone foulard, il gioco di contrasti cromatici d\u00e0 forma a linee, piani, suggestioni figurative colte nell\u2019umorismo malinconico e finemente rivelatore del titolo. Ma Paolo Conte \u00e8 un artista sempre in movimento, che sorprende e si sorprende, e in Memory Lane, come in altre opere degli anni Ottanta, lascia il colore per ritornare al tratto sottile dell\u2019inchiostro nero. E in Memory Lane, \u201csulla strada dei ricordi\u201d, riaffiorano cos\u00ec versi di canzoni, nomi di personaggi famosi, oggetti, scritte, tra due lune che si guardano.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-jetpack-tiled-gallery aligncenter is-style-rectangular\"><div class=\"\"><div class=\"tiled-gallery__gallery\"><div class=\"tiled-gallery__row\"><div class=\"tiled-gallery__col\" style=\"flex-basis:50.00000%\"><figure class=\"tiled-gallery__item\"><img decoding=\"async\" data-attachment-id=\"1000027734\" data-permalink=\"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?attachment_id=1000027734\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Foto-04-11-25-09-59-14-scaled.jpg?fit=2560%2C1440&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"2560,1440\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;2.2&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;iPhone 16 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data-amp-layout=\"responsive\"\/><\/figure><\/div><\/div><\/div><\/div><\/div>\n\n\n\n<p><strong>Umorismo e Conversazioni americane<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019opera a stampa Conversazioni americane (in mostra anche i due disegni originali) due donne discorrono amabilmente. La prima discute di filosofia, di scuola peripatetica, di \u201colive\u201d, richiamo che riporta all\u2019antica Grecia e all\u2019ulivo, pianta sacra alla dea Atena; ma, nello stesso tempo, rimanda a un\u2019altra immagine, opposta e apparentemente illogica, quella dell\u2019oliva che accompagna il celebre cocktail. \u201cE i Martini?\u201d, risponde subito la seconda donna di Conversazioni americane non appena sente pronunciare la parola oliva. Si tratta di un paradosso che rivela tutto l\u2019umorismo sottile di Paolo Conte. Saul Steinberg fu il pi\u00f9 grande disegnatore-umorista del Novecento: con il suo mondo di linee, imbevuto di pensiero e parola, seppe cogliere con eccezionale acume le manie e le contraddizioni della societ\u00e0 americana del secondo dopoguerra. Un artista capace di muoversi su piani differenti: aspetto che attraversa anche tutto l\u2019universo creativo di Paolo Conte e, in particolare, quello pittorico. Paolo Conte gioca con le parole, con i doppi sensi, spostandosi continuamente dal campo semantico a quello della percezione visiva, in un dialogo incessante con lo spettatore. Se nella poesia del Novecento il titolo si eleva a parte fondamentale del testo, in Paolo Conte il titolo diventa lo scorcio privilegiato da cui osservare l\u2019opera, una \u201cchiave di lettura\u201d intrisa di un umorismo mai definitivo o distaccato, ma complice, che ricorre in tutti i disegni in mostra: dalla potente La manomorta ecclesiastica, al lirismo vivace di A spasso col cane che tira avanti o A spasso col cane che tira indietro, a quello lieve dai toni rosati di Donna di Campigli saluta alla stazione una luna di Steinberg, affettuoso omaggio dal pi\u00f9 \u201cetrusco\u201d dei pittori italiani all\u2019acuto osservatore dell\u2019America. Razmataz Paolo Conte ha sempre coltivato un profondo rapporto con l\u2019immagine e la pittura, culminato in Razmataz, opera che, se pure meno conosciuta dal vastissimo pubblico, occupa un posto fondamentale all\u2019interno della sua produzione. \u201cRazmataz\u201d &#8211; afferma- \u201c\u00e8 un lavoro lungo, intendo da seguire, ed \u00e8 stato un lavoro lungo per me, pi\u00f9 volte ripreso, e per il quale ho adottato la vecchia legge del \u2018chi fa da s\u00e9 fa per tre\u2019, ma, lo ammetto, mi consola il fatto di essermi divertito come un matto a realizzarlo.\u201d La genesi dell\u2019opera risale al 1989, anno in cui Paolo Conte pubblica per l\u2019editore torinese Umberto Allemandi Razmataz, un volume corredato da disegni, spartiti e note autografe, un libro gi\u00e0 in essere proiettato verso qualcos\u2019altro: \u00e8 chiaro che Paolo Conte ha in mente un progetto ben pi\u00f9 ampio. Nel 2000 esce infatti per la CGD East West il nuovo disco, dal titolo Razmataz, contenente brani strumentali e canzoni in inglese e francese, un\u2019anticipazione del grande lavoro che Paolo Conte sta portando a termine. Ma \u00e8 solo nel 2001 che Razmataz trova il suo approdo, la sua fisionomia definitiva in un\u2019opera evocativa e temeraria, in cui musica, pittura e narrazione, pure mantenendo la propria autonomia estetica, si integrano e compenetrano. Il risultato \u00e8 un\u2019opera \u201ctotale\u201d, della durata di due ore e venti minuti, costituita da ventotto composizioni musicali, intrise di atmosfere diversissime, e 1800 tavole che non illustrano, ma fissano il racconto, evidenziate con tagli, carrellate, zoom; poste, contrariamente al concetto di cinema quale arte di immagini in movimento, come \u201cquadri d\u2019esposizione\u201d. \u201cTutto comincia da un sogno di pomeriggio\u201d: con queste parole inizia l\u2019opera, ambientata nella Parigi autunnale e vitale degli anni Venti. Marius Le Rideau, proprietario del teatro Le Soir, si risveglia da un sonno pomeridiano e si dirige verso la stazione e i suoi binari, l\u00e0 dove sembrano confondersi, ogni volta, gli inizi e le conclusioni dei viaggi. Un treno con i suoi numerosi vagoni sta arrivando. Ed \u00e8 qui che inizia il \u201cmistero\u201d: la compagnia di artisti afroamericani, ingaggiati l\u2019anno precedente da Marius, scende dal treno. Ci sono tutti: il caporchestra Supercharleston, le ballerine, i musicisti, i fantasisti, la costumista Scat; tutti, tranne lei, Razmataz, una strana ragazza di St. Louis che balla il charleston, misteriosamente sparita. Entrano in scena personaggi enigmatici e allusivi dei quali sono presenti in mostra quattro ritratti a grafite particolarmente significativi: \u201cNon ho mai avuta\u201d -dichiara Paolo Conte- \u201cla pazienza tecnica di ritrarre i vari personaggi, rispettando di ognuno la somiglianza con se stesso nelle varie scene, ma ho preferito ritrarne di volta in volta lo stato d\u2019animo\u201d. Il primo dei disegni in mostra, raffigurante il volto di uno dei personaggi, \u00e8 M.me Fines Herbes che nell\u2019opera rappresenta l\u2019alta borghesia alla ricerca ostinata di un nuovo ideale estetico di bellezza; il nome \u00e8 in realt\u00e0 un soprannome, affibbiatole essendo la moglie del pi\u00f9 ricco imprenditore parigino di senape, a sua volta soprannominato il \u201cre\u201d della moutarde. Di origine sudamericana, nella prima sceneggiatura viene definita \u201calta, bella, non pi\u00f9 giovanissima\u201d. Mariam \u00e8 una delle ballerine-cantanti della compagnia di artisti afroamericani: \u201csevera che solo a tratti, con avara malizia, concede lampi di dolcezza\u201d, \u00e8 un personaggio irrequieto, in cui si cela il \u201cvento di tempesta\u201d che Parigi, in una sola notte, \u00e8 pronta ad accogliere. Zarah rappresenta uno dei personaggi pi\u00f9 cari a Paolo Conte: famosa cantante espressionista di Berlino, i cui occhi \u201cbrillano di una bellissima luce cupa\u201d, \u00e8 un\u2019artista e, come tale, avverte pi\u00f9 degli altri personaggi l\u2019arrivo in Europa di un nuovo ideale estetico e musicale, a cui vuole avvicinarsi con tutta la propria personalit\u00e0. Flirt, il celebre stilista d\u2019alta moda parigino, sta per preparare la pi\u00f9 grande sfilata dell\u2019anno, ma ha un\u2019idea che batte ossessiva nella sua mente: una donna che vesta un abito anzich\u00e9 farsene vestire. \u201cAbbiamo sempre detto\u201d -afferma Flirt nell&#8217;opera-\u201cche la donna ha bisogno di un abito, ma adesso, io dico no, \u00e8 il vestito che ha bisogno di un corpo di donna.\u201d Quattro ritratti, quasi sghembi, allungati, in cui si scorge l\u2019eco lontana della grande lezione delle avanguardie, ma soprattutto \u201cfacce\u201d, con tutta l\u2019espressivit\u00e0, la forza semantica e la ricchezza di significato che questa parola riesce ad avere, in modo straordinario, nell\u2019universo poetico di Paolo Conte.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La Reine Noire e Doctor Jazz<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La Regina giace adagiata nell\u2019audacia dei colori e nella trasparenza di un cielo smeraldino e glauco su cui campeggia una falce di luna: come un\u2019odalisca di Matisse, ma carica di un\u2019umanit\u00e0 femminile misteriosa e arcana, La Reine Noire \u00e8 una delle opere pi\u00f9 intense di Razmataz in cui riaffiorano l\u2019apollineo Matisse, il dionisiaco Picasso, ma anche Vlaminck, Derain, Kirchner e Nolde, e tutti quegli artisti che seppero cogliere nell\u2019art n\u00e8gre, nel vento primitivo d\u2019avanguardia che soffiava sempre pi\u00f9 forte in Europa, l\u2019energia primigenia con la quale rifondare un nuovo linguaggio. In questa stessa prospettiva, l\u2019Europa degli anni Venti era pronta ad accogliere la giovane musica nera americana, il jazz. Nell\u2019autunno del 1925 giunge a Parigi \u201cLa Revue N\u00e8gre\u201d, ingaggiata dal direttore degli Champs-\u00c9lys\u00e9es che desiderava qualcosa di rivoluzionario: il 2 ottobre a teatro \u00e8 presente tutta la Parigi che conta, si dice anche un giovanissimo Simenon. Sul palco, tra la compagnia di artisti, esclusivamente formata da afroamericani, Jos\u00e9phine Baker, che, con il suo corpo, con le sue movenze mentre balla il charleston, incarna il piccante connubio tra la vergine energia del jazz e l\u2019istintivo dell\u2019arte africana. E Parigi, in una sola notte, la elegge Regina: lei \u00e8 la vitalit\u00e0 sensuale, lei \u00e8 il vento arcano d\u2019avanguardia. Dietro La Reine Noire di Razmataz si cela, simbolicamente e ambiguamente evocata, la figura di Jos\u00e9phine Baker, ma la vera essenza di Razmataz e della Reine Noire \u00e8 da ricercarsi nell\u2019attesa per l\u2019ascesa di un nuovo ideale di bellezza e di sensibilit\u00e0 artistica, con tutta la complessit\u00e0 di rinuncia e m\u00e9lange che ci\u00f2 comporta. Legata fortemente alla figura della Reine Noire \u00e8 l\u2019immagine di Doctor Jazz, uno dei personaggi pi\u00f9 stravaganti di Razmataz: \u00e8 un artista girovago che suona un contrabbasso con una corda sola, una figura astratta, ma che ha tutto il sapore reale di quei bluesmen che vagavano da una zona all\u2019altra nel Sud degli Stati Uniti. La prima volta che Doctor Jazz appare in Razmataz \u00e8 al parco pubblico: davanti ha molta gente che lo ascolta incuriosita. \u00c8 una scena di grande coinvolgimento ed eccitazione \u201cespressionistica\u201d: in Parco pubblico con Doctor Jazz (e non Doctor Jazz al parco pubblico, la costruzione sintattica del titolo \u00e8 gi\u00e0 eloquente) le pennellate rapide, dove ogni figura \u00e8 deformata in un gesto e gusto potenti, restituiscono la forza e il ritmo dell\u2019azione. Sulla parte destra, Doctor Jazz giganteggia: statuario, percuote la corda del suo contrabbasso, pronunciando \u201cparole fino ad allora mai sentite: jazz, swing, stomp&#8230;\u201d. Diversa l\u2019atmosfera delle quattro opere intitolate Danza del fuoco: la composizione pi\u00f9 lineare, con al centro la figura di Doctor Jazz, intorno al quale si dispongono altre quattro figure, chine sui loro tamburi, riporta a una situazione di calma, \u201cmagia tesa come quando l\u2019autunno e la primavera, di notte, si somigliano\u201d, scrive Paolo Conte nella sceneggiatura; il titolo fa riferimento al fuoco che Doctor Jazz accende e subito due bellissime gambe di ragazza passano danzando. Sempre pi\u00f9 chiaramente si delinea il suo ruolo: nella scena finale, rimprovera una delle ballerine per essersi lasciata sopraffare dall\u2019immensa Parigi, dimenticando di essere nata a St. Louis, pronunciato all\u2019inglese, e non alla francese. \u201cDoctor Jazz, il cui nome riprende un brano reso famoso da Jelly Roll Morton\u201d -dichiara Paolo Conte- \u201cha in Razmataz un compito segreto: ergersi a difensore della autenticit\u00e0 e identit\u00e0 nera.\u201d \u00c8 il ritorno ad antiche ascendenze, a una terra lontana, che si vorrebbe ritrovare. J\u2019ai deux amours, mon pays et Paris, cantava Jos\u00e9phine Baker, e J\u2019ai deux amours, mon pays and Paris canta Supercharleston, il caporchestra, congedandosi dal pubblico.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Sotto le stelle del jazz<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il trombone \u00e8 il primo strumento che Paolo Conte acquista da giovanissimo, ma l\u2019incanto di Higginbotham, dipinto all\u2019et\u00e0 di soli vent\u2019anni, si coglie da s\u00e9: \u00e8 un omaggio a uno dei primi grandi trombonisti jazz. Lo stupore \u00e8, per\u00f2, nel contrasto tra l\u2019azzurro del guazzo annuvolato dello sfondo e il rosso del tratteggio minuzioso dell\u2019inchiostro; se nelle opere di molti anni dopo Trombonista e Trombonista e luna il musicista \u00e8 colto nel suo incedere, qui la figura del trombonista \u00e8 eretta, ferma, completamente assorta: il dinamismo dell\u2019opera \u00e8 tutto nello strumento, nella coulisse protesa verso il basso da cui, si pu\u00f2 stare certi, parte un fraseggio ruvido e vibrante. Il piccolo ritratto di Ferdinand Joseph La Menthe \u00e8 dedicato all\u2019\u201cinventore del jazz\u201d, come lui stesso amava definirsi; di fatto, Jelly Roll Morton, questo il soprannome che si era dato come vanteria sessuale, nato a New Orleans alla fine dell\u2019Ottocento e dalla vita leggendaria, fu il primo grande compositore e pianista jazz. Paolo Conte \u00e8 un profondo cultore di jazz classico: \u201cSe dovessi indicare un limite\u201d -dichiara- \u201cdirei che il jazz che mi interessa \u00e8 quello le cui incisioni hanno una matrice su 78 giri\u201d. E il jazz torna, non come citazione diretta, in due opere stilisticamente diverse, di forte intensit\u00e0: nella minuta Valigetta creola, dove la valigetta \u00e8 la custodia di un clarinetto, secondo la vecchia regola creola strumentale per cui non la tromba ma il clarinetto sosteneva la parte melodica principale in orchestra; nella potente Boxeur, dove il pugile richiama immediatamente l\u2019immaginario poetico di Paolo Conte: la boxe come messaggera di musica e di vita. Anche attraverso la bellezza dei grandi pugili afroamericani, primo fra tutti Sugar Ray Robinson, l\u2019America arrivava in Europa. Pianista con coda \u00e8 una delle opere che Paolo Conte realizza per l\u2019ouverture di Razmataz; protagonista \u00e8 la figura femminile che suona un pianoforte da concerto a coda, ma dello strumento si scorge appena la tastiera; ritratta c\u2019\u00e8 solo lei, la pianista, nella sua bellezza elegante e severa, avvolta in un lungo frac a coda&#8230; Accanto, Pianista chez soi: il pianista suona in solitudine, in un tripudio cubofuturista di fiori tutto suo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Pastello su nero<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Colori, linee, forme che \u201cdanzano\u201d sul cartoncino nero: composizioni a pastello che Paolo Conte realizza dal 2013, prediligendo l\u2019astrazione alla figurativit\u00e0 delle opere degli anni precedenti. \u00abIn un fornito negozio di belle arti &#8211; afferma il Maestro- mi sono imbattuto in alcuni album di cartoncino nero che mi hanno immediatamente attratto. Quando li ho riguardati a casa non ho provato la \u00absindrome della pagina bianca\u00bb come capita sovente agli scrittori, ma la curiosit\u00e0 del \u00abfoglio nero\u00bb su cui ho fatto danzare i pastelli colorati. Tra curiosit\u00e0 e divertimento ho difeso questo mio esercizio di stile cercando la complicit\u00e0 nella cultura (musica classica, jazz, teatro, letteratura, arte)\u00bb. \u201cEsercizio di stile\u201d: in questo modo Paolo Conte definisce questi suoi lavori, con un\u2019espressione che rimanda agli Exercices de style di Raymond Queneau, basati su novantanove versioni dello stesso brevissimo racconto. Un testo fondamentale del Novecento, che dimostra le infinite potenzialit\u00e0 della forma quale vero atto creativo, secondo lo stesso principio della variazione musicale. Non \u00e8 forse un caso che il Primo acquerello astratto si debba a Vasilij Kandinskij, il quale nei suoi scritti teorizza lo stretto legame tra l\u2019arte e la musica: \u201cIl colore \u00e8 il tasto, l\u2019occhio il martelletto, l\u2019anima \u00e8 il pianoforte dalle molte corde. L\u2019artista \u00e8 la mano che, toccando questo o quel tasto, mette l\u2019anima umana in vibrazione\u201d, scrive in Lo spirituale nell\u2019arte. Nelle ventinove opere in mostra, Paolo Conte gioca con il ritmo della composizione: linee, piani colorati, forme irregolari che si intersecano o si susseguono in un omaggio cordiale e divertito. Dal segno veloce, frastagliato di Spazialismo milanese? a quello della Danza notturna delle signorine d\u2019Avignone che occhieggia il celebre dipinto delle Demoiselles della casa di appuntamenti in Carrer d\u2019Aviny\u00f2 a Barcellona con cui Picasso cambi\u00f2 la storia dell\u2019arte; dalle tonalit\u00e0 pi\u00f9 tenui di Mozart: Marcia alla turca al rosso di Manuel de Falla: Danza ritual del fuego (El amor brujo); dalle linee dirompenti della poesia \u201cmaledetta\u201d di Baudelaire: Les Fleurs du mal a quelle curve del teatro di Goldoni: Le baruffe chiozzotte; dal segno graffiato di Antielogio della jam session a una serie di opere dedicate a musicisti jazz leggendari: il sassofonista Buddy Tate, il batterista Dave Though, i pianisti Willy Smith The Lyon e Fats (Waller), il clarinettista J. Doods, il trombonista Jack Teagarden, dall\u2019aspetto simile a un nativo americano, fino al pi\u00f9 grande, Louis, ovvero Armstrong.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Biografia di Paolo Conte<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nasce ad Asti il 6 gennaio 1937 da una famiglia di tradizione notarile. Negli anni del liceo e dell\u2019universit\u00e0 forma piccoli gruppi e orchestrine di jazz, suonando in veste di trombonista, vibrafonista e pianista; sono gli anni del dopoguerra, \u201cdella generazione\u201d dichiara \u201cdegli amanti del jazz, i cui suoni e suggestioni rappresentavano una bellissima scuola di armonie e ritmo\u201d. Laureatosi in giurisprudenza, esercita la professione di avvocato, affacciandosi nello stesso tempo sulla scena discografica romana e, successivamente, milanese, con alcuni brani scritti per altri artisti che in breve tempo raggiungono le vette delle classifiche: tra questi, nel 1968, Azzurro, interpretata da Adriano Celentano, ancora oggi tra le canzoni italiane pi\u00f9 conosciute nel mondo, Insieme a te non ci sto pi\u00f9, cantata da Caterina Caselli, e Tripoli 1969 da Patty Pravo. Nel 1974 e nel 1975 escono i suoi primi due album da autore e interprete, intitolati entrambi Paolo Conte: le sue musiche, il modo di porgere il testo, i versi di sorprendente e inusitata poesia, lo collocano immediatamente all\u2019interno della scena musicale in una posizione singolare. Ai primi due dischi si succedono album di straordinaria intensit\u00e0: Un gelato al limon (1979), Paris milonga (1981), Appunti di viaggio (1982), Paolo Conte (1984), Concerti (1985), Aguaplano (1987), Parole d\u2019amore scritte a macchina (1990), Novecento (1992), Tourn\u00e9e (1993), Una faccia in prestito (1995), Tourn\u00e9e 2 (1998), Reveries (2003), Elegia (2004), Live Arena di Verona (2005), Psiche (2008), Nelson (2010), Snob (2014), Amazing Game (2016). Acclamato e desiderato dai pi\u00f9 grandi palcoscenici internazionali, dall\u2019Olympia di Parigi al Blue Note di New York, alla Philharmonie Berlin, nel 2018 pubblica il doppio album registrato alle Terme di Caracalla e nel 2021 il live registrato alla Reggia di Venaria. Il 19 febbraio 2023 Paolo Conte suona al Teatro alla Scala di Milano: primo e unico artista della scena cantautorale mondiale a calcare il palco del tempio della lirica, in un concerto-evento che registra in poche ore il sold out. Nello stesso anno, \u00e8 invitato a esporre i propri disegni alla Galleria degli Uffizi di Firenze: una passione per la pittura, la sua, nata ancora prima di quella per la musica, coltivata tutta la vita e culminata nel 2000 nell\u2019opera multimediale Razmataz, interamente scritta, musicata e disegnata dallo stesso Paolo Conte. Dal 2000 al 2007 una selezione di disegni da Razmataz viene esposta al Barbican di Londra, al Museo Correr di Venezia e in altri prestigiosi luoghi d\u2019arte italiani. Oggi con la mostra \u201cPaolo Conte Original\u201d si presenta al pubblico un percorso assolutamente inedito: un\u2019opportunit\u00e0 rara per scoprire il lato pi\u00f9 \u00abvisivo\u00bb e \u00abnascosto\u00bb di un artista immenso.<\/p>\n\n\n\n<p>Palazzo Mazzetti Asti<\/p>\n\n\n\n<p>Paolo Conte. Original<\/p>\n\n\n\n<p>dal 5 Novembre 2025 al 1 Marzo 2026<\/p>\n\n\n\n<p>dal Luned\u00ec alla Domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00<\/p>\n\n\n\n<p>Foto Allestimento della mostra Paolo Conte. Original dal 5 Novembre 2025 al 1 Marzo 2026 a Palazzo Mazzetti Asti Courtesy Arthemisia&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Fonte : Ufficio Stampa Arthemisia Salvatore Macaluso sam@arthemisia.it | press@arthemisia.it<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giovanni Cardone Fino al 1 Marzo 2026 si potr\u00e0 ammirare Palazzo Mazzetti di Asti una mostra inedita e di grande fascino: \u201cPaolo Conte. Original\u201d, la prima grande mostra dedicata al grande poeta, cantautore e compositore italiano e alla sua espressione artistica nata ancora prima della musica: la pittura.&nbsp; La mostra \u00e8 curata da Manuela Furnari. 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