{"id":1000027215,"date":"2026-01-20T22:04:14","date_gmt":"2026-01-21T01:04:14","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000027215"},"modified":"2026-01-20T22:04:16","modified_gmt":"2026-01-21T01:04:16","slug":"chi-ha-inventato-il-mito-della-cucina-italiana-e-quando","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000027215","title":{"rendered":"Chi ha inventato il mito della cucina italiana (e quando)?"},"content":{"rendered":"\n<p>Noi italiani siamo abituati all&#8217;opulenza a tavola. Non a caso ogni ricorrenza nostrana \u00e8 corredata dal suo piatto tradizionale, che si parli di lasagne e cannelloni la domenica, di cotechino e lenticchie a Capodanno o del panettone a Natale. Eppure, andando indietro nel tempo la Storia ci insegna che per secoli l&#8217;alimentazione italica \u00e8 stata segnata dalla penuria. Si faticava a mettere assieme pranzo e cena e tanti piatti tipici della nostra gastronomia sono stati a lungo esclusiva di pochi privilegiati. Nonostante questo passato di stenti e cinghie tirate siamo diventati il Paese del buon cibo, della dieta mediterranea e delle ricette regionali che abbiamo esportato in tutto il mondo. Siamo inoltre diventati la nazione dei programmi di cucina a tutte le ore, dei ricettari e soprattutto degli chef che impazzano sul web e in tv. Ma come siamo arrivati a tutto questo? Oppure siamo stati sempre una nazione non di santi, poeti e navigatori, ma di gastronomi, cuochi e assaggiatori? La risposta a queste e ad altre domande la troviamo nel recente libro L&#8217;invenzione del cuoco (Mondadori) di Alberto Grandi, docente di Storia dell&#8217;alimentazione all&#8217;Universit\u00e0 di Parma. Un libro a tratti spiazzante, come la risposta di Grandi quando gli chiediamo lumi sulla nostra ottima reputazione. Meritata?<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 la cucina italiana gode di tanta fama?<\/p>\n\n\n\n<p>In realt\u00e0 si tratta di un mito. Ma \u00e8 un mito molto produttivo. Parlare di \u00abcucina italiana\u00bb prima del Novecento \u00e8 anacronistico: mancavano uno Stato unitario, un mercato comune, una lingua comune, mancavano infrastrutture che permettessero la circolazione di ingredienti e ricette, ma soprattutto mancavano le condizioni economiche per permettere di sviluppare una cucina variegata. Gli italiani mangiavano sempre le stesse cose, limitati dalle stagioni e dalla disponibilit\u00e0 locale. Una prima idea di \u00abcucina italiana\u00bb nasce tra Otto e Novecento ed \u00e8 stata poi \u00abnazionalizzata\u00bb dalla televisione, dall&#8217;industria agroalimentare e dal turismo. Questo mito non \u00e8 solo un falso storico: \u00e8 una macchina narrativa che ha permesso di costruire un&#8217;identit\u00e0 collettiva attorno al cibo, di educare turisti e cittadini a un modello di gusto condiviso. In fondo, quando mangiamo spaghetti o pizza al di fuori dell&#8217;Italia, consumiamo anche un&#8217;idea, un racconto, pi\u00f9 che una tradizione pura.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei secoli scorsi esistevano cuochi capaci di influenzare le mode del loro tempo?<\/p>\n\n\n\n<p>S\u00ec, ma funzionavano in modo completamente diverso. Prima della tv e dei social, il cuoco \u00abinfluente\u00bb era al servizio di una corte o di un&#8217;\u00e9lite. Non parlavano al popolo, ma modellavano il gusto di una minoranza che poi filtrava lentamente verso il resto del Paese. Questi cuochi erano veri \u00abconsiglieri di gusto\u00bb dei potenti: la loro fama passava per libri di cucina destinati a pochi lettori o per l&#8217;eco delle corti, e non aveva alcuna immediatezza mediatica. L&#8217;idea di un cuoco che costruisce un immaginario nazionale \u00e8 una novit\u00e0 del secondo Novecento. Prima, la loro influenza era pi\u00f9 simile a un&#8217;onda che partiva da un piccolo stagno e si propagava lentamente: influenzavano il signore che li pagava e a volte la societ\u00e0. Oggi la propagazione \u00e8 immediata, globale e visiva: basta un video virale o un post per costruire consenso e modellare gusti.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima del boom televisivo, chi incideva sull&#8217;immaginario gastronomico degli italiani?<\/p>\n\n\n\n<p>Per esempio Petronilla, pseudonimo della dottoressa Amalia Moretti Foggia, \u00e8 stata un fenomeno mediatico ante litteram. Dal 1929 al 1943 ha pubblicato ricette sulla Domenica del Corriere parlando alle masse femminili in un&#8217;Italia che stava cambiando: urbanizzazione, nuovi consumi, restrizioni dell&#8217;autarchia, guerra. La sua forza era la normalit\u00e0: ricette economiche, facili, adattabili a ingredienti scarsi. Ha insegnato alle italiane una lingua unitaria della cucina, come prima di lei aveva fatto l&#8217;Artusi. Ma Petronilla ag\u00ec su vasta scala. Non era solo cucina, era gestione domestica, un modo di educare alla modernit\u00e0, di far sentire le donne parte di una comunit\u00e0 nazionale. Petronilla \u00e8 stata la prima vera \u00abvoce nazionale\u00bb della cucina popolare: se fosse nata oggi, avrebbe avuto un paio di milioni di follower e probabilmente avrebbe avuto anche merchandising, corsi online e una rubrica radiofonica quotidiana.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la nascita della tv cosa cambia?<\/p>\n\n\n\n<p>Il boom economico mette nelle mani degli italiani frigoriferi, cucine moderne, supermercati e prodotti industriali standardizzati. La tv, nata nel 1954, non trasforma subito la cucina in spettacolo, ma inaugura una rivoluzione: milioni di persone vedono per la prima volta gli stessi gesti, gli stessi prodotti, la stessa idea di \u00abitalianit\u00e0 gastronomica\u00bb. La cucina non \u00e8 pi\u00f9 solo pratica domestica o arte elitaria: diventa educazione popolare e marketing al tempo stesso. La televisione crea un nuovo pubblico, omogeneo, che comincia a pensare in termini di tendenze, di brand alimentari e di stagione dei prodotti, anche prima di poterli realmente acquistare ovunque.<\/p>\n\n\n\n<p>Chi sono le prime star della cucina in tv?<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1957 Mario Soldati porta in tv il suo Viaggio lungo la Valle del Po. Alla ricerca dei sapori perduti, un documentario gastronomico che unisce letteratura, cultura e cucina regionale, ma anche molta invenzione: i cuochi protagonisti non sono ancora delle star, ma il racconto dei luoghi e dei sapori inizia a interessare un pubblico pi\u00f9 ampio. Poi ci sar\u00e0 una lunga parentesi negli Anni &#8217;60 e bisogner\u00e0 attendere gli Anni &#8217;70, con A tavola alle 7 con Ave Ninchi e Luigi Veronelli. Qui emerge una vera coppia di divulgatori: colti, ironici, capaci di parlare di prodotti, vini e tradizioni con un linguaggio accessibile. La pubblicit\u00e0 di Carosello, nel frattempo, costruisce un mondo gastronomico parallelo, fatto di prodotti iconici e di eroine casalinghe perfette. \u00c8 un&#8217;epoca in cui il cibo \u00e8 cultura, ma anche spettacolo, senza ancora chef-star.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella tv Anni &#8217;70 che ingredienti si usano?<\/p>\n\n\n\n<p>Sono anni poveri di spettacolarit\u00e0 culinaria: tra crisi energetica, austerity e una Rai pedagogica, la cucina torna come racconto identitario. Si riscoprono tradizioni locali e prodotti poveri, ma con una narrazione morale e culturale. Figure come Veronelli e i primi protagonisti delle rubriche regionali fanno da ponte tra passato e futuro: insegnano a rispettare il territorio, a scegliere ingredienti stagionali e locali, e a considerare il cibo non solo come nutrimento, ma come espressione culturale. \u00c8 una cucina politica ed educativa, lontana dai riflettori, ma utile per costruire le basi della cucina italiana moderna.<\/p>\n\n\n\n<p>Come si \u00e8 formata l&#8217;identit\u00e0 gastronomica italiana in tv?<\/p>\n\n\n\n<p>Dal momento in cui la tv riesce a trasmettere un&#8217;idea di italianit\u00e0 uniforme: dagli Anni &#8217;70, con il mito del territorio e della cucina povera ma fantasiosa, fino agli Anni &#8217;80 con il consumo opulento e la cucina come lifestyle. Negli Anni &#8217;90, la tv generalista consolida un canone: programmi dove emergono chef affermati come Vissani o come La prova del cuoco selezionano, semplificano, canonizzano. La cucina italiana che viene venduta al mondo oggi \u00e8 un prodotto audiovisivo, con ricette, gesti e immagini costruite per l&#8217;occhio e la memoria collettiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando c&#8217;\u00e8 il salto da chef a \u00abprofeti\u00bb?<\/p>\n\n\n\n<p>Tra fine Anni &#8217;90 e primi Duemila, con il modello anglosassone di Gordon Ramsay, Jamie Oliver e Nigella Lawson. In Italia l&#8217;effetto arriva dopo, ma travolge: La prova del cuoco trasforma chi cucina in personaggio; Gambero Rosso Channel apre una nicchia di appassionati; MasterChef rivoluziona le regole. Lo chef diventa leader culturale, influencer. Cucina identit\u00e0, desideri e aspirazioni sociali. \u00c8 il nuovo intellettuale pubblico, ma con audience enormi e sponsor al seguito.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Noi italiani siamo abituati all&#8217;opulenza a tavola. 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