{"id":1000027010,"date":"2026-01-14T09:42:49","date_gmt":"2026-01-14T12:42:49","guid":{"rendered":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000027010"},"modified":"2026-01-14T09:42:52","modified_gmt":"2026-01-14T12:42:52","slug":"le-vene-aperte-dellamerica-latina-dal-cile-al-venezuela-nel-mondo-alla-fine-del-mondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/gazzettinoitalianopatagonico.com\/?p=1000027010","title":{"rendered":"Le vene aperte dell&#8217;America Latina dal Cile al Venezuela, nel mondo alla fine del mondo"},"content":{"rendered":"\n<p>Camminando nel rigido clima australe per le strade larghe del \u00abbarrio alto\u00bb di Santiago, capitale del Cile, in quell&#8217;agosto del 1973, ho visto bene \u00able vene aperte dell&#8217;America Latina\u00bb, come titola il magnifico libro di Eduardo Galeano. Ero in Cile, da giovanissimo inviato, per seguire la tragica fine dell&#8217;esperimento di \u00abUnitad Popular\u00bb, la alleanza di sinistra di Salvator Allende, un evento forse pi\u00f9 grande di me allora. Da l\u00ec a poco si consum\u00f2 il sanguinoso golpe del generale Pinochet, che rovesci\u00f2 il governo e mise il paese sotto il tacco dei militari, aprendo la strada anche allo sfruttamento di quelle vene. Quelle \u00abvene aperte\u00bb a colonizzazioni, sfruttamenti, predatori, golpisti, finti rivoluzionari, targati prima con le bandiere dei grandi paesi europei, poi con le stelle e strisce de \u00ablos yankees\u00bb , gli americani del Nord, non si sono mai chiuse e ora quello che sta succedendo in Venezuela , al di l\u00e0 di ogni interpretazione, lo dimostra ancora una volta e nel terzo millennio, seppure con tante necessarie distinzioni. In Cile nel 1973 il golpe sanguinoso del generale Augusto Ugarte Pinochet, fino a pochi mesi prima fedelissimo del governo socialcomunista di Allende, era stato etero diretto da \u00ablos yankees\u00bb, che applicavano certo la vecchia dottrina Monroe, riveduta e corretta da quel sottile stratega che era Henry Kissinger. Un blitz a lungo annunciato, mentre il paese andava in crisi economica anche per le divergenze interne tra i socialisti, che volevano riforme e nazionalizzazioni sempre pi\u00f9 spinte e i comunisti che cercavano di frenare \u00abel cambio\u00bb e Salvator Allende che cercava di mediare e di contenere le spinte del MIR, il Movimento de Izquierda Revolucionaria, capeggiato dallo scatenato Carlos Altamirano, il leader amato da generazioni di rivoluzionari europei post sessantotteschi. Le vene aperte in quel caso erano nelle ricchissime miniere di rame che il governo Allende aveva nazionalizzato insieme a grandi propriet\u00e0 fondiarie. Allora, all&#8217;inizio degli anni Settanta del Novecento, l&#8217;esperimento cileno aveva suscitato una grande attenzione internazionale, soprattutto in Italia, dove si parlava di \u00abspaghetti in salsa cilena\u00bb, alludendo all&#8217;esperimento di alleanza al governo con i comunisti, su cui molte forze politiche italiane ragionavano, a partire da Enrico Berlinguer, allora leader maximo del Pci, ma anche con molti democristiani delle correnti di sinistra, attenti a quell&#8217;esperimento, magari non favorevoli, ma intrigati, come il leader genovese e ministro dell&#8217;Interno, Paolo Emilio Taviani. Dove poi avrebbe portato quell&#8217;ispirazione, a prescindere dalla catastrofe golpista cilena, lo sappiamo. Cinque anni dopo Moro e Berlinguer stavano realizzando la salsa cilena con un governo appoggiato all&#8217;esterno dal Pci, che sarebbe costato la vita dello stesso Aldo Moro, rapito e giustiziato dalle Brigate Rosse. La sua tragica fine pu\u00f2 essere messa in relazione con una traduzione europea della dottrina Monroe? Su questo interrogativo ci si arrovella in Italia da oltre cinquanta anni, indagando invano sui retroscena di quel rapimento e dei suoi veri mandanti. Ma la differenza tra la tragedia del Cile ( dove tra l&#8217;altro \u00e8 appena tornato al governo un presidente, Jos\u00e8 Antonio Kast, simpatizzante di Pinochet, ancorch\u00e9 regolarmente eletto) e quello che sta avvenendo in Venezuela, \u00e8 veramente molto grande. Quel Cile era in mano a un governo regolarmente eletto espressione di una alleanza che aveva portato come candidato Salvator Allende, al terzo tentativo di elezione presidenziale e che in precedenza era stato sconfitto dal liberale Alessandri e poi dal democristiano Frey. In Venezuela, come tutti sanno Maduro non aveva vinto le ultime elezioni, anzi le aveva perse in modo netto e evidente e il suo sfregio al risultato delle urne era stato violento, indurendo il suo sistema dittatoriale, spingendo all&#8217;esilio gli oppositori, inducendo alla fuga oltre otto milioni di venezuelani per fame e povert\u00e0. Riducendo il paese pi\u00f9 ricco di petrolio del mondo a uno stato di indigenza, sulla scia della politica, impostata da Chavez, il padre del neobolivarismo, instaurato in Venezuela, ma con un metodo non cos\u00ec repressivo come quello di Maduro. Certo questo non legittima il modo con il quale gli Usa e Trump sono intervenuti, \u00abenfiltrando\u00bb Maduro, dopo una&nbsp;&nbsp;evidente trattativa con quel regime, tanto \u00e8 che il nuovo presidente si chiama Rodriguez, la vice presidente. E&#8217; come se cinquanta anni prima Nixon e Kissinger avessero rapito Allende dal Palazzo della Moneda di Santiago e attaccato la flotta cilena a Valparaiso. Ma il problema, semplificando, \u00e8 sempre lo stesso: le vene aperte dell&#8217;America Latina. Ieri le miniere di rame cilene, oggi i milioni di barili di petrolio, che ben pi\u00f9 di quelle hanno una importanza nella rivoluzione geopolitica che stiamo vivendo. Allora il mondo era ancora in uno stato di guerra fredda, c&#8217;era la cortina di ferro, dieci anni prima c&#8217;era stato il blocco americano navale di Cuba, che minacciava con i missili dell&#8217;Urss il territorio Usa. La Cina era in piena rivoluzione maoista, arretrata e lontana. Oggi la rivoluzione geopolitica ci scuote ogni giorno, capovolgendo gli equilibri mondiali ad ogni mossa. Nel frattempo tra quel Cile anni Settanta e il Venezuela di oggi le vene si sono aperte tante volte, anche se mai come oggi. L&#8217;America Latina, subcontinente spesso dimenticato, \u00e8 stato veramente considerato un po&#8217; il cortile di casa de los yankees, oppure il terreno di arditi esperimenti politici come quello di Allende, di dittature epocali, come quella paraguayana di Alfredo Stroessener Matiuada, che tenne il suo paese sotto il suo tacco militare dal 1959 al 1989. O come il terreno di intervento dei militari argentini pi\u00f9 estremisti, con i massacri dei 30 mila desaparecidos oppositori del regime e la guerra disastrosa all&#8217;Inghilterra per conquistare le isole Falkland- Malvinas, nel sistema sanguinario dei generali assassini, Videla e Massena, alla fine degli anni Settanta. Dopo i governi militari \u00abdolci\u00bb di Ongania e Lanusse. Le vene aperte dell&#8217;Argentina, forse il paese pi\u00f9 ricco di risorse di tutta l&#8217;America Latina, hanno avuto una gestione molto diversa per la grande incertezza della politica di un paese immenso, \u00bb il mondo alla fine del mondo\u00bb, come diceva Papa Jorge Bergoglio, una terra molto infiltrata anche dagli italiani, rifugio dei nazisti sconfitti, in testa Eichmann catturato dal Mossad israeliano negli anni Settanta, in un sobborgo della pampa argentina. Ma l&#8217;Argentina ha sempre avuto un rapporto meno duro con gli Usa, mediato per decenni dal peronismo, un movimento politico ultranazional popolare, inventato alla fine degli anni Quaranta da un generale, Juan Peron, perpetrato fino ad oggi e mutato da tanti successori e successore, come la terribile Isabelita e da Cristina Kirckner. in forme diverse e propensioni a volte verso destra, a volte verso sinistra, in infiniti capovolgimenti. Fino all&#8217;attuale presidente, che ha sconfitto proprio il peronismo, l&#8217; anarco liberista, Xavier Milei, che non ha bisogno di aprire le vene, perch\u00e9 \u00e8 nelle mani di Trump, anzi \u00e8 la sua traduzione argentina, rinforzata dai miliardi di dollari che Washington versa nelle casse di Buenos Aires per salvare la sua economia disastrata, che il nuovo presidente sta capovolgendo, con metodi da cavallo anti inflazione, ma capaci di ridurre in miseria gli strati pi\u00f9 deboli della societ\u00e0 argentina. E poi come non parlare del Brasile, il gigante latino-americano, dopo grandi scossoni, regimi militari, tra gli anni Sessanta e Settanta, poi governi di sinistra, poi di nuovo in mano ai militari, come quello del capitano Bolsonaro, oggi in carcere per golpismo? Il Brasile, dove comanda di nuovo Luis Inacio Lula da Silva, l&#8217;ex sindacalista, quasi ottantenne, capace di una politica mondiale e trasversale, leader del BRIC, il movimento dei non allineati, che comprende anche Cina e India e da poco perfino i paesi arabi e anima, lui Lula da Silva, che mira a salvare l&#8217;ambiente e il pianeta, partendo dalla Amazzonia, polmone del mondo . Ed \u00e8 appena stato leader di Cop 30 la grande assemblea mondiale per fermare il riscaldamento climatico. Qui le vene scorrono proprio nelle grandi foreste amazzoniche e nei grandi fiumi, dove si gioca l&#8217;equilibrio ambientale, non quello geopolitico, che per\u00f2 lo determina. La deforestazione \u00e8 una vena aperta, eccome, sulla quale si \u00e8 sempre giocato l&#8217;onore del Brasile. E non ce ne \u00e8 una pi\u00f9 evidente oggi in tempi di cambiamento climatico, dopo che le miniere d&#8217;oro, d&#8217;argento, le terre rare sono state gi\u00e0 saccheggiate ma molto ancora rimane e come avvoltoi le potenze mondiali si avventano, dalla Terra del fuoco, diventata mezza cinese a queste foreste, ai giacimenti di petrolio del Venezuela. Come Trump ci dimostra.<\/p>\n\n\n\n<p>Franco Manzitti<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Camminando nel rigido clima australe per le strade larghe del \u00abbarrio alto\u00bb di Santiago, capitale del Cile, in quell&#8217;agosto del 1973, ho visto bene \u00able vene aperte dell&#8217;America Latina\u00bb, come titola il magnifico libro di Eduardo Galeano. 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